Rime varie (Alfieri, 1912)/LXXXII. Capitolo a Francesco Gori Gandellini, su la custodia dei cavalli

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LXXXII. Capitolo a Francesco Gori Gandellini, su la custodia dei cavalli

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LXXXII. Capitolo a Francesco Gori Gandellini, su la custodia dei cavalli
LXXX e LXXXI. Trionfo d'amore LXXXIII. Bellezze della lingua toscana

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LXXXII [iv bis].1

capitolo

A Francesco Gori Gandellini, su la custodia dei cavalli.

Checco mio, pazïenza: i’ t’ho da dire2
Su le mie bestie, che ti do in consegna,
3Cose piú forse che non puoi tu udire.
Ma pur, perché tu sane le mantegna,
E l’impresa rïesca a lieto fine,
6Or d’eseguirle in quanto puoi3 t’ingegna.
Frontino4 è un tal monello, a cui piccine
Convien le parti far di fieno e biada,
9Ch’ei mangeria a suo senno sei decine.5
Ciò dico alfin ch’ei presto a mal non vada;
E disperda quel corpo smisurato,
12Che il rende triste in stalla e pigro in strada.
.........................
Frontin fra tutti è il sol che cavalcare19

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Anco6 potresti senza alcun periglio;
Onde il farai, se a te pur piace e pare.
Giannino che ha un coraggio di coniglio722
Ci sta con sue gambucce spenzolate:
Ci porrebbe ogni padre il proprio figlio.8
Corvo, destrier di somma agilitate,25
Dal vïaggio non ha ben tondo il fianco;9
E a lui fia nimicissima la state:
Non gli venga mai l’acqua innanzi manco;28
Ch’ei rïavrassi al mio ritorno (spero)
Non cavalcato passeggiando in branco.
Bajardo, umano, agevole, sincero1031
Bene aggiustati i ferri abbia davanti,
Perché ai nodelli11 in dentro il pel sia intero.
Del resto è sano piú di tutti quanti,34
E saría ben cavallo paladino,12
S’io mi fossi un de’ cavalieri erranti.
Rondello pecca anch’ei dove Frontino:1337
Ma, in ber piú che in mangiare intemperante,
Abbeverar si vuol coll’orciolino.14
Egli è giovine, vispo, saltellante:40
Non è da cavalcar da alcun di voi,
Che al ventre vi afferrate con le piante:
E veramente da moderni eroi43
Ci state, come foste alla predella,15
Staffeggiando, premendo, e gridand’: Ohi!
Ma Fido, il buon corsiero, a sé mi appella,1646
E vuol che in dir di lui sia piú lunghetto;
Perché nostra amistade è men novella.
Questo è l’ardente mansüeto e schietto49
Che il dolce peso della donna mia,17

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Portò, pien di baldanza e d’intelletto.
Né mai cura di lui soverchia fia:52
Ciò tanto or piú ch’ei del novel drappello
Par con certa ragion geloso sia.
Fido mio, già non sei di lor men bello,55
Perch’essi un po’ ti avanzino di mole:18
Nessuno ha pari al tuo vago il mantello,
Ch’oro tu sei quando t’irraggia il sole;58
Né un piú bel falbo non ho visto mai.
Ma, senza ch’io piú faccia qui parole,
Già ben cinque anni accompagnato mi hai61
E portato di me la miglior parte.19
Quindi il mio piú gradito ognor sarai.
Nel Fido,20 o Checco, hai da impiegare ogn’arte64
Perch’ei del dritto pié ritorni sano;
Che picciol mal da sanità il diparte.
Col sambuco farai, che fresco e piano67
Rïabbia il nervo: indi il nitrato agresto
Gliel guarirà col passeggiar pian piano.
Né creder ciancie mai di quello o questo70
Né molto meno all’asin manescalco,
Quanto il medico all’uomo, a lor funesto.
Sole è un raro animal: quand’io il cavalco,2173
Veramente mi par d’esser gran cosa;
Quasi Alessandro del Granico al valco.22
Tanta è beltà superba e maestosa,76
Tal leggerezza in cosí late23 membra,

Tanta in aspetto uman vista animosa,
Che a voler tutto dir favola sembra.79
Era questo il destrier di Curzio audace;24

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Il cui nome la storia non rimembra,
Ed ha gran torto; ché desío verace82
Di acquistar fama al suo signor lo spinse
Là dove ogni altro sprone era fallace.25
Spesso in battaglia è il palafren che vinse,85
Giungendo ardire a chi premeagli il dorso,
Sí che a far maraviglie lo costrinse.26
Cosí a Sole convien ch’io freni il corso,88
Perché alle voglie sue fervide ed alte
Pone il mio secol vile un duro morso.27
Pazïenza è mestier che il cor mi smalte;2891
Che, se il fero corsiero al far m’inspira,
Mia stella vuol ch’io gli altrui fatti esalte.29
Ma fuor di stalla mi ha tirato l’ira;94
Mentre tutti al presepio30 or ci condanna
Quel poter, contro cui nullo31 si adira.
Torno a Sole, di cui molto mi affanna97
Quella gamba di dreto32 cosí grossa,
Che un cotal po’ pur sua bellezza appanna:
Non sua bontà; ch’ei con la stessa possa100
E sale e scende e trotta e salta e corre;33
Assai piú l’affatica,34 e meno ingrossa.
Ma spero che tal macchia abbiangli a tôrre103

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Otto o dieci spalmate dell’unguento,35
Che l’ossa infino alle midolle scorre.
Il mal vien presto, e se ne va poi lento:36106
E’ ci vuol flemma; e, de’ due giorni l’uno,
Dare a Giannin questo divertimento.
Ei porrà il guanto, se lo osserva alcuno;109
Ma, s’egli è sol, potrà far anche senza:
Dei due37 può far non ne guarisca niuno?
Finché dura il fregare, abbi avvertenza112
Che fredd’acqua la parte mai non tocchi:
Del resto lascia far la provvidenza.
Fin qui il mio chiacchierar par che trabocchi115
D’un discreto ricordo38 un po’ i confini:
Ma questi sei destrier sono i miei occhi.39
Ora a fretta, con pochi versuccini,118
Dei be’ nove castagni disbrigarmi
Spero, e di noia trarre il Gandellini.
Dal mio tèma non vo’ piú dilungarmi:121
E in prova io ti vo’ dir ch’egli è gran danno
Che non usin piú carri in fatti d’armi;
Ch’io certo arrecherei mortale affanno124
A chi40 tentasse all’accoppiata foga
Di questi miei por fren con forza o inganno.
Leone, a chi il primato ben si arroga,127
È quell’altero, non stellato in fronte,
Che con Toro a timon sempre si aggioga.
Sani entrambi: ma Toro avrà piú pronte130
L’ali,41 se togli a lui d’inutil carne
Libbre assai che in Leon fien meglio impronte.42
Brillante anch’ei potrà molte acquistarne,133
Senza che all’alta mole sua disdica:
Ma non saprei da qual degli altri trarne.
Bell’aria43 è il suo fratel che ha tanto amica136
Dell’uom la faccia; e in sue fattezze grosse
«Sono un minchion», par veramente ei dica.
Nessun mai credería che costui fosse139

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Un bambolone di quattr’anni appena,
Tai44 smisurate gigantesche ha l’osse.
D’ogni cibo a costui parte strapiena:142
E beva, e mangi, e ben quadrato cresca;
Ch’ei pagherà poscia in sudor45 l’avena.
A Favorito anco è mestier molt’esca:145
Questi è solo, e il calesse è il carro suo;
Bench’io tal volta ai maggior quattro il mesca.46
Son Gentile ed Ardente un solo in duo:148
Sí ben fattini ed appaiati sono,
Che dirian duo padroni: È il mio o il tuo?
A Gentile finora io ben perdono,151
Ch’ei pur talvolta del tirar fa niego:47
Non è malizia; e a giovinezza il dono.48
Ai pié d’Ardente assai badar ti prego,154
Ch’ei davanti non ha l’ugna ben salda.
Ponvi dentro, s’ei duolsi, aceto e sego.
Ecco l’ultima coppia, e la piú calda;157
Sincero e Dolcil, cui la bianca striscia
Segna la faccia amabilmente balda.
Vorrei tornasse a Docile ben liscia160
La gamba ov’ebbe mal sí crudo e lungo:
Vedestil tu com’ora al carro ei sguiscia?49
Guarito è omai: ma, quasi mezzo un fungo,163
Un callucciaccio50 gli riman sul nerbo:
Se non cresce, si lasci infin ch’io giungo;
Ché a provarci l’unguento mi riserbo:166
Ma, se la gamba umor novello insacca,
Si rifaccia quel bagno al naso acerbo.51
Zolfo, allume, ed orina ma di vacca:169
Giannin, già cuoco, il fa; ch’or di cucina,
Mercé i cavalli, non ne sa piú un’acca.
Ecco, dell’una e mezza mia decina172
Ti ho detto a parte a parte ogni magagna,
E data, com’io so, la medicina.
Se il Bianchi od altro nostro ti accompagna52175

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In stalla, ivi a lor leggi il foglio mio,
Che non ben dal letame si scompagna:
Ma, s’ei rider vi fa, ben l’ho scritt’io.53178


Note

  1. Il capitolo bernesco ebbe valenti cultori nel secolo xviii; basti fra essi ricordare il Baretti, il Gozzi, il Cantoni, il Vettori, il Fagiuoli e, sopra tutti, il Parini; in questo genere, sebbene vi fosse per la sua indole poco inclinato, pure l’A. volle sperimentarsi almeno una volta, e, allontanatosi da Siena, scrisse, dal 7 al 12 agosto, questi 178 versi all’amico Gori-Gandellini, a cui aveva lasciata in custodia la leggiadra schiera dei suoi cavalli.
  2. 1. La prima parte di questa poesia, sino al v. 30, fu scritta il 7 agosto fra Monteceneri e San Venanzio.
  3. 6. In quanto puoi, quanto ti è possibile.
  4. 7. Frontino è, nell’Orlando furioso, il cavallo di Ruggero.
  5. 9. Che, a lasciarlo fare, mangerebbe sei volte la sua porzione.
  6. 20. Anco, anche tu, che non sei esperto cavalcatore.
  7. 22. Dal v. 170 e da varii luoghi dell’epistolario rilevasi che questo Giannino era cuoco e si occupava de’ cavalli.
  8. 24. Tanto è mansueto questo cavallo. Questo Frontino, verso la fine di agosto del ’85, fece tale scherzo all’A., ch’ei fu per morirne (Vegg. il sonetto Quel mio stesso Frontin, ch’io già vantai, e la lettera da Pisa del 24 agosto 1785 all’Ab. di Caluso).
  9. 26. È divenuto magro per le fatiche sostenute nel viaggio.
  10. 31. Da questo v. al v. 72 l’A. lavorò a Mantova, l’8 di agosto. Baiardo,
    .... che avea ingegno a meraviglia,
    è nell’Orl. Inn. e nel Furioso il cavallo di Rinaldo.
  11. 33. Perché, affinché; i nodelli sono le congiunture delle ossa, le articolazioni.
  12. 35. Cavallo paladino, degno di uno dei paladini.
  13. 37. Cioè, mangerebbe e berrebbe troppo.
  14. 39. Coll’orciolino, in piccola quantità.
  15. 44. La predella è la tavola di marmo o di legno che copre la latrina.
  16. 46. Intorno a Fido vegg. il son. già commentato, nel cui primo verso ricorrono appunto gli aggettivi mansueto ardente di questo verso.
  17. 50. Verso che ritrovasi tal quale, come fosse prosa, al principio del cap. 14° dell’ep. IV dell’Autobiografia.
  18. 56. Perché, quantunque. Mi pare che questi versi, sino al 59°, esprimano molto bene l’affetto sincero che l’A. portava al suo Fido. Il cavallo falbo (dal basso lat. falbus) è di color biondo, fulvo.
  19. 62. Anche l’Ariosto (Orl. fur., VI, 31):
    Quella che tien di me la miglior parte.
  20. 64. Nel Fido: non è del buon italiano porre l’articolo dinanzi ai nomi proprii maschili.
  21. 68-73. Nel son. Se vuoi lieto vedermi un crudo impaccio:
    Potrei, ben so, s’io men ne fossi amante [dei miei cavalli]
    Veder stroppiargli ad uno ad un dal rio
    Manescalco – carnefice – inchiodante.
    L’A. ebbe un odio implacabile contro i medici e pochi, nelle sue frequenti malattie, ne volle intorno a sé. La parte che segue questo verso, sino al 107, fu scritta fra Trento ed Inspructk, il 9 di agosto.
  22. 75. Il Granico (oggi Ustvolasú o Kodgiasú) è un fiume della Misia, sulle cui rive Alessandro vinse, nel 334 a. C., i Persiani. Valco, valico, passaggio.
  23. 77. Late, larghe: anche Dante (Inf., XIII, 13): delle Arpie:
    Ale hanno late....
  24. 80. Muzio Curzio che, inseguito da Romolo, come narra Livio, si gettò col suo cavallo, tutto armato, in una
    voragine. È ricordato anche nell’Autobiografia, IV, 1.°
  25. 84. Fallace, inutile.
  26. 85-87. Il Guerrazzi, nella Serpicina, immagina che il cavallo dica dell’uomo: «.... lui trepidante trasportai in mezzo alle battaglie e lo resi, suo malgrado, glorioso....».
  27. 90. Un duro morso, un invincibile impedimento.
  28. 91. Mi smalte, mi rivesta, mi copra. Nel son. L’adunco rostro e il nerboruto artiglio, a proposito del suo casato, scrive l’A.:
    il sosterrò, se basto,
    Con ali e rostro e artigli, e cor di smalto.
  29. 93. S’intende, nelle tragedie.
  30. 95. Al presepio, a vivere, come bestie, di pura vita vegetale e senza volontà.
  31. 96. Nullo, nessuno. Tutta questa disgressione, (85-96) che scappa fuori improvvisa e ardita qua, dove meno si aspetterebbe, può richiamare alla mente, in special modo verso la fine, alcuni versi del Giusti, che le rime dell’A. ebbe assai piú familiari di quello che generalmente si pensi: nel Gingillino egli scrive:
    Quando il patrizio, a stimolar la vana
    Cascaggine dell’ozio e della noia
    Si tuffa nella schiuma oltramontana...
    Malinconico pazzo che si giova
    Del casto amplesso della tua beltade [di Firenze
    Sempre a tutti presente e sempre nova,
    Lento s’inoltra per le mute strade
    Ove piú lunge è il morbo delle genti
    Ed ove l’ombra piú romita cade.
    Paragona locande e monumenti
    E l’antica larghezza e il viver gretto
    Dei posteri mutati in semoventi;
    E degli avi di sasso nel cospetto
    Colla mente in tumulto e l’occhio grosso
    Di lacrime d’amore e di dispetto,
    Gli vien la voglia di stracciarsi addosso
    Questi panni ridicoli, che fuore
    Mostrano aperto il canchero dell’osso
    E la strigliata asinità del core. —
  32. 98. Dreto è forma popolare toscana per dietro.
  33. 101. Anche questo mi pare un bel verso, opportunamente spezzato, ad indicare il vario muoversi del cavallo.
  34. 102. L’affatica, si intende la gamba di dietro.
  35. 104. Quest’ultima parte fu scritta il 12 agosto tra Inspruck e un paese, il cui nome non ho potuto decifrare nel ms.
  36. 106. È un’espressione proverbiale: il male — dice il popolo lucchese — viene a carrate e se ne va a once.
  37. 111. Dei due, Fido e Sole.
  38. 116. D’un discreto ricordo, d’un semplice avvertimento.
  39. 117. Sono i miei occhi, mi premono immensamente, ed è anche questa viva espressione popolare.
  40. 125. A chi, al quale.
  41. 130-131. Avrà piú pronte l’ali, correrà piú rapidamente.
  42. 132. Impronte, improntate; forse prestate; cioè Leone ha bisogno di aggiungere al suo corpo alcune libbre di carne, che a Toro sono di troppo.
  43. 136. Bell’aria, nome di un altro cavallo.
  44. 141. Tai, tanto.
  45. 144. In sudor, col lavorare, con l’affaticarsi.
  46. 147. Il mesca, lo unisca.
  47. 152. Non vuol saperne di tirare il calesse.
  48. 153. Il dono, lo ascrivo.
  49. 162. Sguisciare si dice proprio delle anguille che sfuggono di mano; qui vuol dire corre, vola: il Mannuzzi cita un esempio del Salvini: «Le sfirene.... tutte colle membra sdrucciolevoli scappando sguisciando».
  50. 164. Un callucciaccio: forma insieme di diminutivo e dispregiativo, comune in Toscana: cosí si dice librucciaccio ragazzettucciaccio etc.
  51. 168. L’acerbo è da riferirsi al bagno.
  52. 175. Mario Bianchi, di cui si è parlato nel sonetto: Due Gori, un Bianchi e mezzo un arciprete. — Altro nostro, della nostra comitiva.
  53. 178. Per il suo soggetto e per il suo svolgimento.