Rime varie (Alfieri, 1912)/XXXVII. Come scriverà, d'ora innanzi, le sue tragedie

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
XXXVII. Come scriverà, d'ora innanzi, le sue tragedie

../L'America libera, odi/Ode quinta ../XXXVIII. A Dante Alighieri IncludiIntestazione 7 novembre 2021 75% Da definire

XXXVII. Come scriverà, d'ora innanzi, le sue tragedie
L'America libera, odi - Ode quinta XXXVIII. A Dante Alighieri

[p. 53 modifica]

XXXVII [lii].1

Come scriverà, d’ora innanzi, le sue tragedie.

Non piú scomposta il crine,2 il guardo orrendo
In fuoco d’ira3 fiammeggiante il volto,
Né parlar rotto, e da mollezza sciolto,4
4Né furor piú, né minacciar tremendo;
Non piú sforzarvi a inorridir piangendo;
Non piú il coturno e il manto in sangue avvolto;
Né il grondante pugnale in me rivolto:5
8Tutt’altra omai di appresentarmi intendo.
Io canterò d’amor soavemente,6

[p. 54 modifica]

Molle udirete il flauticello mio
11L’aure agitare armoniosamente
Per lusingar l’eterno vostro obblio.
Poi, per scolparmi, alla straniera gente
14Dirò: l’Itala son Melpomen’io.


Note

  1. Alla edizione senese delle tragedie alfieriane tennero dietro, inevitabili all’apparire d’un’opera d’arte cosí insolita, cosí vibrata, cosí inesorabilmente castigatrice di tiranni al par che di servi, critiche aspre, violente, parte dirette contro lo spirito informatore delle tragedie stesse, parte contro la loro forma esteriore, che appariva alle orecchie dei piú, abituate alle blandizie della poesia metastasiana, scevra d’ogni grazia e spoglia di qualunque armonia. Cosí veementemente investito, in ispecie dal Corriere enciclopedico e dal Corriere europeo, il nostro Poeta chiedeva al Cerretti ed al Bosi che prendessero pubblicamente le sue parti, per non esser costretto a gridar col Petrarca:
    E non è chi pur mia difesa faccia
    (lett. dell’agosto 1783);
    in pari tempo, a’ morsi de’ suoi detrattori che, con affettata indifferenza, diceva non essergli arrivati all’osso, rispondeva con alcuni epigrammi, dei quali è opportuno riferire i due seguenti:

    I.


    Mi trovan duro;
    Anch’io lo so:
    Pensar li fo.
    Trovanmi oscuro?
    Mi schiarirà
    Poi libertà.

    II.


    Toscani, all’armi;
    Addosso ai carmi
    D’uom, che non nacque
    D’Arno sull’acque.
    Penna, e cervello;
    L’inchiostro c’è,
    Ma sbiadatello
    Piú che non de’.
    Su via, che dite!
    Non li capite?
    Vi paion strani?
    — Saran Toscani.
    Son duri, impuri,
    Stentati, oscuri,
    Irti, intralciati?
    — Saran pensati.

    (Vegg. Rod. Renier, Il Misogallo etc., Sansoni, 1884, 283 e 285).

    Allo stesso spirito ironico di questi epigrammi s’informa il sonetto surriferito, composto tra Pianoro e Soiano il 28 maggio 1783, nel quale è introdotta a parlare la stessa Musa della poesia tragica.

  2. 1. Scomposta il crine, accusativo di relazione.
  3. 2. In fuoco d’ira, è espressione dantesca (Purg., XV, 106):
    Poi vidi genti accese in foco d’ira...
  4. 3. Sciolto, privo. «Quest’armonia tragica», scriveva l’A. nella nota risposta a Ranieri de’ Calzabigi, «aver dèe la nobiltà e grandiloquenza dell’epica, senza averne il canto continuato...»
  5. 6-7. Il coturno, il manto, il pugnale eran gli attributi di Melpomene. — In me, contro me.
  6. 9-12. Dell’accusa di eccessiva durezza cosí cercava di scagionarsi l’A. nella cit. lettera al Calzabigi: «Io ho ecceduto alcune volte in durezza, lo confesso, e principalmente nelle due prime [tragedie] e piú nel Filippo, e piú nel principio di esso che nel fine; tal che ad apertura di libro, i miei tu, e io, e i’, e altre simili cose, avranno ferito a lei l’occhio piú che l’orecchio; perché se un buon attore glieli avesse recitati bene a senso, staccati, rotti, vibrati, invasandosi dell’azione, ella avrebbe forse sentito un parlare non sdolcinato mai, ma forte, breve, caldo, e tragico, se io non m’inganno. Cosí è succeduto all’Antigone in Roma, che alla recita fu trovata chiara ed energica dai piú; alla lettura poi, da molti oscura e disarmonica. Ma le parole si vedono elle, o si ascoltano? E se non erano disarmoniche all’occhio, come lo divenivano elle all’orecchio? Io le spiegherò quest’enimma. I versi dell’Antigone erano da noi recitati, non bene, ma a senso, e quindi erano chiari ai piú idioti; letti poi non cosí a senso, non badando al punteggiato, divenivano oscuri. Recitati, pareano energici, perché il dire era breve, e non cantabile, e non cantato; letti da gente avvezza a sonetti e a ottave, non vi trovando da intonare la tiri tera, li tacciarono di duri; pure quella energia lodata nasceva certamente da questa durezza biasimata». — Il flauticello mio: «Il flauto era proprio di Euterpe, la musa del canto lirico; ma il poeta finge che Melpomene imbocchi il flauto anche lei per meglio cullar il lungo sonno oblioso degli Italiani» (De Benedetti, op. cit., 44). — Per lusingar etc., per addormentarvi in quel sonno che vi è tanto gradito. Nella satira I pedanti, in un immaginario dialogo con Don Buratto cruscante, cosí scrive l’A.:
    Vo rifar mie tragedie in manto Greco:
    Strofe, Antistrofe, ed Epodo, e Anapesti
    Tutto accattando dall’Ellenio speco.
    Trissineggianti poi versi modesti,
    E moltissimi, molto appianeranno
    Lo stil, sí che il lettor non ci si arresti...