Storia d'Italia/Libro III/Capitolo V

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro terzo
Capitolo quinto

../Capitolo IV ../Capitolo VI IncludiIntestazione 19 maggio 2008 75% Storia

Libro III - Capitolo IV Libro III - Capitolo VI
Ferdinando d’Aragona minacciato dalla venuta di nuove truppe nemiche. Aiuti de’ veneziani e degli altri confederati a Ferdinando. Nuove vicende della guerra. Equilibrio delle forze avversarie.


Perché il pericolo del regno di Napoli da ogn’altra cura gli divertiva: atteso che Verginio, raccolti al Bagno a Rapolano e poi nel perugino, dove dimorò qualche giorno, molti soldati, andava con gli altri della casa Orsina verso lo Abruzzi; e al medesimo cammino andavano con la compagnia loro Cammillo e Pagolo Vitelli. A’ quali denegando di dare vettovaglie il castello di Montelione fu da loro messo a sacco; da che spaventate l’altre terre della Chiesa donde avevano a passare, non si ritenendo per i gravi comandamenti fatti in contrario dal pontefice, concedevano loro per tutto alloggiamento e vettovaglie. Per il che, e molto piú perché si affermava che di Francia veniva per mare nuovo soccorso, parendo che le cose franzesi fussino per ricevere nel reame di Napoli grande augumento, né potendo Ferdinando, il quale era senza danari e con molte difficoltà, sostenere senza maggiori aiuti tanto peso, fu costretto di pensare per la difesa sua a nuovi rimedi.

Non avevano gli altri potentati da principio compreso Ferdinando nella loro confederazione; e ancora che, da poi che ebbe ricuperato Napoli, i re di Spagna avessino fatto instanza che e’ vi fusse ammesso, i viniziani l’avevano recusato, persuadendosi le sue necessità essere mezzo atto al disegno che già facevano che in potestà loro pervenisse una parte di quel reame. Però Ferdinando, privato d’ogn’altra speranza, perché di Spagna non aspettava nuovi sussidi né volevano gli altri collegati sottomettersi a tanta spesa, convenne col senato viniziano, promettendo l’osservanza per ciascuna delle parti il pontefice e gli oratori de’ re di Spagna in nome de’ suoi re, che i viniziani mandassino nel regno in soccorso suo il marchese di Mantova loro capitano, con settecento uomini d’arme cinquecento cavalli leggieri e tremila fanti, e vi mantenessino l’armata di mare la quale allora vi avevano, ma con patto di potere rivocare questi sussidi ogni volta che per difesa propria n’avessino di bisogno; e gli prestassino per le necessità presenti quindicimila ducati: e perché fussino assicurati di recuperare le spese farebbono, che Ferdinando consegnasse loro Otranto, Brindisi e Trani, e consentisse ritenessino Monopoli e Pulignano che avevano ancora in mano, ma con condizione di dovergli restituire quando ne fussino rimborsati; ma non potessino allegare che, o per conto della guerra o della guardia o delle fortificazioni che vi facessino, passassino la somma di dugentomila ducati. I quali porti, per essere nel mare di sopra, e perciò molto opportuni a Vinegia, accrescevano assai la loro grandezza: la quale, non avendo piú chi se gli opponesse, né essendo uditi piú, dopo la protezione accettata de’ pisani, i consigli di coloro che arebbono voluto che a’ venti che sí prosperi si dimostravano le vele piú lentamente si spiegassino, cominciava a distendersi per tutte le parti d’Italia; perché, oltre alle cose del regno di Napoli e di Toscana, avevano di nuovo condotto Astore signore di Faenza e accettata la protezione del suo stato, il quale era molto accomodato a tenere in timore i fiorentini, la città di Bologna e tutto il resto di Romagna. A questi aiuti particolari de’ viniziani si aggiugnevano altri aiuti de’ confederati, perché il pontefice i viniziani e il duca di Milano mandavano in soccorso di Ferdinando alcune altre genti d’arme, soldate comunemente; benché il duca, non partitosi ancora in tutto dalla simulazione di non contrafare allo accordo di Vercelli, non ostante che per consiglio suo si indirizzasse la maggiore parte di queste cose, ricusando che nelle condotte o in altre apparenze si usasse il nome suo, si era convenuto di pagare occultamente ciascuno mese per il soccorso del reame diecimila ducati.

L’andata degli Orsini e de’ Vitelli fermò le cose dello Abruzzi, le quali erano in manifesto movimento contro a’ franzesi, essendosi già ribellato Teramo e Civita di Chieti, e dubitandosi che l’Aquila, città principale di quella regione, non facesse il medesimo; la quale avendo eglino confermata nella divozione franzese, e avendo recuperato per accordo Teramo e saccheggiata Giulianuova, quasi tutto l’Abruzzi seguitava il nome de’ franzesi: in modo che le cose di Ferdinando parevano per tutto il regno in manifesta declinazione. Perché la Calavria quasi tutta era in potestà di Obigní, con tutto che la sua lunga infermità, per la quale s’era fermato in Ghiarace, desse comodità a Consalvo di tenere, con le genti spagnuole e con le forze di alcuni signori del paese, accesa la guerra in quella provincia; Gaeta con molte terre circostanti ubbidiva a’ franzesi; il prefetto di Roma con la compagnia sua e con le forze del suo stato, recuperate le castella di Montecasino, infestava Terra di Lavoro da quella banda; e Mompensieri, con tutto che molto lo impedisse a usare le forze sue il mancamento de’ danari, costrigneva Ferdinando a rinchiudersi ne’ luoghi forti, oppressato dalla medesima necessità di danari e di molte altre provisioni, ma fondato interamente in sulla speranza del soccorso viniziano; il quale, perché la convenzione tra loro era stata fatta poco innanzi, non poteva essere cosí presto come sarebbe stato di bisogno. Tentò Mompensieri di occupare per trattato Benevento, ma Ferdinando avutone sospetto vi entrò subitamente con le sue genti. Accostoronsi i franzesi a Benevento, alloggiando al ponte a Finocchio, e avendo preso Fenezano, Apice e molte terre circostanti. Ne’ quali luoghi mancando loro le vettovaglie, e approssimandosi il tempo di riscuotere la dogana delle pecore della Puglia, entrata delle piú importanti del reame di Napoli, perché era solita ascendere ciascuno anno a ottantamila ducati, che tutti si riscotevano nello spazio quasi di uno mese, Mompensieri, per privare gli inimici di questa comodità e non meno per l’estremo bisogno delle sue genti, si voltò al cammino di Puglia, della quale regione una parte si teneva per sé un’altra ne tenevano gli inimici; né molto dietro a lui Ferdinando, intento a impedire piú presto, con qualche arte o diligenza, i progressi degli inimici che a combattere, insino a tanto che i soccorsi suoi non arrivassino. Nel quale tempo giunse a Gaeta un’armata franzese di quindici legni grossi e sette minori, in sulla quale si erano imbarcati a Savona ottocento fanti tedeschi condotti delle terre del duca di Ghelleri, e quelli svizzeri e guasconi che prima il re aveva ordinato che fussino portati in sulle navi grosse che si doveano armare a Genova; alla quale armata l’armata di Ferdinando, che era sopra a Gaeta per impedire che non vi entrassino vettovaglie, essendo per mancamento di danari male proveduta delle cose necessarie, avea dato luogo: in modo che, essendo entrata nel porto sicuramente, i fanti posti in terra presono Itri e altre terre circostanti, e fatte per il paese molte prede speravano di ottenere Sessa, per opera di Giovambatista Caracciolo che prometteva di mettergli occultamente dentro; ma don Federigo, il quale essendosi ridotto con le genti che lo seguivano intorno a Taranto era poi stato mandato da Ferdinando al governo di Napoli, avutane notizia, entratovi subito, fece prigioni il vescovo e certi altri consci del trattato.

Ma in Puglia, ove era ridotta la somma della guerra, procedevano le cose con varia fortuna; perché l’uno e l’altro esercito, distribuitosi per l’asprezza del tempo per le terre, né alcuno in una sola, per la incapacità d’esse, ma in piú, attendeva con correrie e cavalcate grosse a predare i bestiami, usando piú tosto industria e celerità che virtú d’arme. In Foggia si era fermato Ferdinando con parte delle sue genti, messe le altre parte in Troia e parte in Nocera: ove intendendo che, tra San Severo, nella quale terra alloggiava con trecento uomini d’arme Verginio Orsino, venuto a unirsi con Mompensieri, e la terra di Porcina ove era Mariano Savello con cento uomini d’arme, si era ridotta quantità quasi infinita di pecore e di altre bestie, si mosse con secento uomini d’arme ottocento cavalli leggieri e mille cinquecento fanti, e arrivato, all’alba del dí, innanzi a San Severo, fermatosi quivi con gli uomini d’arme per resistere a Verginio se si movesse, fece correre i cavalli leggieri, che allargandosi per tutto il paese predorno circa sessantamila bestie; ed essendo uscito fuora della Porcina Mariano Savello a molestargli lo costrinsono a ritirarsi, perduti trenta uomini d’arme. Questo danno e la vergogna ricevuta fu cagione che Mompensieri, raccolte tutte le sue genti, andò verso Foggia per recuperare la preda e l’onore perduto: dove, succedendogli piú di quello che da principio aveva disegnato, scontrò tra Nocera e Troia ottocento fanti tedeschi, venuti prima per mare a’ soldi di Ferdinando, i quali partitisi da Troia, dove era il loro alloggiamento, andavano, piú per propria temerità che per comandamento del re, e contro al consiglio di Fabrizio Colonna che alloggiava medesimamente a Troia, per unirsi a Foggia con Ferdinando; i quali, non potendo salvarsi né con la fuga né con l’armi, né volendo arrendersi, furono combattendo tutti ammazzati, non lasciata perciò la vittoria senza sangue agli inimici. Presentossi poi Mompensieri con l’esercito ordinato a combattere innanzi a Foggia, ma non lasciando Ferdinando uscire fuori altri che i cavalli leggieri, andorono ad alloggiare al bosco della Incoronata, dove stati due dí con difficoltà di vettovaglie, e riavuta la maggiore parte delle bestie predate, di nuovo tornorno innanzi a Foggia, e alloggiati quivi una notte ritornorno il dí prossimo a San Severo, non avendo condotta tutta la preda riavuta, perché nel ritornarsene ne fu tolta loro una parte da’ cavalli leggieri di Ferdinando. Cosí, disperdendosi le bestie, cavò l’una parte e l’altra delle entrate della dogana piccolissima utilità.

Andorno pochi dí poi i franzesi, cacciati dalla penuria delle vettovaglie, a Campobasso che si teneva per loro, dal quale luogo presono per forza la Coglionessa o vero Grigonisa, terra vicina, dove da’ svizzeri, contro alla volontà de’ capitani, fu usata crudeltà tale che se bene si empiesse il paese di spavento alienò da loro gli animi di molti: e Ferdinando, attendendo a difendere il meglio poteva le cose sue e aspettando la venuta del marchese di Mantova, riordinava intanto le genti, con sedicimila ducati che gli aveva mandati il pontefice e con quegli che aveva potuti raccorre da sé. Nel qual tempo si unirono con Mompensieri i svizzeri, e gli altri fanti che erano venuti per mare a Gaeta; e da altra parte il marchese di Mantua, entrato nel regno e venuto a Capua per la via di San Germano, avendo per il cammino prese, parte per forza parte per accordo, molte terre benché di piccola importanza, si uní, circa il principio di giugno, col re a Nocera; dove don Cesare d’Aragona condusse le genti che erano state intorno a Taranto. Cosí ridotte in luoghi vicini quasi tutte le forze de’ franzesi e di Ferdinando, superiori le franzesi di fanti l’italiane di cavalli, pareva molto dubbio l’evento delle cose, non si potendo discernere a quale delle due parti fusse per inclinare la vittoria.