Storia d'Italia/Libro XII/Capitolo IV

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Libro dodicesimo
Capitolo quarto

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Consigli del pontefice agli svizzeri di maggior benevolenza verso il re di Francia, ed al re di attenersi agli accordi con loro conchiusi. Difficoltà di conciliazione fra gli svizzeri ed il re. Proroga della tregua fra il re di Francia ed il re d’Aragona.


Ridotto che fu il reame di Francia alla obbedienza della Chiesa, e cosí spento già per tutto il nome e la autorità del concilio pisano, cominciavano alcuni di quegli che avevano temuta la grandezza del re di Francia a commuoversi, e a temere che troppo non si deprimesse la sua potenza; e specialmente il pontefice. Il quale, benché perseverasse nel medesimo desiderio che da lui non fusse recuperato il ducato di Milano, nondimeno, dubitando che il re, spaventato da tanti pericoli e avendo innanzi agli occhi le cose dell’anno passato, non si precipitasse, come continuamente con volontà di Cesare trattava il re cattolico, alla concordia con Cesare (per la quale, contraendo lo sposalizio della figliuola con uno de’ nipoti di quei re, gli concedesse in dote il ducato di Milano), cominciò a persuadere i svizzeri che per il troppo odio contro al re di Francia non lo mettessino in necessità di fare deliberazione non manco nociva a loro che a lui; perché sapendo anche essi la mala disposizione che contro a loro avevano Cesare e il re cattolico, l’accordo col quale conseguissino lo stato di Milano non sarebbe manco pericoloso alla libertà e autorità loro che alla libertà della Chiesa e di tutta Italia: doversi persistere nel proposito che il re di Francia non recuperasse il ducato di Milano, ma avvertire ancora che (come spesso interviene nelle azioni umane) per fuggire troppo [uno] de’ due estremi non incorressino nell’altro estremo, parimente, e forse piú, dannoso e pericoloso; né per assicurarsi, sopra il bisogno, che quello stato non ritornasse nel re di Francia, essere cagione di farlo cadere in mano d’altri, con tanto maggiore pericolo e pernicie di tutti quanto ci resterebbe manco chi potesse loro resistere che non era stato chi potesse resistere alla grandezza del re di Francia. Dovere la republica de’ svizzeri, avendo esaltato insino al cielo il nome suo nell’arti della guerra con tanti egregi fatti e nobilissime vittorie, cercare di farlo non meno illustre con l’arti della pace; antivedendo dallo stato presente i pericoli futuri, rimediandogli con la prudenza e col consiglio, né lasciando precipitare le cose in luogo donde non potessino restituirsi se non con la ferocia e virtú delle armi: perché nella guerra, come a ogni ora testimoniava l’esperienza, molte volte accadeva che il valore degli uomini era soffocato dalla potestà troppo grande della fortuna. Essere migliore consiglio moderare in qualche parte l’accordo di Digiuno, offerendosi massime dal re maggiori pagamenti e promissione di fare tregua per tre anni con lo stato di Milano, pure che non fusse astretto alla cessione delle ragioni; la quale essendo di maggiore momento in dimostrazione che in effetto (perché, quando al re ritornasse l’opportunità di recuperarlo, l’avere ceduto non gli farebbe altro impedimento che volesse egli medesimo), non doversi per questa difficoltà ridurre le cose in tanto pericolo. Da altra parte con efficaci ragioni confortava il re di Francia a volere piú presto, per minore male, ratificare l’accordo fatto a Digiuno che tornare in pericolo di avere, la state prossima, tanti inimici nel suo regno. Essere ufficio di principe savio, per fuggire il male maggiore abbracciare per utile e per buona la elezione del male minore; né si dovere per liberarsi da uno pericolo e uno disordine incorrere in un altro piú importante e di piú infamia: perché, che onore gli sarebbe concedere agli inimici suoi naturali, e che lo avevano perseguitato con tante fraudi, il ducato di Milano con sí manifesta nota di viltà? che riposo che sicurtà, diminuita tanto la sua riputazione, avere accresciuto la potenza di quegli che non pensavano ad altro che ad annichilare il reame di Francia? da’ quali conosceva egli medesimo che nessuna promessa nessuna fede nessuno giuramento poteva assicurarlo, come con gravissimo suo danno gli dimostrava l’esperienza del tempo passato. Essere cosa dura il cedere quelle ragioni, ma di minore pericolo e di minore infamia, perché una semplice scrittura non faceva piú potenti i suoi avversari; ed essendo stata fatta questa promessa senza consentimento suo dai suoi ministri, non si potere dire che da principio fusse stata sua deliberazione, ma essere piú scusato a eseguirla quasi come necessitato dalla promessa fatta e da qualche osservanza della fede; e sapersi pure per tutto il mondo da quanto pericolo avesse quello accordo liberato allora il reame di Francia. Lodare che con altri partiti cercasse di indurre i svizzeri alla sua intenzione; ed egli, desideroso che per sicurtà del regno suo seguitasse in qualunque modo la concordia tra lui e loro, non mancare di fare con ogni studio tutti gli offici perché i svizzeri si disponessino alla sua volontà; ma quando pure stessino pertinaci, esortare paternamente lui a piegarsi, e a obbedire a’ tempi e alla necessità; e per tutti gli altri rispetti, e per non levare la scusa a lui di discostarsi dalla congiunzione degli inimici.

Conosceva il re essere vere queste ragioni, benché si lamentasse che il pontefice avesse mescolato tacitamente le minaccie con le persuasioni, e confessava essere necessitato a fare qualche deliberazione che gli diminuisse il numero degli inimici; ma aveva fisso nell’animo sottoporsi piú tosto a tutti i pericoli che cedere le ragioni del ducato di Milano; confortandolo a questo medesimo il suo consiglio e tutta la corte, a quali benché fusse molestissimo che il re facesse piú guerra in Italia, nondimeno, avendo rispetto alla degnità della corona di Francia, era molto piú molesto che e’ fusse cosí ignominiosamente sforzato a cederle. Simile pertinacia era nelle diete de’ svizzeri; a’ quali benché il re offerisse di pagare di presente quattrocentomila ducati, e poi in vari tempi ottocentomila, e che il cardinale sedunense e molti de’ principali, considerando il pericolo imminente se il re di Francia si congiugnesse con Cesare e col re cattolico, fussino inclinati ad accettare queste condizioni, nondimeno la moltitudine, inimicissima del nome franzese, e che superba per tante vittorie si confidava di difendere contro a tutti gli altri príncipi uniti insieme il ducato di Milano, e appresso alla quale era già molto diminuita l’autorità di Sedunense, e sospetti gli altri capi per le pensioni solevano ricevere dal re di Francia, insisteva ostinatissimamente nella ratificazione dell’accordo di Digiuno; anzi, concitata da grandissima temerità, trattava di entrare di nuovo in Borgogna: benché, opponendosi a questo Sedunense e gli altri capi, non con manifesta autorità ma con vari artifici e modi indiretti, traportavano di dieta in dieta questa deliberazione.

Però il re di Francia, non essendo né offeso né assicurato da loro, non cessava di continuare la pratica del parentado col re cattolico; nella quale, come altra volta, era la principale difficoltà se in potestà del padre o del suocero doveva stare [la sposa] insino al tempo abile alla consumazione del matrimonio, perché ritenendola il padre nessuna sicurtà dello effetto pareva avere a Cesare: e il re, insino che gli restava qualche speranza che la fama di questo maneggio, la quale egli studiosamente divulgava, potesse per lo interesse proprio mitigare in beneficio suo gli animi degli altri, nutriva volentieri le difficoltà che vi nascevano. Venne a lui Quintana, secretario del re cattolico, quello che per le medesime cagioni vi era stato l’anno dinanzi; e dipoi passato con suo consentimento a Cesare, ritornò di nuovo al re di Francia. Alla ritornata del quale, perché si potessino con maggiore comodità risolvere le difficoltà della pace, il re e Quintana in nome del re cattolico prorogorono per un altro anno la tregua fatta l’anno passato con le medesime condizioni; alle quali si aggiunse, molto secretamente, che durante la tregua non potesse il re di Francia molestare lo stato di Milano; nel quale articolo non si includeva né Genova né Asti. La quale condizione, tenuta occulta da lui, fu publicata e bandita solennemente dal re cattolico per tutta Spagna; incerti gli uomini quale fusse piú vera, o la negazione dell’uno o l’affermazione dell’altro. Fu nella medesima convenzione riservato tempo di tre mesi a Cesare e al re di Inghilterra d’entrarvi, i quali affermava il Chintana che vi entrerebbono amendue: il che, quanto al re di Inghilterra, si diceva vanamente; ma a Cesare aveva persuaso il re d’Aragona, resoluto sempre a non volere la guerra di verso Spagna, non si potere con migliore via ottenere il maritaggio che si trattava.