Saggio di racconti/XI/X

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Cecchin Salviati
ossia l’Adolescenza d’un Artista nel secolo XVI
L’Assedio

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Cecchin Salviati
ossia l’Adolescenza d’un Artista nel secolo XVI
L’Assedio
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L’ASSEDIO

Francesco sebbene oppresso dall’afflizione, riprese gli abbandonati lavori, perchè la sorella gli faceva coraggio; ma poveretta! i conforti coi quali cercava di reggere il fratello mancavano a lei; e in segreto cercava di dare sfogo all’afflizione con lunghi pianti. Il suo volto era divenuto pallido e magro, la vivacità degli sguardi era spenta, e tutta la persona s’atteggiava solo ai languidi movimenti della mestizia. Ahimè! che doloroso cambiamento nel più bel fiore dell’età sua!

Intanto le condizioni di Firenze andavano peggiorando; tutti temevano vicino l’arrivo dell’esercito imperiale, e si preparavano a sostenere un assedio pericoloso. Le discordie tra i capi del governo cagionando confusione aumentavano il pericolo. Quand’ecco nell’Ottobre del 1529 quei medesimi soldati [p. 134 modifica]che con tanta rapacità e barbarie avevano saccheggiato Roma due anni innanzi, giungere anche prima che i Fiorentini sel pensassero alla vista di Firenze, e postarsi sulle colline di Montici e d’Arcetri, nel Pian di Giullari, alla torre del Gallo e a Giramonte. Allora le discordie, i rancori cessarono; e la gioventù memore delle glorie passate fu sollecita ad armarsi, ardente di difendere la patria, pronta a obbedire ai capitani1.

Francesco, desideroso anch’egli di fare il proprio dovere, ma sollecito della salute della sorella, stava in gran pensiero per lei, si affliggeva di vederla ridotta in così misero stato, e non aveva cuore di abbandonarla un istante. «E perchè, gli diceva essa, perchè vuoi tu addolorarti per me in questo modo? È vero; l’amor tuo solamente e quello che mi fa sopravvivere al padre. Perduto lui, se non avessi un fratello, quale speranza mi rimarrebbe su questa terra? Ma credi tu che io non abbia la forza d’incontrare nuove sventure? Ah! Io so pur troppo di che siamo minacciati! Firenze dovrà cedere ai Medici, o esser ridotta in un mucchio di cenere...» — «E perchè vuoi disperare di tutto?» interruppe il fratello. — «Io non dispero. So che non le mancheranno difensori; Dio faccia che s’avverino le predizioni del Frate2 e i vaticini dei suoi successori3; [p. 135 modifica]pure ho anch’io un doloroso presentimento!» — «Ma, sorella mia, se tu guardi alle discordie, ai tradimenti, pur troppo v’è da temere! E il povero popolo dovrà forse rimaner sacrificato dalla perfidia di taluni che hanno sempre in cuore i Medici e l’ambizione. Intanto però non conti tu per nulla il braccio dei giovani determinati a difendersi ad ogni costo?» — «E tu avrai coraggio d’esser tra quelli?» — «E dovresti tu domandarlo? Se non fosse il pensiero di te...» Allora la sorella abbracciandolo con vivissimo trasporto: «No! esclamò; io non ne dubitava. Io so che tu hai i sentimenti generosi di nostro padre. Ebbene! io non ti debbo esser d’inciampo; e tu non ti opporrai a un mio desiderio; consentirai che anch’io adempia al dovere della figlia di un popolano. Ma ci converrà separarci; l’amor fraterno dovrà cedere all’amor patrio. Dubiterai tu che io ti ami meno se ricuso la tua assistenza, se per poco mi stacco da te?» Francesco maravigliato non sapendo che si pensare: «Sorella! che disegno è il tuo? esclamò. E perchè non possiamo star sempre insieme?» — «Dio sa se lo vorrei, rispose l’Anna, ma io non posso venir teco a combattere. Il sesso, l’età, la debolezza della persona non lo permettono; almeno finchè le cose non saranno a un punto disperato, io posso esser più utile in altro modo.» — «Ma come?» diceva egli con [p. 136 modifica]impazienza. — «Ecco qui, rispose la sorella: Tu sai che preparano uno spedale pe’ feriti; ed io voglio andarvi, e adempiere al dover mio nell’assisterli; voglio seguire l’esempio di quelle donne che mi hanno già preceduta in questo pensiero. Quel luogo sarà intanto un ricovero più sicuro per me. Quando il pericolo divenisse maggiore, tu stesso non potresti difendermi; dovresti essere altrove; ed io che farei qui sola? Se anche alla povera Firenze dovesse toccare la sorte di Roma, come trovare migliore scampo di questo negli orrori di un saccheggio?» — «Mio Dio! non rammentare il sacco di Roma; chè se coloro i quali consumarono tante scelleratezze colà potessero far di Firenze lo stesso scempio, ah tu non saresti salva nemmeno nello spedale!» — «Forse rispetteranno quel luogo; ma se anche non lo rispettassero, io morirei più volentieri insieme con le altre donne. Ma non ci pensiamo, no; Dio terrà lontano da noi questo eccidio; Firenze non ha da scontare tante colpe... e i nostri concittadini non saranno così degeneri dagli antenati. Dunque approvi tu la mia risoluzione?» — «Ah! sorella, tu lo sai; io non avrei mai acconsentito a staccarmi da te che per vederti felice con uno sposo; ma ora v’è una ragione più forte di tutte; ed io non ardisco di oppormi. Va, che sia benedetto cotesto zelo! Oh! so ben io quanto sarà utile la tua assistenza nello spedale!» — «Ma noi non ci separeremo per sempre; anzi ci potremo vedere ogni giorno... ogni giorno, finchè il dovere di cittadino te lo permetta.» [p. 137 modifica]Francesco l’abbraccio, e volle accompagnarla allo spedale, dove ella fu accolta con gioia dalle compagne che già erano affaccendate a preparare il bisognevole per la cura dei feriti.

Così all’avvicinarsi di maggiori pericoli ognuno cercava dal canto suo di apparecchiar difese alla patria, ed ogni ricchezza, ogni oggetto di lusso, ogni industria volgevano a quel santissimo scopo. Cessati i timori e le stragi della peste, pareva che i Fiorentini non avessero avuto da patire altra sventura che quella. Confidenti nelle loro forze, determinati di mantenere a ogni costo l’indipendenza, intrepidi e sicuri col nemico sotto le mura, erano essi i primi a sfidarlo con frequenti sortite di giorno e di notte, e spesso ne tornavano vincitori. Le donne gareggiavano d’ardore con gli uomini; e gli artisti e gli operai d’ogni classe mostravano chiaramente non essere snervati dall’esercizio delle pacifiche arti; chè anzi l’attività alla quale erano avvezzi per amor dell’industria gli rendeva idonei a adoperare utilmente le loro forze per quello della libertà. La timida servitù non gli aveva abituati a consumarle nell’avvilimento o nel vizio, a dimenticare i nobili sentimenti di cittadino, a preferire il guadagno ad ogni altra cosa; e l’esempio del divino Buonarroti, che abbandonato lo scarpello, gli onori della corte, e sfidando lo sdegno dei Medici era accorso a recingere di baluardi la patria pericolante, aveva animato anche i più timidi. Sapevano essi lavorare nel giorno e andar la notte a far la guardia alle mura o ad assaltare gli [p. 138 modifica]accampamenti tedeschi e spagnuoli, ridurre in armi gli stromenti dell’arte e del mestiero, consacrare alla patria le sostanze, vivere parcamente, dividere coi più poveri il poco cibo, e rimanere spogliati di tutto, fuorchè delle armi, perchè sapevano quale fosse il vero il solo bene da conservare.

Una mattina all’alba Francesco, pieno di sonno e di stanchezza, tornava dalla guardia della porta a S. Niccolò, e s’indirizzava a casa per riposarsi. Quando fu presso l’uscio, scorse un giovine che stava lì in atto di aspettarlo, e appena si furon visti, l’uno corse nelle braccia dell’altro. «Giorgio! mio caro Giorgio! esclamò Francesco, che fa’ tu qui?» — «Andiamo in casa, rispose l’altro, e parleremo più liberamente.» Entrati in casa e reiterati gli amplessi: «Grandi cose, cominciò Giorgio, grandi cose sono accadute dacchè non ci vediamo.

Franc. Pur troppo!

Gior. E quanto ho cercato di te! nella solita casa non vi sei più! Ah! non ardisco domandarti!...

Franc. Tu hai indovinato, Giorgio mio, sono orfano!

Gior. Oh! Francesco! piangiamo insieme. Anch’io ho perduto il padre. Fuggimmo il pericolo della peste, ma inutilmente per lui, povero padre!»

E ambedue sfogarono con le lacrime il comune dolore. Poi Giorgio riprese: «E della tua sorella che n’è?

Franc. Poveretta! Immagina che afflizione! Ma non s’è mai persa d’animo; e l’ha saputo far vedere [p. 139 modifica]nelle dure condizioni in cui siamo. Ha voluto entrare nello spedale dei feriti, ed e una delle più zelanti nell’assistenza dei valorosi che versano il loro sangue per la libertà di Firenze.

Gior. Ah! Francesco, Francesco! tu non conosci forse tutto il rischio che voi correte. Miseri Fiorentini! se tu vedessi quanti nemici! Che desolazione nelle campagne! E il vostro generale Malatesta Baglioni....

Fran. Lo so, lo so.... vi sono anche qui dei tremendi sospetti contro di lui. E per questo? Noi non ci sgomentiamo; ci difenderemo sinchè avrem fiato; e poi siamo pronti a morire piuttosto che vivere nella schiavitù dei Medici.

Gior. Ahimè! vi sacrificherete inutilmente! Orsù; non vi è tempo da perdere. Io vengo a salvarti. Tu sia la protezione che i Medici hanno usato a mio padre ed a me. Ho un modo; seguimi a Pisa...»

Francesco con le fiamme dello sdegno sul volto lo interruppe a lo respinse da sè, esclamando: «E così tu credi d’essermi amico? Ed hai cuore di propormi una viltà come questa? Io fuggire quando il rischio è maggiore! Ah! no; tu stesso non puoi pensarlo. Ma oh amico mio, ti ringrazio» e lo abbracciava con trasporto di riconoscenza, «ti ringrazio di questa premura per me. So che nasce dal tuo amore; ma il dovere di cittadino va innanzi a tutto. È inutile, Giorgio, è inutile ogni preghiera. Io non lascerò Firenze finchè potrò adoperare un braccio, finchè avrò da versare una stilla di sangue [p. 140 modifica]per lei. Tu, piuttosto, tu allontanati prontamente. Se arrivano a scoprirti pallesco, guai a te! Non basterebbe la mia morte a salvarti. Torna subito a Pisa; io resto qui. Non odi gridar per tutto: morte ai palleschi? Questo popolo è disperato; sarebbe capace di giungere ad ogni eccesso; non risparmierebbe nemmeno la tua età giovenile. Oh! mi dispiace di non accettare il partito che sei venuto a propormi generosamente col pericolo della vita. Ma tu mi perdonerai, non è vero? So che faresti come me...» Giorgio stupito della repulsa e dei detti animosi non seppe che si rispondere; poi tentò di nuovo d’indurlo; ma inutilmente. Francesco tra la riconoscenza e lo sdegno, era commosso, ma non incerto; e alla fine: «No, io non posso più ascoltarti, esclamava. Pensa qual sia il mio dovere più sacro. Va; se Dio vuole, a miglior tempo ci rivedremo. Ora è inevitabile separarci; l’amicizia con un pallesco è delitto.» — «Ebbene, rispose Giorgio confuso, tu vuoi così? pazienza! Bada di non avertene a pentire...» — «Non mi pentirò mai d’essere stato fedele alla patria.» Allora abbracciatisi teneramente si separarono; e Giorgio andò a Pisa ad aspettare l’esito dell’assedio.

Non molto dopo arrivò la notte della vigilia di s. Martino (10 novembre 1529), nella qual epoca i Fiorentini solevano aprire una famosissima fiera, abbandonarsi a un giubbilo generale, e far lauti banchetti e cene e danze e ricreazioni d’ogni maniera. Laonde il principe d’Orange capitano degli assalitori pensò di potere assaltare sprovvedutamente [p. 141 modifica]Firenze, di trovare i difensori sepolti nel sonno e nel vino per cagione di detta festa, di ricevere meno offesa dalle artiglierie, e di approfittarsi del tempo che era piovosissimo ed oltre ogni credere oscuro, tanto che non si vedeva l’un l’altro. Allora armato e mosso segretamente l’esercito, e munito di 400 scale che insieme con molti altri arnesi da espugnar terre aveva avute dai Senesi, s’accostò in un tempo stesso con tutte le sue genti alle mura e ai bastioni della città dalla parte d’oltrarno, cioè dalla porta a S. Niccolò fino a quella di S. Frediano. Ma il malaccorto trovò le sentinelle vigilanti e gagliarde, le quali appena udito fra lo scroscio dell’acqua lo strepito dei nemici che già erano accosti, e scortane fra il buio la campagna tutta coperta, sommessamente le une avvisaron le altre, e dai bastioni alle case, alle strade, alle piazze, la notizia del pericolo si distese e volò così ratta, che in un attimo la milizia nazionale e il popolo corsero all’armi; le donne accesero lumi e torce e lampioni, e gli posero alle finestre, alle porte, o gli recarono sulle mura, onde l’oscurità non fosse d’inciampo alla folla, alla pressa dei cittadini.

Francesco fu dei primi ad armarsi ed a correre, e già per le vie delle porte d’oltrarno e in specie sui ponti, la calca era tanta, da non poter quasi andare più oltre. L’apparir dalla cima delle torri e delle case e giù lungo le pareti, e il muoversi di tanti lumi, e le torce dei cittadini e i lanternoni dei soldati avrebbero dato l’idea d’una strepitosissima [p. 142 modifica]festa senza il suono e il luccichìo delle armi e il fremito sommesso dei difensori.

Egli animoso e destro sopravanzava la calca, allorchè alla Madonna delle Grazie raggiunse quel buon sacerdote dello storico Varchi, che anch’esso recando in ispalla il suo archibuso ed al fianco la spada si affrettava alle mura. Fece pochi passi con lui, ed insieme arrivarono accanto ad un vecchio, il quale aveva l’archibuso a armacollo, un lampanino nell’una mano, e conduceva coll’altra un fanciullo. Il Varchi maravigliato gli domandò cosa volesse fare di quel fanciullo; e il vecchio con risoluta voce rispose: Voglio ch’egli scampi o muora insieme con esso meco per la libertà della patria! Le parole e l’atto di quel magnanimo vie più infiammarono chi l’udì, chi lo vide, e Francesco quasi avesse avuto l’ali si trovò subito sulle mura tra i giovani più arditi, laddove i nemici in maggior numero tentavano la scalata. Pieni di dispetto per essere stati delusi e scherniti nella temeraria baldanza di una facil vittoria e nell’ingorda smania di un ricco bottino, si avventavano essi furiosamente all’assalto, più a guisa di feroci belve che d’uomini combattendo. Ma il cieco furore non valse; in breve e per tutto, le scale e gli assalitori con esse precipitarono sulla folla dei compagni, e di nuovo tornati all’assalto furon di nuovo respinti dalle braccia, dalle spade e dalle artiglierie che ne facevano strage; sicchè i capitani doverono con vergogna comandare la ritirata, e fuggire il maggior danno tornando agli accampamenti.

[p. 143 modifica]Allora per tutta la città successero alle voci d’allarme le acclamazioni della vittoria, e il popolo torno lietamente alle case; ma Francesco era rimasto ferito con molto pericolo da una palla d’archibuso nel petto, cosicchè quasi semivivo fu condotto nello spedale.

Ivi le infermiere stavano aspettando con ansietà e afflizione grandissime, poichè in tanto concorso tutte avevano da temere pei lor parenti più cari. Quando seppero come presto il nemico era stato respinto dalle mura, si rincorarono; ma insieme a quella novella giunse pure l’annunzio di alcuni rimasti feriti; e la fama che andando innanzi accresce le cose, narrava di un giovinetto presso a morire. L’Anna impallidì; ma poi animando sè stessa e le compagne, andò innanzi al primo che vi fu condotto, e gli si pose attorno per medicarlo; poi ne venne un secondo, poi un terzo, ma tutti non conosciuti da lei. Finalmente vide entrare tre o quattro uomini che recavano un giovine a braccia; si accostò un poco, e gettando un grido fece due passi indietro come fosse per cadere svenuta. Le compagne accortesi di quello che era, volevano allontanarla; ma essa ripigliando tutte le sue forze: «A me, esclamò, tocca a me ad assisterlo;» e intrepidamente fissò lo sguardo in lui. Francesco era pallido, e teneva gli occhi chiusi pel languore cagionatogli in tutto il corpo dalla perdita di molto sangue. Al grido della sorella gli aperse, e si voltò verso lei; ma non potendo sostenere lo splendor delle faci, o non la scorse o ricadde [p. 144 modifica]nel suo letargo. Quell’occhiata e quell’aspetto aggiunsero fede alla trista nuova; ma appena che il chirurgo ebbe esaminata la ferita, dichiarò non esservi pericolo di morte, e l’Anna potè respirare. Il ferito dopo la medicatura stette meglio, riconobbe l’Anna, le sorrise, le chiese un bacio, e tutto lieto esclamò: «Hanno dovuto fuggire; rallegrati; oh, non s’arrischieranno più d’invitarci a una veglia come stanotte.» La sorella con parole amorose gli raccomandò di star quieto, e di far di tutto per guarire più presto; ed egli consolato dai suoi modi affettuosi obbediva senza saziarsi di rimirarla.

La cura della sua ferita fu lunga e penosa; ed intanto i Fiorentini intrepidi nella città assediata4, ardimentosi in campagna, sotto la guida del valoroso capitano Ferruccio facevano vedere a tutta Europa con esempio mirabile nelle antiche e nelle moderne istorie quanto possa l’amor di patria. E se era destinato che dovessero soccombere, sarebbero caduti gloriosi e non vinti. Non le minacce, non la carestia [p. 145 modifica]dei viveri, non l’aver nemici per tutto, non l’esser morto lo stesso prode Ferruccio5 potevano sgomentarli ed indurli ad accettare i Medici. Il solo turpissimo tradimento di Malatesta Baglioni loro generate doveva rendere inutile tanto valore di cittadini, e tanta magnanimità di popolo. «Firenze era ormai perduta, e alcuna forza umana non poteva a [p. 146 modifica]quell’ora salvarla dai traditori di dentro e dalle masnade che da lungo tempo la tenevano assediata, avide di aver presto a saziare con le cose più preziose dei Fiorentini la loro inesauribile ingordigia6. Cosicchè dopo tanto sangue sparso in undici mesi d’assedio, dopo infinite agitazioni intestine, dopo tante privazioni sofferte, di fame, di peste e di stenti, dopo avere nel periodo di soli 3 anni (dall’Agosto 1527 all’Agosto del 1530) a forza di contribuzioni straordinarie forniti per le spese di guerra 1,416,500 fiorini d’oro, dopo tutto ciò Firenze finalmente dovè abbassare la fronte a’ suoi interni ed esterni nemici»7.

Allora i patti della capitolazione non osservati, l’esilio, la confisca, il patibolo, e il più iniquo, il più vile fra i despoti, quell’Alessandro supposto nipote di Clemente VII, a governarla con tirannide luttuosa. Non ci volle meno delle forze tedesche e spagnuole sotto Carlo V potentissimo imperatore, delle false lusinghe e dell’abbandono del re di Francia, dell’odio dei popoli circostanti collegati con gli stranieri, delle interne discordie, del tradimento del generale, per abbattere una sola repubblica già debole, già travagliata da lunghi mali!

Note

  1. Repetti op. cit.
  2. Girolamo Savonarola.
  3. Fra Benedetto da Foiano e Fra Zaccaria da Fivizzano, i quali vaticinavano vittorie e felicità per le piazze, per le chiese e persino nel gran salone del palazzo del popolo.
  4. «.... Le botteghe stavano aperte, i magistrati rendevano ragione, gli uffici si esercitavano, le chiese si ufiziavano, le piazze e ’l mercato si frequentavano, non si facevano tumulti fra’ soldati, non questioni tra i Fiorentini; perciocchè sebbene erano tra loro molte gozzaie e di cattivissimi umori, essendo di tanti pareri e in tante parti divisi, eglino nondimeno si astenevano, non che da manomettersi l’un l’altro co’ fatti, d’ingiuriarsi colle parole, dicendo: Questo non è tempo da far pazzie; leviamci costoro da dosso, e poi chiariremo questa partita tra noi. Avevano scritto in su tutti i canti principali a lettere grandi, e con gesso e con carbone, poveri e liberi. Varchi Lib. X.
  5. «Con soli 300 pedoni e 600 cavalli incontrò a Gavinana presso S. Marcello nella montagna di Pistoia il nemico con 8000 soldati. Nel principio della battaglia i Fiorentini tanto minori di numero furono sul punto di sbaragliare i Tedeschi e gli Spagnuoli, e videro cadere estinto lo stesso principe d’Orange lor generale; ma ciò non fu che un passeggiero segnal di vittoria contrastata da una battaglia sanguinosissima, nella quale i Tedeschi, facendo barriera a chi fuggiva, rinfrescavano con nuove genti il combattimento dentro e fuori di Gavinana. Benchè il Ferrucci e l’Orsini avessero formata tutta una fila di uffiziali e sostenessero gagliardamente l’impeto Austro-Ispano-Papale scagliandosi dovunque vedevano il bisogno maggiore, e incoraggiando i soldati che al combattimento lasciavansi infilzare dalle picche o trapassare dagli archibusi piuttosto che ritirarsi un passo addietro; pur nonostante tanto ardire, quel prode fiesolano vedendo la piazza di Gavinana ricoperta di cadaveri correr sangue da ogni parte, nè potendo molto adoperare le trombe a fuoco per le grandi piogge in quel dì cadute, dopo esser rimasti esangui nel campo 2500 combattenti, il Ferrucci con i suoi aiutanti trovossi fatto prigione. Ma un sì bel trionfo non bastava al Maramaldo, il quale contro il diritto delle genti, per vendicarsi dell’onta ricevuta a Volterra, dopo averlo fatto disarmare, trapassò al Ferrucci la gola, togliendo barbaramente di vita il più ardito e valoroso capitano di quell’età, colui che perfino morendo bravava il suo nemico col dirgli: che egli ammazzava un uomo oramai mortoRepetti op. cit. V. II, pag. 217.
  6. «Firenze, gridavano quei masnadieri, prepara i tuoi broccati d’oro, noi veniamo a comprarli a misura di picche.» Segni, St. Fior.
  7. Repetti op. cit. V. II, pag. 218.