Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/19

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CAPITOLO XIX

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Costanzo solo Imperatore. Elevazione e morte di Gallo. Pericolo ed innalzamento di Giuliano. Guerre coi Sarmati e co’ Persi. Vittorie di Giuliano nella Gallia.

Le divise Province dell’Impero nuovamente s’unirono per la vittoria di Costanzo; ma poichè quel Principe debole mancava di merito personale in pace o in guerra; poichè temeva de’ suoi Generali, e diffidava de’ Ministri, il trionfo delle sue armi non servì che a stabilire il regno degli Eunuchi sul Mondo Romano. Questi miserabili enti, antica produzione della gelosia e del dispotismo Orientale495, furono introdotti nella Grecia ed in Roma pel contagio del lusso Asiatico496. Rapido fu il loro progresso; e gli Eunuchi, i quali al tempo d’Augusto si erano abborriti, come il mostruoso corteggio d’una Regina d’Egitto497, furono appoco appoco ammessi nelle famiglie delle Matrone, de’ Senatori e degli Imperatori medesimi498. Ristretti da’ severi editti di Domiziano e di Nerva499, accarezzati dalla vanità di Diocleziano, ridotti ad un umile stato dalla prudenza di Costantino500, moltiplicarono ne’ palazzi de’ suoi degenerati figliuoli, ed insensibilmente acquistarono la cognizione, ed in ultimo la direzione de’ segreti consigli di Costanzo. L’avversione e il disprezzo, che il Mondo ha sempre con tale uniformità mantenuto per questa imperfetta specie di uomini, sembra che abbia degradato il loro carattere, e gli abbia quasi renduti incapaci, come si suppongono essere, di concepire alcun sentimento generoso, o di fare alcun’azione degna di gloria501. Ma gli Eunuchi erano esperti nelle arti dell’adulazione e dell’intrigo, e governavan l’animo di Costanzo, alternativamente servendosi de’ timori, dell’indolenza e della vanità del medesimo502. Mentr’egli mirava in un ingannevole specchio la bella apparenza della pubblica prosperità, con supina indolenza permetteva loro, che gli celassero le querele delle maltrattate Province; che accumulassero immense ricchezze con vendere la giustizia e gli onori; che infamassero le dignità più importanti colla promozione di quelli, che dalle lor mani aveano comprata la facoltà dell’oppressione503; e che soddisfacessero il proprio sdegno contro que’ pochi spiriti indipendenti, che arditamente ricusavano di sollecitare la protezione di schiavi. Il più distinto fra questi schiavi era il Ciamberlano Eusebio, il quale regolava il Monarca ed il Palazzo con tale assoluto dominio, che Costanzo, secondo il sarcasmo d’un imparziale Istorico, godeva qualche credito appresso il superbo suo favorito504. Per le artificiose di lui suggestioni, l’Imperatore s’indusse a sottoscriver la condanna dell’infelice Gallo, e ad aggiungere un nuovo delitto alla lunga lista delle uccisioni, che macchiano l’onore della casa di Costantino. [A. D. 351] Quando i due nipoti di Costantino, Gallo e Giuliano, furon sottratti al furor de’ soldati, il primo aveva circa l’età di dodici anni, ed il secondo di sei; e siccome il maggiore credevasi d’una debole costituzione di corpo, così con minor difficoltà ottennero una vita precaria e dipendente dall’affettata pietà di Costanzo, il quale conosceva che l’esecuzione di tali orfani abbandonati si sarebbe stimata dal Mondo come un atto della più deliberata crudeltà505. Furono destinate varie città della Jonia e della Bitinia per luoghi di loro educazione ed esilio; ma tosto che l’età loro crescente eccitò la gelosia dell’Imperatore, giudicò più prudente consiglio di soprattenere quegl’infelici giovani nella forte rocca di Macello, vicino a Cesarea. Il trattamento, ch’essi provarono in sei anni di confino, fu quale potevano in parte sperare da un attento custode, e in parte temere da un sospettoso Tiranno506. La lor prigione era un antico palazzo, residenza dei Re della Cappadocia; la situazione era piacevole, la fabbrica grandiosa, e spazioso il recinto. Essi proseguivano i loro studi, e facevano i loro esercizi sotto la guardia de’ più periti maestri; ed il numeroso corteggio, destinato ad accompagnare, o piuttosto a guardare i nipoti di Costantino, era degno della dignità di lor nascita. Ma non potevano essi dissimulare a se medesimi, ch’eran privi di sostanze, di libertà e di sicurezza, separati dalla società di quelli, a’ quali avrebber potuto accordare la confidenza e la stima, e condannati a passare le triste ore loro in compagnia di schiavi addetti a’ comandi d’un Tiranno, che già gli aveva offesi fuor di qualunque speranza di riconciliazione. A lungo andare però le necessità dello Stato costrinsero l’Imperatore o piuttosto i suoi Eunuchi ad investir Gallo, nel ventesimo quinto anno della sua età, del titolo di Cesare, ed a confermare tal politica unione, mediante il matrimonio di lui colla Principessa Costantina. Dopo un formale incontro, nel quale i due Principi reciprocamente impegnaron la propria fede di non intraprender giammai cosa alcuna in pregiudizio l’uno dell’altro, si portarono senz’indugio alle rispettive loro stazioni. Costanzo continuò la sua marcia vers’Occidente, e Gallo fissò la sua residenza in Antiochia, di dove, con delegata autorità, amministrava le cinque gran Diocesi della Prefettura Orientale507. In questo fortunato cambiamento il nuovo Cesare non dimenticò il fratello Giuliano, che ottenne gli onori del suo grado, le apparenze della libertà e la restituzione d’un ampio patrimonio508. Gli scrittori più indulgenti verso la memoria di Gallo, e Giuliano egli stesso, quantunque desiderasse di tirare un velo sopra le fragilità del fratello, sono obbligati a confessare, che Cesare non era capace di regnare. Trasportato da una prigione ad un trono, non aveva nè ingegno, nè applicazione, nè docilità per compensare la mancanza delle cognizioni e dell’esperienza. Un temperamento per natura fastidioso e violento, invece di esser corretto, fu inasprito dalla solitudine e dall’avversità; la memoria di ciò, che avea sofferto, lo dispose a render l’istesso agli altri, piuttosto che a compatire; e gl’impeti sregolati del suo furore riuscirono spesso fatali a quelli, che gli stavano attorno, o eran sottoposti al suo potere509. Costantina sua moglie vien descritta non come una donna, ma come una furia infernale, tormentata da una insaziabil sete di sangue umano510. Invece d’impiegar la sua preponderanza ad insinuargli miti consigli di prudenza e di umanità, ella esacerbava le fiere passioni del marito; e siccome riteneva la vanità del suo sesso, quantunque deposta ne avesse la gentilezza, un vezzo di perle fu stimato da essa equivalente prezzo per la morte di un nobile innocente e virtuoso511. La crudeltà di Gallo alle volte si manifestava nell’aperta violenza di popolari o militari esecuzioni, ed alle volte si mascherava sotto l’abuso della legge e della formalità de’ processi giudiciali. Le case private d’Antiochia ed i luoghi pubblici eran pieni di delatori e di spie; e Cesare stesso, celato sotto un abito plebeo, molto spesso si compiaceva di prendere quell’odioso carattere. Ogni appartamento del Palazzo era ornato con istrumenti di morte e di tortura, ed era sparsa una generale costernazione nella capitale della Siria. Il Principe dell’Oriente, come se fosse stato consapevol di quanto avea da temere, e quanto poco meritava di regnare, prese per oggetti dell’ira sua i Provinciali accusati di qualche immaginario tradimento, ed i propri Cortigiani, ch’esso con più ragione sospettava, che accendessero colla segreta loro corrispondenza il timido e sospettoso animo di Costanzo. Ma non pensava, che privavasi dell’affezione del popolo, unico suo sostegno, nel tempo che somministrava alla malizia dei suoi nemici le armi della verità, ed all’Imperatore il più bel pretesto di togliergli la porpora ad un tempo e la vita512. [A. D. 354] Finattanto che la guerra civile tenne sospeso il fato del Mondo Romano, Costanzo dissimulò di conoscere la debole e crudele amministrazione, a cui la sua scelta sottoposto aveva l’Oriente; e la scoperta di alcuni assassini, mandati segretamente in Antiochia dal Tiranno della Gallia, servì a convincere il pubblico, che l’Imperatore ed il Cesare erano uniti negl’istessi interessi, e perseguitati da’ medesimi nemici513. Ma quando fu decisa la vittoria in favor di Costanzo, il dipendente di lui collega divenne meno utile e men formidabile. Rigorosamente e con sospetto si esaminava ogni circostanza della sua condotta, e fu segretamente risoluto o di privar Gallo della porpora, o almeno di farlo passare dall’indolente lusso dell’Asia a’ travagli e pericoli d’una guerra in Germania. La morte di Teofilo, Consolare della Provincia della Siria, che in un tempo di carestia era stato trucidato dal popolo d’Antiochia colla connivenza e quasi ad insinuazione di Gallo, fu giustamente sentita non solo come un atto di sfacciata crudeltà, ma come un pericoloso insulto contro la maestà suprema di Costanzo. Due ministri d’illustre grado, cioè Domiziano, Prefetto Orientale, e Monzio, Questore del Palazzo, ebbero per una special commissione la facoltà di visitare e riformare lo Stato dell’Oriente. Fu data loro istruzione di portarsi verso Gallo con moderazione e rispetto, ed impegnarlo colle più blande arti della persuasione a condiscendere all’invito del suo fratello e collega. L’inconsideratezza del Prefetto rendè vane queste prudenti misure, ed accelerò la di lui rovina ugualmente che quella del suo nemico. Al suo arrivo in Antiochia, Domiziano passò altieramente avanti alle porte del Palazzo, e adducendo un leggiero pretesto d’indisposizione, si tenne più giorni in un ostinato ritiro per preparare un memoriale, che trasmise alla Corte Imperiale. Cedendo finalmente alle pressanti sollecitazioni di Gallo, il Prefetto condiscese a prender posto in Consiglio; ma il primo passo, che fece, fu di significare un breve e superbo mandato, in cui si diceva, che Cesare immediatamente andasse in Italia, minacciando, ch’egli stesso avrebbe punito la sua dilazione o ambiguità, con sospendere la solita prestazione pel suo trattamento. Il nipote e la figlia di Costantino, che mal potevan soffrire l’insolenza d’un suddito, espressero il loro sdegno con fare immediatamente arrestar Domiziano da una guardia. La querela però sempre ammetteva qualche termine d’accomodamento. Ma questo fu reso impraticabile dall’imprudente condotta di Monzio politico, l’arte ed esperienza del quale furono spesso tradite dalla leggerezza della sua natura514. Il Questore con altiere parole rimproverò a Gallo, che un Principe, il quale appena era autorizzato a tor di carica un magistrato municipale, non dovea presumere d’imprigionare un Prefetto del Pretorio; convocò un’assemblea di uffiziali civili e militari; e richiese in nome del lor Sovrano, che difendessero la persona e la dignità de’ rappresentanti di esso. Da questa temeraria dichiarazione di guerra l’impaziente indole di Gallo fu provocata ad abbracciare i più disperati consigli. Ordinò egli che le sue guardie stessero sulle armi, adunò la plebaglia d’Antiochia, ed al loro zelo raccomandò la cura della sua salute e vendetta. I suoi comandi furono troppo fatalmente obbediti. Presero insolentemente il Prefetto ed il Questore, e legate loro insieme con funi le gambe, gli strascinarono per le contrade della città, fecero mille insulti e mille ferite a quelle infelici vittime, e finalmente gettarono dentro l’Oronte i loro corpi straziati e privi di vita515. Dopo tal fatto, qualunque fosse stato il disegno di Gallo, solo in un campo di battaglia egli potea sostenere la sua innocenza con qualche speranza di buon successo. Ma l’animo di quel Principe era formato d’un’ugual mistura di violenza e di debolezza. Invece d’assumere il titolo d’Augusto, e d’impiegare in sua difesa le truppe ed i tesori dell’Oriente, si lasciò ingannare dall’affettata tranquillità di Costanzo, che lasciandogli la vana pompa d’una Corte, appoco appoco richiamò le veterane legioni dalle Province dell’Asia. Ma siccome tuttavia sembrava pericoloso arrestar Gallo nella sua Capitale, si praticarono con felice successo le lente e più sicure arti della dissimulazione. Le frequenti e pressanti lettere di Costanzo eran piene di protestazioni di confidenza e d’amicizia, esortando egli Cesare a soddisfare a’ doveri del suo alto posto, a sollevare il suo collega da una parte delle pubbliche cure, e ad assistere l’Occidente colla sua presenza, coi consigli e colle armi. Dopo tante reciproche ingiurie Gallo avea ragione di temere e di diffidare. Ma egli avea trascurate le opportunità di fuggire e di resistere; fu sedotto dalle assicurazioni adulatrici del Tribuno Scudilone, che sotto le sembianze di ruvido soldato copriva la più artificiosa insinuazione; ed affidossi al credito di Costantina sua moglie, finchè la intempestiva morte di questa Principessa diede compimento alla rovina, in cui egli era rimasto involto per le impetuose di lei passioni516. [A. D. 355] Dopo un lungo indugio, Cesare con repugnanza intraprese il suo viaggio verso la Corte Imperiale. Traversò egli la vasta estensione de’ suoi dominj da Antiochia ad Adrianopoli con un numeroso ed imponente corteggio; e siccome procurava di celare al mondo e forse a se stesso le sue apprensioni, diede al popolo di Costantinopoli il trattenimento de’ giuochi nel Circo. Poteva però nel progresso del viaggio essersi accorto dell’imminente pericolo. In tutte le principali città era incontrato da ministri di confidenza, che avevan commissione d’occupar le cariche del Governo, d’osservare i suoi movimenti, e di prevenire la precipitosa furia della sua disperazione. Le persone, spedite per assicurar le Province che lasciavasi addietro, passavan oltre con freddi saluti o con affettato disprezzo; ed all’avvicinarsi ch’egli faceva, allontanavano a bella posta le truppe, che avevano i quartieri lungo la pubblica strada, per timore che potessero esser tentate ad offerire le loro spade per fare una guerra civile517. Dopo di essersi permesso a Gallo il riposo di pochi giorni in Adrianopoli, egli ricevè un ordine espresso nello stile più assoluto ed altiero; che lo splendido di lui treno dovesse fermarsi in quella città, e Cesare stesso con soli dieci carri di posta si affrettasse di giungere alla residenza Imperiale di Milano. In questo rapido viaggio, il profondo rispetto, ch’era dovuto al fratello e collega di Costanzo, venne insensibilmente cangiato in una ruvida famigliarità; e Gallo che conobbe dal contegno de’ suoi domestici, ch’essi risguardavansi già come sue guardie, ed avrebber tosto potuto servire di esecutori, incominciò ad accusare la sua fatale inavvertenza, ed a riflettere con terrore e rimorso alla condotta, con cui egli aveva provocata la sua rovina. A Petovio nella Pannonia si abbandonò la dissimulazione, che fino allora s’era conservata. Fu egli condotto in un palazzo ne’ sobborghi, dove il General Barbazio con uno scelto corpo di soldati, che non potevano essere mossi dalla pietà, nè corrotti dai premj, aspettava l’arrivo dell’illustre sua vittima. Sul far della sera fu arrestato, spogliato ignominiosamente delle insegne di Cesare, e condotto in fretta a Pola nell’Istria, appartata prigione, che era stata sì recentemente macchiata di sangue reale. L’orrore, ch’egli sentiva, fu tosto accresciuto dal comparir che fece l’Eunuco Eusebio, suo implacabil nemico, il quale coll’assistenza d’un Notaro e d’un Tribuno procedè ad interrogarlo intorno all’amministrazione dell’Oriente. Cesare cadde sotto il peso della vergogna e del delitto, confessò tutte le ree azioni e tutti i ribelli disegni, de’ quali era accusato, ed attribuendoli al consiglio della sua moglie, esacerbò lo sdegno di Costanzo, che rivedeva con parzial prevenzione le minute dell’esame. Restò l’Imperatore facilmente convinto, che la propria salvezza non era compatibile colla vita del suo cugino; fu segnata, spedita ed eseguita la sentenza di morte; ed il nipote di Costantino, colle mani legate sul dorso, fu decapitato in prigione, come il più vil malfattore518. Quelli che sono inclinati a coprire la crudeltà di Costanzo, asseriscono ch’ei tosto pentissi, e procurò di revocare il sanguinoso mandato; ma che il secondo messo, incaricato di portare la sospensione, fu ritenuto dagli Eunuchi, i quali temevano l’inesorabile indole di Gallo, e desideravano di unire al loro Impero le ricche Province dell’Oriente519. Oltre il regnante Imperatore, di tutta la numerosa posterità di Costanzo Cloro, non sopravviveva che il solo Giuliano. L’infelicità della sua nascita reale lo involse nella disgrazia di Gallo. Dal suo ritiro nel felice paese della Jonia, fu trasportato sotto forte guardia alla Corte di Milano, dove languì più di sette mesi in continuo timore di soffrir l’istessa ignominiosa morte, che quasi avanti a’ suoi occhi quotidianamente davasi agli amici e aderenti della sua perseguitata famiglia. Se ne scrutinavano con maligna curiosità i gesti, gli sguardi, il silenzio, ed era perpetuamente attaccato da nemici, che non avea mai offesi, e con artifizi, ai quali non era mai stato assuefatto520. Ma nella scuola dell’avversità, Giuliano acquistò insensibilmente le virtù della fermezza e della discrezione. Egli difese il proprio onore non men che la vita dalle insidiose sottigliezze degli Eunuchi, che tentavano d’estorcere qualche dichiarazione de’ suoi sentimenti; e mentre cautamente chiudeva in se il dispiacere e la collera, nobilmente sdegnava di adulare il Tiranno con alcuna apparente approvazione della morte di suo fratello. Giuliano ascrive molto devotamente la sua miracolosa liberazione alla protezione degli Dei, che liberarono la sua innocenza dalla sentenza di distruzione, cui la lor giustizia avea pronunziata contro l’empia casa di Costantino521. Con gratitudine risguarda come il più efficace strumento della lor Providenza la costante e generosa amicizia dell’Imperatrice Eusebia522, donna di gran bellezza e di merito, la quale per l’ascendente, che aveva preso sull’animo del marito, contrabbilanciava in qualche modo la potente cospirazione degli Eunuchi. Per intercessione della sua protettrice, Giuliano fu ammesso alla presenza dell’Imperatore; difese con decente libertà la sua causa; fu ascoltato favorevolmente; e nonostanti gli sforzi de’ suoi nemici, che insistevano sul pericolo di risparmiare il vendicatore del sangue di Gallo, prevalse nel consiglio il sentimento più dolce d’Eusebio. Ma gli Eunuchi temerono gli effetti di un secondo congresso; e Giuliano fu avvisato di ritirarsi per un tempo nelle vicinanze di Milano, finattanto che l’Imperatore stimò opportuno di assegnare la città d’Atene per luogo del suo onorevole esilio. Egli che fin da’ più teneri anni avea dimostrato un’inclinazione o piuttosto una passione per l’idioma, pei costumi, per la dottrina e per la religione de’ Greci, obbedì con piacere ad un ordine sì confacente ai suoi desiderii. Lungi dal tumulto delle armi e dalla perfidia delle Corti, passò sei mesi fra’ boschetti dell’Accademia, in un libero commercio co’ Filosofi di quel tempo, che studiavano di coltivare l’ingegno, d’incoraggiare la vanità, e d’infiammare la devozione del loro Reale Allievo. Le loro fatiche non restarono senza effetto, e Giuliano conservò per Atene inviolabilmente quel tenero riguardo, cui rare volte manca d’eccitare in un animo generoso la memoria del luogo, dove ha scoperte ed esercitate le crescenti sue facoltà. La piacevolezza ed affabilità de’ costumi, che suggerite gli erano dal temperamento, ed imposte dal presente suo stato, appoco appoco gli cattivarono l’affezione degli stranieri, non meno che de’ cittadini co’ quali trattava. Alcuni de’ suoi compagni di studio poterono per avventura esaminare la sua condotta con occhio di pregiudizio e d’avversione; ma Giuliano stabilì nelle scuole d’Atene una prevenzione in favore delle sue virtù e de’ suoi talenti, la quale tosto si sparse per tutto il Mondo Romano523. Mentre Giuliano passava il suo tempo in quello studioso ritiro, l’Imperatrice, risoluta di condurre a fine il disegno che aveva formato, non si dimenticò di aver cura della sua fortuna. La morte dell’ultimo Cesare avea lasciato solo Costanzo investito del comando, ed oppresso dal moltiplice peso di un vasto Impero. Avanti che saldate fossero le ferite di una discordia civile, vennero inondate le Province della Gallia da un diluvio di Barbari. I Sarmati più non avevano in rispetto la barriera del Danubio. L’impunità della rapina aveva accresciuto l’ardire ed il numero de’ selvaggi Isauri: questi ladroni scendevano dalle scoscese lor rupi a devastare il circonvicino paese, ed avevano già tentato, quantunque senza buon successo, d’assediare l’importante città di Seleucia, che era difesa da una guarnigione di tre legioni Romane. Soprattutto il Monarca Persiano, insuperbito per la vittoria, minacciava di nuovo la pace dell’Asia, e richiedevasi indispensabilmente la presenza dell’Imperatore, tanto nell’Oriente che nell’Occidente. Fu questa la prima volta che Costanzo sinceramente confessò che la sola sua forza non era capace di sostenere cure e dominj sì vasti524. Insensibile alla voce dell’adulazione, la quale l’assicurava che l’onnipotente di lui virtù e celeste fortuna avrebbe continuato a trionfare sopra ogni ostacolo, diede con piacere orecchio al consiglio d’Eusebia, che soddisfaceva la sua indolenza, senza offendere la sospettosa sua vanità. Quando ella s’accorse che la rimembranza di Gallo stava fortemente impressa nell’animo dell’Imperatore, voltò artificiosamente l’attenzione di lui agli opposti caratteri de’ due fratelli, che fin dall’infanzia erano stati paragonati a quelli di Domiziano e di Tito525. Essa avvezzò il marito a risguardar Giuliano come un giovane di una dolce non ambiziosa disposizione, la fedeltà e gratitudine del quale potevano assicurarsi col dono della porpora, e capace di occupare onoratamente un posto subordinato, senz’aspirare a disputare il comando, o adombrar le glorie del suo Benefattore e Sovrano. Dopo un ostinato, quantunque segreto dibattimento, la opposizione degli Eunuchi favoriti soggiacque all’ascendente dell’Imperatrice; e fu risoluto che Giuliano, dopo d’aver celebrato le sue nozze con Elena, sorella di Costanzo, sarebbe destinato a regnare col titolo di Cesare sulle regioni di là dalle alpi526. Quantunque l’ordine, che lo richiamò alla Corte, fosse probabilmente accompagnato da qualche indicazione della prossima sua grandezza, egli chiama il popolo d’Atene in testimonio delle lacrime di sincero dispiacere che sparse, quando con sua ripugnanza fu tolto dall’amato ritiro527. Egli tremava per la sua vita, per la fama, ed anche per la sua virtù; e l’unica sua fiducia era fondata nella persuasione che Minerva gli inspirasse tutte le azioni, e ch’egli fosse protetto da una guardia invisibile di Angeli, ch’essa per questo fine avea preso dal sole e dalla luna. Si avvicinò con orrore al palazzo di Milano; nè potè l’ingenuo giovane celare il suo sdegno, quando si trovò accolto con falso e servile rispetto dagli assassini di sua famiglia. Eusebia, godendo del buon esito dei suoi benigni disegni, l’abbracciò colla tenerezza d’una sorella, e procurò, colle più dolci carezze, di dissipare i suoi terrori, e riconciliarlo colla sua fortuna. Ma la cerimonia di radersi la barba, ed il suo goffo portamento, quando la prima volta mutò il mantello di Greco filosofo nell’abito militare di Principe Romano, divertì per qualche giorno la leggerezza della Corte Imperiale528. [A. D. 355] Gl’Imperatori del secolo di Costantino non si degnavano più di consultare il Senato nella scelta d’un collega, ma erano ansiosi, che fosse ratificata la loro elezione dal consenso dell’esercito. In questa solenne occasione si posero in armi le guardie, colle altre truppe i quartieri delle quali erano nelle vicinanze di Milano; e Costanzo salì sull’alto suo Tribunale, tenendo per mano il suo cugino Giuliano, che in quel giorno appunto entrava nel ventesimo quinto anno della sua età529. In uno studiato discorso, concepito e recitato con dignità, l’Imperatore espose i varj pericoli, che minacciavano la prosperità della Repubblica, la necessità di nominare un Cesare per l’amministrazione dell’Occidente, e l’intenzione che aveva, se era conforme a’ lor desiderii, di premiare coll’onor della porpora le virtù, che molto promettevano, del nipote di Costantino. Si manifestò l’approvazione de’ soldati con un rispettoso bisbiglio; essi guardavano fissamente il viril contegno di Giuliano, ed osservavano con piacere, come il fuoco, che scintillava ne’ suoi occhi, era temperato da un modesto rossore, in vedersi così esposto per la prima volta alla pubblica vista del Mondo. Appena fu terminata la cerimonia della sua investitura, Costanzo voltossi a lui con un tuono d’autorità, che la maggiore di lui età e condizione gli permetteva di prendere, ed esortando il nuovo Cesare a meritare con eroici fatti quel sacro ed immortal nome, l’Imperatore diede al suo collega i più forti contrassegni di un’amicizia che non sarebbe mai stata diminuita dal tempo, nè interrotta dalla lor separazione o dimora ne’ climi più distanti fra loro. Finito che fu il discorso, le truppe batterono gli scudi contro le ginocchia in segno di applauso530, mentre gli uffiziali, che circondavano il Tribunale, esprimettero con decente riserva, l’idea che avevan de’ meriti del rappresentante di Costanzo. I due Principi tornarono al Palazzo nel medesimo cocchio, e nel tempo della lenta processione Giuliano ripetea fra se stesso un verso del suo favorito Omero, che poteva ugualmente applicare alla sua fortuna ed a’ suoi timori531. I ventiquattro giorni, che Cesare passò a Milano dopo la sua investitura, ed i primi mesi del suo Gallico regno furono soggetti ad una splendida ma severa schiavitù, nè l’acquisto degli onori poteva compensare la perdita della sua libertà532. Eran osservati i suoi passi, le sue lettere intercettate: e fu costretto dalla prudenza ad evitare le visite dei suoi più intimi amici. A quattro soli de’ suoi più antichi domestici fu permesso di seguitarlo, a due paggi, al suo medico ed al suo bibliotecario; l’ultimo dei quali era impiegato nella custodia d’una pregevol collezione di libri, dono dell’Imperatrice, che studiava le inclinazioni ugualmente che l’interesse del suo amico. In luogo di que’ fedeli servitori, gli fu dato un corteggio, quale in vero conveniva alla dignità d’un Cesare, ma composto da una folla di schiavi, privi e forse incapaci di qualunque attaccamento pel nuovo loro Signore, a cui per la maggior parte essi erano incogniti o sospetti. La sua mancanza d’esperienza poteva esiger l’aiuto d’un savio consiglio; ma le minute istruzioni, che regolavano il trattamento della sua tavola e la distribuzione delle ore, erano adattate ad un giovane che fosse tuttavia sotto la disciplina dei suoi precettori, piuttosto che alla situazione d’un Principe, a cui fosse affidata la condotta d’una importante guerra. S’egli aspirava a meritar la stima de’ sudditi, veniva ritenuto dal timore di far dispiacere al suo Sovrano; e per fino furon fatti svanire i frutti del suo matrimonio da’ gelosi artifizi d’Eusebia medesima533, che in questa sola occasione sembra essersi dimenticata della tenerezza del suo sesso e della generosità del proprio carattere. La memoria del padre e dei fratelli rammentò a Giuliano il proprio pericolo, e furono accresciuti i suoi timori dal fresco indegno fato di Silvano. Nella state, che precedè la sua elevazione, quel Generale era stato scelto per liberare la Gallia dalla tirannia de’ Barbari; ma Silvano tosto conobbe che avea lasciato nella Corte Imperiale i suoi più pericolosi nemici. Uno scaltro delatore, sostenuto da varj de’ principali ministri, procurò di ottenere da esso alcune lettere commendatizie; e cancellatone tutto il contenuto fuor che la firma, riempì il voto della pergamena di espressioni che indicavano affari di gran rilievo e di tradimento. L’inganno però, attesa l’industria e il coraggio de’ suoi amici, fu scoperto, ed in un gran consiglio di uffiziali civili e militari, tenuto in presenza dell’Imperatore medesimo, fu pubblicamente riconosciuta l’innocenza di Silvano. Ma troppo tardi si fece tale scoperta; la nuova della calunnia e la precipitosa confiscazione del suo patrimonio aveva già indotto lo sdegnato Capitano alla ribellione di cui era stato sì ingiustamente accusato. Egli assunse la porpora nel suo principal quartiere di Colonia, e pareva, che le sue attive forze minacciasser l’Italia d’un’invasione, a Milano di un assedio. In quest’occorrenza Ursicino, Generale d’ugual grado, riguadagnò con un tradimento il favore che aveva perduto per gli eminenti suoi servigi in Oriente. Esacerbato, com’egli poteva speciosamente asserire, da ingiurie di tal natura, si affrettò con pochi seguaci ad unirsi alle bandiere, ed a tradir la fiducia del suo troppo credulo amico. Dopo un regno di soli ventotto giorni, Silvano fu assassinato, i soldati, che senz’alcuna colpevole intenzione avean ciecamente seguìto l’esempio del Capitano, tornarono immediatamente al loro dovere; e gli adulatori di Costanzo celebrarono la saviezza e felicità del Monarca, il quale aveva estinto una guerra civile senza il rischio di veruna battaglia534. La difesa della frontiera della Rezia e la persecuzione della Chiesa Cattolica, trattennero Costanzo in Italia più di diciotto mesi dopo la partenza di Giuliano; e prima di tornar in Oriente volle l’Imperatore compiacere la propria curiosità ed alterigia con una visita che fece alla vecchia capitale535. Egli s’incamminò da Milano verso Roma per le vie Emilia e Flaminia; e quando fu quaranta miglia vicino alla città, la marcia d’un Principe, che non aveva mai vinto alcuno straniero nemico, prese le apparenze d’una processione trionfale. Il suo splendido treno era composto di tutti i ministri di lusso, ma in un tempo di profonda pace era circondato dalle armi lucenti dei numerosi squadroni delle sue guardie e de’ corazzieri. Le spiegate loro bandiere di seta, ricamate d’oro e disegnate in forma di dragoni, sventolavano intorno alla persona dell’Imperatore. Costanza sedeva solo in un alto carro, splendente d’oro e di preziose gemme; ed eccetto che piegò il capo nel passare sotto le porte della città, affettò un imponente contegno d’inflessibile, e come sembrar poteva, insensibile gravità. Si era introdotta nel Palazzo Imperiale dagli Eunuchi l’austera disciplina della gioventù Persiana; e tal’era l’abitudine alla pazienza in essi inculcata, che durante una lenta e noiosa marcia egli non fu mai veduto muover la mano verso la faccia, o voltar gli occhi a destra o a sinistra. Fu ricevuto da’ Magistrati e dal Senato di Roma; ed osservò con attenzione gli onori civili della Repubblica e le immagini consolari delle famiglie nobili. Eran piene le contrade d’una innumerabile moltitudine. Le ripetute acclamazioni esprimevano la loro gioia, nel vedere dopo un’assenza di trentadue anni la sacra persona del loro Sovrano; e Costanzo medesimo con qualche piacevolezza indicava l’affettata sua meraviglia, che l’uman genere si fosse così ad un tratto riunito nel medesimo luogo. Fu alloggiato il figlio di Costantino nell’antico palazzo di Augusto; presedè al Senato, arringò al popolo da quel Tribunale su cui Cicerone sì spesso era salito, assistè con insolita affabilità a’ giuochi del Circo, ed accettò le corone d’oro, ed i panegirici, che avevano preparato per tal ceremonia i Deputati delle principali città. La breve sua visita di trenta giorni fu impiegata in vedere i monumenti dell’arte o della forza che erano sparsi ne’ sette colli e nelle adiacenti valli. Ammirò la tremenda maestà del Campidoglio, la vasta estensione de’ bagni di Caracalla e di Diocleziano, la severa semplicità del Panteon, la soda grandezza dell’anfiteatro di Tito, l’elegante architettura del teatro di Pompeo, e del Tempio della Pace, e soprattutto la maestosa struttura del Foro, e la colonna di Traiano, confessando, che la voce della fama, così facile ad inventare ed ampliare, avea dato un ragguaglio non adeguato della Metropoli del mondo. Il viaggiatore che ha contemplato le ruine dell’antica Roma, può concepir qualche idea imperfetta de’ sentimenti che doveano inspirare, quando innalzavano le fronti nello splendore d’una incorrotta bellezza. La soddisfazione, che Costanzo provò nel suo viaggio, eccitò in esso la generosa emulazione di lasciare a’ Romani qualche memoria della sua gratitudine e munificenza. La sua prima idea fu d’imitare l’equestre statua colossale, che avea veduto nel Foro di Traiano; ma quando seriamente ponderò le difficoltà d’eseguirla536, si determinò piuttosto ad abbellire la capitale col dono d’un obelisco Egiziano. In tempi assai remoti ma culti, che sembra abbiano preceduto l’invenzione della scrittura alfabetica, s’erano eretti questi obelischi in gran numero nella città di Tebe e d’Eliopoli dagli antichi Sovrani dell’Egitto, colla giusta speranza che la semplicità della lor figura e la durezza della materia avrebbero resistito alle ingiurie del tempo e della violenza537. S’erano fatte trasportare a Roma da Augusto e da’ suoi successori molte di queste colonne straordinarie, come monumenti i più durevoli della loro potenza e vittoria538; ma vi rimaneva tuttavia un obelisco, che per la sua grandezza o santità restò lungo tempo immune dalla rapace vanità dei conquistatori. Costantino l’aveva destinato per adornar la sua nuova città539, e poscia che per ordine di lui fu rimosso dalla base su cui posava avanti al tempio del Sole in Eliopoli, fu trasportato per mezzo del Nilo ad Alessandria. La morte di Costantino sospese l’esecuzione del suo disegno, e questo fu l’obelisco dal suo figlio destinato per l’antica capitale dell’Impero. Fu preparato un vascello di straordinaria forza e grandezza per trasferir questo enorme pezzo di granito, lungo almeno cento quindici piedi, dalle rive del Nilo a quelle del Tevere. L’obelisco di Costanzo si pose a terra in distanza di circa tre miglia dalla città, e s’innalzò con grande sforzo d’arte e di lavoro nel gran Circo di Roma540. [A. D. 357 358 359] S’affrettò la partenza di Costanzo da Roma per la non indifferente notizia delle angustie e del pericolo delle Province Illiriche. Le distrazioni della guerra civile e le irreparabili perdite, che le Romane legioni avean fatte nella battaglia di Mursa, esposero quelle regioni quasi senza difesa alla cavalleria leggiera dei Barbari e specialmente alle incursioni de’ Quadi; feroce e potente nazione, che sembra avere cangiato le istituzioni Germaniche colle armi e con gli artifizi militari de’ Sarmati loro alleati541. Le guarnigioni della frontiera non eran sufficienti a reprimere i loro progressi; e l’indolente Monarca fu alla fine costretto di adunare dall’estremità de’ suoi dominj il fiore delle truppe Palatine, di mettersi in campo in persona, e d’impiegare un’intera campagna, col precedente autunno e colla primavera seguente, a proseguir seriamente la guerra. L’Imperatore passò il Danubio sopra un ponte di barche, tagliò a pezzi tutti quelli che incontrava in cammino, penetrò nel cuor del paese de’ Quadi, e vendicò con rigore le calamità, ch’essi avevano cagionato alle Province Romane. Gli sbigottiti Barbari furon tosto ridotti a chieder la pace; offerirono di restituire i di lui sudditi prigionieri in emenda del passato, ed i più nobili ostaggi per pegno della futura loro condotta. La generosa cortesia, dimostrata al primo de’ lor capitani che implorò la clemenza di Costanzo, incoraggiò i più timidi ed ostinati ad imitarne l’esempio; ed il campo Imperiale si trovò pieno di Principi e d’Ambasciatori delle più lontane Tribù, che occupavano le pianure della bassa Polonia, e che si potevan creder sicure dentro l’alta cima de’ monti Carpazi. Mentre Costanzo dava la legge ai Barbari di là dal Danubio, egli distinse con speciosa compassione gli esuli Sarmati, ch’erano stati espulsi dal paese nativo per la ribellione de’ loro schiavi, e che facevano un aumento molto considerabile alla potenza de’ Quadi. L’Imperatore, adottando un generoso, ma insieme artificiale sistema di politica, liberò i Sarmati da’ vincoli di tal umiliante dipendenza, e mediante un trattato a parte restituì loro la dignità d’una nazione, unita sotto il governo d’un Re amico ed alleato della Repubblica. Dichiarossi egli risoluto di sostenere la giustizia della lor causa e di assicurar la pace delle Province coll’estirpazione542, o almeno coll’espulsione de’ Limiganti, i costumi de’ quali eran tuttora infettati da’ vizi della servile lor nascita. L’esecuzione di questo disegno fu accompagnata più da difficoltà che da gloria. Il territorio de’ Limiganti era difeso contro i Romani dal Danubio, contro i nemici Barbari dal Tibisco. Le terre paludose, ch’eran fra questi due fiumi, spesso coperte dalle inondazioni di essi, formavano un intricato deserto, praticabile solo dagli abitanti, che ne sapevano i segreti sentieri e le inaccessibili rocche. All’avvicinarsi di Costanzo, i Limiganti tentarono l’efficacia delle preghiere, della frode e delle armi; ma egli rigettò con vigore le loro suppliche, fece svanire i rozzi loro stratagemmi, e rispinse con arte e fermezza gli sforzi del loro sregolato valore. Una delle lor più guerriere Tribù, stabilita in una piccola isola verso l’unione del Tibisco col Danubio, s’avventurò di passare il fiume con intenzione di sorprendere l’Imperatore, durante la sicurezza di un amichevole conferenza. Ma presto divenne la vittima della perfidia che meditava. Circondati da ogni lato, calpestati dalla cavalleria, e tagliati a pezzi dalle spade delle legioni, sdegnarono di chieder mercede, e con indomita ostinazione anche fra le agonie della morte afferravano le armi. Dopo questa vittoria un corpo considerabile di Romani sbarcò sulle sponde opposte del Danubio; i Taifali, Tribù di Goti impegnata al servizio dell’Impero, invasero i Limiganti dalla parte del Tibisco; ed i Sarmati liberi, loro antichi padroni, animati dalla speranza e dalla vendetta, penetrarono pel montuoso paese nel cuore de’ loro antichi stati. Un incendio generale scoprì le capanne de’ Barbari, ch’erano situate nel profondo della foresta; ed il soldato combatteva con fiducia sopra un pantanoso terreno, in cui non si camminava che con pericolo. In tal estremità i più bravi fra’ Limiganti eran determinati a morire colle armi in mano piuttosto che cedere; ma finalmente prevalse il sentimento più mite, invigorito dall’autorità de’ lor vecchi; ed una supplice folla di essi, seguita dalle mogli e da’ figli, portossi al campo Imperiale per sapere il loro destino dalla bocca del conquistatore. Dopo d’aver celebrato la viva clemenza, che era sempre inclinata a perdonare i replicati loro delitti, ed a risparmiare il restante d’una colpevol nazione, Costanzo assegnò loro per luogo di esilio un lontano paese, dove potevan godere una sicura ed onorevole quiete. I Limitanti obbediron con ripugnanza, ma avanti di giungere, o almeno avanti d’occupare le abitazioni ad essi destinate, tornarono alle rive del Danubio, esagerando i travagli della loro situazione, e chiedendo con fervide proteste di fedeltà, che l’Imperatore si degnasse di conceder loro un tranquillo stabilimento dentro i confini delle Province Romane. In vece di consultar l’esperienza, ch’egli stesso avea fatto della loro incorreggibile perfidia, Costanzo prestò orecchio a’ suoi adulatori, che furon pronti a mettergli in vista l’onore ed il vantaggio di ricevere una colonia di soldati in un tempo, in cui era più facile d’ottener da’ sudditi dell’Impero delle contribuzioni pecuniarie, che il militar servizio. Fu permesso a’ Limiganti di passare il Danubio; e l’Imperatore diede udienza alla moltitudine in una larga pianura vicina alla moderna città di Buda. Essi circondarono il Tribunale, e pareva, che ascoltassero con rispetto una orazione piena di dignità e di dolcezza, quando uno de’ Barbari, gettando per aria la sua scarpa, gridò ad alta voce Marha! Marha! parola di diffidenza, che fu ricevuta come segnale del tumulto. Corsero così con furia ad impadronirsi della persona dell’Imperatore; dalle rozze lor mani fu saccheggiato il suo trono reale e l’aureo suo letto; ma la difesa fedele delle sue guardie, che gli morirono a’ piedi, gli procurò un momento di tempo per salire sopra un veloce cavallo, e sottrarsi alla confusione. La disgrazia incorsa per una sorpresa di traditori, fu presto vendicata dal numero e dalla disciplina de’ Romani; nè si finì il combattimento che coll’estinzione del nome e della nazione de’ Limiganti. I Sarmati, liberi, furon di nuovo posti in possesso delle antiche loro sedi, e sebbene Costanzo diffidasse della leggerezza del loro carattere, pure aveva qualche speranza che un sentimento di gratitudine influir potesse nella futura loro condotta. Aveva egli osservato l’alta statura e l’ossequioso contegno di Zizais uno de’ più nobili fra’ lor Capitani. Gli conferì dunque il titolo di Re; e Zizais dimostrò di non essere indegno di regnare con un sincero e durevole attaccamento agl’interessi del suo benefattore, che dopo tale splendido fatto ricevè il nome di Sarmatico dalle acclamazioni del vittorioso suo esercito543. [A. D. 358] Mentre il Romano Imperatore ed il Monarca di Persia difendevano alla distanza di tremila miglia i loro estremi confini contro i Barbari del Danubio e dell’Oxo, la frontiera, che si trovava interposta fra loro, pativa le vicende d’una languida guerra e di una precaria tregua. Due ministri Orientali di Costanzo, cioè Musoniano Prefetto del Pretorio, l’abilità del quale non ebbe effetto per mancanza di verità e d’integrità, e Cassiano Duca di Mesopotamia, coraggioso e veterano soldato, aprirono una segreta negoziazione col Satrapa Tamsapore544. Queste aperture di pace, trasportate nel servile e adulante linguaggio Asiatico, furono mandate al campo del gran Re, il quale risolse di significare per mezzo d’un Ambasciatore i termini ch’era inclinato ad accordare ai supplicanti Romani. Narsete, ch’egli aveva decorato di tal carattere, fu ricevuto onorevolmente nel passare che fece per Antiochia e Costantinopoli; giunse dopo un lungo cammino a Sirmio, e nella sua prima udienza rispettosamente spiegò il velo di seta che copriva la superba lettera del suo Sovrano. Sapore, Re dei Re e fratello del Sole e della Luna (tali erano gli altieri titoli affettati dall’Orientai vanità) esprimeva la sua compiacenza, che il suo fratello Costanzo Cesare fosse stato istruito dall’avversità. Sosteneva egli, come legittimo successore di Dario Istaspe, che il fiume Strimone in Macedonia era il vero ed antico limite del suo Impero; dichiarando, però, che in prova della sua moderazione si sarebbe contentato delle Province dell’Armenia e della Mesopotamia, che fraudolentemente s’erano estorte da’ suoi Antenati. Egli assicurava, che senza la restituzione di queste contrastate regioni era impossibile stabilire alcun trattato sopra una forte e durevole base; e minacciava con arroganza, che se tornava il suo Ambasciatore senza effetto, egli era preparato ad entrare in campo nella primavera, ed a sostener la giustizia della sua causa colla forza delle sue invincibili armi. Narsete, ch’era dotato delle più culte ed amabili qualità, procurò di addolcire, per quanto il suo dovere lo permetteva, la durezza dell’ambasciata545. Maturamente fu ponderato sì lo stile che la sostanza della lettera nel consiglio Imperiale, e fu rimandato l’Ambasciatore colla risposta; "che Costanzo aveva diritto di non approvare l’officiosità de’ suoi ministri, che avevano operato senz’avere alcun ordine speciale del Trono; egli ciò nonostante non era alieno da un uguale ed onorevole trattato; ma era molto indecente ed assurdo il proporre all’unico e vittorioso Imperatore del Mondo Romano quelle medesime condizioni di pace, ch’esso aveva rigettato con isdegno, quando era limitato il suo potere dentro gli angusti limiti dell’Oriente; e dovrebbe Sapore rammentarsi, che se qualche volta i Romani erano stati vinti in battaglia, essi erano quasi sempre stati felici nell’esito della guerra". Pochi giorni dopo la partenza di Narsete furon mandati tre Ambasciatori alla Corte di Sapore, il quale dalla spedizione della Scizia era già tornato all’ordinaria sua residenza di Ctesifonte. Furono scelti un Conte, un Notaro ed un Sofista per quest’importante commissione; e Costanzo, ch’era segretamente ansioso di concluder la pace, aveva qualche speranza, che la dignità del primo di questi ministri, la destrezza del secondo e la rettorica del terzo546 avrebbero persuaso il Monarca Persiano a diminuire il rigore delle sue domande. Ma i progressi del loro trattato furon combattuti e fatti svanire dagli ostili artifizi d’Antonino547, suddito Romano della Siria, ch’era fuggito dall’oppressione, ed ammesso a’ consigli di Sapore e fino alla mensa reale, dove secondo l’uso de’ Persiani si discutevano frequentemente gli affari più rilevanti548. Lo scaltro fuggitivo, colla medesima condotta con cui soddisfaceva alla sua vendetta, promuoveva il proprio interesse. Egli continuamente stimolava l’ambizione del nuovo suo Signore ad abbracciar la favorevole occasione che le più valorose truppe Palatine eran occupate coll’Imperatore in una distante guerra sul Danubio. Istigava Sapore ad invader l’esauste e non difese Province dell’Oriente colle numerose armate della Persia, ora fortificate mediante l’alleanza ed aggiunta de’ Barbari più feroci. Tornarono dunque senza buon successo gli Ambasciatori di Roma, ed una seconda Ambasceria, di grado ancor più onorevole, fu detenuta in istretto confino, e minacciata o di morte o d’esilio. [A. D. 359] L’Istorico militare stesso549, che fu spedito ad osservar l’esercito de’ Persiani, allorchè preparavansi a costruire un ponte di barche sul Tigri, vide da una eminenza la pianura d’Assiria, per quanto stendevasi l’orizzonte, coperta di uomini, d’armi, e di cavalli. Alla testa di essi compariva Sapore, cospicuo per lo splendore della sua porpora. Alla sinistra di lui, che fra gli Orientali è il posto più onorato, Grumbate Re de’ Chioniti dimostrava il vigoroso portamento d’un provetto e famoso guerriero. Il corrispondente posto dall’altra parte s’era dal Monarca riserbato pel Re degli Albanesi, che conduceva le sue Tribù indipendenti da’ lidi del mar Caspio. I Satrapi ed i Generali eran distribuiti secondo i diversi loro gradi, e tutta l’armata, oltre il numeroso treno del lusso Orientale, consisteva in più di centomila combattenti, indurati alla fatica e scelti fra le più valorose nazioni dell’Asia. Il disertore di Roma, che in certo modo dirigeva i consigli di Sapore, l’aveva prudentemente avvisato, che in luogo di consumar la state in tediosi e difficili assedi, marciasse direttamente verso l’Eufrate, e senza indugio cercasse d’impadronirsi della debole e ricca Metropoli della Siria. Ma i Persiani, appena si furono un poco avanzati nelle pianure della Mesopotamia, che videro essersi usata qualunque precauzione che ritardar potesse i loro progressi, e sconcertarne i disegni. Gli abitanti co’ loro bestiami s’erano assicurati ne’ luoghi forti, s’erano incendiate per tutto il paese le biade non anche mature, e fortificati con acuti pali i guadi del fiume; sugli opposti lidi eransi piantate delle macchine militari, ed una opportuna piena dell’Eufrate spaventò i Barbari dal tentare il solito passo del ponte di Tapsaco. Allora la perita loro guida, mutato il disegno delle operazioni, condusse l’esercito per un lungo circuito, ma per un fertile territorio verso la sorgente dell’Eufrate, dove il nascente fiume riducesi ad un basso ed accessibil torrente. Sapore non curò con prudente disprezzo la forza di Nisibi, ma passando sotto le mura d’Amida, risolvè di sperimentare, se la maestà della sua presenza avesse indotto la guarnigione a immediatamente sottomettersi. Il sacrilego insulto d’un dardo, che a caso strisciò sulla reale sua tiara, lo convinse dell’errore in cui era; e lo sdegnato Monarca diede con impazienza orecchio all’avviso de’ suoi ministri, che lo scongiuravano a non sagrificare il successo della sua ambizione alla soddisfazione della sua collera. Il giorno seguente, Grumbate s’avanzò verso le porte con un corpo scelto di truppe, e chiese la resa immediata della città, come l’unica espiazione che si potesse accettare per tal atto di temerità e d’insolenza. Fu risposto alle sue proposizioni con una generale scarica, e l’unico di lui figlio, bello e valente giovane, fu trafitto nel cuore da un dardo scagliato da una balestra. Si celebrò, secondo i riti del suo paese, il funerale del Principe de’ Chioniti; ed il dispiacere del vecchio suo padre fu alleggerito dalla solenne promessa di Sapore, che la rea città d’Amida sarebbe servita di rogo funebre per espiare la morte ed eternar la memoria del figlio. L’antica città d’Amid o Amida550, che alle volte prende anche il nome provinciale di Diarbekir551, è vantaggiosamente situata in una fertil pianura, bagnata da’ naturali e dagli artefatti canali del Tigri, di cui il maggior ramo circonda in forma circolare l’oriental parte della città. L’Imperator Costanzo poco avanti avea conferito ad Amida l’onor del suo nome, e vi aveva aggiunto le fortificazioni di stabili mura e di alte torri. Essa era provvista d’un arsenale di macchine militari, e la guarnigione ordinaria era stata accresciuta fino a sette legioni quando fu attaccata dalle armi di Sapore552. Le sue prime e più ardenti speranze dipendevan dall’esito d’un assalto generale. Furono assegnati i lor posti alle varie nazioni, che seguitavano le sue bandiere; il Mezzodì a’ Verti, il Settentrione agli Albanesi, l’Oriente a’ Chioniti, accesi d’ira e di cordoglio, l’Occidente a’ Segestani, i più prodi fra’ suoi guerrieri, che si coprivano la fronte con una formidabile linea d’Indiani elefanti553. I Persiani da ogni parte sostenevano i loro sforzi, ed animavano il loro coraggio; ed il Monarca, non curando la propria dignità e salvezza, dimostrava in proseguire l’assedio l’ardore d’un giovane soltanto. Dopo un ostinato combattimento, i Barbari furon rispinti, ed immediatamente tornati all’assalto, furono di nuovo mandati indietro con una terribile strage. Due legioni ribelli di Galli, ch’erano state bandite dall’Oriente, segnalarono il loro non disciplinato coraggio con una sortita fatta di notte nel centro del campo Persiano. Nell’ardore di uno de’ più fieri di questi replicati assalti, Amida fu tradita dalla perfidia d’un disertore, che indicò a’ Barbari una segreta e negletta scaletta, tagliata nella rupe che pende sopra il corso del Tigri. Tacitamente salirono settanta arcieri scelti della guardia reale al terzo piano d’un’alta torre, che dominava il precipizio; essi alzarono la bandiera Persiana, che fu segnale di partenza per gli assalitori, e di turbamento per gli assediati; e se questi già perduti soldati avesser potuto mantenere il loro posto pochi minuti di più, col sacrifizio delle loro vite si sarebbe potuto comprare l’espugnazione della piazza. Poscia che Sapore ebbe sperimentato senz’effetto il poter della forza e degli stratagemmi, ricorse alle più lente ma più sicure operazioni di un regolare assedio, nella condotta del quale fu istruito dalla perizia de’ disertori Romani. Ad una giusta distanza s’aprirono le trinciere, e le truppe destinate a tal uso, avanzarono sotto il tetto portatile di forti graticci per riempire il fosso, e minare i fondamenti delle mura, Nel tempo stesso costruite furono torri di legno, e spinte innanzi sopra le ruote, affinchè o i soldati, che erano provvisti di armi da scagliare d’ogni specie, potessero combattere quasi a livello colle truppe che difendevano le mura. S’impiegò in difesa d’Amida ogni sorta di resistenza che l’arte potea suggerire, o il coraggio porre in esecuzione, e più d’una volta le macchine di Sapore furon distrutte dal fuoco de’ Romani. Ma si possono esaurire le forze d’una città assediata. I Persiani riparavan le loro perdite, ed avanzavano le opere; l’ariete, che continuamente batteva, avea fatta una larga breccia, e la forza della guarnigione, diminuita dal ferro e dalle malattie, cedè al furor dell’assalto. I soldati, i cittadini, le loro mogli e figliuoli, tutti quelli, che non ebber tempo di fuggire per la porta opposta, furono da’ conquistatori involti in un indistinto macello. [A. D. 360] Ma la rovina d’Amida fu la salute delle Province Romane. Tosto che furono quietati i primi trasporti della vittoria, Sapore fu in grado di riflettere, che per castigare una disubbidiente città, egli aveva perduto il fiore delle sue truppe e la stagione più favorevole per la conquista554. Eran caduti trentamila de’ suoi veterani sotto le mura d’Amida, nella continuazione d’un assedio, che durò settantatre giorni, ed il deluso Monarca tornò alla sua Capitale con affettato trionfo e con segreta mortificazione. Egli è più che probabile, che l’incostanza de’ Barbari suoi alleati fosse tentata d’abbandonare una guerra, in cui avevan incontrato sì inaspettate difficoltà, e che il vecchio Re de’ Chioniti, saziato di vendetta, con orrore s’allontanasse da una scena d’azione, dov’era restato privo della speranza di sua famiglia e nazione. La forza non meno che lo spirito dell’esercito, con cui Sapore venne in campo nella seguente primavera, non era più uguale alle illimitate mire di sua ambizione. Invece d’aspirare alla conquista dell’Oriente, fu costretto a contentarsi di prendere due fortificate città della Mesopotamia, Singara e Bezabde555; l’una situata in mezzo ad un arenoso deserto, e l’altra in una picciola penisola circondata quasi da ogni parte dal profondo e rapido corso del Tigri. Furono fatte prigioniere cinque legioni Romane di quella diminuita grandezza, a cui s’eran ridotte nel secolo di Costantino, e mandate schiave negli estremi confini della Persia. Smantellate le mura di Singara, il conquistatore abbandonò quel luogo solitario e segregato. Ma con diligenza restaurò le fortificazioni di Bezabde, ed in quel posto importante stabilì una guarnigione o colonia di veterani, ampiamente fornita di ogni sorta di difesa, ed animata da alti sentimenti d’onore e di fedeltà. Verso il fine della campagna le armi di Sapore ebbero qualche sinistro per un’infelice impresa contro Virta, o Tecrit, bene munita, o come fu generalmente creduto fino al tempo di Tamerlano, inespugnabil fortezza degli Arabi indipendenti556. La difesa dell’Oriente contro lo armi di Sapore esigeva, ed esercitato avrebbe l’abilità del più consumato Generale; e parve una fortuna per lo Stato, che quella fosse la Provincia del valoroso Ursicino, che solo meritava la fiducia de’ soldati e del popolo. Ma nel tempo del pericolo, Ursicino557 fu rimosso dal suo posto pei maneggi degli Eunuchi; ed il comando militare dell’Oriente per gl’istessi mezzi fu dato a Sabiniano. ricco e sottil veterano, ch’era giunto alle infermità della vecchiaia senz’acquistarne l’esperienza. Per un secondo ordine, ch’ebbe origine dagli stessi gelosi ed incostanti consigli, Ursicino fu nuovamente spedito alle frontiere della Mesopotamia, e condannato a sostener le fatiche d’una guerra, gli onori della quale s’erano trasferiti all’indegno rivale di lui. Sabiniano stabilì il suo indolente quartiere sotto le mura d’Edessa, e mentr’egli si dilettava dell’oziosa parata dell’esercizio militare, ed al suono de’ flauti si muoveva in Pirrica danza, la pubblica difesa era abbandonata all’ardire e alla diligenza del primiero Generale dell’Oriente. Ma ogni volta che Ursicino raccomandava qualche vigoroso piano d’operazioni; quando proponeva di girare alla testa di una leggiera ed attiva armata intorno alle falde de’ monti per intercettare i convogli del nemico, inquietare la vasta estensione delle linee Persiane, e sollevare le angustie d’Amida, il timido ed invidioso Comandante allegava, che da positivi ordini gli era impedito di mettere a rischio la salute delle truppe. Amida finalmente fu presa; i più prodi suoi difensori, che s’eran salvati dal ferro de’ Barbari, moriron per mano del carnefice nel campo Romano; ed Ursicino medesimo dopo d’aver sofferto la disgrazia d’un esame parziale fu punito per la cattiva condotta di Sabiniano colla perdita del militare suo grado. Ma Costanzo ben presto sperimentò la verità della predizione, che un onesto sdegno aveva tratto di bocca all’ingiuriato suo Duce, vale a dire, che sintanto che si fosse tollerato, che prevalessero tali massime di governo, l’Imperatore stesso avrebbe veduto, non essere facile impresa il difendere gli Orientali suoi Stati dalla invasione d’uno straniero nemico. Quando ebbe soggiogati o quietati i Barbari del Danubio, Costanzo a lente giornate s’incamminò verso l’Oriente, e dopo aver pianto sulle ancor fumanti ruine d’Amida, pose con un potente esercito l’assedio a Bezabde. Venivano scosse le mura da’ replicati sforzi de’ più grossi arieti; la città era ridotta all’ultima estremità, ma fu sempre difesa dal paziente ed intrepido valor della guarnigione, finchè l’avvicinarsi della stagione piovosa obbligò l’Imperatore a toglier l’assedio, ed a ritirarsi con ignominia ne’ suoi quartieri d’inverno ad Antiochia558. L’orgoglio di Costanzo, e l’ingegno de’ suoi cortigiani non sapevano come trovar materia di panegirici negli avvenimenti della guerra Persiana; mentre la gloria del suo cugino Giuliano, al comando militare del quale avea esso affidate le Province della Gallia, era sparsa pel Mondo con una semplice e breve narrazione delle sue imprese. Nel cieco furore della guerra civile, Costanzo avea abbandonato a’ Barbari della Germania il paese della Gallia, che sempre riconosceva l’autorità del suo rivale. Un numeroso sciame di Franchi e di Alemanni fu invitato a passare il Reno con presenti e promesse, colla speranza delle spoglie, e con una perpetua concessione di tutti i territori, ch’essi avrebber potuto sottomettere559. Ma l’Imperatore, che per un passeggiero servigio avea con tanta imprudenza provocato lo spirito rapace de’ Barbari, presto conobbe e sentì con rammarico le difficoltà di sloggiare que’ formidabili alleati, dopo ch’essi gustate avean le ricchezze del suolo Romano. Senza riguardo veruno alla sottile distinzione di fedeltà e di ribellione, quest’indisciplinati ladroni trattavano come lor naturali nemici tutti i sudditi dell’Impero, che possedevano qualche cosa, ch’essi desideravano d’acquistare. Furon saccheggiate, e per la maggior parte ridotte in cenere quarantacinque floride città, Tongres, Colonia, Treveri, Vormazia, Spira, Strasburgo ec. oltre il numero molto maggiore di castelli e villaggi. I Barbari della Germania, sempre fedeli alle massime de’ loro antichi, abborrivano i recinti di mura, a’ quali davan gli odiosi nomi di prigioni e sepolcri; e piantando le indipendenti loro abitazioni sopra le rive de’ fiumi, come del Reno, della Mosella, della Mosa, si assicuravano dal pericolo d’una sorpresa, mediante una rozza e precipitosa fortificazione di grossi alberi ch’essi abbattevano, e ponevano attraverso alle strade. Gli Alemanni si stabilirono nei moderni paesi dell’Alsazia e della Lorena; i Franchi occuparono l’Isola de’ Batavi insieme con un’ampia estensione del Brabante, che allora si conosceva sotto il nome di Toxandria560, e merita d’esser considerata come la sede originale della Gallica loro Monarchia561. Dalla sorgente fino all’imboccatura del Reno le conquiste de’ Germani s’estesero sopra quaranta miglia a ponente di quel fiume in un paese popolato di colonie del proprio lor nome e nazione; ed il teatro delle loro devastazioni era tre volte più esteso di quello delle loro conquiste. Ad una distanza anche maggiore restarono abbandonati i luoghi aperti della Gallia, e gli abitanti delle città fortificate, che confidavano nella propria forza e vigilanza, furono costretti a contentarsi di que’ sussidj di grano, che poteva nascere nel terreno compreso dentro il recinto delle lor mura. Le diminuite legioni, mancanti di paga e di provvisioni, di armi e di disciplina, tremavano all’avvicinarsi, e fino al nome stesso de’ Barbari. In tali triste circostanze fu destinato un inesperto giovane a salvare e governar le Province della Gallia, o piuttosto, come si esprime egli stesso, a rappresentare una vana immagine della grandezza Imperiale. La ritirata e studiosa educazione di Giuliano, durante la quale s’era più addomesticato co’ libri che colle armi, co’ morti che co’ viventi, lo lasciò in una profonda ignoranza delle arti pratiche della guerra e del governo; e quando egli sgarbatamente ripetea qualche esercizio militare, ch’era per lui necessario d’apprendere, esclamava sospirando, »o Platone, Platone, qual occupazione per un filosofo!» Pure anche questa speculativa filosofia, che gli uomini d’affari son troppo inclinati a disprezzare, aveva infuso nello spirito di Giuliano i precetti più nobili, ed i più splendidi esempj; l’aveva animato coll’amor della virtù, col desiderio della fama, e col disprezzo della morte. L’abito di temperanza, che si commenda nelle scuole, diviene anche più essenziale nella severa disciplina d’un campo. I puri bisogni della natura regolavano la misura del suo cibo e del suo sonno. Rigettando con isdegno le delicatezze preparate per la sua tavola, egli saziava il suo appetito colle semplici e comuni vivande assegnate a’ più bassi soldati. Nel rigor d’un inverno della Gallia non volle mai soffrire il fuoco nella sua camera, e dopo un breve ed interrotto riposo, spesse volle s’alzava nel più bel della notte da un tappeto steso sul suolo, per ispedire qualche urgente affare, per visitar le sue ronde, e per rubar pochi momenti, ad oggetto di proseguire i favoriti suoi studi562. I precetti d’eloquenza, ch’egli aveva fin qui praticato in immaginari soggetti di declamazione, furono più vantaggiosamente applicati ad eccitare o a quietare le passioni d’una moltitudine armata; e quantunque Giuliano, per l’antica sua abitudine di conversazione e di letteratura, fosse più familiarmente istruito delle bellezze della lingua Greca, pure aveva ancora una sufficiente cognizione della Latina563. Come Giuliano a principio non era stato destinato a sostenere il carattere di Legislatore o di Giudice, egli è probabile che la Giurisprudenza civile de’ Romani non avesse richiamato alcuna parte considerabile della sua attenzione: ma ritrasse però da’ suoi filosofici studj un inflessibil riguardo per la giustizia, temperato da una disposizione alla clemenza, la cognizione de’ generali principj d’equità e d’evidenza, e la facoltà d’investigare pazientemente le più intrigate e tediose questioni, che potesser proporsi alla sua discussione. Le misure di politica e le operazioni di guerra debbono soggiacere ai diversi accidenti delle circostanze e dei caratteri, e l’inesperto studente debb’essere spesso dubbioso nell’applicazione della più perfetta teoria. Ma nell’acquisto di tale importante scienza, Giuliano fu assistito non meno dall’attiro vigore del suo proprio ingegno che dalla saviezza ed esperienza di Sallustio, uffiziale elevato in grado, che tosto concepì un sincero amore verso un Principe sì degno della sua amicizia: l’incorruttibile integrità di lui era ornata dal talento di sapere insinuare le più ardue verità, senza, offendere la delicatezza d’un orecchio reale564. [A. D. 356] Giuliano, subito dopo ch’ebbe ricevuta la porpora a Milano, fu mandato nella Gallia con una debole comitiva di 360 soldati. A Vienna, dove passò un inverno penoso e pieno di cure nelle mani di que’ ministri, a’ quali Costanzo avea confidata la direzione di sua condotta, Cesare fu informato dell’assedio e della liberazione d’Autun. Quella vasta ed antica città, non difesa che da rovinate mura e da una pusillanime guarnigione, fu salvata per la generosa risoluzione di pochi veterani, che a difesa della patria loro ripresero le armi. Nel passar ch’ei fece da Autun nell’interno delle Province Galliche, Giuliano abbracciò con ardore la prima opportunità di segnalare il proprio coraggio. Alla testa d’un piccolo corpo di arcieri e di grave cavalleria, egli preferì la più breve, ma più pericolosa delle due strade che potea fare; ed ora eludendo gli attacchi de’ Barbari, ch’eran padroni della campagna, ora facendo lor fronte, arrivò con onore e salvezza al campo vicino a Reims, dove le truppe Romane avevano avut’ordine di adunarsi. La vista del lor giovane Principe rinvigorì lo spirito languente de’ soldati, e partirono da Reims per cercare il nemico con tal fiducia, che poco mancò non tornasse loro fatale. Gli Alemanni, pratici del paese, raccolsero segretamente le sparse lor forze, e presa l’opportunità d’una oscura e piovosa giornata, gettaronsi con inaspettato impeto sulla retroguardia de’ Romani. Prima che rimediar si potesse all’inevitabile disordine, due legioni rimaser disfatte; e Giuliano apprese per esperienza, che la cautela e la vigilanza sono le più importanti lezioni dell’arte della guerra. In una seconda e più felice azione, ricuperò e stabilì la sua fama militare; ma siccome l’agilità de’ Barbari non gli permise d’inseguirli, la sua vittoria non fu sanguinosa nè decisiva. Si avanzò, nonostante, fino alle rive del Reno, osservò le rovine di Colonia, si convinse delle difficoltà della guerra, e si ritirò all’avvicinarsi dell’inverno, mal contento della Corte, del suo esercito e della sua fortuna565. La forza del nemico era tuttavia nel suo vigore, e non sì tosto ebbe Cesare divise le proprie truppe; e stabiliti a Sens nel centro della Gallia i quartieri, che fu circondato ed assediato da una numerosa oste di Germani. Ridotto in tal estremità ai ripieghi del proprio ingegno, dimostrò una prudente intrepidezza, che compensò tutte le mancanze del luogo e della guarnigione; ed i Barbari, in capo a trenta giorni, furon costretti a ritirarsi senz’effetto, pieni di rabbia. [A. D. 357] L’interna compiacenza di Giuliano, il quale non era debitore che alla propria spada di questa insigne liberazione, fu amareggiata dal riflettere, ch’egli era stato abbandonato, tradito e forse sagrificato alla distruzione da quelli, ch’eran obbligati ad assisterlo per ogni vincolo d’onore e di fedeltà. Marcello, Comandante generale della cavalleria nella Gallia, interpretando troppo rigorosamente gli ordini gelosi della Corte, mirava con fredda indifferenza le angustie di Giuliano, ed aveva impedito alle truppe, ch’erano sotto i suoi ordini, di marciare in soccorso di Sens. Se Cesare avesse tacitamente dissimulato un insulto tanto pericoloso, la persona e l’autorità sua divenivano esposte al disprezzo del Mondo; e se si fosse lasciata passare impunemente un’azione sì rea, l’Imperatore avrebbe confermato i sospetti, a’ quali si dava un colore molto specioso dalla sua precedente condotta verso i Principi della famiglia Flavia. Marcello fu richiamato, e blandamente dimesso dalla sua carica566. In luogo di lui fu destinato generale della cavalleria Severo, esperto soldato, di conosciuto coraggio e fedeltà, che era capace d’avvertir con rispetto ed eseguire con zelo, e che senza ripugnanza si sottopose al supremo comando, che Giuliano finalmente ottenne per le premure della sua protettrice Eusebia, sopra gli eserciti della Gallia567. Per la prossima campagna fu adottato un sistema d’operazioni molto giudizioso. Giuliano medesimo, alla testa del rimanente delle veterane sue truppe e di alcune nuove leve, che gli era stato permesso di fare, arditamente penetrò nel centro de’ ripostigli de’ Germani, e con diligenza ristabilì le fortificazioni di Saverna in un posto vantaggioso, che avrebbe o represse le scorrerie, o impedita la ritirata del nemico. Nell’istesso tempo Barbazio, Generale d’infanteria, si mosse da Milano con un’armata di trentamila uomini, e passando le montagne, si apparecchiava a gettare un ponte sul Reno, nelle vicinanze di Basilea. Era ragionevole d’aspettarsi, che gli Alemanni, stretti per ogni parte dalle armi Romane, si sarebbero tosto trovati nella necessità d’abbandonar le Province della Gallia, e sarebbero corsi a difendere il nativo loro paese. Ma svanirono le speranze di quella campagna per l’incapacità o per la invidia o per le segrete istruzioni di Barbazio, il quale si diportò come se fosse stato nemico di Cesare, e segreto alleato de’ Barbari. La negligenza, con cui lasciò liberamente passare e tornare indietro una truppa di saccheggiatori, quasi avanti alle porte del suo campo, gli si può attribuire a mancanza d’abilità; ma il perfido atto di bruciare una quantità di barche e di provvisioni superflue, che sarebbero state del più rilevante vantaggio all’esercito della Gallia, fu una prova delle sue ree ed ostili intenzioni. I Germani disprezzarono un nemico, che pareva mancante di forze o d’inclinazione ad offenderli; e l’ignominiosa ritirata di Barbazio privò Giuliano dell’aspettato soccorso, e gli lasciò il pensiero di liberarsi da una pericolosa situazione, in cui non poteva egli nè rimanere con salvezza, nè ritirarsi con onore568. [A. D. 357] Gli Alemanni, appena furon liberati da’ timori di un’invasione, si prepararono a castigare il giovane Romano, che pretendeva disputar loro il possesso di quel paese, ch’essi credevano appartenere a se medesimi per diritto di conquista e per li trattati. Consumarono tre giorni e tre notti nel trasferire sul Reno le militari lor forze. Il fiero Cnodomar, scuotendo il pesante suo dardo, che vittoriosamente avea maneggiato contro il fratello di Magnenzio, conduceva la vanguardia de’ Barbari, e moderava colla sua esperienza il marziale ardore che il suo esempio inspirava569. Egli era seguitato da sei altri Re, da dieci Principi di nascita reale, da una lunga serie di coraggiosi nobili, e da trentacinquemila de’ più prodi guerrieri delle Tribù della Germania. L’ardire che nasceva dalla cognizione della propria lor forza, fu accresciuto dalla notizia che loro portò un disertore, che Cesare con un debole esercito di tredicimila uomini occupava un posto circa ventun miglia distante dal loro campo di Strasburgo. Con tali disuguali forze, Giuliano risolvè di cercare e d’incontrare l’esercito Barbaro, e fu preferito il periglio d’un’azione generale alle tediose ed incerte operazioni d’attaccare separatamente i corpi dispersi degli Alemanni. I Romani marciavano raccolti fra loro in due colonne, la cavalleria alla destra, e l’infanteria alla sinistra; ed il giorno era così avanzato, quando giunsero a vista del nemico, che Giuliano desiderava di differir la battaglia fino alla mattina seguente, e dar tempo alle sue truppe di ristabilir l’esauste lor forze co’ necessari aiuti del riposo e del cibo. Non pertanto, cedendo con qualche ripugnanza alle grida de’ soldati, ed anche all’opinione del suo Consiglio, gli esortò a giustificar col valore quell’ardente impazienza, che in caso di una rotta si sarebbe universalmente tacciata co’ nomi di temerità e di presunzione. Suonarono le trombe, s’udì pel campo il clamor militare, e le due Armate corsero con ugual furore all’attacco. Cesare, che in persona comandava l’ala destra, contava sulla destrezza de’ suoi arcieri e sul peso dello loro corazze. Ma furono immediatamente rotte le sue linee da un irregolar mescuglio di cavalleria e di fanteria leggiera, ed ebbe la mortificazione di vedere la fuga di seicento de’ più rinomati suoi corazzieri570. I fuggitivi furono trattenuti e riuniti dalla presenza ed autorità di Giuliano, che non curando la propria salute, si gettò avanti di loro, e mettendo in contro ogni stimolo di vergogna e d’onore, li ricondusse contro il vittorioso nemico. Il combattimento fra le due linee d’infanteria fu ostinato e sanguinoso. I Germani erano superiori in forza e statura, i Romani in disciplina e disposizione; e siccome i Barbari, che militavano sotto lo stendardo dell’Impero, univano in se i respettivi vantaggi d’ambe le parti, i loro vigorosi sforzi, guidati da un perito condottiero, finalmente determinarono l’evento della giornata. I Romani perderono quattro tribuni, e dugentoquarantatre soldati in questa memorabil battaglia di Strasburgo, tanto gloriosa per Cesare571, e salutare per le afflitte Province della Gallia. Seimila Alemanni rimaser morti sul campo, senz’includervi quelli, che s’annegaron nel Reno, o furono trafitti dai dardi, mentre tentavano di passare a nuoto all’altra riva del fiume572. Cnodomar istesso fu circondato e fatto prigioniero insieme con tre dei suoi valorosi compagni, che avean giurato di seguire in vita o in morte il destino del loro capo. Giuliano lo ricevè con pompa militare nel Consiglio de’ suoi ufficiali; ed esprimendo una generosa compassione dell’abbattuto suo stato, dissimulò l’interno disprezzo, che aveva per la vile umiliazione del suo prigioniero. In vece di far mostra del vinto Re degli Alemanni, come un grato spettacolo alle città della Gallia, trasse rispettosamente ai piè dell’Imperatore questo splendido trofeo della sua vittoria. Cnodomar ebbe un onorevole trattamento; ma l’impaziente Barbaro non potè sopravvivere lungo tempo alla sua disfatta, al suo confino ed esilio573. [A. D. 358] Poscia che Giuliano ebbe scacciato gli Alemanni dalle Province dell’alto Reno, voltò le armi contro dei Franchi, i quali eran situati più vicini all’Oceano sui confini della Gallia e della Germania, e che pel numero e più ancora per l’intrepido loro valore s’erano sempre stimati fra’ Barbari i più formidabili574. Quantunque fossero questi fortemente attratti dagli allettativi della rapina, professavan però un disinteressato amor della guerra, ch’essi riguardavano come la suprema felicità ed il massimo onore della vita umana; e gli spiriti non meno che i corpi loro erano sì perfettamente indurati pel continuo esercizio, che secondo la viva espressione d’un oratore, le nevi dell’inverno erano per essi così piacevoli, come i fiori della primavera. Nel mese di dicembre, dopo la battaglia di Strasburgo, Giuliano attaccò un corpo di seicento Franchi, che si eran gettati in due castelli sopra la Mosa575. Nel mezzo di quella rigida stagione sostennero essi con inflessibil costanza un assedio di quarantaquattro giorni; sintanto che in ultimo esausti dalla fame, ed accortisi che la vigilanza del nemico in rompere il ghiaccio del fiume non lasciava più loro alcuna speranza di fuga, i Franchi acconsentirono per la prima volta a recedere dall’antica legge, che imponeva loro di vincere o di morire. Cesare immediatamente mandò questi prigionieri alla Corte di Costanzo, che accettandoli come un pregevole dono576, prese con piacere l’occasione di aggiungere tanti eroi alle più scelte truppe delle sue guardie domestiche. L’ostinata resistenza di questo pugno di Franchi fece apprendere a Giuliano le difficoltà della spedizione, che meditava di fare nella seguente primavera contro tutto il corpo della nazione. La sua rapida diligenza però sorprese e spaventò gli attivi Barbari. Ordinando a’ suoi soldati di provvedersi di biscotto per venti giorni, improvvisamente piantò il suo campo vicino a Tongres, mentre il nemico lo supponeva sempre ne’ quartieri d’inverno a Parigi, e che aspettasse il lento arrivo de’ suoi convogli d’Aquitania. Senza lasciar tempo a’ Franchi d’unirsi o di deliberare, dispose con arte le sue legioni, da Colonia fino all’Oceano; e pel terrore, non meno che pel felice successo delle sue armi, tosto riduce le supplicanti Tribù ad implorar la clemenza, e ad obbedire a’ comandi del loro Conquistatore. I Camavj si ritiraron sommessamente alle antiche loro abitazioni di là dal Reno; ma fu accordato a’ Salj di possedere il nuovo stabilimento di Toxandria, come soggetti ed ausiliari dell’Impero Romano577. Si ratificò con solenni giuramenti il trattato, e furon destinati varj inspettori perpetui per risedere tra’ Franchi, coll’autorità di esigere la rigorosa osservanza de’ patti. Si riporta un accidente abbastanza interessante per se medesimo, ed in nessun modo ripugnante al carattere di Giuliano, che ingegnosamente immaginò l’intreccio e la catastrofe della tragedia. Quando i Camavj chieser la pace, egli dimandò il figlio del loro Re come l’unico ostaggio, su cui potesse fidarsi. Un tristo silenzio, interrotto da lacrime e da lamenti, dimostrò la mesta perplessità dei Barbari; ed il vecchio lor Capo in patetico linguaggio dolevasi, che la privata sua perdita veniva ora amareggiata dal sentimento della pubblica calamità. Mentre i Camavj stavan prostrati a piè del suo trono, il real prigioniero, ch’essi credevan già morto, d’improvviso comparve a’ lor occhi; e tosto che il tumulto di gioia si convertì in attenzione, Cesare parlò all’assemblea in questi termini. "Ecco il figlio, il Principe, che da voi si piangeva. Voi l’avevate perduto per vostra colpa; Dio ed i Romani ve l’hanno restituito. Io conserverò ed educherò il giovane, piuttosto come un monumento della mia propria virtù, che come un pegno della vostra sincerità. Se voi tenterete di violare la fede, che avete giurata, le armi della Repubblica vendicheranno la perfidia non già sull’innocente, ma su’ colpevoli." I Barbari si ritirarono dalla sua presenza, penetrati de’ più profondi sentimenti di gratitudine e d’ammirazione578. [A. D. 357 358 359] Non era sufficiente per Giuliano l’aver liberato le Province della Gallia da’ Barbari della Germania. Egli aspirava ad emulare la gloria del primo e più illustre fra gl’Imperatori, ad esempio del quale compose i suoi Comentari della guerra Gallica579. Cesare ha riferito con interna compiacenza la maniera con cui passò il Reno due volte. Giuliano potè vantarsi, che prima di prendere il titolo d’Augusto, aveva in tre felici spedizioni portato le Aquile Romane oltre quel gran fiume580. La costernazione de’ Germani dopo la battaglia di Strasburgo lo animò a fare il primo tentativo; e la ripugnanza delle truppe tosto cedè alla persuasiva eloquenza d’un Capitano, il quale era a parte delle fatiche e de’ pericoli, che imponeva all’infimo de’ suoi soldati. I villaggi da ambe le parti del Reno, ch’erano abbondantemente provvisti di grano e di bestiame, provarono le devastazioni d’un’armata che invade. Le case principali, fabbricate con qualche imitazione della Romana eleganza, furon consumate dalle fiamme; e Cesare s’avanzò arditamente circa dieci miglia, finchè arrestati furono i suoi progressi da un’oscura ed impenetrabil foresta, minata da scavi sotterranei, che con segrete insidie ed imboscate minacciava ogni passo dell’assalitore. La terra era già coperta di neve; e Giuliano dopo d’avere risarcito una antica fortezza ch’era stata eretta da Traiano, concesse una tregua di dieci mesi ai sottomessi Barbari. Allo spirar della tregua, Giuliano intraprese una seconda spedizione di là dal Reno, per umiliare l’orgoglio di Surmar, e di Ortairo, due Re degli Alemanni, che s’eran trovati presenti alla battaglia di Strasburgo. Essi promisero di restituire tutti gli schiavi Romani, che tuttavia restavano in vita; e siccome Cesare s’era procurata un’esatta notizia dalle città e da’ villaggi della Gallia degli abitanti che avevan perduti, potè scuoprire qualunque tentativo, ch’essi fecero per ingannarlo, con tal felicità ed esattezza, che servì quasi a stabilir l’opinione della soprannaturale sua intelligenza. La terza spedizione di lui fu anche più splendida ed importante delle due precedenti. I Germani avevan raccolte le lor forze militari, e si muovevano lungo le opposte rive del fiume col disegno di abbattere il ponte, e d’impedire il passo ai Romani. Ma questo giudizioso piano di difesa restò sconcertato da un’opportuna diversione. Furon distaccati trecento attivi soldati, ed armati leggermente in quaranta piccole barche ad oggetto d’andare in silenzio lungo la corrente, e prender terra in qualche distanza da’ posti del nemico. Essi eseguirono i loro ordini con tale ardire e celerità, che avevan quasi sorpreso i Capi de’ Barbari, i quali senz’alcun timore tornavano ebbri da una delle lor feste notturne. Senza stare a ripetere l’uniforme e disgustoso racconto delle stragi e delle devastazioni, servirà l’avvertire che Giuliano dettò da se stesso le condizioni di pace a sei de’ più superbi Re degli Alemanni, a tre de’ quali fu permesso di vedere la severa disciplina e la pompa marziale d’un campo Romano. Cesare, seguìto da ventimila prigionieri liberati dalle catene de’ Barbari, ripassò il Reno, dopo d’aver terminato una guerra, il successo della quale era stato paragonato alle antiche glorie delle vittorie Punica e Cimbrica. Tosto che il valore e la condotta di Giuliano ebbe assicurato un intervallo di pace, egli applicossi ad un’opera più conforme alla sua umana e filosofica indole. Restaurò diligentemente le città della Gallia, che avevan sofferte le incursioni de’ Barbari, ed in specie si fa menzione di sette posti importanti fra Magonza, e la bocca del Reno, che furon rifabbricati e fortificati per ordine di Giuliano581. I soggiogati Germani s’eran sottomessi alle giuste, ma umilianti condizioni di preparare, e di trasportare i necessari materiali. L’attivo zelo di Giuliano incalzava il proseguimento dell’opera; e tal era l’ardore ch’egli aveva sparso fra le truppe, che gli ausiliarj medesimi rinunziando a gara ne’ più servili lavori colla diligenza de’ soldati Romani. Incumbeva a Cesare di provvedere alla sussistenza, non meno che alla sicurezza degli abitanti e delle guarnigioni. La deserzione degli uni e l’ammutinamento delle altre dovevano essere le fatali ed inevitabili conseguenze della carestia. La cultura delle Province della Gallia era stata interrotta dalle calamità della guerra; ma fu supplito, mediante la paterna sua cura, alle scarse raccolte del Continente dall’abbondanza delle Isole addiacenti. Seicento gran barche, costruite nella foresta d’Ardenna, fecer più viaggi alla costa della Britannia, e di là tornando cariche di grano, rimontavano su pel Reno, e distribuivano i loro carichi alle varie città e fortezze lungo le sponde del fiume582. Le armi di Giuliano avevano renduta libera e sicura una navigazione, che Costanzo aveva offerto di comprare a spese della sua dignità, e d’un tributario donativo di duemila libbre d’argento. L’Imperatore con parsimonia ricusava a’ propri soldati le somme, che con prodiga e tremante mano accordava a’ Barbari, e si pose ad una forte prova la destrezza ugualmente che la costanza di Giuliano, quando si mise in campagna con un esercito malcontento che avea già militato per due campagne senza ricevere alcuna regolar paga, o alcuno straordinario donativo583. La regola principale, che dirigeva, o sembrava che dirigesse l’amministrazione di Giuliano, era un tenero riguardo per la pace e felicità de’ suoi sudditi584. Egli consacrò l’ozio de’ suoi quartieri d’inverno agli uffizi del governo civile, ed affettò di assumere con maggior piacere il carattere di Magistrato che quello di Generale. Avanti d’andare alla guerra, delegò ai Governatori Provinciali molte cause pubbliche e private che s’eran portate al suo Tribunale; ma tornato che fu, diligentemente rivide i loro processi, mitigò il rigore delle leggi e pronunziò un secondo giudizio sopra gli stessi Giudici. Superiore a quell’indiscreto ed intemperante zelo per la giustizia, ch’è l’ultima tentazione degli animi virtuosi, raffrenò tranquillamente e con dignità l’ardore d’un Avvocato, che accusava l’estorsione del Presidente della Provincia Narbonese. "Chi si potrà mai trovar reo" esclamò il veemente Delfidio "se serve il negare?" E chi, replicò Giuliano, "sarà mai trovato innocente, se serve l’affermare?" Nella generale amministrazione, tanto di pace quanto di guerra, l’interesse del Sovrano è ordinariamente l’istesso che quello del popolo: ma Costanzo si sarebbe stimato altamente offeso, se le virtù di Giuliano l’avessero defraudato di una parte del tributo, ch’egli estorceva da un oppresso ed esausto paese. Il Principe, ch’era investito delle insegne della dignità reale, poteva qualche volta pretendere di correggere la rapace insolenza degli agenti inferiori, di porre in chiaro i corrotti loro artifizi, e d’introdurre una specie d’esazione più uguale e più facile. Ma il maneggio delle finanze fu con maggior sicurezza affidato a Florenzio, Prefetto del Pretorio della Gallia, effeminato tiranno, incapace di pietà o di rimorsi; ed il superbo ministro dolevasi della più decente e gentile opposizione, mentre Giuliano stesso era piuttosto inclinato a censurare la debolezza della sua propria condotta. Cesare avea rigettato con orrore un mandato per la leva d’una tassa straordinaria, che il Prefetto gli aveva presentato per la sua sottoscrizione; e la pittura fedele della pubblica miseria, con cui era egli stato obbligato a giustificare il suo rifiuto, offese la Corte di Costanzo. Possiamo avere il piacere di leggere i sentimenti di Giuliano, quali esso gli esprime con calore e libertà in una lettera ad uno de’ suoi più intimi amici. Dopo d’aver esposta la sua condotta, prosegue in questi termini. "Era egli possibile per un discepolo di Platone e d’Aristotile il procedere diversamente da quel che ho fatto? Poteva io abbandonare gl’infelici sudditi, affidati alla mia cura? Non era io chiamato a difenderli dalle replicate ingiurie di questi insensibili ladroni? Un Tribuno, che abbandona il suo posto, è punito di morte, e privato degli onori della sepoltura. Con qual giustizia pronunziar potrei la sentenza contro di esso, se nel tempo del pericolo io medesimo trascurassi un dovere molto più sacro ed importante! Dio mi ha collocato in questo sublime posto; la sua Providenza mi guarderà e sosterrà. Quand’anche fossi condannato a patire, mi conforterò col testimonio d’una pura e retta coscienza. Piacesse al Cielo, che io avessi tuttavia un consigliere come Sallustio! Se stiman proprio di mandarmi un successore, mi sottometterò senza ripugnanza; e vorrei piuttosto profittare della breve opportunità di far bene, che godere una lunga durevole impunità nel male"585. La precaria e dipendente situazione di Giuliano ne spiegava le virtù, e ne celava i difetti. Non era permesso al giovane Eroe, che sosteneva nella Gallia il trono di Costanzo, di riformare i vizi del governo; ma aveva il coraggio di sollevare o di compassionare le angustie del popolo. A meno che non fosse stato capace di nuovamente eccitare il marziale spirito dei Romani, o d’introdurre le arti dell’industria e del raffinamento fra’ selvaggi loro nemici, non poteva nutrire alcuna ragionevole speranza di assicurar la pubblica tranquillità o con la pace o con la conquista della Germania. Pure le vittorie di Giuliano sospesero per breve tempo le scorrerie de’ Barbari, e differirono la rovina dell’Impero Orientale. La sua salutare influenza fece risorger le città della Gallia, ch’erano state sì lungo tempo esposte a’ danni della discordia civile, della guerra co’ Barbari e della domestica tirannia; e s’eccitò lo spirito d’industria colla speranza del premio. L’agricoltura, le manifatture ed il commercio di nuovo fiorivano sotto la protezion delle leggi; e le Curie, o corpi civili eran nuovamente piene di utili e rispettabili membri: la gioventù non temeva più il matrimonio, nè i coniugi temevan più la posterità; si celebravano le pubbliche e private feste colla solita pompa; ed il frequente e sicuro commercio delle Province spiegava l’immagine della nazionale prosperità586. Uno spirito, come quel di Giuliano, dovea sentire la general felicità, della quale era l’autore; ma egli vedeva con particolar soddisfazione e compiacenza la città di Parigi, sede del suo invernal soggiorno, ed oggetto anche della sua parziale affezione587. Quella splendida capitale, che adesso contiene un vasto territorio da ambe le parti della Senna, era in principio ristretta alla piccola isola, che è nel mezzo del fiume, da cui gli abitanti eran forniti d’acqua pura e salubre. Il fiume bagnava il piè delle mura, e la città non era accessibile, che per mezzo di due ponti di legno. Dalla parte settentrionale della Senna stendevasi una foresta; ma al mezzodì il suolo, che adesso ha il nome dell’Università, fu insensibilmente coperto di case, e adornato d’un palazzo, d’un anfiteatro, di bagni, d’un acquedotto e d’un campo Marzio per esercizio delle truppe Romane. Il rigore del clima era temperato dalla vicinanza dell’Oceano; e con qualche precauzione, insegnata dall’esperienza, si coltivavan con frutto le viti ed i fichi. Ma negl’inverni crudi la Senna si ghiacciava profondamente; ed i grossi pezzi di ghiaccio, che scorrevan giù pel fiume, potevano da un Asiatico paragonarsi a’ massi di bianco marmo, che s’estraevano dalle cave della Frigia. La licenza e corruzione d’Antiochia richiamavano alla memoria di Giuliano i semplici e severi costumi della sua cara Lutezia588, dove i divertimenti del teatro erano incogniti, o disprezzati. Egli confrontava acceso di sdegno gli effeminati Sirj colla brava ed onesta semplicità de’ Galli, e ne obbliò quasi l’intemperanza, ch’era l’unica macchia del carattere Celtico589. Se Giuliano potesse adesso visitar di nuovo la capitale della Francia, potrebbe conversar con uomini di scienza e di grande ingegno, capaci d’intendere e d’istruire uno scolare de’ Greci; potrebbe scusar le vivaci e graziose follie d’una nazione, il cui spirito marziale non si è mai snervato dalla propensione al lusso; e dovrebbe applaudire la perfezione di quell’inestimabil arte, che ammollisce, raffina, ed abbellisce il commercio della vita sociale.

FINE DEL VOLUME TERZO.

Note

495 Ammiano (l. XIV. c. 6) attribuisce la prima pratica di castrare al crudele ingegno di Semiramide, che si suppone regnasse più di mille novecento anni prima di Cristo. L’uso degli Eunuchi è molto antico sì nell’Asia che nell’Egitto.
Se ne fa menzione nella Legge di Mosè Deuteron. l. XXIII. Vedi Goguet Orig. des Loix ec. P. I. l. I. c. 3.
496 Eunuchum dixti velle te;
Quia solae utuntur his Reginae.
Terent. Eunuch. Act. I. Sc. 2. Questa commedia è tradotta da una di Menandro, e l’originale dev’esser comparso alla luce poco dopo le conquiste orientali d’Alessandro.
497 Miles .... spadonibus
Servire rugosis potest.
Horat. Carm. V. 9, e Dacier Ib. Colla parola spado i Romani energicamente esprimevano il loro abborrimento a tale mutilazione. Il nome Greco d’Eunuchi, che insensibilmente prevalse, aveva un suono più dolce, ed un senso più ambiguo.
498 Noi non abbiamo che a rammentar Poside, Liberto ed Eunuco di Claudio, in favore di cui l’Imperatore prostituì varj de’ più onorevoli premj del valor militare. Vedi Sveton. in Claud. c. 28. Poside impiegò una gran parte delle sue ricchezze in fabbricare.
Ut spado vincebat Capitolia nostra
Posides. Juvenal Sat. XIV.
499 Castrari mares vetuit. Sveton. in Domit. c. 7. Vedi Dion. Cass. l. LXVII p. 1107, l. LXVIII. p. 1119.
500 Si trova un passo nell’Istoria Augusta (p. 137), in cui Lampridio nel tempo che loda Alessandro Severo e Costantino per aver limitata la tirannia degli Eunuchi, deplora i danni, che cagionavano essi negli altri regni: Huc accedit quod Eunuchos nec in consiliis, nec in ministeriis habuit; qui soli Principes perdunt, dum eos more Gentium aut Rogum Persarum volunt vivere; qui a Populo etiam amicissimum semovent; qui internuntii sunt, aliud quam respondetur referentes; claudentes Principem suum, et agentes ante omnia, ne quid sciat.
501 Senofonte (Cyropaed. l. VIII. p. 540) ha esposte le speciose ragioni, che impegnaron Ciro ad affidare la propria persona alla custodia degli Eunuchi. Aveva egli osservato negli animali, che sebbene l’uso della castrazione potesse addolcire la loro non governabil fierezza, non ne diminuiva però la forza e lo spirito, e si persuadeva, che uomini separati dal resto della specie umana, sarebbero più fortemente attaccati alla persona del loro benefattore. Ma una lunga esperienza ha contraddetto al giudizio di Ciro. Può incontrarsi qualche particolar esempio di Eunuchi, distinti per la fedeltà, pel valore, e l’abilità loro; ma se esaminiamo l’istoria in genere della Persia, dell’India e della China, troveremo che la potenza degli Eunuchi ha uniformemente indicato la decadenza e la caduta di ogni dinastia.
502 Vedi Ammiano Marcellino l. XXI. c. 16, l. XXII. c. 4. Tutta la serie dell’imparziale sua storia serve a giustificar le invettive di Mammertino, di Libanio, e di Giuliano medesimo, che hanno insultato i vizi della Corte di Costanzo.
503 Aurelio Vittore censura la negligenza del suo Sovrano in eleggere i Governatori delle Province e i Generali dell’esercito; e termina la sua storia coll’ardita osservazione, ch’è assai più pericoloso in un regno debole d’attaccare i ministri, che non lo stesso Monarca: uti verum[**Nell’originale "veram"] absolvam brevi, ut Imperatore ipso clarius ita apparitorum plerisque magis atrox nihil.
504 Apud quem (si vere dici debeat) multum Constantius potuit. Ammian. l. XVIII. c. 4.
505 Gregorio Nazianzeno (Orat. III. p. 90) rimprovera l’Apostata della sua ingratitudine verso Marco, Vescovo d’Aretusa, che aveva contribuito a salvargli la vita; ed apprendiamo, quantunque da un testimone meno rispettabile (Tillemont Hist. des Emper. Tomo IV. p. 916), che Giuliano fu nascosto nel santuario d’una Chiesa.
506 Si contiene il racconto più autentico dell’educazione e delle avventure di Giuliano nell’epistola, o manifesto, ch’egli stesso indirizzò al Senato ed al Popolo d’Atene. Libanio (Orat. Parental.) dal canto de’ Pagani, e Socrate (l. II. c. 1) da quello de’ Cristiani ce ne han conservate molte interessanti particolarità.
507 Quanto alla promozione di Gallo, vedi Idacio, Zosimo, ed i due Vittori. Secondo Filostorgio (l. IV. c. 1.). Teofilo, Vescovo Arriano, fu il testimone, e come il garante di questo solenne trattato. Egli sostenne tal carattere con generosa fermezza; ma il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 1120) crede molto improbabile che un Eretico possedesse una tale virtù.
508 Sul principio fu permesso a Giuliano di proseguire i suoi studi in Costantinopoli; ma la riputazione, ch’egli acquistava, presto eccitò la gelosia di Costanzo, e fu avvisato il giovane Principe di ritirarsi ne’ meno cospicui teatri della Bitinia e della Jonia.
509 Vedi Giulian. ad S. P. Q. A. 271. Girol. in Chron. Aurel. Vitt. Eutrop. X. 14. Io copierò le parole d’Eutropio, che scrisse il suo compendio circa quindici anni dopo la morte di Gallo, quando non v’era più alcun motivo o di adulare, o di deprimere il suo carattere: Multis incivilibus gestis Gallos Caesar... vir natura ferox, et ad tyrannidem pronior, si suo jure imperare licuisset.
510 Megaera quidem mortalis, inflammatrix saevientis assidua, humani aruoris avida etc. Ammian. Marcellin. l. XIV. c. 1. La sincerità d’Ammiano non gli permetterebbe di alterare i fatti, o i caratteri; ma l’amore, che ha per gli ambiziosi ornamenti, spesso lo conduce ad una veemenza d’espressione non naturale.
511 Il nome di questo era Clemazio d’Alessandria, e l’unico suo delitto fu l’aver ricusato di soddisfare a’ desiderj della sua suocera, che ne sollecitò la morte, perchè era restato deluso il suo amore. Ammiano l. XIV. c. 1.
512 Vedi in Ammiano (l. XIV. c. 1, 7) un ampio ragguaglio delle crudeltà di Gallo. Giuliano suo fratello (p. 272) ci fa conoscere, ch’erasi formata una segreta cospirazione contro di lui; e Zosimo nomina (l. II. p. 135) le persone impegnate in quella, vale a dire un ministro di ragguardevol grado, ed alcuni oscuri agenti, che avevan risoluto di fare la loro fortuna.
513 Zonara (l. XIII. T. II. p. 17, 18.). Gli assassini avevano sedotto un gran numero di legionari; ma i loro disegni furono scoperti e rivelati da una vecchia, nella capanna della quale alloggiavano.
514 Nel testo attuale d’Ammiano si legge: asper quidem, sed ad lenitatem propensior, che forma un non senso contraddittorio. Valesio coll’aiuto d’un vecchio manoscritto ha corretta la prima di queste corruzioni, e si vede qualche raggio di lume, sostituendovi la parola vafer. Se ci arrischiamo a cangiare lenitatem in levitatem, quest’alterazione d’una sola lettera renderà tutto il passo chiaro e corrente.
515 In vece d’esser costretti a raccoglier da varj fonti sparse ed imperfette notizie, entriamo adesso nel pieno corso dell’istoria d’Ammiano, nè abbiam bisogno di riferire, che il settimo ed il nono capitolo del suo libro decimoquarto. Non dee però interamente ommettersi Filostorgio (l. III. c. 28) sebbene parziale per Gallo.
516 Ella preceduto avea suo marito; ma morì di febbre per viaggio in un picciol luogo della Bitinia chiamato Coenum Gallicanum.
517 Le legioni Tebee, acquartierate in Adrianopoli, mandarono a Gallo una deputazione coll’offerta de’ loro servigi. (Ammiano l. XIV. c. 11.) La Notizia (S. 6, 20, 38. Edit. Labb.) fa menzione di tre diverse legioni, ch’ebbero il nome di Tebee. Lo zelo del Voltaire, per distruggere una disprezzabile quantunque celebre leggenda, lo ha tentato a negare, su’ più leggieri fondamenti, l’esistenza d’una legione Tebea negli eserciti Romani. Vedi Oeuvr. de Voltaire Tom. XI. p. 414 Edit. 4.
518 Vedi l’intera narrazione del viaggio e della morte di Gallo presso Ammiano l. XIV. c. 11. Giuliano si duole, che fosse condannato a morte il fratello senza processo: si studia di giustificare o almen di scusare la crudel vendetta, che questi avea fatto, de’ suoi nemici; ma sembra alla fine confessare, che giustamente si potea privarlo della porpora.
519 Filostorg. l. IV, c. 1. Zonara l. XIII. T. II. p. 19. Ma il primo era parziale per un Monarca Arriano, ed il secondo trascrisse senza scelta o criterio tutto quel che trovò negli scritti degli antichi.
520 Vedi Ammiano Marcellino (l. XV. c. 1, 3, 8.) Giuliano medesimo, nella sua lettera agli Ateniesi, fa una molto viva e giusta pittura del suo pericolo e de’ suoi sentimenti. Egli dimostra però qualche propensione ad esagerar le sue pene, insinuando, sebbene in termini oscuri, ch’esse durarono più d’un anno; periodo che non si può conciliare colla verità della cronologia.
521 Giuliano ha esposto i delitti e le sventure della famiglia di Costantino in una favola allegorica con felicità immaginata, e raccontata piacevolmente. Essa forma la conclusione dell’Orazione settima, da cui fu staccata e tradotta dall’Abate della Bleterie: Vit. di Giovian. (Tom. II. p. 385-408).
522 Essa era nativa di Tessalonica in Macedonia, di nobil famiglia, figliuola e sorella di Consoli. Si può collocare il suo matrimonio coll’Imperatore nell’anno 352. In un tempo di divisione, gli storici di tutti i partiti sono fra loro d’accordo nelle sue lodi. Vedi le loro testimonianze raccolte dal Tillemont Hist. des Emper. (Tom. IV. p. 750-754).
523 Libanio e Gregorio Nazianzeno hanno esaurito gli artifizi e le forze della loro eloquenza per rappresentar Giuliano come o il primo fra gli Eroi, o il peggior de’ Tiranni. Gregorio fu di lui condiscepolo in Atene; ed i sintomi, ch’egli sì tragicamente descrive della futura empietà dell’Apostata, si riducono solo ad alcune imperfezioni di corpo, ed a certe singolarità del suo conversare, e delle sue maniere. Esso protesta, ciò nonostante, che fin d’allora previde e predisse le calamità della Chiesa e dello Stato. (Gregor. Naz. Orat. IV. p. 121, 122.)
524 Succumbere tot necessitatibus tamque crebris unum se, quod numquam fecerat, aperte demonstrans; Ammiano l. XV. c. 8. Ivi esprime con i propri lor termini le adulatrici proteste de’ Cortigiani.
525 Tantum a temperatis moribus Juliani differens fratris, quantum inter Vespasiani filios fuit Domitianus et Titum; Ammiano l. XIV. c. 21. Le circostanze e l’educazione de’ due fratelli furono tanto simili, che somministrano un forte esempio dell’innate diversità de’ caratteri.
526 Ammiano (l. XV. c. 8. Zosimo l. III. p. 137, 138)
527 Giuliano ad S. P. Q. A. (p. 275, 276). Liban. Orat. X. p. 268. Giuliano non volle cedere finchè gli Dei non gli ebber significato la lor volontà per mezzo di ripetute visioni ed augurj. Allora la sua pietà gli vietò di resistere.
528 Giuliano medesimo riferisce (p. 274) con qualche vivezza le circostanze della sua metamorfosi, i dimessi suoi sguardi e la sua perplessità in vedersi così ad un tratto trasportato in un nuovo Mondo, dove ogni oggetto gli appariva straniero ed ostile.
529 Vedi Ammiano Marcellin. (l. XV c. 8. Zosim. l. III. p. 139.) Aurelio Vittore, Vittore il Giovane in Epitom. Eutrop. X. 14.
530 Militares omnes horrendo fragore scuta genibus illidentes, quod est prosperitatis indicium plenum, nam contra cum hastis clypei feriuntur irae documentum est et doloris. Ammiano aggiunge con una delicata distinzione; cumque, ut potiori reverentia servaretur, nec supra modum laudabant, nec infra quam decebat.
531 Έλλαβε πορφυρεος θανατος, και μοιρα καραταιλ l’occupò la purpurea morte, ed il fato violento. Iliad. E. v. 83. La parola porpora, che Omero aveva usato, come un indeterminato, ma comune epiteto della morte, da Giuliano s’applicava ad esprimer molto a proposito la natura e l’oggetto delle proprie apprensioni.
532 Egli rappresenta ne’ termini più patetici (p. 277) le angustie della sua nuova situazione. La provvisione della sua tavola era però sì elegante e sontuosa che il giovane filosofo la rigettò con isdegno "Quum legeret libellum assidue, quem Costantius ut privignum ad studia mitens manu sua conscripserat, praelicenter disponens quid in convivio Caesaris impendi deberet, phasianum, et vulvam, et sumen exigi vetuit et inferri." Ammiano Marcellino (l. XVI. c. 5.)
533 Se vogliam riflettere, che Costantino, padre d’Elena, era morto più di diciotto anni avanti in una matura vecchiezza, sembrerà probabile, che la figlia, quantunque vergine, non poteva essere al tempo del suo matrimonio molto giovane. Ella poco dopo partorì un figlio, che immediatamente morì; quod obstetrix, corrupta mercede, mox natum, praesecto plusquam convenerat umbilico, necavit. Accompagnò essa l’Imperatore e l’Imperatrice nel loro viaggio di Roma, e quest’ultima, quaesitum venenum bibere per fraudem illexit, ut quotiescumque concepisset immaturum abjiceret partum; Ammiano l. XVI. c. 10. I nostri Fisici determineranno, se realmente può esservi tale veleno: quanto a me sono inclinato a credere, che la pubblica malignità imputasse gli effetti del caso a colpa di Eusebia.
534 Ammiano (XV. 5.) era perfettamente informato della condotta e del fato di Silvano; egli stesso era uno de’ pochi seguaci, che accompagnarono Ursicino in quella pericolosa impresa.
535 Quanto alle particolarità della gita di Costanzo a Roma, vedi Ammiano l. XVI. c. 10. Noi abbiam solamente da aggiungere, che da Costantinopoli fu scelto per Deputato Temistio, e ch’egli compose per questa ceremonia la sua quarta orazione.
536 Ormisda, Principe fuggitivo di Persia, fece osservare all’Imperatore, che se faceva un tal cavallo, dovea pensare a preparargli una simile stalla (qual’era il Foro di Traiano). Si riporta un altro detto d’Ormisda, cioè «che gli era solo dispiaciuta una cosa, vale a dire che a Roma gli uomini morivano come altrove». Se noi adottiamo questa lezione del testo di Ammiano (displicuisse, invece di placuisse) possiamo risguardarla come una prova della Romana vanità. Il senso contrario sarebbe stato quello d’un misantropo.
537 Allorchè Germanico visitò gli antichi monumenti di Tebe, il più vecchio fra’ Sacerdoti gli spiegò il significato di que’ geroglifici, Tacit. Annal. II c. 60. Ma sembra verisimile, che avanti l’utile invenzione dell’alfabeto, questi o naturali o arbitrarj segni fossero i comuni caratteri della nazione Egiziana. Vedi Warburton Divin. Legaz. di Mosè Vol. III. p. 69-243.
538 Vedi Plin. Hist. Nat. l. XXXVI. c. 14, 15.
539 Ammiano Marcell. l. XVII. c. 4. Egli ci dà una interpretazione Greca de’ geroglifici; e Lindenbrogio suo Comentatore aggiunge un’iscrizione Latina del tempo di Costanzo in venti versi contenente una breve istoria dell’obelisco.
540 Vedi Donat. Rom. Antiq. l. III. c. 14. l. IV. c. 41 e l’erudita quantunque confusa Dissertazione del Bargeo sugli obelischi, inserita nel Tomo IV dello Antichità Romane di Grevio. p. 1897-1936. Questa dissertazione è dedicata al Pontefice Sisto V, ch’eresse l’obelisco di Costanzo nella piazza ch’è avanti alla Chiesa Patriarcale di S. Gio. Laterano.
541 Gli avvenimenti di questa guerra de’ Quadi e de’ Sarmati si riferiscono da Ammiano XVI, 10, XVII, 12, 13, XIX, 11.
542 Nell’originale "estirpaziona". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
543 Genti Sarmatarum magno decori considens apud eos regem dedit: Aurel. Vittore. In una fastosa Orazione, pronunziata da Costanzo medesimo, egli si diffonde con molta vanità e con qualche cosa di vero nelle proprie sue geste.
544 Ammian. XVI. 9.
545 Ammiano (XVII. 5) trascrive l’orgogliosa lettera. Temistio (Orat. IV p. 57. Edit. Petav.) fa menzione dell’involto di seta. Idacio e Zonara descrivono il viaggio dell’Ambasciatore, e (in Excerpt. Legat. p. 28). Pietro Patrizio c’informa della sua conciliante condotta.
546 Ammiano XVII. 5 e Vales. ib. Il sofista o filosofo (questi nomi erano in quel tempo quasi sinonimi) era Eustazio di Cappadocia, discepolo di Jamblico ed amico di S. Basilio, Eunapio (in vit. Edexii p. 44, 47), appassionato pel suo filosofico Ambasciatore, gli attribuisce la gloria d’avere incantato il barbaro Re colle persuasive lusinghe della ragione e dell’eloquenza. Vedi Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV p. 828, 1132).
547 Ammiano XVIII 5, 6, 8. Il decente e rispettoso contegno d’Antonino verso il Generale Romano lo pone in un aspetto molto interessante ed Ammiano stesso parla con qualche compassione e stima del traditore.
548 Questa circostanza, quale ci vien notificata da Ammiano, serve a provare la veracità d’Erodoto (l. I. c. 133) e la durevolezza de’ costumi Persiani. Questi sono stati sempre dediti all’intemperanza; ed i vini di Shiraz hanno trionfato sopra la legge di Maometto. Brisson de Regn. Pers. l. II. p. 462-472 e Chardin. Viag. in Pers. Tom. III. p. 90.
549 Ammiano l. XVIII. 6, 7, 8, 10.
550 Per la descrizione d’Amida, vedi d’Herbelot Bibliot. Orient. p. 108. Hist. de Timur-Rec par Cherefeddin Alì l. III. c. 41. Ahmed Arabasides Tom. I. p. 331. c. 43. Viag. di Tavernier Tom. I. p. 301. Viag. d’Otter. Tom. II. p. 273 e Viag. di Niebuhr. Tom. II. p. 324,-328. L’ultimo di questi viaggiatori, dotto ed esatto Danese, ha dato una pianta d’Amida, che illustra le operazioni dell’assedio.
551 Diarbekir, ch’è chiamata Amid, o Kara-amid nelle pubbliche scritture de’ Turchi, contiene sopra 16000 case, ed è la residenza d’un Bassà di tre code. L’epiteto di Kara nasce dall’oscurità della pietra, che compone le forti ed antiche mura d’Amida.
552 Le operazioni dell’assedio d’Amida sono minutamente descritte da Ammiano (XIX. 1-9) ch’ebbe un’onorevole parte nella difesa, e con fatica si salvò quando la città fu assaltata da’ Persiani.
553 Di queste quattro nazioni gli Albanesi troppo bene sono conosciuti per aver bisogno d’alcuna descrizione. I Segestani abitavano un’ampia e piana regione, che sempre conserva il loro nome al Sud di Korasan, ed a Ponente dell’Indostan (vedi Georg. Nubiens. p. 133 e d’Herbelot Bibl. Orient. p. 797). Non ostante la vantata vittoria di Bahram (vol. I. p. 410) i Segestani più d’ottant’anni dopo compariscono alleati di Persia come un’indipendente nazione. Non ci è nota la situazione de’ Verti e de’ Chioniti; ma sono inclinato a collocare (almeno i secondi) verso i confini dell’India e della Scizia. Vedi Ammiano XVI. 9.
554 Ammiano ha indicato la cronologia di quest’anno con tre segni, che non sono perfettamente coerenti tra loro, o colla serie dell’istoria. 1. Il grano era maturo, quando Sapore invase la Mesopotamia; cum jam stipula flavente turgerent: circostanza, che nella latitudine d’Aleppo naturalmente porterebbe al mese d’Aprile o di Maggio. Vedi Harmer Osservaz. sulla Scrittur. Vol. I. p. 41. Shaw Viagg. p. 355 ediz. 4. Secondariamente s’impedirono i progressi di Sapore dall’inondazione dell’Eufrate che generalmente accade ne’ mesi di Luglio e d’Agosto. Plin. His. Nat. V. 21. Viag. di Pietro della Valle Tom. I p. 696, 3. Quando Sapore dopo un assedio di settantatre giorni ebbe preso Amida, l’autunno era molto avanzato, autumno praecipiti, haedorumque improbo sidere exorto. Per conciliare queste apparenti contraddizioni, conviene ammettere qualche ritardo nel Re di Persia, qualche inesattezza nell’istorico, e qualche disordine nelle stagioni.
555 Ammiano dà notizia di questi assedj XX. 6, 7.
556 Quanto all’identità di Virta e di Tecrit, vedi Danville Geogr. anc. Tom. II. p. 201, e quanto all’assedio fatto di quel castello da Timur-Bec a Tamerlano, vedi Cherefeddin l. III. c. 33. Il biografo Persiano esagera il merito e la difficoltà di quest’impresa, che liberò le carovane di Bagdad da una formidabile banda di ladri.
557 Ammiano (XVIII. 5, 6. XIX. 3. XX. 2) rappresenta il merito e la disgrazia d’Ursicino con quella fedel diligenza, che un soldato deve al suo generale. Vi si può sospettare qualche parzialità, ma tutto il racconto è coerente e probabile.
558 Ammiano XX. 11. Omisso vano incepto hiematurus Antiochiae rediit in Syriam aerumnosam, perpessus et ulcerum, sed et atrocia diuque deflenda. In tal modo ha restaurato Giacomo Gronovio un oscuro passo: e crede che questa sola correzione meritasse una nuova edizione del suo Autore, il senso del quale si può adesso oscuramente capire. Io aspettava qualche maggior luce dalle recenti fatiche del dotto Ernesti (Lips. 1773).
559 Da Giuliano medesimo posson rilevarsi le devastazioni de’ Germani e le angustie della Gallia. Orat. ad S. P. Q. Athen; p. 277. Ammiano XV. 21. Liban. Orat. X. Zosimo l. III. p. 140. Sozomeno l. III. c. 1.
560 Ammiano XVI. 8. Sembra che tal nome derivi da’ Toxandri di Plinio, e s’incontra molto frequentemente nelle istorie del medio evo. Toxandria era un paese di boschi e di paludi, che si estendeva dalle vicinanze di Tongres fino all’unione del Vahal col Reno. Vedi Vales, Notit. Galliar. p. 558.
561 Il paradosso del P. Daniel, che i Franchi ebbero alcuno stabilimento permanente da questa parte del Reno avanti a’ tempi di Clodoveo, è confutato con molta erudizione e buon senso dal Biet, che ha dimostrato con una serie di prove il loro possesso non interrotto di Toxandria per cento trent’anni avanti l’avvenimento al trono di Clodoveo. La dissertazione del Biet fu coronata dall’accademia di Soissons l’anno 1736 e pare che giustamente si preferisse al discorso del suo più celebre competitore l’Abate Le Boeuf, antiquario, il cui nome era felicemente espressivo de’ suoi talenti.
562 La vita privata di Giuliano nella Gallia e la severa disciplina, che si propose di seguitare, vengono esposte da Ammiano (XVI. 5) che si protesta di lodare, e da Giuliano medesimo, che affetta di mettere in ridicolo (Misopog. p. 540) una condotta, che in un Principe della casa di Costantino doveva eccitar con ragione la sorpresa del mondo.
563 Aderat Latine quoque disserenti sufficiens serma. Ammiano XVI. 5. Ma Giuliano, educato nelle scuole della Grecia, risguardò sempre il linguaggio de’ Romani, come un dialetto straniero e popolare, ch’egli usava solo nelle necessarie occasioni.
564 Non sappiamo qual fosse l’attuale uffizio di questo eccellente ministro, che poi Giuliano creò Prefetto della Gallia. Sallustio fu presto richiamato dalla gelosia dell’Imperatore; e si può tuttavia leggere un sensibile ma pedantesco discorso (p. 218-352) in cui Giuliano deplora la perdita di sì pregevole amico, al quale si confessa debitore della sua riputazione. Vedi La Bleterie Pref. a la vie de Jovien. p. 20.
565 Ammiano (XVI. 2, 3) sembra molto più soddisfatto dell’esito di questa prima campagna che Giuliano medesimo, il quale molto ingenuamente confessa, ch’egli niente fece di conseguenza, e che fuggì avanti il nemico.
566 Ammiano XVI. 7. Libanio parla piuttosto con vantaggio de’ militari talenti di Marcello (Orat. p. 273) e Giuliano fa conoscere, che non si sarebbe così facilmente richiamato, qualora non avesse dato altri motivi di dispiacere alla Corte v. 278.
567 Severus, non discors, non arrogans, sed longa militiae frugalitate compertus, et eum recta, praeeuntem secuturus, ut ductorem morigerus miles. Ammiano XVI. 11. Zosimo l. III. p. 140.
568 Intorno al disegno e alla mancanza di cooperazione fra Giuliano e Barbazio, vedi Ammiano XVI. 11 e Libanio Orat. X. p. 273.
569 Ammiano XVI. 12 descrive colla sua gonfia eloquenza la figura ed il carattere di Cnodomar: Audax et fidens ingenti robore lacertorum, ubi ardor praelii sperabatur immanis, equo spumante, sublimior erectus in jaculum formidandae vastitatis, armorumque nitore conspicuus; antea strenuus et miles, et utilis praeter ceteros ductor... Decentium Caesarem superavit aequo marte congressus.
570 Dopo la battaglia, Giuliano tentò di restituire il vigore dell’antica disciplina con esporre questi fuggitivi, vestiti da donne, alla derisione di tutto il campo. Nella seguente campagna quelle truppe nobilmente rivendicarono il loro onore. Zosimo l. III. p. 142.
571 Giuliano stesso (ad S. P. Q. Athen. p. 279) parla della battaglia di Strasburgo colla modestia d’uno che conosce il proprio merito, ε μαλεςαμεν εκ ακλεως ι σως και εις υμας αφικετο η τοιαυτη μάχη: pugnammo non senza gloria: forse in voi ridondava il merito di tal pugna. Zosimo lo paragona colla vittoria d’Alessandro sopra Dario; noi però non sappiamo vedervi alcuno di que’ colpi di genio militare, che chiamano l’attenzione de’ secoli sulla condotta e sul successo d’una giornata.
572 Ammiano XVI. 12. Libanio ne aggiunge duemila al numero degli uccisi (Orat. X. p. 274). Ma queste piccole differenze spariscono a fronte de’ 60000 Barbari, che Zosimo ha sagrificato alla gloria del suo Eroe (l. III. p. 131). Si potrebbe attribuir questo numero stravagante alla negligenza de’ copisti, se il credulo o parziale istorico non avesse fatto crescere l’esercito di 35000 Alemanni in una innumerabil moltitudine di Barbari, πληθος αππρον βαρβαρώ. Non è nostra colpa se tale scoperta c’inspira in simili casi un’opportuna diffidenza.
573 Ammiano XVI. 12. Libanio Orat. X. p. 276.
574 Libanio (Orat. III. p. 137) fa una pittura molto vivace de’ costumi de’ Franchi.
575 Ammiano XVII. 2. Libanio Orat. X. p. 278. L’oratore Greco, per aver mal inteso un passo di Giuliano, s’è indotto a rappresentare i Franchi in numero di mille, e poichè il suo capo era sempre pieno della guerra del Peloponeso, li paragona a’ Lacedemoni, che furono assediati e presi nell’Isola di Sfacteria.
576 Giuliano ad S. P. Q. Athen. p. 280. Libanio Orat. X. p. 274. Secondo l’espressione di Libanio, l’Imperatore δωρα ωνομαξε, (li chiamò doni) che La Bleterie (Vie de Julien. p. 118) interpreta come un’onesta confessione, e Valesio (ad Ammiano XVII. 2) come una bassa evasione della verità. Dom. Bouquet (Hist. de France Tom. I. p. 733) sostituendovi l’altra parola ενομισε (stabilì) vorrebbe togliere tutte due le difficoltà e lo spirito di questo passo.
577 Ammiano XVII. 8. Zosimo l. III. p. 146-150 la sua narrazione viene oscurata da un miscuglio di favole; e Giuliano (ad S. P. Q. Athen. p. 280) così s’esprime, εμαχεσαμην εκ ακλεως ισως και εις υμας αφικετο η τοιαυτη μάχη. Ricevemmo una parte della nazione de’ Salj, e scacciammo i Camavj. Questa differenza di trattamento conferma l’opinione che a’ Salj Franchi fosse permesso di ritenere i loro stabilimenti in Toxandria.
578 Quest’interessante storia, ch’è stata compendiata da Zosimo, si riferisce da Eunapio (in Excerpt. Legat. p. 15, 16, 17) con tutte le amplificazioni della Rettorica Greca; ma il silenzio di Libanio, di Ammiano e di Giuliano medesimo ne rende molto sospetta la verità.
579 Libanio, amico di Giuliano, chiaramente ci fa sapere (Orat. IV. p. 178) che il suo Eroe avea composta l’istoria delle sue campagne Galliche. Ma Zosimo (l. III. p. 140) sembra, che derivasse la sua notizia solo dalle orazioni λογοι e dalle Epistole di Giuliano. Il discorso, indirizzato agli Ateniesi, contiene un esatto, quantunque generale racconto della guerra contro i Germani.
580 Vedi Ammiano XVII. 1, 10. XVIII, 2 e Zosimo l. III. p. 144. Giuliano ad S. P. Q. Athen. p. 280.
581 Ammiano XVIII. 2. Libanio Orat. X. p. 279, 280. Di questi sette posti, quattro sono presentemente città di qualche conseguenza, cioè Bingen, Andernac, Bonn, e Nuyss: gli altri tre, vale a dire Tricesinae, Quadriburgium, e Castra Herculis, o Eraclea non sussistono più; ma v’è motivo di credere, che nel luogo, dov’era Quadriburgum, gli Olandesi abbian costruito il Forte di Schenk; nome che tanto offendeva la fastidiosa delicatezza di Boileau. Vedi D’Anville Not. de l’anc. Gaule p. 183. Boileau Ep. p. IV. e le Note. le loro esenzioni da ogni dover di fatica, facevano
582 Noi possiam credere a Giuliano medesimo (Orat. ad S. P. Q. Athen. p. 280) che dà una particolar notizia del fatto. Zosimo v’aggiugne 200 vascelli di più, l. III. p. 145. Se vogliam computare le seicento navi di grano di Giuliano a sette sole tonnellate l’una, eran capaci di estrarne 120000 sacca (Vedi Arbuthnol Pes. e Misur. p. 237). Il paese, che poteva soffrire sì grand’estrazione, doveva esser già pervenuto ad un ottimo stato d’agricoltura.
583 Le truppe una volta proruppero in un ammutinamento, avanti al secondo passaggio del Reno. Ammiano XXII. 9.
584 Ammiano XVI. 5. XVIII. 1. Mammertino in Paneg. Vet. XI. 4.
585 Ammiano XVII. 3. Giulian. Epist. XV. edit. Spanhem. Tal condotta giustifica almeno l’encomio di Mammertino: Ita illi anni spatia divisa sunt, ut aut Barbaros domitet, aut civibus jura restituat; perpetuum professus aut contra hostem, aut contra vitia certamen.
586 Libanio Orat. Parent. in Imp. Julian. I. c. 38; in Fabr. Bibl. Graec. Tom. VII. p. 263, 264.
587 Vedi Giuliano in Misopogon. p. 340, 341. Lo stato antico di Parigi è illustrato da Enrico Valesio (ad Ammiano XX. 40), dal suo fratello Adriano Valesio e dal Danville (nelle respettive loro Notizie dell’antica Gallia), dall’Abbate di Longuerue (Descript. de la Franc. T. I. p. 12, 13) e dal Bonamy (Mem. dell’Accad. delle Inscriz. Tom. XV. p. 656, 691).
588 Την Θιλην Λευκετιαν (Giuliano in Misopog. p. 340). Leucetia, o Lutetia era l’antico nome della città, che secondo il costume del quarto secolo prese il nome territoriale di Parigi.
589 Giuliano in Misopogon. p. 359, 360.