Storia d'Italia/Libro XVIII/Capitolo XI

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Libro diciottesimo
Capitolo undicesimo

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Disordine e pestilenza fra le milizie imperiali in Roma; invio di milizie francesi in Italia. Confederazione tra i re di Francia e d’Inghilterra; accordi fra i collegati contro Cesare. Pestilenza in molte parti d’Italia. Partenza dell’esercito francese per l’Italia. Fazioni di guerra in Lombardia.


Ma in Roma erano venuti, col marchese del Guasto e con don Ugo, tutti i fanti tedeschi e spagnuoli i quali erano nel reame di Napoli, in modo si dicevano essere, raccolti insieme, ottomila fanti spagnuoli dodicimila tedeschi e quattromila italiani; esercito, per la riputazione acquistata, per il terrore degli altri, per le deboli provisioni che si avevano da opporsi loro, da fare in Italia qualunque progresso. Ma essendone capitano in titolo e in nome solamente il principe di Oranges, ma in fatto governandosi da se stesso, e intento tutto alle prede e alle taglie e a riscuotere i danari promessi dal pontefice, non aveva pensiero alcuno degli interessi di Cesare; però non voleva partirsi di Roma. Dove governandosi tumultuosamente, il viceré e il marchese del Guasto, temendo da’ fanti alle persone proprie, se ne fuggirono: essi restorono esposti alla pestilenza, la quale già cominciata vi fece poi gravissimo danno; perderono la occasione di molte cose, e specialmente di Bologna (la quale città, benché vi fusse, dopo la perdita del Borgo, andato con mille fanti pagati da’ viniziani il conte Ugo de’ Peppoli, tumultuando Lorenzo Malvezzi, con assenso tacito di Ramazzotto e col seguito della fazione de’ Bentivogli, non senza difficoltà si conservò nella ubbidienza della sedia apostolica); e, quel che non importò forse meno, dettono spazio al re di Francia di mandare esercito potentissimo in Italia, con pericolo grandissimo che Cesare, dopo avere acquistata tanta vittoria, non perdesse il reame napoletano.

Perché indirizzandosi in Francia le cose a provisioni di nuova guerra, si era conchiusa, il vigesimoquarto dí di aprile, la confederazione trattata molti mesi tra il re di Francia e il re di Inghilterra, con condizione: che la figliuola di Inghilterra si maritasse al re di Francia o al duca di Orliens suo secondo genito, e che nello abboccamento de’ due re, disegnato di farsi alla Pentecoste tra Cales e Bologna, convenissino a chi di loro due si avesse a dare; rinunziasse il re di Inghilterra al titolo del regno di Francia, ricevendo in ricompensa una pensione di cinquantamila ducati l’anno; entrasse nella lega fatta a Roma, obligandosi a muovere, per tutto luglio prossimo, la guerra a Cesare di là da’ monti con novemila fanti, e il re di Francia con diciottomila e con numero di lance e di artiglierie conveniente; e che in questo mezzo mandassino, l’uno e l’altro di loro, oratori a Cesare a intimargli la confederazione fatta, a ricercargli la liberazione de’ figli, e lo entrare nella pace con oneste condizioni, e in caso non accettasse infra uno mese, protestargli la guerra e dargli principio: e fatto questo accordo, il re di Inghilterra entrò subito nella lega; ed egli e il re di Francia mandorono in poste due uomini a fare le intimazioni convenute a Cesare. I quali atti si feciono con piú prontezza per Tarba e per l’oratore anglo, andati in poste, che non si erano fatti per commissione del pontefice; perché Baldassarre da Castiglione nunzio suo, dicendo non essere da esacerbare tanto l’animo di Cesare, aveva recusato che se gli protestasse la guerra. Ma dipoi, avuto in Francia l’avviso della perdita di Roma, temperandosi il dispiacere minore del caso del pontefice con l’allegrezza maggiore della morte di Borbone, non parendo al re da lasciare cadere le cose di Italia, convenne a’ quindici di maggio co’ viniziani di soldare a comune diecimila svizzeri, pagando lui la prima paga e i viniziani la seconda e cosí seguitando successivamente; e mandare diecimila fanti sotto Pietro Navarra, e i viniziani ne soldassino diecimila altri tra loro e il duca di Milano; mandare di nuovo cinquecento lance e diciotto pezzi di artiglieria. E perché il re di Inghilterra, non ostante le convenzioni fatte, non concorreva prontamente a rompere la guerra di là da’ monti, la quale anche non sodisfaceva al re di Francia, desiderando ciascuno di loro di tenerla lontana da’ regni suoi, liberatisi da quella obligazione, convennono che quel re pagasse per la guerra di Italia, per tempo di mesi [sei], diecimila fanti. Per la instanza del quale principalmente, Lautrech, benché quasi contro alla sua volontà, fu dichiarato capitano generale di tutto l’esercito.

Il quale mentre si prepara per passare con le provisioni convenienti di danari e delle altre cose necessarie, non succedeva in Italia accidente alcuno di momento. Perché l’esercito imperiale non si partiva di Roma, non ostante che quotidianamente ne morissino molti per la acerbità della pestilenza, la quale nel tempo medesimo faceva grandissimi progressi in Firenze e in molte parti di Italia; e l’esercito della lega, nella quale, con offensione gravissima di Cesare (perché, avendo per instanza fatta da loro commesso al duca di Ferrara il comporre in nome suo co’ fiorentini, ebbe quasi subito notizia della contraria deliberazione), erano, per la instanza del marchese di Saluzzo e de’ viniziani, entrati di nuovo i fiorentini, con obligazione di pagare cinquemila fanti, diminuito molto di numero, per essere i fanti de’ viniziani, quegli del marchese e i svizzeri male pagati, ritiratosi a canto a Viterbo, attendeva a temporeggiarsi; sforzandosi di mantenere alla divozione della lega Perugia, Orvieto, Spuleto e l’altre terre vicine: dove avendo dipoi inteso una parte dell’esercito imperiale essere uscito di Roma, benché lo facessino per respirare alquanto collo allargarsi dubitando non uscissino tutti, fatto il primo pagamento, si ritirò a Orvieto e dipoi presso a Castello della Pieve; e sarebbesi ritirato ne’ terreni de’ fiorentini se loro lo avessino consentito. Era anche entrata la pestilenza in Castel Santo Angelo, con pericolo grande della vita del pontefice; intorno [al quale] morirno alcuni di quegli che servivano la sua persona. Il quale, afflitto da tanti mali, né avendo speranza in altro che nella clemenza di Cesare, gli destinò legato, con consentimento de’ capitani, Alessandro cardinale di Farnese: benché egli, uscito con questa occasione del Castello e di Roma, recusò di andare alla legazione. Desideravano i capitani condurre il pontefice a Gaeta coi tredici cardinali che erano con lui; ma egli, con molta diligenza con prieghi e con arte, procurava il contrario.

Finalmente Lautrech, fatte l’espedizioni necessarie, partí dalla corte l’ultimo dí di giugno con ottocento lance, e con titolo, perché cosí aveva voluto il re, di capitano generale di tutta la lega; e il re di Inghilterra, in luogo de’ diecimila fanti, si era tassato a pagare, cominciando al principio di giugno, scudi trentaduemila ciascuno mese, co’ quali si pagassino diecimila fanti tedeschi sotto Valdemonte, ottima banda e molto esercitata, per avere rotto piú volte i luterani: e i diecimila fanti di Pietro Navarra erano parte franzesi parte italiani. Condusse ancora il re di Francia Andrea Doria, con otto galee e trentaseimila scudi l’anno.

Ma innanzi che Lautrech avesse passato i monti, le genti de’ viniziani e del duca di Milano congiunte andorono a Marignano: donde Antonio de Leva, uscito di Milano co’ fanti tedeschi con ottocento spagnuoli e altanti italiani, e con non molti cavalli, gli costrinse a ritirarsi. Nel quale tempo il castellano di Mus, condotto agli stipendi del re di Francia, mentre che in sul lago di Como aspetta la venuta de’ svizzeri, occupò per inganno la rocca di Monguzzo posta tra Lecco e Como, nella quale abitava Alessandro Bentivogli come in casa propria. Mandò Antonio de Leva Lodovico da Belgioioso a recuperarla, il quale assaltatala invano tornò a Moncia. Ma avendo dipoi Antonio de Leva sentito che il castellano con dumila cinquecento fanti era venuto alla villa di Carato, distante da Milano quattordici miglia, ritornò a Milano; dove lasciati solo dugento uomini, benché i viniziani vi fussino propinqui a dieci miglia, partitosi di notte col resto dell’esercito, assaltò all’improviso in sul levare del sole le genti del castellano; le quali sentito il romore, uscite delle case dove alloggiavano, si ritirorno in uno piano circondato da siepi presso alla villa, non credendo esservi tutte le genti inimiche; e benché si mettessino in ordinanza, furono in quel luogo basso come in carcere senza difesa presi e morti, eccetto molti i quali nel principio si fuggirono, essendosi accorti che il castellano aveva subito fatto il medesimo.