Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920)/XXIII. Tenzoni di rimatori perugini/IX. Tenzone tra ser Cecco Nuccoli e Cucco di messer Gualfreduccio Baglioni

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IX. Tenzone tra ser Cecco Nuccoli e Cucco di messer Gualfreduccio Baglioni

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IX. Tenzone tra ser Cecco Nuccoli e Cucco di messer Gualfreduccio Baglioni
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IX

TENZONE TRA SER CECCO NUCCOLI
E CUCCO DI MESSER GUALFREDUCCIO BAGLIONI


I — SER CECCO
Della sua beata vita fuor di Perugia, in compagnia di Bartoluccio.

Sapere ti fo, Cucco, ch’io mi godo,
e traggo vita chiara in alto monte,
e sto con Bartuluccio, chiara fonte,
4che cortesia spande in ogne modo.
Se anguille o ténche o lucci o pesce sodo
si trova in Pròsa, giá non véne al ponte:
ché ’l signor nostro spende piú, che conte,
8che sia in crestentá, per quel, ch’i’odo.
Ode diletto, c’ho, per confortarmi:
ch’andand’io per mangiare a l’uccellerte,
11e’ lascio mò a la porta le greve armi.
E ad ogni gitto fo poi le sucherte;
e tu al Teber vai avvisando i cupi,
14ed io l’ingogliert fo come fan lupi.
Es ist gut got mich hungert:
egli è ’l mio buon signor, di cu’ i’ ho fame,
che spende e spande come fronde in rame.

2 — CUCCO
Interpreta in senso malizioso alcune dichiarazioni di ser Cecco.

Se tu gode, ser Cecco, come conte,
e trai si chiara vita, io ti lodo;
e so’ ben certo, se non erri al modo,
4che tu hai ogne ben, come tu pronte.

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Ma, se vivanda avess’quant’ha’l Visconte,
de ciò non curo; ma, s’el forte nodo
8se desugliesse per lo tuo arlodo,
buia deventeria la chiara fonte.
Ma puoi che t’è piaciuto di contarmi
el diletto, che po’ mangiar m’accerte:
11ond’io te dico che, per quel, che parmi,
che guardi bene a lo scender de l’erte,
ed ancor meglio al saltar de le rupi;
14e, se lo ’ngogli, fa’ che non l’allupi.
Io non entendo el tuo parlar tedesco;
ma credo, quando vai a l’uccellerte,
che drieto a lui tu facce le minverte.

3 — SER CECCO
Vanta le promesse d’amore, che gli furon fatte da Bartoluccio.

Amico, sai me fai mutar lenguaggio?
Risposta ti farò, e parratti buia,
di la ’inpromessa, ch’i’ho ad alleluia:
4si ch’él convèn ch’io faccia il dolze saggio.
E a piú cautela la polizza n’aggio,
scritta di la sua mano; or pur m’ingiuia,
come ti piace, ch’io farò co’Tuia
8lupa, ch’ai lupacchin, che fugge, oltraggio.
E parme ciascun giorno ben mill’anni,
che varchili i di santi, e vegna el tempo,
11ch’io veggia a lui vestit’i novi panni.
Or se ne vada ormai, ché gire seni pò,
che, chi lui mira, dice ch’è Assalonne;
14innamorar ben fa uomin e donne.
Ed io mi godo, come che tu crede,
ch’apponer non si puote a mia polizza:
ma, nel contraro, molte n’han granii’izza.

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4 — CUCCO
Rileva le contraddizioni dell’amico e cerca di disilluderlo su Bartoluccio.

Poi che disdice, non se’ di lignaggio,
ed ogni tuo parlar par che sia fuia;
onde curo di te men, che di luia,
4ch’èsse del fuoco, e non fa alcun dannaggio.
Ed anco il tuo parlar par men, che saggio:
ché prima dice che l’aveste a ’ngiuia,
e poi de la’mpromessa fai tal giuia,
8come s’a noi avesse fatt’omaggio.
Però ti dico che te stesso inganni,
ché tale impromessione aspette a tempo;
11non ti racorda la canzon di Gianni?
Io credo, dico, che prima e non dèmpo
la nova vesta a vera quel Giasonne,
14che conquistò ’l monte cacciando donne.
Se di ciò gode, tu fai come rede,
che de picciola cosa tutto frizza,
poi nel contrario tosto si dirizza.
La tua polizza è de quelle de Ciuccio
di Simonello, e non de Bartuluccio.