Saggio di racconti/XI/XI

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Cecchin Salviati
ossia l’Adolescenza d’un Artista nel secolo XVI
La separazione

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Cecchin Salviati
ossia l’Adolescenza d’un Artista nel secolo XVI
La separazione
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LA SEPARAZIONE

Una sera d’Ottobre, sulla mesta ora del tramonto, Francesco parlando a una monaca dello spedale di S. Maria Nuova chiedeva della sorella. «Ora, se potrà venire, gli fu risposto, la condurrò.» Ed egli si pose a girare in su e in giù per la stanza a capo basso, di tempo in tempo traendo sospiri angosciosi. Poco dopo l’Anna comparve sorretta dalla compagna. Aveva la faccia pallida nè molto dissimile al bianco lino che le fasciava il capo, le labbra scolorite, il naso affilato, e lucida quella piccola parte di fronte che rimaneva scoperta dal velo. I bei capelli neri, che prima le cadevano inanellati sopra le spalle erano stati rasi; gli occhi aveva socchiusi e fissi al suolo; e il capo piegato languidamente, in atto sempre di cercare un appoggio. Postasi a sedere, riprese fiato stringendosi al cuore la mano del fratello, e poi con tenera voce gli disse: «Ah! Francesco, tu vuoi farmi sempre tremare per la tua vita... Dio lo sa se vorrei vederti ogni giorno; ma finchè, e qui abbassava la voce, finchè regna quel mostro d’Alessandro, tu corri inutilmente un gran rischio rimanendo in Firenze.» — «Se tu sapessi, rispose Francesco, quanto mi costerà l’abbandonarti!

Anna. E a me, non credi che debba dispiacere altrettanto? Ma per ora il tuo restare mi affligge maggiormente.

Franc. Dunque se io partissi...

[p. 148 modifica]Anna. Quando fosse per la tua sicurezza, e alzava gli occhi al cielo, saprei sopportare anche questo... Chi sa? dopo qualche tempo il pericolo passerà, o sarà minore... Tutto su questa terra, tutto, anche gli odj più acerbi hanno un termine.

Franc. Ma tu mi fai tanta compassione in cotesto stato, ch’io non ho coraggio di lasciarti.

Anna. Queste suore mi assistono con tanto affetto, che se Dio lo ha destinato, io sopravviverò alle sventure della mia patria e della mia famiglia; e quando ti saprò in luogo più sicuro che non è Firenze per te, avrò un pensiero di meno, il più doloroso che angustia i pochi giorni di vita che mi rimangono.

Franc. I pochi giorni tu dici!... e così mi conforti a partire?

Anna. Lasciamo al cielo la cura del resto, fratello mio.» E lo pregava non più con le parole ma con gli sguardi, che in chi ama davvero son dotati di maravigliosa eloquenza.

Allora Francesco accostandosele di più all’orecchio, in aria misteriosa le disse: «Ebbene, sappi che le speranze dei fuorusciti non sono tutte perdute. Il cardinale Ippolito macchina la rovina d’Alessandro. Io..., sì, io partirò, anderò a Roma a dipingere pel Salviati. Intanto gli esuli troveranno il modo di farsi rendere giustizia dall’Imperatore.

Anna. Ahimè! male vi affidate nei grandi. Sono essi che vi hanno ruinati; come sperare che essi stessi vogliano ora aiutarvi? Lo faranno per sè medesimi, [p. 149 modifica]e non sarà altro che un mutar padrone. Comunque siasi, purchè io ti sappia lontano da un pericolo certo, va, e Dio benedica le tue speranze.

Franc. Dunque, addio sorella, addio, e speriamo per poco tempo.

Anna. Il Cielo Io voglia! Addio!» E a fatica si separarono.

L’Anna cercava di nascondere le sue lacrime, e Francesco tornò indietro due volte a stringerle la mano, a baciarla. Finalmente uscì dalla stanza, e per la commozione aveva quasi perduto il lume degli occhi. Errò qualche tempo come smarrito per le vie di Firenze; indi venuta l’ora di partire, si ritrovò con altri due compagni, e s’avviarono alla porta di S. Pier Gattolini. Quella notte v’era di guardia un capitano segretamente avverso ai Medici, e col suo favore poterono uscire inosservati. Fuori di porta presero in silenzio e per cautela diverse strade in mezzo a’ campi, e si dileguarono fra le tenebre.

Quando Francesco fu qualche miglio lontano da Firenze, si riposò un poco, e volgendosi indietro, «Ora fuggo, esclamò; fuggo da te, patria infelice! eccomi volontariamente bandito. Oh! non e la paura che mi fa allontanare; ma la speranza di rivederti salva dai mali che ora ti opprimono.» E rinnovate le forze con quel pensiero, continuò pellegrinando la via sino a Roma.

Quivi accolto benignamente dal cardinal Salviati il vecchio, e udito dai fuorusciti Fiorentini come non pigliassero ancora buon andamento le cose loro [p. 150 modifica]finchè l’imperator Carlo V fosse in Spagna, si volse agli studj abbandonati, si aggirò per quella Roma maravigliosa, e in poco tempo, infiammato dalle opere degli antichi e dei contemporanei, salì in molta fama tra i buoni artisti.