Sotto il velame/La selva oscura/III

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La Selva Oscura - III

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La selva oscura - II La selva oscura - IV


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III.

Ma se l’errar nella selva significa gl’inganni cui l’anima è soggetta "nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita, inganni e niente altro che inganni di imagini di bene, sian pur false, e questi inganni sono causati dall’imperfezione naturale della conoscenza umana, che non è ancora sperta e dottrinata, e sia pur che sperta e dottrinata avrebbe dovuto già essere; come mai Dante dipinge questa selva così oscura e selvaggia e aspra e forte? Per sì leggiera e natural cosa, come mai si gravi parole? In vero, per limitarmi agli effetti della selva sull’anima di chi vi erra dentro, ella

tanto è amara che poco è più morte,


e incute tanta paura, che la rinnova nel pensiero. Se, per esempio, il piacere della donna pietosa è uno dei fatti simboleggiati nella selva, non s’intende tanta paura e tanta amarezza di morte.

No: s’intende. Nel Convivio si comentano lungamente questi tre versi della canzone "Le dolci rime d’Amor, ch’io solia":

Ma vilissimo sembra, a chi ’l ver guata
chi avea scorto il cammino e poscia l’erra,
e tocca tal, ch’è morto, e va per terra.


Dante dice "che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo". E aggiunge: " Perchè non si [p. 16 modifica]chiama non valente, cioè vile? Rispondo: Perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui, che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma perocche questi l’ebbe, lo suo errore e ’l suo difetto non può salire; e però è da dire non vile ma vilissimo.1Vile e viltà in tutto questo trattato del Convivio è opposto di nobile (che Dante deriva da non vile) e di nobiltà; e nobiltà o gentilezza o bontà è la perfezione umana la quale consiste nell’usar che faccia l’anima "li suoi atti nelli loro tempi e etadi, siccome all’ultimo suo frutto sono ordinati".2Ora fortezza o magnanimità3 è virtù di giovinezza; e il giovane che non l’abbia è non nobile, cioè vile. E Dante ci mostra nel poema, una volta tra le altre, il nobile in faccia al vile.4

Se io ho ben la tua parola intesa,
rispose del magnanimo quell’ombra,
l’anima tua è da viltate offesa.

II magnanimo è Virgilio, l’altro ingombrato da viltà, come cavallo ombroso, è Dante. Direste voi che Dante sia pauroso per quel rifiuto che tenta fare? Si tratta d’un’impresa quale solo al più nobile degli eroi e al più privilegiato dei santi riuscì. Dante dubita che la sua virtù non sia assai possente: la sua virtù è stanca. Eppure il magnanimo continuando dice:


di questa tema a ciò che tu ti solve;


e conclude: [p. 17 modifica]

perchè ardire e franchezza non hai?

Il che mostra che l’idea di paura è connessa, per Dante, con viltà, anche quando viltà non è bassezza propriamente o ignominia, ma l’opposto di magnanimità, che è quanto dire di nobiltà o gentilezza, cioè di quella "grazia" o "divina cosa" che fa quelli che l’hanno, "quasi come Dei".5 Ora nel verso

che nel pensier rinnova la paura.6


e nell’altro

allora fu la paura un poco queta.7


si sottintende il concetto di viltà, come negli altri versi,

l’anima tua è da viltate offesa,
perchè tanta viltà nel cuore allette?.8


si legge quello di paura. Vero è che Dante potrebbe dirmi,

è Cielo dovunque la Stella,
ma ciò non è converso;9


e che, come nobiltà "vale e si stende più che virtù", così viltà si stende più che paura; ma non forse vorrebbe dirlo quì, trattandosi d’un linguaggio che non è più quel del Convivio, anche quando il pensiero è lo stesso, che nella Comedia egli parla per simboli evidenti e disegna e scolpisce figure, non [p. 18 modifica]scrive o dice soltanto parole. Chè, per esempio, il timore da cui è preso Dante, quando è per abbandonarsi della venuta, non è se non la mancanza di quello spronare che bene ebbe di Silvio lo parente, sì che "sostenne solo con Sibilla a entrare nello Inferno"10; ma che Dante non sentiva ancora ai fianchi del suo cavallo, cioè dell’appetito.

A ogni modo, se Virgilio, per un supposto, avesse incontrato Dante, mentre errava nella selva, qual parola crediamo noi che avrebbe usata per rimproverar Dante? non forse questa, che quì usa, di viltà? Chè invero la donna gentilissima, nel rimproverarlo in cima al santo monte, di quell’errore, non dice che quella dell’amico suo fosse viltà, ma viene a dirlo, quando gli domanda quali fosse avessero attraversata la sua via, sì che egli avesse disperato di passare. Se viltà era il suo dubitare avanti l’ alto passo, figuriamoci se non era avanti una fossa! Altro che lo spronare di Enea gli mancava! E conclude che Dante dice di sè che era, fin che fu nella selva, vile; anzi, poichè la paura fu tanta, vilissimo.

Ebbene Dante chiama, nel Convivio, vile colui "che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; e colui che l’ebbe, "non vile, ma vilissimo". II solo, dunque, fatto di non ben camminare e di tortire "per li pruni e per le ruine", e di non andare "alla parte dove dee", 11merita, nel fiero stile di Dante, il nome di vile; e, se chi tortisce, è scorto, quello di vilissimo. E Dante prima che entrasse nella selva, era scorto. Beatrice afferma:12 [p. 19 modifica]

Alcun tempo il sostenni col mio volto;
mostrando gli occhi giovinetti a lui,
meco il menava in dritta parte il volto.


Si smarrì. E la dolce scorta pur rimaneva. Ella afferma ancora:13

Nè impetrare spirazion mi valse,
con le quali e in sogno ed altrimenti
lo rivocai.


Or tutta quella paura, in cui è implicita tanta viltà, è sempre per quello smarrirsi, non per altro.

Ma selva è quasi morte! Sì; e ciò vuol dire che Dante era come morto là in quell'oscurità. Essere morto o essere nella morte è la stessa cosa, come vivere ed essere in vita tornano lo stesso. Ebbene? Anche il vilissimo, di cui sopra, tanto quello che dalla via del buono anticessore si parte, quanto l'altro, a cui è simile, che tortisce per li pruni e per le ruine, Dante dice che veramente morto dire si può. E, perchè non restiamo abbagliati da quelle parole che ivi si leggono e che porterebbero, a prima vista, che il malvagio soltanto si può dir morto, e tralasciando che malvagio ivi ha il significato non di dato al male, ma, presso a poco, di vile; ecco la ragione che Dante assegna di tal sentenza: "Vivere nell'uomo è ragione usare.Dunque se vivere è l'essere dell'uomo, e cosi da quello uso partire è partire da essere, e così è essere morto". Dunque morto si può dire, nel fiero stile di Dante, chi si parte dall'uso della ragione, pur senza darsi a tutto [p. 20 modifica]il male e a tutto il brutto che è nel mondo; morto si puo dire, come da lui si ricava, "chi non ragiona il cammino che far dee"; "colui che non si fe discepolo, che non segue il maestro".14Ora qual maestro Dante non aveva tralasciato di seguire! e appunto quando più o meglio poteva ammaestrarlo! Perciò, era quasi morto.

Note

  1. Conv. IV 7.
  2. Conv. IV passim, e 24.
  3. Conv. IV 26.
  4. Inf. II 43 segg.
  5. Conv. IV 20.
  6. Inf. I 6.
  7. Inf. I 19.
  8. Inf. II 122.
  9. Conv. Canzone Le dolci rime, Tr. IV.
  10. Conv. IV 26.
  11. Conv. IV 7.
  12. Purg. XXX 121 segg.
  13. Purg. XXX 133 seg.
  14. Conv. IV 7.