Storia d'Italia/Libro XIV/Capitolo III

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Libro quattordicesimo
Capitolo terzo

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Lamentele del pontefice per i fatti di Reggio ed aperti suoi accordi con Cesare. Fallito tentativo contro Como. Preparativi e piani di guerra contro il ducato di Milano. Preparativi di difesa del re di Francia.


Ma il pontefice, come gli fu nota la venuta dello Scudo alle porte di Reggio, pigliandola per occasione di giustificare le sue azioni, se ne lamentò gravissimamente nel concistorio de’ cardinali; e tacendo la confederazione già prima fatta secretamente con Cesare, e l’ordine dato che le galee dell’uno e dell’altro assaltassino Genova, dimostrò che lo avere voluto lo Scudo occupare Reggio significava la mala disposizione che aveva il re di Francia contro allo stato della sedia apostolica, e però essere, per difesa di quella, necessitato a congiugnersi con Cesare, del quale non si era mai veduto se non offici degni di principe cristiano, e in tutte l’altre opere sue, e nello avere ultimamente preso a Vuormazia sí ardentemente il patrocinio della religione. Cosí, simulando contrarre di nuovo, con don Gian Manuelle oratore di Cesare, la confederazione che prima era contratta, chiamorno subito a Roma Prospero Colonna, al quale era stabilito di commettere il governo della impresa, per consultare seco con che modo e con che forze si avesse a muovere l’armi apertamente, poiché erano state infelici le insidie e gli assalti improvisi.

Imperocché, né era stato piú fortunato il trattato di Como. Perché essendo Manfredi Palavicino e il Matto di Brinzi, con ottocento fanti tra italiani e tedeschi, accostatisi di notte alle mura di Como, sotto speranza che Antonio Rusco, cittadino di quella città, rompesse tanto muro vicino alla casa ove abitava che avessino facoltà di entrare nella terra, dove, perché vi erano pochi franzesi, non credevano trovare resistenza, ma avendo aspettato per grande spazio di tempo invano, il governatore della terra, adunati tutti i franzesi e alquanti comaschi che teneva per piú fedeli, ma con numero molto minore che non erano quegli di fuora, assaltatigli allo improviso, gli messe in fuga con tanta facilità che si credette per molti che avesse con danari e con promesse corrotto il capitano de’ tedeschi. Affondorno nel lago tre barche, presonne sette e molti degli inimici, tra’ quali Manfredi e il Matto che fuggivano per la via de’ monti; e liberati tutti i fanti tedeschi, gli altri furono condotti a Milano, dove Manfredi e il Matto furono squartati publicamente: avendo prima confessato, Bartolommeo Ferrero milanese, uomo di non piccola autorità, essere conscio delle pratiche del Morone. Il quale, incarcerato insieme col figliuolo, fu condannato al medesimo supplicio, per non avere rivelato che il Morone l’aveva con occulte imbasciate stimolato a trattare cose nuove contro al re.

Nel qual tempo il pontefice, conoscendo di quanta opportunità fusse lo stato di Mantova alle guerre di Lombardia, condusse per capitano generale della Chiesa Federico marchese di Mantova, con dugento uomini d’arme e dugento cavalli leggieri; il quale, innanzi si conducesse, rinunziò all’ordine di San Michele, nel quale era stato assunto dal re di Francia, e gli rimandò il collare e il segno che dona il re a chi si assume in tale ordine. Ma a Roma, con consiglio di Prospero Colonna, fu deliberato dal pontefice e dallo oratore cesareo l’ordine e il modo di procedere nella guerra: che quanto piú presto si potesse si assaltasse dai confini della Chiesa lo stato di Milano con le genti d’arme del pontefice e de’ fiorentini, le quali, computato la condotta del marchese di Mantova, ascendevano al numero vero seicento uomini d’arme; a’ quali si aggiugnessino tutte le genti d’arme di Cesare che erano nel reame di Napoli, in numero quasi pari a quelle di sopra, perché si destinava che il retroguardo rimanesse alla custodia di quello reame: che si soldassino seimila fanti italiani; venissino allo esercito, che aveva a unirsi tra il modenese e il reggiano, i dumila fanti spagnuoli che con lo Adorno si trovavano nella riviera di Genova; dumila altri ne menasse del regno di Napoli il marchese di Pescara, e si conducessino a spese comuni del pontefice e di Cesare quattromila fanti tedeschi e dumila grigioni: aggiugnessinsi dumila svizzeri, i quali erano volontariamente rimasti a’ soldi del pontefice: perché gli altri, infastiditi dal lungo ozio e perché si approssimava il tempo delle ricolte, erano, prima che lo Scudo venisse a Reggio, ritornati alle case loro, avendo invano procurato di ritenergli il pontefice poiché in essi aveva spesi inutilmente cento e cinquantamila ducati. Deliberossi, oltre a questi provedimenti, che con l’autorità del pontefice e di Cesare si facesse instanza appresso a’ cantoni de’ svizzeri che concedessino seimila fanti (tanti erano obligati concederne per le convenzioni che avea con loro il pontefice), e che al re di Francia recusassino di concederne, allegando il pontefice la confederazione sua con loro essere anteriore di tempo a quella che aveano contratta col re di Francia; e che ottenendosi queste dimande si assaltasse, dalla parte di verso Como, il ducato di Milano, nel quale si sperava avesse facilmente a nascere sollevazione, per la moltitudine grande de’ fuorusciti d’onoratissime famiglie, e perché la benivolenza che i popoli solevano avere al nome del re Luigi era convertita in odio non mediocre. Conciossiaché, essendo state le genti d’arme, che ordinariamente stavano a guardia di quello stato, male pagate per i disordini del re, che era stato, parte per necessità parte per volontà, aggravato da soperchie spese, erano vivute con molta licenza; né i governatori regi, presa audacia dalla negligenza del re, amministravano quella giustizia che era solita ad amministrarsi nel tempo del re morto: il quale, affezionatissimo al ducato di Milano, aveva sempre tenuto cura particolare degli interessi suoi. Premevagli, oltre a questo, che nelle case proprie erano costretti, secondo l’uso di Francia, alloggiare continuamente gli ufficiali e i soldati franzesi; il che se bene non fusse con loro spesa, nondimeno, essendo cosa perpetua, era di somma incomodità e molestia: e avvenga che questo peso medesimo sostenessino al tempo del re passato, il quale, scusando con l’esempio della città di Parigi, non aveva mai voluto concederne grazia a’ milanesi, nondimeno, accompagnato da’ mali già detti, pareva al presente piú grave. E si aggiugneva la natura de’ popoli desiderosi di cose nuove, e la inclinazione sí ardente, che hanno gli uomini, a liberarsi dalle molestie presenti che non considerano quel che succederà per l’avvenire.

La fama della guerra deliberata dal pontefice e da Cesare, con apparecchi tanto potenti, pervenuta agli orecchi del re di Francia lo costrinse a pensare di difendere, con non manco potenti provisioni, il ducato di Milano; delle quali la prima espedizione fu che Lautrech, andato per faccende particolari alla corte, ritornasse subito a Milano. Il quale, se bene, dubitando della varietà e della negligenza del re e di quegli che governavano, recusasse di partirsi se prima non gli erano numerati trecentomila ducati, i quali affermava bastargli a difendere quello stato, nondimeno, vinto dalla instanza grande del re e della madre, e ingannato dalla fede datagli da loro e da’ ministri preposti alla amministrazione delle pecunie che non prima arriverebbe a Milano che i danari dimandati, ritornò con grandissima celerità, preparando sollecitamente le cose necessarie alla difesa; per la quale aveva insieme col re deliberato che alle genti d’arme regie che allora erano in Lombardia si unissino gli aiuti di seicento uomini d’arme e di seimila fanti a’ quali erano tenuti i viniziani, che prontamente gli offerivano, e già facevano cavalcare le genti d’arme nel veronese e nel bresciano; soldare diecimila svizzeri, tenendo per certo che per virtú della nuova confederazione non sarebbono negati; e fare passare di Francia in Italia seimila venturieri, e aggiugnere qualche numero di fanti italiani. Co’ quali sussidi speravano o potere senza molto pericolo tentare la fortuna di una giornata o, quando non avessino forze bastanti a questo, almeno, provedendo sufficientemente le terre e temporeggiando in sulle difese, straccare gli inimici; de’ quali l’uno, per la sua naturale prodigalità e per le spese fatte nella guerra di Urbino, era esausto di danari, all’altro i regni suoi non ne somministravano copia tale che si credesse potere lungamente nutrire una guerra di tanto peso. Pensavano, oltre a questo, che Alfonso da Esti, disperando dello stato proprio se il pontefice otteneva la vittoria, o si movesse per ricuperare le cose perdute o almeno, stando armato, tenesse il pontefice in sospetto tale che e’ fusse necessitato a lasciare molti soldati alla guardia delle terre vicine a’ suoi confini. Questi erano i consigli e i preparamenti da ciascuna delle parti: non omettendo per ciò il re fatica o industria alcuna, ma vanamente, per mitigare l’animo del pontefice.