Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/20

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CAPITOLO XX

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Motivi, progresso ed effetti della conversione di Costantino. Legittimo stabilimento, e costituzione della Chiesa Cristiana, o Cattolica.

Si può risguardare il pubblico stabilimento del Cristianesimo, come una di quelle importanti e domestiche rivoluzioni, che eccitano la più viva curiosità, e somministrano la più efficace istruzione. Le vittorie ed il governo civile di Costantino non influiscono ora più sopra lo stato dell’Europa; ma una considerabil parte del globo ritien tuttavia l’impressione, che ricevè dalla conversione di quel Monarca; e l’ecclesiastiche istituzioni, fatte sotto il suo regno, son sempre connesse, mediante un’indissolubil catena, colle opinioni, colle passioni, e cogl’interessi della presente generazione. [A. D. 306] Nella considerazione d’un soggetto, che si può esaminare senza parzialità, ma non può riguardarsi con indifferenza, nasce subito una difficoltà inaspettata, cioè quella di determinare il vero e preciso tempo della conversione di Costantino. L’eloquente Lattanzio, in mezzo alla Corte di lui, sembra impaziente1 di pubblicare al Mondo il glorioso esempio del Sovrano della Gallia, che fin da’ primi momenti del suo regno conobbe e adorò la maestà dell’unico e vero Dio2. [A. D. 312] Il dotto Eusebio attribuì la fede di Costantino al segno miracoloso, che si fece veder in Cielo, mentr’egli meditava e preparava la spedizione dell’Italia3. L’istorico Zosimo asserisce maliziosamente, ch’esso aveva imbrattato le mani nel sangue del suo figlio maggiore, avanti di rinunziar pubblicamente agli Dei di Roma e de’ suoi maggiori4. La dubbiezza, che producono queste discordi autorità, nasce dalla condotta di Costantino medesimo. Secondo il rigore del linguaggio ecclesiastico il primo Imperator Cristiano non fu degno di tal nome che al momento della sua morte; giacchè solo nell’ultima sua malattia ricevè come catecumeno l’imposizion delle mani5, e quindi fu ammesso, mediante l’iniziante rito del Battesimo, nel numero de’ Fedeli6. [A. D. 326-327] Conviene concedere a Costantino la qualità di Cristiano in un senso molto più vago ed esteso, e si richiede la più minuta esattezza nel determinare i lenti, e quasi impercettibili gradi, pe’ quali il Monarca si dichiarò protettore, e finalmente proselito della Chiesa. Era una difficile impresa quella di sradicare gli abiti, ed i pregiudizi della sua educazione, di riconoscere il divino potere di Cristo, e d’intendere che la verità della sua Rivelazione era incompatibile col culto degli Dei. Gli ostacoli, che aveva probabilmente sperimentati nell’animo suo, lo istruirono a procedere con cautela nel momentaneo cangiamento d’una religion nazionale; ed appoco appoco scopriva le sue nuove opinioni, a misura che si trovava in grado di sostenerle con sicurezza e con effetto. In tutto il corso del suo regno, il Cristianesimo s’avanzò con un placido, sebbene accelerato moto; ma la generale progressione di esso fu alle volte raffrenata ed alle volte deviata dalle accidentali circostanze de’ tempi, e dalla prudenza, o forse anche dal capriccio del Monarca. Fu permesso a’ suoi Ministri d’indicar le intenzioni del Principe nel vario linguaggio, che più si accomodava a’ respettivi loro principj7; ed egli artificiosamente bilanciò le speranze ed i timori de’ propri sudditi, pubblicando nel medesimo anno due editti, l’uno de’ quali comandava la solenne osservanza della Domenica8, ed il secondo dirigeva la regolar consultazione degli Aruspici9. Mentre stava tuttavia sospesa quest’importante rivoluzione, i Cristiani ed i Pagani spiavano la condotta del loro Sovrano colla medesima ansietà, ma con sentimenti del tutto contrari. I primi eran mossi da ogni motivo di zelo, non men che di vanità, ad esagerare i segni del suo favore, e le prove della sua fede. Gli altri, finattanto che i loro giusti timori non furon cangiati in disperazione ed in isdegno, procuravano di nascondere al Mondo ed a loro medesimi, che gli Dei di Roma non contavan più l’Imperatore nel numero dei loro devoti. Le stesse passioni e gli stessi pregiudizi hanno impegnato gli scrittori parziali di varj tempi ad unire la pubblica professione del Cristianesimo colla più gloriosa o colla più ignominiosa epoca del regno di Costantino. Per quanto si potessero scorgere ne’ discorsi o nelle azioni di Costantino sintomi di cristiana pietà, ciò nonostante perseverò egli fino all’età di quasi quarant’anni nella pratica della religione stabilita10; e quella stessa condotta, che nella Corte di Nicomedia si sarebbe potuta imputare al suo timore, non si poteva attribuire che all’inclinazione o alla politica, quando fu divenuto Sovrano della Gallia. La sua liberalità restaurò ed arricchì i tempj degli Dei; le medaglie, che uscirono dall’Imperiale sua zecca, hanno impresse le figure e gli attributi di Giove e d’Apollo, di Marte e d’Ercole; e la sua figlial pietà, mediante la solenne apoteosi di suo padre Costanzo, accrebbe l’assemblea dell’Olimpo11. Ma la devozione di Costantino era particolarmente diretta al genio del Sole, l’Apollo della Greca e Romana mitologia; e si compiaceva di farsi rappresentare co’ simboli del Dio della luce e della poesia. Gl’infallibili dardi di quel Nume, lo splendor de’ suoi occhi, la sua corona d’alloro, l’immortal bellezza, e gli eleganti ornamenti che l’accompagnano, sembra che lo costituiscano come il Dio tutelare d’un giovane Eroe. Gli altari d’Apollo eran coronati dalle votive offerte di Costantino; e la credula moltitudine inducevasi a pensare, che fosse concesso all’Imperatore di vedere con occhi mortali la visibile maestà del tutelare lor Nume; e che, o vegliando, o in visione, venisse felicitato da’ prosperi augurj d’un lungo e vittorioso regno. Si celebrava universalmente il Sole, come la guida invincibile, ed il protettore di Costantino, ed i Pagani avevan ragione d’aspettare, che l’insultata Divinità perseguitato avrebbe con inesorabil vendetta l’empietà dell’ingrato suo favorito12. Finattanto che Costantino esercitò una sovranità limitata nelle Province della Gallia, i suoi sudditi Cristiani furon protetti coll’autorità, e forse colle leggi d’un Principe, che saggiamente lasciava agli Dei la cura di vendicare il loro proprio onore. Se si dee prestar fede all’asserzione di Costantino medesimo, egli era stato con isdegno spettatore delle barbare crudeltà che soffrirono per mano de’ soldati Romani que’ cittadini, l’unico delitto de’ quali consisteva nella lor religione13. Tanto nell’Oriente quanto nell’Occidente, aveva egli veduto i diversi effetti della severità e dell’indulgenza; e siccome la prima rendevasi viepiù odiosa dall’esempio di Galerio, suo implacabil nemico, così veniva portato ad imitar la seconda dall’autorità e dal consiglio d’un genitor moribondo. Il figlio di Costanzo immediatamente sospese, o rivocò gli editti di persecuzione, o concesse a tutti quelli, che s’erano già dichiarati membri della Chiesa, il libero esercizio delle religiose lor ceremonie. Essi furon ben presto incoraggiati a fidar nel favore non meno che nella giustizia del loro Sovrano, che aveva concepito una segreta e sincera venerazione pel nome di Cristo e pel Dio de’ Cristiani14. [A. D. 313] Intorno a cinque mesi dopo la conquista dell’Italia, l’Imperatore fece una solenne ed autentica dichiarazione de’ suoi sentimenti, per mezzo del celebre editto di Milano, che restituì la pace alla Chiesa Cattolica. Nel personal congresso de’ due Principi Occidentali, Costantino, per l’ascendente del suo genio e della sua potenza, ottenne facilmente l’assenso del suo collega Licinio; l’unione e l’autorità de’ lor nomi disarmò il furore di Massimino, e dopo la morte del Tiranno dell’Oriente fu ricevuto l’editto di Milano come una legge generale fondamentale del Mondo Romano15. La saviezza degl’Imperatori ordinò la reintegrazione di tutti i diritti sì civili che religiosi, de’ quali i Cristiani erano stati sì ingiustamente spogliati. Fu stabilito, che i luoghi di culto e le pubbliche terre che erano state confiscate, si restituissero alla Chiesa senza disputa, senza dilazione e senza spesa; e questo severo comando fu accompagnato da una graziosa promessa, che se alcuno de’ possessori ne avesse sborsato un giusto e adeguato prezzo, ne verrebbe indennizzato dal tesoro Imperiale. I salutevoli regolamenti, che riguardavano la futura tranquillità del Fedele, furon formati su’ principj d’una larga ed ugual tolleranza; e tal uguaglianza dovè da una recente Setta interpretarsi come una vantaggiosa ed onorevole distinzione. I due Imperatori manifestano al Mondo, ch’essi hanno conceduto una libera ed assoluta facoltà sì a’ Cristiani che a tutti gli altri di seguitar quella religione, che ognuno crede proprio di preferire, che si è posta nel cuore, e che stima la più conveniente al proprio uso. Spiegano esattamente ogni parola ambigua, tolgono ogni eccezione, ed esigono da’ Governatori delle Province una rigorosa obbedienza al vero e semplice senso d’un Editto, che tendeva a stabilire e ad assicurare senz’alcun limite i diritti della libertà religiosa. Si compiacciono d’assegnare due forti ragioni, che gli hanno indotti a concedere questa universale tolleranza, cioè la benigna intenzione di provvedere alla pace e felicità del lor popolo, e la pia speranza, che per mezzo di tal condotta saranno per calmare e rendersi propizia la Divinità, che ha la propria sede nel Cielo. Riconoscono con animo grato le molte segnalate prove che han ricevuto del favor Divino, o confidano che la medesima Providenza continuerà sempre a proteggere la prosperità del Principe e del Popolo. Da queste vaghe indeterminate espressioni di pietà posson dedursi tre supposizioni di una diversa, ma non incompatibil natura. Poteva l’animo di Costantino esser fluttuante fra le religioni Cristiana e Pagana. Secondo le libere e condiscendenti nozioni del Politeismo poteva egli riconoscere il Dio de’ Cristiani come una delle molte Divinità, che componevano la gerarchia del Cielo; o poteva per avventura aver abbracciato la filosofica e gradevole idea, che nonostante la varietà de’ nomi, de’ riti, e delle opinioni tutte le Sette e Nazioni del Mondo s’uniscono a venerare il comun Padre e Creatore dell’Universo16. Ma influiscono più frequentemente ne’ consigli dei Principi le mire del temporale vantaggio, che le considerazioni d’un verità speculativa ed astratta. Il parziale e crescente favore di Costantino può naturalmente attribuirsi alla stima, ch’egli aveva del moral carattere de’ Cristiani, ed alla ferma credenza, che la propagazione dell’Evangelio avrebbe inculcata la pratica della pubblica e privata virtù. Sia quanto si voglia estesa la potenza di un assoluto Monarca, sia egli quanto si voglia indulgente per le proprie passioni, è senza dubbio suo interesse che tutti i sudditi rispettino le naturali e civili obbligazioni della società. Ma l’azione delle più savie leggi è imperfetta e precaria. Di rado esse inspirano la virtù; sempre non posson reprimere il vizio. La loro forza non è sufficiente a proibire tutto ciò che condannano, nè posson sempre punire le azioni, che esse proibiscono. I Legislatori dell’antichità chiamarono in loro aiuto il potere dell’educazione e dell’opinione. Ma in un Impero decadente e dispotico era già da gran tempo estinto ogni principio, che aveva mantenuto una volta il vigore e la purità di Roma e di Sparta. La filosofia esercitava sempre il suo moderato dominio sullo spirito umano, ma la Pagana superstizione assai debolmente influiva nella causa della virtù. In tali circostanze, che scoraggiavano, un Magistrato prudente doveva osservar con piacere il progresso d’una religione, che diffondeva nel popolo un puro, benefico ed universal sistema di morale, adattata ad ogni dovere e ad ogni condizione, raccomandata come la volontà e la ragione della Suprema Divinità, ed invigorita dall’espettazione de’ premi o gastighi eterni. L’esperienza dell’Istoria Greca e Romana non era da tanto di far conoscere al mondo, quanto si potesse riformare e migliorare il sistema de’ costumi nazionali mediante i precetti di una Divina Rivelazione; e Costantino potè con fiducia prestare orecchio alle lusinghiere e in verità ragionevoli assicurazioni di Lattanzio. Pareva che l’eloquente Apologista aspettasse per fermo, e s’arrischiasse quasi a promettere, che lo stabilimento del Cristianesimo avrebbe restituita l’innocenza e la felicità de’ primitivi tempi; che il culto del vero Dio avrebbe estinto la guerra e la dissensione fra quelli i quali si risguardavan fra loro come figli d’un comun Padre; che per la cognizione dell’Evangelio si sarebbe tenuto a freno qualunque impuro appetito, qualunque passione d’ira o d’amor proprio, e che i Magistrati avrebber potuto porre nel fodero la spada della giustizia fra un popolo, che tutto quanto sarebbe stato retto da sentimenti di verità e di pietà, di equità e di moderazione, di armonia e d’amore universale17, La passiva e docile obbedienza, che18 si piega sotto il giogo dell’autorità o anche dell’oppressione, dovè apparire, agli occhi di un assoluto Monarca, tra le virtù Evangeliche la più cospicua o vantaggiosa19. I primitivi Cristiani facevan derivare l’istituzione del Governo civile non già dal consenso del Popolo, ma da’ decreti del Cielo. Quantunque l’Imperatore, che regnava, usurpato avesse lo scettro per mezzo del tradimento e della strage, egli assumeva tuttavia subito il sacro carattere di Vicegerente della Divinità. A questa soltanto dovea render conto dell’abuso del suo potere; ed i suoi sudditi erano, pel giuramento di fedeltà, indissolubilmente legati ad un Tiranno, che avesse violato qualunque legge di natura e di società. Gli umili Cristiani eran mandati nel Mondo, come pecore in mezzo a’ lupi; e poichè non era loro permesso d’impiegar la forza, neppure in difesa della lor religione, molto più sarebbero stati rei, se tentato avessero di spargere il sangue de’ loro prossimi nel disputare i vani privilegi o i sordidi beni di questa vita transitoria. Attaccati alla dottrina dell’Apostolo, che nel regno di Nerone avea predicato il dovere di una sommissione illimitata, i Cristiani de’ primi tre secoli mantennero pura ed innocente la lor coscienza dalla colpa di qualunque segreta cospirazione, non meno che di ogni aperta rivolta. Mentre provavano il rigore della persecuzione, non furono mai tentati o d’affrontare in campo di battaglia i loro tiranni, o di ritirarsi sdegnati in qualche remoto e separato canto del globo20. Si sono insultati i protestanti della Francia, della Germania, e dell’Inghilterra, che sostennero sì coraggiosi ed intrepidi la civile e religiosa lor libertà, con l’odioso paragone fra la condotta de’ Cristiani primitivi e quella de’ riformati21. Forse, invece di censura, si sarebbe dovuto applaudire a’ sentimenti e allo spirito superiore de’ nostri maggiori, che si eran persuasi, che la religione non può abolire gl’inalienabili diritti della natura umana22. Può forse attribuirsi la pazienza della primitiva Chiesa alla debolezza, ugualmente che alla sua virtù. Una setta di indisciplinati plebei, senza condottieri, senz’armi, senza fortificazioni, sarebbe stata inevitabilmente distrutta, se avesse fatta una temeraria ed inutile resistenza a chi disponeva delle legioni Romane. Ma quando i Cristiani esecravano la rabbia di Diocleziano, o sollecitavano il favore di Costantino, potevano addurre con verità e fiducia, ch’essi tenevano il principio d’una passiva obbedienza, e che nello spazio di tre secoli la lor condotta era sempre stata conforme a’ loro principj. Potevano anche aggiungere, che il trono degli Imperatori si sarebbe stabilito sopra una base fissa e durevole, se tutti i lor sudditi, abbracciando la fede Cristiana, imparato avessero a tollerare e ad ubbidire. Nell’ordine generale della Previdenza, i Principi ed i Tiranni si risguardan come ministri del Cielo, destinati a regolare, o a gastigar le nazioni della terra. Ma l’Istoria Sacra somministra molti illustri esempi d’una interposizione più immediata della Divinità nel governo del suo popolo eletto. Si affidava lo scettro e la spada alle mani di Mosè, di Giosuè, di Gedeone, di David, de’ Maccabei. Le virtù di questi Eroi erano il motivo o l’effetto del favore divino, ed il successo delle loro armi era destinato ad effettuar la liberazione o il trionfo della Chiesa. Se i Giudici di Israello erano accidentali e temporanei Magistrati, i Re di Giuda traevano dalla reale unzione del loro grande Antenato un ereditario ed inviolabil diritto, che non poteva mancare pe’ loro vizi, nè revocarsi dal capriccio de’ loro sudditi. La medesima straordinaria Providenza, che non si limitava più al popolo Giudaico, potè sceglier Costantino e la sua famiglia per proteggere il mondo Cristiano; ed il devoto Lattanzio annuncia in un tuono profetico le future glorie dell’universale e lungo suo regno23. Galerio e Massimino, Massenzio e Licinio erano i rivali, che si dividevan col favorito del Cielo le Province dell’Impero. Le tragiche morti di Galerio e di Massimino presto soddisfecero lo sdegno e adempirono le ardenti speranze de’ Cristiani. Il successo di Costantino contro Massenzio e Licinio rimosse i due formidabili competitori, che sempre s’opposero al trionfo del secondo David, e la sua causa pareva che avesse diritto alla particolare interposizione della Providenza. Il carattere del Tiranno di Roma infamò la porpora e la natura umana; e quantunque i Cristiani goder potessero del precario favore di lui, pure si trovavano, col resto de’ suoi sudditi, esposti agli effetti della sua lasciva e capricciosa crudeltà. La condotta di Licinio tosto scoprì, che aveva con ripugnanza consentito ai savj ed umani regolamenti dell’editto di Milano. Fu ne’ suoi dominj proibita la convocazione de’ Concilj Provinciali; i suoi uffiziali Cristiani furon cassati con ignominia; e quantunque egli evitasse la colpa, o piuttosto il pericolo d’una persecuzione generale, le sue particolari oppressioni si rendevano sempre più odiose per la violazione d’un solenne e volontario impegno24. Mentre l’Oriente, secondò la viva espressione d’Eusebio, era involto nelle ombre d’una infernale oscurità, i favorevoli raggi di celeste luce riscaldavano ed illuminavan le Province dell’Occidente. Si risguardava la pietà di Costantino come una piena prova della giustizia delle sue armi; e l’uso, ch’ei fece, della vittoria, confermò l’opinion de’ Cristiani, che il loro Eroe veniva inspirato e condotto dal Signor degli Eserciti. La conquista dell’Italia produsse un general editto di tolleranza; e tosto che la disfatta di Licinio ebbe investito Costantino solo nel dominio di tutto il Mondo Romano, egli per mezzo di circolari esortò immediatamente tutti i suoi sudditi ad imitare senza dilazione l’esempio del loro Sovrano, e ad abbracciar la divina verità del Cristianesimo25. La sicurezza, che l’elevazione di Costantino fosse intimamente connessa co’ disegni della Providenza, instillava negli animi de’ Cristiani due opinioni, che per mezzi molto diversi fra loro, contribuivano all’adempimento della profezia. L’ardente loro ed attiva lealtà esauriva in favore di lui ogni ripiego dell’industria umana; ed essi aspettavano con fiducia che i gagliardi loro sforzi verrebbero secondati da qualche aiuto divino e miracoloso. I nemici di Costantino hanno imputato a motivi d’interesse la lega, ch’egli contrasse insensibilmente colla Chiesa Cattolica, e che in apparenza contribuì al buon successo della sua ambizione. Al principio del quarto secolo, i Cristiani erano sempre in una piccola proporzione rispetto agli abitatori dell’Impero; ma in mezzo ad un popolo degenerato, che vedeva il cangiamento de’ suoi Signori coll’indifferenza propria degli schiavi, lo spirito e l’unione d’un partito religioso poteva assistere il Condottier popolare, al servizio del quale avevan essi per principio di religione consacrato le vite e gli averi26. L’esempio del padre aveva ammaestrato Costantino a stimare ed a premiare il merito de’ Cristiani; e nella distribuzione de’ pubblici uffizi aveva esso il vantaggio di fortificare il suo governo mediante la scelta di Ministri o di Generali, nella fedeltà de’ quali poteva egli riporre senza riserva una giusta fiducia. Per l’influsso di questi qualificati Missionari dovevan moltiplicare nella Corte e nell’armata i proseliti della nuova fede; i Barbari della Germania, ch’empivano gli ordini delle legioni, erano d’un’indole negligente, che s’accomodava senza resistenza alla religione del lor comandante; e può ragionevolmente presumersi, che quando passaron le alpi, un gran numero di soldati avesser già consacrato le loro spade al servizio di Cristo e di Costantino27. L’abitudine umana e l’interesse di religione appoco appoco tolsero quell’orrore contro la guerra ed il sangue, ch’era tanto prevalso fra’ Cristiani; e ne’ Concilj, che s’adunarono sotto la graziosa protezione di Costantino, fu opportunamente impiegata l’autorità de’ Vescovi per confermare l’obbligazione del giuramento militare, e per dar la pena di scomunica a que’ soldati, che durante la pace della Chiesa gettavan le armi28. Mentre Costantino accresceva ne’ suoi dominj il numero e lo zelo de’ suoi fedeli aderenti, poteva contar nell’aiuto d’una potente fazione anche in quelle Province, ch’erano sempre possedute o usurpate da’ suoi rivali. Era sparsa fra i sudditi Cristiani di Massenzio e di Licinio una malcontentezza segreta; e lo sdegno, che quest’ultimo non poteva nascondere, non serviva che a sempre più profondamente impegnarli negl’interessi del suo competitore. Quella regolar corrispondenza, che univa insieme i Vescovi delle più distanti Province, li poneva in istato di potersi liberamente comunicare i lor desiderj e disegni; e di trasmetter senza pericolo qualunque utile avviso o delle pie contribuzioni che promuover potessero il servizio di Costantino, il quale dichiarava pubblicamente di avere preso le armi per la liberazione della Chiesa29. L’entusiasmo, che ispirava le truppe e forse l’Imperatore medesimo, aveva aguzzate le spade loro nel tempo che soddisfaceva la loro coscienza. Marciavano essi alla guerra con la piena sicurezza, che il medesimo Dio, che aveva già aperto il passaggio agl’Israeliti pel Giordano, e gettato a terra lo mura di Gerico al suono delle trombe di Giosuè, avrebbe mostrato la visibile sua maestà e potenza nella vittoria di Costantino. L’istoria ecclesiastica è pronta a far fede, che furon giustificate le loro speranze da quel cospicuo miracolo, al quale si è quasi concordemente attribuita la conversione del primo Imperatore Cristiano. La causa reale o immaginaria d’un fatto così importante merita ed esige l’attenzione della posterità; ed io procurerò di formare una giusta idea della famosa visione di Costantino, mediante un distinto esame dello stendardo, del sogno, e del segno celeste, separando fra loro le parti istoriche, naturali, e maravigliose di questo racconto straordinario, le quali artificiosamente si sono confuse por comporne la splendida e fragile mole di uno specioso argomento. I. Un istrumento, che serviva per tormentare solamente gli schiavi e gli stranieri, era un oggetto d’orrore agli occhi d’un cittadino Romano; ed erano intimamente connesse coll’idea della croce l’idee di delitto, di pena e d’ignominia30. La divozione piuttosto che la clemenza di Costantino abolì ben presto nei suoi dominj quella pena, che s’era compiaciuto di soffrire il Salvatore del Mondo31; ma l’Imperatore, prima d’avere appreso a disprezzare i pregiudizi della sua educazione e del suo popolo, non potea risolversi ad erigere nel mezzo di Roma la propria statua con una croce nella destra e con una iscrizione, che riferiva la vittoria delle sue armi e la liberazione di Roma alla virtù di quel segno salutare, vero simbolo della forza e del coraggio32. Il medesimo simbolo significava le armi de’ soldati di Costantino; la croce risplendeva sopra i loro elmi, era impressa ne’ loro scudi, tessuta nelle loro bandiere; ed i sacri emblemi, che adornavano la persona stessa dell’Imperatore, non eran distinti che per la materia più ricca e pel più squisito lavoro33. Ma lo stendardo principale, che spiegava il trionfo della croce, chiamavasi Labarum34; oscuro, quantunque celebre nome, che in vano si è fatto derivare da quasi tutti i linguaggi del Mondo. Vien questo descritto35, come una lunga picca intersecata da un’asta traversa. Il velo di seta, che pendeva dall’asta, era elegantemente adornato dalle immagini del Monarca regnante e de’ suoi figli. La sommità della picca sosteneva una corona d’oro, che conteneva il misterioso monogramma esprimente nel tempo stesso la figura della croce, e le lettere iniziali del nome di Cristo36. Si confidava la sicurezza del Labaro a cinquanta guardie di sperimentato valore e fedeltà; il loro posto era distinto con onori ed emolumenti; e ben presto alcuni accidenti fortunati fecero nascere l’opinione, che finattanto che le guardie del Labaro s’esercitavano in eseguire il loro uffizio, eran sicure ed invulnerabili in mezzo a’ dardi dell’inimico. Nella seconda guerra civile, Licinio provò ed ebbe occasione di temere la forza di questa sacra bandiera, la vista della quale, nel forte della battaglia, infiammò d’invincibil entusiasmo i soldati di Costantino, e sparse il terrore e il disordine fra le file delle nemiche legioni37. Gl’Imperatori Cristiani, che rispettavan l’esempio di Costantino, spiegavano in tutte le loro militari spedizioni lo stendardo della Croce; ma quando i degenerati successori di Teodosio ebber finito di comparire in persona alla testa de’ loro eserciti, il Labaro fu depositato, come una venerabile ma inutil reliquia, nel palazzo di Costantinopoli38. Si è sempre conservato l’onore di esso nelle medaglie della famiglia Flavia. La grata lor devozione pose il monogramma di Cristo in mezzo alle insegne di Roma. Si trovano applicati ugualmente sì a’ religiosi che a’ militari trofei i solenni epiteti di salvezza della Repubblica, di gloria dell’esercito, di restaurazione della pubblica felicità; e tuttavia esiste una medaglia dell’Imperator Costanzo, in cui lo stendardo del Labaro è accompagnato da queste memorabili parole: »mercè di questo segno vincerai39». II. In ogni occasione di pericolo o d’angustia solevano i primitivi Cristiani fortificare gli spiriti ed i corpi loro col segno della Croce, ch’essi usavano in tutti i riti Ecclesiastici ed in tutte le quotidiane occorrenze della vita, come un infallibil preservativo da ogni sorta di male spirituale o temporale40. La sola autorità della Chiesa potè aver avuto sufficiente peso da giustificar la devozione di Costantino, che coll’istesso prudente e gradual progresso riconobbe la verità, ed assunse il simbolo del Cristianesimo. Ma la testimonianza d’uno scrittore contemporaneo, che in un trattato apposta ha difeso la causa della religione, compartisce alla pietà dell’Imperatore un più stupendo e sublime carattere. Afferma egli colla più perfetta sicurezza, che nella notte precedente l’ultima battaglia contro Massenzio, Costantino fu ammonito in sogno di fare imprimere sugli scudi de’ suoi soldati il celeste segno di Dio, cioè il sacro monogramma del nome di Cristo; ch’esso eseguì gli ordini del Cielo; o che fu premiato il valore e l’obbedienza di lui colla decisiva vittoria sul ponte Milvio. Alcuni riflessi potrebbero forse indurre uno spirito scettico a sospettare del giudizio o della veracità dell’Oratore, la penna del quale, o per zelo o per interesse, era addetta alla causa della fazion vittoriosa41. Pare che egli pubblicasse le sue Morti de’ Persecutori a Nicomedia circa tre anni dopo la vittoria di Roma; la distanza però di mille miglia e di mille giorni concede un vasto campo all’invenzione de’ declamatori, alla credulità del partito ed alla tacita approvazione dell’Imperatore medesimo, che poteva senza sdegnarsi prestare orecchio ad una maravigliosa novella ch’esaltava la fama, e promoveva i disegni di lui. Anche in favor di Licinio, che tuttavia dissimulava la sua animosità contro i Cristiani, l’istesso Autore produsse una simile visione, indicante uno specie di preghiera, che fu comunicata da un Angelo, e ripetuta da tutto l’esercito prima d’attaccare le legioni del tiranno Massimino. La frequente ripetizione de’ miracoli, quando non sottomette la ragione umana, non serve che ad irritarla42; ma se voglia considerarsi a parte il sogno di Costantino, può naturalmente spiegarsi o colla politica o coll’entusiasmo dell’Imperatore. Essendo sospesa da un breve ed interrotto sonno la sua ansietà per la prossima giornata, che dovea decidere del destino dell’Impero, potè per avventura presentarsi all’attiva fantasia d’un Principe, che venerava il nome, e forse aveva secretamente implorato il potere del Dio dei Cristiani, la venerabile immagin di Cristo ed il ben noto simbolo della sua religione. Con ugual facilità potè ancora un consumato Politico usare uno di quei militari stratagemmi, una di quelle pie frodi, che avevano adoperate con tant’arte ed effetto Filippo e Sertorio43. Generalmente ammettevasi dalle nazioni antiche l’origine soprannaturale de’ sogni, ed una gran parte dell’esercito della Gallia era già preparata a collocare la sua fiducia nel segno salutare della religione Cristiana. La segreta visione di Costantino non poteva esser confutata che dall’evento; ma quell’intrepido Eroe, che aveva passato le alpi e l’apennino, poteva risguardare con non curante disperazione le conseguenze d’una disfatta, che gli fosse toccata sotto le mura di Roma. Il Senato ed il Popolo, esultando per la loro liberazione da un odioso tiranno, riconobbero che la vittoria di Costantino sorpassava le forze umane, senz’ardire però di attribuirla alla protezione degli Dei. L’arco trionfale, che fu innalzato circa tre anni dopo il fatto espone con frasi ambigue, ch’egli salvata aveva e vendicata la Repubblica Romana per la grandezza della sua mente e per un istinto o impulso della Divinità44. L’oratore Pagano, che antecedentemente avea preso l’opportunità di celebrar le virtù del Conquistatore, suppone ch’egli solo godesse un segreto ed intimo commercio coll’Ente Supremo, il quale ha delegata la cura de’ mortali agli altri subordinati suoi Dei; e così viene ad assegnare una ragione molto plausibile, per la quale i sudditi di Costantino non dovessero presumere d’abbracciare la nuova religione del loro Sovrano45. III. Il filosofo, che con tranquilla cautela esamina i sogni o gli augurj, i miracoli ed i prodigi della storia profana, ed anche dell’Ecclesiastica, probabilmente concluderà, che se gli occhi degli spettatori sono stati qualche volta ingannati dalla frode, molto più spesso l’intelligenza de’ lettori è stata insultata dalla finzione. Ogni avvenimento, apparenza, o accidente, che sembri deviare dall’ordinario corso della natura, s’è temerariamente attribuito all’immediata azione della Divinità; e la sorpresa fantasia della moltitudine qualche volta ha dato figura e colore, linguaggio e movimento alle momentanee ma insolite meteore dell’aria46. Nazario ed Eusebio sono i due più celebri oratori che con istudiati panegirici si sono adoperati ad esaltare la gloria di Costantino. Nove anni dopo la vittoria romana, Nazario47 descrive un esercito di guerrieri divini, che sembravano scender dal cielo; egli ne nota la bellezza, lo spirito, le figure gigantesche, i raggi di luce che uscivano dalle celesti loro armature, la pazienza che avevano in farsi vedere e udir da’ mortali, ed il dichiarar che facevano d’essere mandati, e di volare ad assistere il gran Costantino. Per la verità di questo prodigio il Pagano oratore chiama in testimonianza tutta la nazione Gallica, in presenza della quale allora parlava, e sembra, che da questo recente e pubblicato fatto prenda occasione di sperare, che sia per prestarsi fede alle antiche apparizioni48. La favola Cristiana d’Eusebio, che nello spazio di ventisei anni potè trarre la sua origine dal sogno, è gettata in una forma più corretta ed elegante. Si dice, che Costantino, in una delle sue marce, vedesse co’ propri occhi il trofeo luminoso della Croce posta sopra il sole nel mezzogiorno, colla seguente iscrizione. «Per mezzo di questo vinci». Tal sorprendente oggetto nel cielo fece stupire tutto l’esercito non meno che l’Imperatore medesimo, ch’era tuttavia dubbioso intorno alla scelta d’una religione; ma il suo stupore si convertì in fede, mediante la visione della notte seguente. Comparve Cristo avanti a’ suoi occhi, e tenendo il medesimo celeste segno della Croce, ordinò a Costantino di formare uno stendardo simile a quello, e di muovere, sicuro della vittoria, contro Massenzio e tutti gli altri nemici49. Sembra che l’erudito Vescovo di Cesarea siasi accorto, che la recente scoperta di questo maraviglioso aneddoto avrebbe eccitato qualche sorpresa e diffidenza anche fra’ suoi più devoti lettori. Pure, in cambio di assegnare le precise circostanze del tempo e del luogo, che ordinariamente servono a scuoprire la falsità, od a stabilire la certezza de’ fatti50; in cambio di raccogliere e di citar la testimonianza di tante persone viventi, che dovettero essere spettatrici di tale stupendo miracolo51, Eusebio si contenta d’addurre una testimonianza molto singolare, cioè quella di Costantino già morto, il quale molti anni dopo quell’avvenimento, discorrendo famigliarmente con esso, gli aveva raccontato quest’accidente straordinario della sua vita, e con solenne giuramento ne aveva confermata la verità. La prudenza e la gratitudine del dotto Prelato non gli permisero di sospettare della veracità del suo vittorioso Signore; ma egli dà chiaramente a conoscere che, in un fatto di tal natura, non avrebbe prestato fede a qualunque altra minore autorità. Sì fatto motivo di credibilità non potea sopravvivere alla potenza della famiglia Flavia; ed il segno celeste che si poteva in seguito porre in ridicolo dagl’Infedeli52, fu trascurato da’ Cristiani del secolo che immediatamente seguì la conversione di Costantino53. Ma la Chiesa Cattolica, sì dell’Oriente che dell’Occidente, ha adottato un prodigio, che favorisce o sembra favorire il popolar culto della croce. La visione di Costantino si mantenne un onorevole posto nelle leggende della superstizione, finattanto che l’ardito e sagace spirito di critica ebbe la fermezza di non apprezzare il trionfo, e di attaccare la veracità del primo Imperatore Cristiano54. I lettori protestanti e filosofici del presente secolo saranno disposti a credere che Costantino, raccontando la sua conversione, volontariamente attestasse una falsità con un solenne e deliberato spergiuro. Essi non dubiteranno forse di pronunziare, che nello scegliere una religione fosse determinato l’animo suo solo da un sentimento d’interesse; e che (secondo l’espressione d’un Poeta55 profano) si servisse degli altari della Chiesa, come di un conveniente gradino al trono dell’Impero. Una conclusione però così aspra ed assoluta non è coerente alla cognizione che abbiamo della natura umana di Costantino o del Cristianesimo. In un tempo di religioso fervore si osserva che i più artificiosi politici sentono in se stessi qualche parte di quell’entusiasmo, che inspirano agli altri; ed i Santi più ortodossi assumono il pericoloso privilegio di difender la causa della verità colle armi della falsità e dell’inganno. Spesso l’interesse personale è lo stendardo della nostra fede, non meno che della nostra condotta, e gli stessi motivi di vantaggi temporali, che valsero ad influire sul contegno pubblico e sulla professione di Costantino, poterono anche insensibilmente disporne lo spirito ad abbracciare la religione così favorevole alla sua fama ed alla sua fortuna. Soddisfacevasi alla sua vanità colla lusinghiera asserzione, ch’egli era stato scelto dal Cielo a regnare sopra la terra; l’evento aveva giustificato il divino di lui titolo al trono, e questo titolo stesso era fondato sulla verità della Rivelazione Cristiana. Siccome qualche volta segue che l’applauso non meritato eccita la vera virtù, così l’apparente pietà di Costantino (se pure a principio fu solo apparente) potè a grado a grado per la forza della lode, dell’abito e dell’esempio ridursi ad una seria fede, e ad una fervorosa divozione. I Vescovi e Dottori della nuova setta, l’abito ed i costumi de’ quali non eran molto adattati per comparire in una Corte, furono ammessi alla mensa Imperiale; essi accompagnavano il Monarca nelle sue spedizioni, e l’ascendente, che uno di loro, Egizio o Spagnuolo56 che fosse, acquistò sopra di lui, attribuivasi da’ Pagani all’effetto della magia57. Furono ammessi all’amicizia e famigliarità del Sovrano tanto Lattanzio, che adornò i precetti del Vangelo colla eloquenza di Cicerone58, quanto Eusebio, che in servigio della Religione adoprò la dottrina e la filosofia de’ Greci59; e questi abili maestri di controversie potevano pazientemente aspettare le facili ed opportune occasioni di persuadere e di applicar con destrezza quegli argomenti, ch’erano più acconci al carattere e all’intendimento di esso. Vantaggi d’ogni sorta potevano trarsi dall’acquisto d’un proselito Imperiale, e lo splendor della porpora, piuttosto che la superiorità nel sapere o nella virtù, lo distingueva dalle molte migliaia di sudditi, che avevano abbracciato le dottrine del Cristianesimo. Nè si dee stimare incredibile che la mente d’un ignorante soldato avesse potuto cedere al peso dell’evidenza, che in un secolo più illuminato ha soddisfatto o sottomesso la ragione d’un Grozio, d’un Pascal, o d’un Locke. Questo soldato, fra i continui travagli del suo grand’uffizio, impiegava o affettava d’impiegar le ore della notte a diligentemente studiare la Scrittura, ed a comporre discorsi teologici, che dipoi recitava ad una copiosa udienza, la quale facevagli applauso. In un discorso assai lungo, che tuttavia sussiste, si diffonde il reale Predicatore sulle diverse prove della Religione: ma si ferma con particolar compiacenza su’ versi Sibillini60 e sull’Egloga quarta di Virgilio61. Quaranta anni prima della nascita di Cristo, il vate Mantovano, quasi inspirato dalla celeste musa d’Isaia, aveva celebrato con tutta la pompa della metafora Orientale il ritorno della Vergine, la caduta del serpente, la prossima nascita d’un fanciullo divino, prole del gran Giove, che doveva espiare la colpa dell’uman genere, e governar l’universo pacificamente colle virtù di suo padre; lo spuntare e l’apparire d’una razza celeste, una primitiva nazione sparsa pel Mondo, e la successiva restaurazione dell’innocenza e felicità del secolo d’oro. Il Poeta non sapeva forse il segreto senso ed oggetto di tali sublimi predizioni, che si son tanto indegnamente applicate al piccolo figlio d’un Console o d’un Triumviro62; ma se una più splendida e veramente speciosa interpretazione della quarta Egloga contribuì alla conversione del primo Imperator Cristiano, Virgilio merita d’esser posto fra’ più efficaci Missionari dell’Evangelio63. Si nascondevano i venerandi misteri della fede e del Culto Cristiano agli occhi degli stranieri ed eziandio de’ Catecumeni con un’affettata segretezza, la quale non serviva che ad eccitare la lor maraviglia e curiosità64. Ma le regole di severa disciplina, che la prudenza de’ Vescovi avea stabilite; dalla prudenza medesima vennero mitigate in favore d’un proselito Imperiale, che tanto importava d’indurre ad entrare, mediante ogni gentile condescendenza, nel sen della Chiesa; ed a Costantino fu permesso, almeno con una tacita dispensa, di godere moltissimi privilegi di Cristiano, prima di averne contratta veruna obbligazione. Invece di ritirarsi dall’assemblea, quando la voce del Diacono licenziava la moltitudine profana, esso pregava co’ Fedeli, disputava co’ Vescovi, predicava sopra i più sublimi ed intricati argomenti di Teologia, celebrava secondo i riti sacri la vigilia di Pasqua, e si dichiarava pubblicamente non solo partecipante, ma in qualche modo sacerdote e gerofante de’ misteri Cristiani65. La vanità di Costantino potè arrogarsi qualche straordinaria distinzione, ed i suoi servigi l’avevano meritata. Un rigore inopportuno avrebbe potuto annebbiare i frutti non per anche maturi della sua conversione; e se rigorosamente si fosser chiuse le porte della Chiesa in faccia ad un Principe che aveva abbandonato gli altari degli Dei, il dominator dell’Impero sarebbe restato privo d’ogni specie di Culto religioso. Nell’ultima sua visita a Roma disapprovò egli piamente ed insultò la superstizione de’ suoi maggiori, ricusando di porsi alla testa della militar processione dell’ordine equestre, e di offerire pubblici voti al Giove del colle Capitolino66. Costantino, molti anni prima del suo battesimo e della sua morte, aveva pubblicato al mondo, che non si sarebbe più veduta nè la sua persona nè la sua immagine dentro le mura d’un tempio d’idoli, mentre spargeva per le Province una quantità di medaglie e di pitture, che lo rappresentavano in una umile e supplichevol positura di devozione Cristiana67. Non si può facilmente spiegare e scusar l’orgoglio di Costantino, allorchè ricusò i soli diritti di Catecumeno; ma può ben giustificarsi la dilazione del suo battesimo colle massime e colla pratica dell’antica Chiesa. Il Sacramento del battesimo68 s’amministrava regolarmente dal Vescovo stesso coll’assistenza del Clero nella Chiesa Cattedrale della Diocesi nello spazio de’ cinquanta giorni, che passano fra le solennità della Pasqua e della Pentecoste, ed in questo sacro tempo si ammetteva un gran numero d’infanti e di adulti nel seno della Chiesa. La discrezione de’ genitori spesse volte sospendeva il battesimo de’ loro figliuoli, finattanto che potessero intendere quali obbligazioni per mezzo di esso si contraevano; la severità degli antichi Vescovi esigeva da’ nuovi convertiti un noviziato di due o tre anni; ed i Catecumeni stessi, per diversi o temporali o spirituali motivi, di rado erano impazienti di ricevere il carattere di perfetti ed iniziati Cristiani. Si supponeva, che il Sacramento del battesimo contenesse una piena ed assoluta purgazion di ogni colpa; e che l’anima riacquistasse istantaneamente l’originale sua purità ed il diritto alla promessa della eterna salute. Fra’ proseliti del Cristianesimo v’erano molti, che stimavano un’imprudenza il precipitare un rito salutevole, che non potea più ripetersi, e lo spogliarsi d’un inestimabile privilegio, che non potea più riacquistarsi. Differendo il battesimo, potevano arrischiarsi a soddisfare liberamente le loro passioni col godere di questo Mondo, giacchè avevano sempre in mano i mezzi d’una sicura e facile assoluzione69. La sublime teoria del Vangelo aveva fatto un’impressione molto più debole nel cuore che nella mente di Costantino medesimo. Egli tendeva al grand’oggetto della sua ambizione pe’ sanguinosi ed oscuri sentieri della guerra e della politica, e dopo la vittoria s’abbandonava senza moderazione all’abuso della sua fortuna. Invece di sostenere la sua giusta superiorità sopra l’imperfetto eroismo e la profana filosofia di Traiano e degli Antonini, l’età matura di Costantino distrusse la riputazione che aveva acquistata nella sua gioventù. A misura che di grado in grado avanzava nella cognizione della verità, declinava nella pratica della virtù: e quel medesimo anno del suo regno, in cui convocò il Concilio di Nicea, fu macchiato dalla esecuzione o piuttosto dall’assassinio del suo maggior figlio. Questa data è per sè sola sufficiente a confutare le maliziose ed ignoranti suggestioni di Zosimo70, il quale asserisce, che dopo la morte di Crispo, il rimorso del padre ricevè da’ ministri del Cristianesimo quell’espiazione, che aveva inutilmente richiesta ai Pontefici Pagani. Al tempo della morte di Crispo, l’Imperatore non poteva più essere dubbioso intorno la scelta d’una religione, e non poteva più ignorare che la Chiesa possedeva un infallibil rimedio, quantunque egli volesse differirne l’applicazione insino a che l’approssimarsi della morte avesse allontanato il pericolo e la tentazione di ricadere. I Vescovi, che nell’ultima sua malattia aveva chiamati al palazzo di Nicomedia, restarono edificati dal fervore, con cui egli chiese e ricevè il Sacramento del battesimo, dalle solenni proteste, che il rimanente della sua vita sarebbe stato degno d’un discepolo di Cristo, e dall’umil proposito che fece di non portar più la porpora Imperiale dopo d’essersi poste le bianche vesti di neofito. Parve che l’esempio e la riputazione di Costantino rendesse plausibile la dilazione del battesimo71. I tiranni, che vennero dopo di lui, presero animo a credere che le macchie del sangue innocente, che avessero potuto spargere in un lungo regno, si sarebbero ad un tratto lavate nelle acque di rigenerazione; e l’abuso della religione pericolosamente attaccava i fondamenti della virtù morale. La gratitudine della Chiesa ha esaltato le virtù, e scusati i difetti d’un generoso protettore, che collocò il Cristianesimo sul trono del Mondo Romano; ed i Greci, che celebrano la festa del Santo Imperiale, rare volte rammentano il nome di Costantino senza aggiungervi il titolo di uguale agli Apostoli72. Tale paragone, se allude al carattere di que’ Missionari divini, non può attribuirsi che alla stravaganza d’una empia adulazione; ma se ristringasi all’estensione ed al numero dell’Evangeliche loro vittorie, il successo di Costantino potrebbe forse uguagliarsi a quello degli Apostoli stessi. Cogli editti di tolleranza egli tolse que’ temporali svantaggi, che avevan ritardato fin’allora il progresso del Cristianesimo, e gli attivi e numerosi Ministri di questo ebbero una libera permissione ed un generoso incoraggiamento per insinuare le salutari verità della Rivelazione con qualunque sorta d’argomento, che potesse muovere la ragione o la pietà del genere umano. Non sussistè più che un momento la bilancia esatta fra le due religioni; e l’occhio penetrante dell’ambizione e dell’avarizia scoprì ben presto, che la professione del Cristianesimo potea contribuire al vantaggio della vita presente non meno che della futura73. Le speranze di ricchezze e di onori, l’esempio d’un Imperatore, e le sue esortazioni, gli irresistibili suoi allettamenti convincevano la venale ossequiosa turba, che ordinariamente riempie gli appartamenti della reggia. Le città che con un pronto zelo si segnalavano, mediante la volontaria distruzione de’ loro templi, venivan distinte con privilegi municipali, e premiate con popolari donativi; e la nuova Capitale dell’Oriente gloriavasi del singolar pregio, che Costantinopoli non era stata mai profanata dal culto degl’idoli74. Siccome le classi inferiori della società non regolate dall’imitazione, così la conversione di quelli, che avevano qualche superiorità di nascita, di potere o di ricchezze veniva tosto seguìta dalla dipendente moltitudine75. Era molto facile conseguir la salvazione del comun popolo, se è vero che a Roma in un anno si battezzarono dodicimila uomini, oltre un proporzionato numero di donne e di fanciulli, e che l’Imperatore aveva promesso ad ogni convertito un abito bianco con venti monete d’oro76. Il potente influsso di Costantino non fu ristretto agli angusti limiti della sua vita o de’ suoi dominj. L’educazione, ch’egli diede a’ suoi figli e nipoti, assicurò all’Impero una famiglia di Principi, la fede de’ quali riusciva sempre più viva e sincera, poichè nella più tenera infanzia s’insinuava loro lo spirito, o almeno la dottrina del Cristianesimo. La guerra ed il commercio avevano sparso la cognizione dell’Evangelio oltre i confini delle Province Romane; ed i Barbari, che avevano sdegnato di seguire una setta umile e proscritta, ben presto appresero a stimare una religione, che si era di fresco abbracciata dal Monarca più grande, e della nazione più culta del globo77. I Goti ed i Germani, che s’arrolavano sotto gli stendardi di Roma, veneravan la croce, che risplendeva alla testa delle legioni, ed i fieri lor Nazionali ricevevan nel tempo stesso le lezioni della fede e quelle dell’umanità. I Re dell’Iberia e dell’Armenia adoravano il Dio del lor protettore; ed i loro sudditi, che hanno invariabilmente conservato il nome di Cristiani, tosto formarono una sacra e perpetua connessione co’ Romani loro fratelli. I Cristiani della Persia in tempo di guerra si sospettava che preferissero la religione alla patria; ma finchè sussisteva la pace fra i due Imperi, lo spirito persecutore de’ Magi veniva efficacemente represso dall’intercessione di Costantino78. I raggi del Vangelo illuminarono la costa dell’India. Le colonie di Ebrei, ch’erano penetrate nell’Arabia e nell’Etiopia79, s’opposero al progresso del Cristianesimo; ma il lavoro de’ Missionari fu in qualche modo facilitato da una precedente cognizione della Rivelazione Mosaica; e l’Abissinia venera tuttavia la memoria di Frumenzio, che nel tempo di Costantino sacrificò la sua vita per la conversione di que’ remoti paesi. Sotto il Regno del suo figlio Costanzo, Teofilo80, ch’era Indiano d’origine, fu investito del doppio carattere d’Ambasciatore e di Vescovo. Egli s’imbarcò sul mar Rosso con dugento cavalli delle razze più pure della Cappadocia, i quali eran mandati dall’Imperatore al Principe de’ Sabei o degli Omeriti. A Teofilo furono affidati molti altri utili o curiosi regali, che potevano eccitare l’ammirazione, e conciliar l’amicizia de’ Barbari, ed esso impiegò con vantaggio molti anni in una visita pastorale alle Chiese della Zona torrida81. Nell’importante e pericoloso cambiamento della Religion nazionale si manifestò l’irresistibile potere degl’Imperatori Romani. I terrori d’una forza militare imposero silenzio al debole e non sostenuto mormorar de’ Pagani, e v’era motivo di credere, che una volontaria sommissione del Clero non men che del popolo Cristiano sarebbe stata l’effetto della coscienza e della gratitudine. Da lungo tempo era già stabilito come una massima fondamentale della costituzione di Roma, che ogni classe di cittadini fosse ugualmente sottoposta alle leggi, e che la cura della Religione fosse un diritto ed un dovere del Magistrato civile. Costantino ed i suoi successori non potevan facilmente persuadersi di aver perduto, mediante la lor conversione, parte veruna delle prerogative Imperiali, o di essere inabili a dar leggi ad una Religione, ch’essi avevan protetta ed abbracciata. Gl’Imperatori continuarono sempre ad esercitare una suprema giurisdizione sopra il ceto Ecclesiastico; ed il libro decimosesto del Codice Teodosiano dimostra in vari Titoli l’autorità, ch’essi assunsero nel governo della Chiesa Cattolica. Ma il legittimo stabilimento del Cristianesimo introdusse e confermò la distinzione fra la potestà spirituale e la temporale82, che non erasi mai potuta imporre sullo spirito libero della Grecia e di Roma. L’uffizio di Sommo Pontefice, che dal tempo di Numa fino ad Augusto s’era sempre esercitato da uno dei più eminenti Senatori, restò finalmente unito all’Imperial dignità. Il primo Magistrato dello Stato, ogni volta che la superstizione o la politica lo richiedeva, faceva in persona le funzioni sacerdotali83; nè trovavasi o a Roma o nelle Province alcun ordine di sacerdoti, che s’attribuissero un carattere più sacro fra gli uomini, o una più intima comunicazione cogli Dei. Ma nella Chiesa Cristiana, che affida il ministero dell’Altare ad una perpetua successione di sacri Ministri, il Monarca, la cui dignità spirituale è meno onorevole di quella del minimo Diacono, era collocato fuori del recinto del Santuario, e confuso col resto della moltitudine fedele84. Pareva salutarsi l’Imperatore come Padre del suo Popolo, ma esso dovea prestare un rispetto ed una reverenza filiale a’ Padri della Chiesa; e ben presto l’orgoglio dell’Ordine Episcopale pretese i medesimi segni di ossequio, che Costantino aveva usato verso le persone de’ Santi e dei Confessori85. Un segreto contrasto fra la Giurisdizione Civile e l’Ecclesiastica imbarazzava le operazioni del Governo Romano; e la colpa ed il pericolo di toccar con mano profana l’arca del Testamento agitava un pio Imperatore. La separazione in vero degli uomini ne’ due ordini dello stato clericale e laicale era comune appresso molte antiche Nazioni; ed i Sacerdoti dell’India, della Persia, dell’Assiria, della Giudea, della Etiopia, dell’Egitto e della Gallia riconoscevano da un’origine celeste il poter temporale, ed i beni che avevano acquistati. Queste venerabili istituzioni s’erano a grado a grado assimilate a’ costumi e al governo de’ respettivi loro paesi86; ma l’opposizione o il disprezzo della potestà civile servì ad assodare la disciplina della primitiva Chiesa. I Cristiani erano stati costretti ad eleggere i loro Magistrati, ad esigere e distribuire certe tasse particolari, ed a regolar l’interno governo della loro Repubblica con un codice di leggi, ch’erano state confermate dal consenso del popolo e dalla pratica di trecent’anni. Quando Costantino abbracciò la Fede Cristiana, parve che contraesse una lega perpetua con una distinta e indipendente società; ed i privilegi conceduti o confermati da quell’Imperatore o da’ suoi successori si accettavano, non già come favori precarj della Corte, ma come giusti ed inalienabili diritti dell’Ordine Ecclesiastico. Si amministrava la Chiesa Cattolica dalla spirituale e legittima giurisdizione di mille ottocento Vescovi87; mille de’ quali trovavansi nelle Province Greche dell’Impero, ed ottocento nelle Latine. L’estensione ed i confini delle respettive lor Diocesi si erano in varie maniere accidentalmente stabiliti dallo zelo e dall’incontro de’ primi Missionari, dai desiderj del Popolo, e dalla propagazione del Vangelo. Eransi fondate in abbondanza, le Chiese Vescovili lungo le rive del Nilo, e sulle coste dell’Affrica, nell’Asia Proconsolare, e nelle Province Meridionali dell’Italia. I Vescovi della Gallia e della Spagna, della Tracia e del Ponto, dominavano sopra vasti territorj, e delegavano i rurali, loro suffraganei ad eseguire gl’inferiori doveri dell’uffizio pastorale88. Poteva una Diocesi Cristiana estendersi ad una intera Provincia o ridursi ad un solo villaggio, ma tutti i Vescovi godevano un uguale indelebil carattere; traevano tutti le medesime facoltà e privilegi dagli Apostoli, dal Popolo e dalle Leggi. Nel tempo che la politica di Costantino separava la profession militare dalla civile, stabilivasi nella Chiesa e nello Stato un nuovo e perpetuo ordine di Ministri Ecclesiastici, sempre rispettabile, e qualche volta pericoloso. Ciò che v’è da osservar d’importante, rispetto alla costituzione e a’ diritti di essi, può ridursi a’ seguenti capi: I. all’elezione popolare: II. all’ordinazione del Clero: III. alle sostanze di esso: IV. alla giurisdizione civile: V. alle censure spirituali: VI. all’esercizio di predicar pubblicamente: VII. al privilegio delle assemblee legislative. I. Durò la libertà dell’elezioni lungo tempo dopo il legale stabilimento del Cristianesimo89; ed i sudditi Romani godevano nella Chiesa il privilegio, che avevan perduto nella Repubblica, di eleggere i Magistrati, a’ quali dovevano ubbidire. Appena era morto un Vescovo, il Metropolitano dava la commissione ad uno de’ suoi suffraganei d’amministrare la sede vacante, e di preparare dentro un certo tempo la futura elezione. Il diritto di dare il voto risedeva nel Clero inferiore, ch’era il più adatto a giudicare del merito de’ candidati; ne’ Senatori o nobili della città, persone distinte per la dignità o per le ricchezze; e finalmente in tutto il corpo del popolo, che nel giorno stabilito correva in folla dalle più lontane parti della Diocesi90; ed alle volte colle sue tumultuose acclamazioni facea tacere la voce della ragione e le leggi della disciplina. Queste acclamazioni potevano accidentalmente cadere sul competitore più meritevole, su qualche vecchio Prete, su qualche santo Monaco, o su qualche laico famoso per lo zelo e per la pietà. Ma si sollecitava la cattedra Episcopale, specialmente nelle grandi e ricche città dell’Impero, piuttosto come una dignità temporale che spirituale. I fini d’interesse, le passioni dell’amor proprio e dell’ira, le arti della perfidia e della dissimulazione, la segreta corruzione, l’aperta ed anche sanguinosa violenza, che avevano un tempo sturbata la libertà d’eleggere nelle Repubbliche della Grecia e di Roma, troppo spesso influivano nella scelta de’ successori degli Apostoli. Mentre uno dei candidati vantava gli onori della sua famiglia, un altro allettava i suoi giudici colle delicatezze d’una copiosa tavola, ed un terzo, anche più colpevole de’ suoi rivali, offeriva di divider fra’ complici delle sacrileghe sue speranze le spoglie della Chiesa91. Le leggi Civili ugualmente che l’Ecclesiastiche tentarono d’escludere la plebaglia da tal atto solenne ed importante. I Canoni dell’antica disciplina esigendo ne’ Vescovi alcune qualificazioni d’età, di stato ec. ristringevano in qualche modo l’arbitrario capriccio degli elettori. Interponevasi anche l’autorità de’ Vescovi Provinciali, che si adunavano nella Chiesa vacante ad oggetto di confermare la scelta del popolo, per moderarne le passioni ed emendarne gli errori. I Vescovi potevan ricusar d’ordinare un candidato indegno, ed il furore de’ diversi fra’ loro contrari partiti alle volte accettava l’imparziale lor mediazione. La sommissione o la resistenza del Clero e del Popolo in varie occasioni somministrava esempi, che insensibilmente diventavano leggi positive e costumi provinciali92; ma da per tutto ammettevasi come una massima fondamentale di religioso governo, che non potesse darsi ed una Chiesa ortodossa alcun Vescovo senza il consenso de’ membri della medesima. Gl’Imperatori, come custodi della pubblica pace e come i primi cittadini di Roma e di Costantinopoli, potevano in realtà dichiarare i loro desiderj nell’elezione d’un Primate; ma quegli assoluti Monarchi rispettavano la libertà delle elezioni Ecclesiastiche; e mentre distribuivano e riassumevano gli onori dello Stato e dell’esercito, permettevano che mille ottocento Magistrati perpetui ricevessero i loro importanti uffizi da’ liberi suffragi del popolo93. Sarebbe stato giusto, che tali Magistrati non abbandonassero un onorevole posto, da cui non potevano esser rimossi; ma la saviezza de’ Concilj tentò, senza gran successo, di obbligare i Vescovi alla residenza, e d’impedirne le translazioni. Nell’Occidente, in vero, la disciplina era meno rilassata che nell’Oriente; ma le stesse passioni, che obbligavano a far tali regolamenti, li rendevano inefficaci. I rimproveri che con tanta veemenza si son fatti, nel furor della collera, alcuni Prelati fra loro, non servono che a manifestare la comune lor colpa e la loro vicendevole indiscretezza. II. I soli Vescovi godevano la facoltà della generazione spirituale; e questo privilegio straordinario compensar poteva in qualche modo il penoso celibato94, che imponevasi loro come una virtù, come un dovere, e finalmente come una positiva obbligazione. Quelle religioni antiche, le quali stabilirono un ordine separato di Sacerdoti, dedicarono al servizio perpetuo degli Dei una data stirpe, tribù, o famiglia sacra95. Instituzioni però di tal genere furon fondate per via di possesso, piuttosto che di conquista. I figli de’ Sacerdoti godevano con altera ed indolente sicurezza la sacra loro eredità; ed il feroce spirito d’entusiasmo veniva diminuito dalle cure, da’ piaceri e dagli allettamenti della vita domestica. Ma il Santuario de’ Cristiani era aperto ad ogni candidato ambizioso, che avesse aspirato alle celesti promesse, od a’ beni temporali di esso. L’uffizio di Sacerdoti valorosamente s’esercitava, come quello de’ soldati o de’ Magistrati, da coloro, l’abilità e temperamento de’ quali gli aveva resi atti ad abbracciare la professione Ecclesiastica, o che da un accorto Vescovo si erano scelti come i più abili a promuovere la gloria e l’interesse della Chiesa. I Vescovi96 potevan costringere (finattantochè dalla prudenza delle leggi non fu represso l’abuso) anche quelli che ripugnavano, e proteggere gli angustiati per tal motivo; e l’imposizione delle mani concedeva in perpetuo alcuni de’ più stimabili privilegi della società civile. Tutto il corpo del Clero Cattolico, forse più numeroso delle legioni, s’era per gl’Imperatori esentato da ogni pubblico o privato servizio, da tutti gli uffizi municipali, da tutte le tasse e contribuzioni personali, che aggravavano con intollerabile peso gli altri loro concittadini; e si accettavano i doveri della sacra lor professione come un pieno adempimento degli obblighi loro verso la Repubblica97. Ogni Vescovo acquistava un assoluto ed irrevocabil diritto allo perpetua ubbidienza del Cherico che ordinava; il Clero d’ogni Chiesa Episcopale, colle parrocchie da essa dipendenti, formava una costante e regolar società, e le Cattedrali di Costantinopoli98 e di Cartagine99 mantenevano il loro stabilito numero particolare di cinquecento Ministri Ecclesiastici. La quantità di essi ed i gradi100 furono insensibilmente moltiplicati dalla superstizione de’ tempi, che introdussero nella Chiesa le splendide ceremonie del Tempio Giudaico o dei Pagani; ed una lunga serie di Preti, di Diaconi, di Suddiaconi, di Accoliti, di Esorcisti, di Lettori, di Cantori, e di Ostiari co’ respettivi loro uffizi contribuirono ad accrescer la pompa e l’armonia del Culto religioso. S’estesero il nome ed i privilegi clericali a molte pie confraternite che devotamente sostenevano il trono Ecclesiastico101. Seicento parabolani o avventurieri in Alessandria visitavano gli ammalati; mille cento copiati o scavatori di fosse seppellivano i morti a Costantinopoli; e gli sciami de’ Monaci, insorti dal Nilo, cuoprirono ed oscurarono la faccia del Mondo Romano. [A. D. 313] III. L’editto di Milano assicurò le rendite ugualmente che la pace alla Chiesa102. Non solo i Cristiani ricuperaron le terre e le case, delle quali erano stati spogliati per causa della persecuzione di Diocleziano, ma eziandio acquistarono un pieno diritto a posseder tutti i beni che avevano fin allora goduti per connivenza de’ Magistrati. Poscia che il Cristianesimo divenne la religione dell’Imperatore e dell’Impero, il Clero nazionale potea pretendere un decente ed onorevole mantenimento; e la paga d’una tassa annuale avrebbe potuto liberare il popolo dal più opprimente tributo, che la superstizione impone a’ suoi devoti. Ma siccome colla prosperità della Chiesa ne crescevano anche i bisogni e le spese, così il ceto Ecclesiastico veniva sempre aiutato ed arricchito dalle volontarie obblazioni de’ Fedeli. Otto anni dopo l’editto di Milano, Costantino concesse a tutti i suoi sudditi la libera ed universal facoltà di lasciare i loro beni alla Santa Chiesa Cattolica103; e la devota loro liberalità, che nel corso delle lor vite era tenuta in freno dal lusso o dall’avarizia, scorreva senza ritegno nell’ora della morte. I Cristiani ricchi venivano incoraggiati dall’esempio del loro Sovrano. Un assoluto Monarca, che è ricco senza patrimonio, può esser caritatevole senza merito, e Costantino credè troppo facilmente di poter acquistar il favore del Clero col mantenere gli oziosi a spese dell’industria, e col distribuire fra’ Santi le ricchezze della Repubblica. Lo stesso corriere, che portò in Affrica il capo di Massenzio, forse portò anche una lettera per Ceciliano Vescovo di Cartagine. L’Imperatore in essa gli fa sapere, che i tesorieri della Provincia hanno l’ordine di pagare nelle sue mani la somma di tremila folli, o diciottomila lire sterline, e di soddisfare le ulteriori sue richieste per sollievo delle Chiese dell’Affrica, della Numidia e della Mauritania104. Cresceva la liberalità di Costantino in proporzione appunto della sua fede e de’ suoi vizi. Egli assegnò in ogni città una regolar quantità di grano per servir di fondo alla carità Ecclesiastica, e le persone di ambidue i sessi, che abbracciavano la vita Monastica, divenivano i favoriti speciali del Sovrano. I tempj Cristiani d’Antiochia, d’Alessandria, di Gerusalemme, di Costantinopoli ec. dimostrano l’ostentata pietà di un Principe, ambizioso nella sua vecchiezza d’uguagliare le opere perfette dell’Antichità105. La forma di questi religiosi edifici era semplice e bislunga, quantunque potessero alle volte sorgere in figura di cupola, ed alle volte dividersi in forma di croce. Il legname per lo più era di cedri del Libano; il tetto era coperto di tegoli, forse di rame dorato; le mura, le colonne, ed il pavimento erano incrostati di varie sorti di marmi. Eran profusamente consacrati al servizio dell’Altare i più preziosi ornati d’oro e d’argento, di seta e di gemme; e tale speciosa magnificenza era sostenuta dalla solida e perpetua base di stabili possessioni. Nella spazio di due secoli, dal regno di Costantino fino a quello di Giustiniano, i frequenti ed inalienabili donativi de’ Principi e del Popolo arricchirono le mille ottocento Chiese dell’Impero. Può ragionevolmente assegnarsi un’annuale rendita di seicento lire sterline a que’ Vescovi ch’erano in mezzo tra i ricchi ed i poveri106, ma insensibilmente s’accrebbe la lor ricchezza insieme con la dignità e coll’opulenza delle città ch’essi governavano. Un autentico ma imperfetto107 catalogo di rendite specifica varie case, botteghe, giardini e fondi, che appartenevano alle tre Romane Basiliche di S. Pietro, di S. Paolo e di S. Gio. Laterano nelle Province dell’Italia, dell’Affrica e dell’Oriente. Questi producevano, oltre la riserva d’una quantità d’olio, di lino, di carta, d’aromati ec., un’annuale entrata di ventiduemila aurei, o dodicimila lire sterline. Al tempo di Costantino e di Giustiniano, i Vescovi non godevan più l’intera fiducia del Clero e del Popolo, e forse non la meritavano. I beni Ecclesiastici di ciascheduna Diocesi furon divisi in quattro parti, che dovevan servire per uso respettivamente del Vescovo stesso, del suo clero inferiore, de’ poveri e del Culto pubblico; e fu più volte rigorosamente represso l’abuso di questa sacra amministrazione108. Il patrimonio della Chiesa era sempre sottoposto a tutte le pubbliche imposizioni dello Stato109. Il Clero di Roma, di Alessandria, di Tessalonica ec. potè chiedere ed ottenere alcune particolari esenzioni; ma il figliuolo di Costantino resistè con vigore al tentativo, non per anche opportuno, del gran Concilio di Rimini, che aspirava alla libertà universale110. IV. Il Clero Latino, che eresse il proprio tribunale sulle rovine del Gius civile e comune, ha modestamente riconosciuto come un dono di Costantino111 quell’indipendente giurisdizione, che fu il frutto del tempo, del caso, e della propria sua industria. Ma la liberalità degli Imperatori Cristiani aveva già insignito il carattere Sacerdotale di certe legali prerogative, che lo assicuravano e lo nobilitavano112. Primieramente sotto un governo dispotico i Vescovi erano i soli che godessero e mantenessero l’inestimabile privilegio di non esser giudicati che da’ loro pari; ed anche nelle accuse capitali i soli giudici della loro reità od innocenza erano i loro fratelli adunati in un Sinodo. Un tribunale di questa sorte, a meno che non fosse acceso da un odio personale, o da discordia religiosa, poteva esser favorevole o anche parziale all’ordine de’ Sacerdoti: ma Costantino era persuaso113 che l’impunità segreta sarebbe stata meno perniciosa del pubblico scandalo, ed il Concilio Niceno restò edificato da quella sua pubblica dichiarazione, che s’egli avesse sorpreso un Vescovo in adulterio, avrebbe gettato il proprio imperial manto sopra del reo. In secondo luogo, la domestica giurisdizione de’ Vescovi era nel tempo stesso un privilegio ed un freno dell’ordine Ecclesiastico, le cause civili del quale potevano decentemente sottrarsi alla cognizione d’un giudice secolare. Le minori loro colpe non erano esposte alla vergogna d’un pubblico processo o gastigo; e s’imponeva dal moderato rigore de’ Vescovi quella specie di mite correzione, che i teneri figli posson ricevere da’ loro padri o istruttori. Ma se il cherico diveniva reo d’alcun delitto, che non si potesse abbastanza purgare colla degradazione dal posto onorevole e vantaggioso che aveva in quell’ora, il Magistrato Romano, senza riguardo veruno all’Ecclesiastiche immunità, adoperava la spada della giustizia. In terzo luogo, venne da una positiva legge ratificato l’arbitrio de’ Vescovi, e fu ordinato a’ Giudici d’eseguire senza dilazione o appello i decreti Episcopali, la validità de’ quali non si era sin allora appoggiata che al consenso delle parti. La conversione de’ Magistrati medesimi e di tutto l’Impero potè appoco appoco allontanare i timori e gli scrupoli dei Cristiani. Ma essi ricorrevan sempre al tribunale dei Vescovi, de’ quali stimavano l’integrità e la dottrina; ed il venerabile Agostino aveva la soddisfazione di dolersi che venivano continuamente interrotte le sue spirituali funzioni dall’odioso travaglio di decidere il diritto o il possesso d’argento e d’oro, di terreni e di bestiami. In quarto luogo, fu trasferito l’antico privilegio del Santuario a’ Tempj Cristiani, e dalla generosa pietà di Teodosio il Giovane esteso a’ recinti de’ luoghi sacri114. Era permesso a’ supplichevoli fuggitivi, ed anche rei, d’implorar la giustizia o la misericordia della Divinità e de’ suoi Ministri. Veniva sospesa la dura violenza del dispotismo dalla dolce interposizione della Chiesa; e si potevano proteggere le vite ed i beni de’ sudditi più cospicui dalla mediazione del Vescovo. V. Il Vescovo era il perpetuo censore de’ costumi del suo popolo. La disciplina della penitenza era disposta in un sistema di giurisprudenza canonica115, che definiva esattamente il dovere della confessione pubblica o privata, le regole delle prove, i gradi delle colpe, e la misura delle pene. Era impossibile eseguire questa censura spirituale, se il Pontefice Cristiano, che puniva le oscure colpe della moltitudine, avesse rispettato i vizi cospicui ed i delitti distruttivi del Magistrato; ma pure era impossibile attaccare la condotta di questo senza sindacare l’amministrazione del governo civile. Alcune considerazioni di religione di fedeltà, o di timore proteggevano le sacre persone degl’Imperatori dallo zelo o risentimento de’ Vescovi; ma questi arditamente censuravano e scomunicavano i Tiranni subordinati, che non erano insigniti della maestà della porpora. S. Atanasio scomunicò uno de’ Ministri d’Egitto, e l’interdetto, ch’egli pronunziò dell’acqua e del fuoco, fu solennemente trasmesso alle Chiese della Cappadocia116. Al tempo di Teodosio il Giovane, il colto ed eloquente Sinesio, uno de’ discendenti d’Ercole117, occupava la sede Episcopale di Tolemaide vicino alle rovine dell’antica Cirene118, ed il Vescovo filosofo sosteneva con dignità il carattere che aveva ricevuto con ripugnanza119. Egli vinse il presidente Andronico, mostro della Libia, che abusava dell’autorità d’un uffizio venale, inventava modi nuovi di rapina e di tortura, ed aggravava il delitto dell’oppressione con quello del sacrilegio120. Dopo un vano tentativo di ridurre il superbo Magistrato, mediante una dolce e religiosa ammonizione, Sinesio procede a pronunziare l’ultima sentenza della giustizia Ecclesiastica121, che condanna Andronico co’ suoi compagni e le loro famiglie all’esecrazione della terra e del cielo. Gl’impenitenti peccatori, più crudeli di Falaride e di Sennacherib, più dannosi della guerra, della peste o d’un nuvolo di locuste, son privati del nome e de’ privilegi di Cristiani, della partecipazione de’ Sacramenti e della speranza del Paradiso. Il Vescovo esorta il Clero, i Magistrati ed il Popolo a rinunziare a qualunque commercio co’ nemici di Cristo, ad escluderli dalle proprie case o mense, ed a negar loro i comuni uffici della vita ed i convenienti riti della sepoltura. La Chiesa di Tolemaide, oscura e per quanto sembra poco autorevole, manda questa dichiarazione a tutte le altre Chiese del Mondo sue sorelle, dichiarando che qualunque profano rigetterà i suoi decreti, sarà partecipe del delitto e della punizione d’Andronico e degli empi seguaci di lui. Tali spirituali terrori acquistaron forza da una destra rappresentanza alla Corte di Bisanzio; il Presidente implorò tremando la pietà della Chiesa; e il discendente d’Ercole ebbe il piacere d’alzar da terra un prostrato Tiranno122. Tali principj ed esempi appoco appoco preparavano il trionfo de’ Pontefici Romani, che han posto il piede sul collo dei Re. VI. Ogni Governo popolare ha provato gli effetti d’una rozza o artificiale eloquenza. Il naturale più freddo viene animato, e la ragione più soda vien mossa dalla rapida comunicazione dell’impeto che prevale; ed ogni uditore si trova spinto dalle sue proprie passioni, e da quelle della moltitudine che lo circonda. La rovina della libertà civile aveva fatto tacere i Demagoghi d’Atene ed i Tribuni di Roma: non s’era introdotto ne’ templi dell’antichità il costume di predicare, che par che formi una parte considerabile della devozione Cristiana, e le orecchie de’ Monarchi non erano mai state tocche dall’aspro suono della popolar eloquenza, finattanto che i pulpiti dell’Impero furon pieni di sacri Oratori, che godevano alcuni vantaggi incogniti a’ profani loro predecessori123. Agli argomenti ed alla rettorica del Tribuno immediatamente si opponevano con uguali armi abili e risoluti antagonisti; e la causa della verità e della ragione poteva trarre per accidente qualche vantaggio dal conflitto delle contrarie passioni. Il Vescovo o qualche distinto Prete, al quale aveva esso cautamente delegata la facoltà di predicare, parlava, senza rischio d’esser interrotto o contraddetto, ad una sommessa moltitudine, le cui menti erano già disposte e convinte dalle venerande ceremonie della religione. Era tanto stretta la subordinazione della Chiesa Cattolica, che nel tempo stesso potevan partire da cento pulpiti dell’Italia o dell’Egitto suoni concertati nella medesima forma, qualora essi fossero diretti124 dalla mano maestra del Primate Romano o Alessandrino. Il disegno di tale instituzione era lodevole, ma i frutti non furono sempre salutari. I predicatori raccomandavano la pratica de’ doveri sociali; ma esaltavano la perfezione della virtù Monastica, ch’è penosa per gli individui ed inutile pel genere umano. Le lor caritatevoli esortazioni dimostravano una segreta brama che fosse affidato al Clero il maneggio de’ beni de’ Fedeli per benefizio de’ poveri. Le più sublimi rappresentazioni degli attributi e delle leggi di Dio venivano contaminate da una vana mistura di metafisiche sottigliezze, di riti puerili e di supposti miracoli; e col più fervido zelo si diffondevano sul merito religioso di detestar gli avversari della Chiesa, e di ubbidirne i ministri. Quando l’eresia o lo scisma turbava la pubblica pace, i sacri oratori suonavan la tromba della discordia e forse della sedizione. Per mezzo de’ misteri si rendeva perplesso l’intelletto degli uditori; se ne infiammavano le passioni colle invettive; ed essi uscivano da’ tempj Cristiani d’Antiochia o d’Alessandria, preparati o a soffrire o a dare il martirio. Nelle veementi declamazioni de’ Vescovi Latini si vede chiaramente la corruzione del gusto e della lingua; ma le composizioni di Gregorio o di Grisostomo si son paragonate a’ modelli più splendidi dell’Attica o almeno dell’Asiatica eloquenza125. [A. D. 314] VII. I rappresentanti della Repubblica Cristiana ogni anno adunavansi regolarmente nella primavera e nell’autunno; e questi Sinodi sparsero lo spirito della disciplina e legislazione Ecclesiastica per le centoventi Province del Mondo Romano126. L’Arcivescovo o il Metropolitano era dalle leggi autorizzato a convocare i Vescovi suffraganei alla sua Provincia, ad invigilare sulla lor condotta, a sostenerne i diritti, a dichiararne la fede, e ad esaminare il merito de’ candidati, che venivano eletti dal Clero e dal Popolo, per supplire alla vacanza del collegio Episcopale. I Primati di Roma, d’Alessandria, d’Antiochia, di Cartagine, ed in seguito di Costantinopoli, che godevano una giurisdizione più ampia, adunavano le numerose assemblee de’ Vescovi lor dipendenti. Ma era una prerogativa propria del solo Imperatore la convocazione de’ Sinodi grandi e straordinari. Ogni volta che le occorrenze della Chiesa richiedevano si venisse a tal passo decisivo, egli mandava una perentoria intimazione a’ Vescovi o ai Deputati di ciascheduna Provincia, coll’ordine opportuno per l’uso de’ cavalli pubblici, o con assegnamenti convenienti per le spese del loro viaggio. Ne’ primi tempi, allorchè Costantino era protettore piuttosto che proselito del Cristianesimo, egli rimise la controversia Affricana al Concilio d’Arles, in cui si trovarono come fratelli ed amici i Vescovi di Yorck, di Treveri, di Milano, e di Cartagine per dibattere nel nativo loro linguaggio il comune interesse della Chiesa Latina e Occidentale127. Undici anni dopo, a Nicea nella Bitinia, fu convocata una più celebre e numerosa assemblea, per estinguere con definitiva sentenza le sottili dispute ch’erano insorte nell’Egitto sopra la Trinità. [A. D. 325] Trecento diciotto Vescovi obbedirono all’intimazione dell’indulgente loro Signore; gli Ecclesiastici di ogni specie, setta o nome, vennero computati fino a duemila quarantotto persone128; i Greci vi comparvero personalmente, ed il consenso de’ Latini fu espresso da’ Legati del Romano Pontefice. Le sessioni, che durarono circa due mesi, frequentemente furon onorate dalla presenza dell’Imperatore. Lasciando esso le guardie alla porta, sedeva (colla permissione del Concilio) sopra una piccola sedia nel mezzo dell’assemblea. Costantino ascoltava con pazienza e parlava modestamente; e nel mentre che influiva sulle discussioni, protestava umilmente, ch’egli era il ministro non il giudice de’ successori degli Apostoli, ch’erano stati stabiliti come Sacerdoti e come Dii sulla terra129. Tal profonda venerazione d’un assoluto Monarca verso un debole disarmato congresso di propri sudditi, non si può paragonare che al rispetto con cui si trattava il Senato da’ Principi Romani, che adottarono la politica d’Augusto. Nello spazio di cinquant’anni, uno spettator filosofico delle umane vicende avrebbe potuto confrontar Tacito nel Senato di Roma, e Costantino nel Concilio di Nicea. Tanto i Padri del Campidoglio, quanto quelli della Chiesa eran degenerati dalle virtù de’ lor fondatori; ma siccome i Vescovi avevan gettate radici più profonde nella pubblica opinione, così sostennero con più decente orgoglio la lor dignità, ed alle volte si opposero con virile spirito alle brame del loro Sovrano. Il progresso del tempo e della superstizione ha cancellato la memoria della debolezza, della passione e dell’ignoranza, che oscurava quegli Ecclesiastici Sinodi, ed il Mondo Cattolico si è concordemente sottomesso130 agl’infallibili decreti de’ generali Concilj131.

Note

  1. 1 Si è diligentemente discussa la data delle Istituzioni Divine di Lattanzio; vi si sono scoperte difficoltà; si sono proposti mezzi per iscioglierle; e si è finalmente immaginato l’espediente di supporne due edizioni originali, la prima pubblicata nel tempo della persecuzione di Diocleziano, l’altra sotto quella di Licinio. Vedi Dufresnoy Praef. p. 5. Tillemont Mem. Eccl. Tom. VI p. 465 -470. Lardner Credibilità ec. P. II Vol. VII, p. 78-86. Quanto a me io sono quasi convinto, che Lattanzio dedicasse le sue Istituzioni al Sovrano della Gallia nel tempo in cui Galerio, Massimino, e Licinio stesso perseguitavano i Cristiani, cioè fra gli anni 306 e 311.
  2. 2 Lactant. Divin Inst. l. I. VII. 27. Veramente il primo ed il più importante di questi passi manca in 28 manoscritti; ma si trova in altri 19. Se vogliam ponderare il merito di questi manoscritti paragonati fra loro, può allegarsene, in favor di quel passo, uno della libreria del Re di Francia dell’età di 900 anni, ma si omette lo stesso passo nel corretto manoscritto di Bologna, che il P. Montfaucon giudica del sesto, o del settimo secolo (Diar. It. p. 409). Il gusto della maggior parte degli Editori (eccettuato Iseo, vedi Lattanzio dell’edizione del Dufresnoy, Tom. I p. 596) vi ha riconosciuto il genuino stil di Lattanzio.
  3. 3 Euseb. in vit. Const. (l. I. c. 27-32.)
  4. 4 Zosimo (l. II. p. 104.)
  5. 5 Questo rito fu sempre in uso nel fare i Catecumeni (vedi Bingam. Ant. l. X. c. I. p. 419. Dom. Chardon Hist. des Sacremens, T. I. p. 62); e Costantino lo ricevè per la prima volta immediatamente avanti il suo battesimo, e la sua morte (Eusebio in vita Const. l. IV. c. 61). Valesio, dalla connessione di questi due fatti, ha tirato quella conseguenza (al luogo cit. d’Euseb.), che viene ammessa con ripugnanza dal Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 628), e contraddetta con deboli argomenti dal Mosemio (p. 968).
  6. 6 Eusebio in vit. Const. (l. IV. c. 61, 62, 63). La leggenda del Battesimo di Costantino, seguìto in Roma tredici anni avanti la sua morte, fu inventata nell’ottavo secolo come un acconcio motivo per la sua donazione. Tale è stato a grado a grado il progresso delle cognizioni, che una storia, di cui il Cardinal Baronio (Annal. Eccl. An. 324. n. 43-49) si dichiarò senza rossore avvocato, adesso debolmente si sostiene anche sotto la giurisdizione del Vaticano. Vedi le antichità Crist. (Tom. II p. 203), opera pubblicata con sei approvazioni a Roma, nell’anno 1751, dal P. Mamachi, erudito Domenicano.
  7. 7 Il Questore, o segretario, che compose la leg. 1. del lib. XVI. Tit. II. del Cod. Teodos. fa dire con indifferenza al suo Signore, hominibus supradictae religionis; al Ministro poi degli affari Ecclesiastici era permesso uno stile più devoto e rispettoso, της ενθεσμου και σγιωτατης καθογικης θρησκειας; legittimo, e santissimo catolico culto. Vedi Eusebio Hist. Eccles. (l. X. c. 6).
  8. 8 Cod. Theodos. (lib. II Tit. VIII. leg. I.) Cod. Giustin. (Lib. III. Tit. XII. leg. III). Costantino chiama la Domenica dies Solis; nome, che non poteva offender le orecchie de’ suoi sudditi Pagani.
  9. 9 Cod. Theodos. (lib. XVI. Tit. X. leg. I). Il Gottofredo, come comentatore, procura di scusare (Tom. VI. p. 257.) Costantino; ma il Baronio più zelante (Annal. Eccles, an. 521. n. 18.) critica con verità ed asprezza il profano contegno di lui.
  10. 10 Sembra che Teodoreto (l. I. c. 18) voglia far credere, ch’Elena desse al suo figlio un’educazione Cristiana; ma la superiore autorità d’Eusebio può assicurarci (in vita Const. l. III. c. 47), ch’ella medesima fu debitrice della cognizione del Cristianesimo a Costantino.
  11. 11 Vedi le medaglie di Costantino appresso il Du-Cange, e il Banduri. Siccome poche città ritenuto avevano il privilegio del conio, quasi tutte le medaglie di quel tempo uscirono dalla zecca autorizzata dalla sanzione Imperiale.
  12. 12 Il Panegirico (VII. inter Panegyr. vet.) d’Eumenio che fu recitato pochi mesi prima della guerra Italica, è pieno delle più chiare prove della superstizione Pagana di Costantino, e della sua particolar venerazione per Apollo, o pel Sole, al quale allude Giuliano, allorchè dice nell’Oraz. VII. p. 228 αμολειπων σε (abbandonando te). Vedi il Coment. dello Spanemio sui Cesari p. 317.
  13. 13 Costantino Orat. ad Sanctos c. 25. Ma potrebbe facilmente dimostrarsi, che il Traduttore Greco ha esteso il senso dell’originale Latina; e potè anche l’Imperatore in età avanzata rammentarsi la persecuzione di Diocleziano con più vivo abborrimento di quello che aveva realmente sentito nel tempo della sua gioventù o idolatria.
  14. 14 Vedi Eusebio Hist. Eccles. (l. VII. 13 l. IX. 9 etc.) in vit. Const. (l. I. c. 16, 17.) Lactant. Divin. Inst. l. 2. Cecil. De mort. persecut. c. 25.
  15. 15 Cecilio (De mort. persecut. c. 48) ci ha conservato l’originale Latino; ed Eusebio (Hist. Eccles. l. X. c. 5) ha dato una traduzione Greca di questo editto perpetuo, che si riferisce ad alcuni regolamenti provvisionali.
  16. 16 Un Panegirico di Costantino pronunziato sette o otto mesi dopo l’editto di Milano (vedi Gottofredo Chron. Legum p. 7 e Tillemont, Hist. des Emper. Tom. IV. p. 246) usa la seguente notabile espressione: Summe rerum Sator, cujus tot nomina sunt, quot linguas Gentium esse voluisti, quem enim Te ipse dici velis, scire non possumus. Paneg. Vet. IX. 26. Il Mosemio nello spiegare p. 971 ec. il progresso di Costantino nella Fede, è ingegnoso, sottile e prolisso.
  17. 17 Vedi l’elegante descrizion di Lattanzio (Div. Inst. v. 8.) ch’è molto più chiara e positiva di quel che convenga a un discreto Profeta.
  18. 18 Nell’originale "cha". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
  19. 19 Il sistema politico de’ Cristiani si spiega da Grozio (de Jur. Bell. et pac. l. I. c. 3. 4). Questi era un repubblicano ed un esule; ma la dolcezza del suo temperamento lo faceva inclinare a sostenere le potestà già stabilite.
  20. 20 Tertulliano Apolog. c. 32, 34, 35, 36. Tamen nunquam Albiniani, nec Nigriani vel Cassiani inveniri potuerunt Christiani, ad Scapulam c. 2. Se tale espressione è rigorosamente vera, essa esclude i Cristiani di quel secolo da tutti gli impieghi civili e militari, che gli avrebber costretti a prendere qualche parte nel servizio de’ respettivi loro Governatori. Vedi le Opere di Moyle Vol. II. p. 349.
  21. 21 Vedi l’artificioso Bossuet, Hist. des Variat. des Egl. Protest. Tom. III. p. 210-258, ed il malizioso Bayle (Tom. II. p. 630). Io nomino Bayle, perchè fu egli senza dubbio l’autore dell’avviso a’ Refugiati. Vedi il Dizionar. di Critica de Chaufepiè Tom. I. part. 2. p. 145.
  22. 22 Il Bucanano è il più antico, o almeno il più celebre fra’ riformatori, che hanno giustificato la teoria della resistenza. Vedi il suo dialogo de Jure regni apud Scotos Tom. II. p. 28, 30. Edit. fol. Reddiman.
  23. 23 Lattanzio Divin. Instit. l. 1. Eusebio nel corso della sua storia della Vita di Costantino e nelle sue orazioni inculca più volte il divino diritto di esso all’Impero.
  24. 24 L’imperfetta cognizione, che abbiamo della persecuzione di Licinio è tratta da Eusebio, Hist. Eccles. l. X. c. 8. vit. Const. l. I. c. 49-56. l. II. c. 1, 2. Aurelio Vittore fa menzione della sua crudeltà in termini generali.
  25. 25 Eusebio in vit. Const. l. II. c. 24-42. 48-60.
  26. 26 Nel principio del secolo passato, i Papisti dell’Inghilterra non formavano che la trentesima parte, ed i Protestanti della Francia la decimaquinta delle respettive nazioni, per le quali lo spirito e poter loro erano un oggetto continuo di timore. Vedi le relazioni, che il Bentivoglio (il quale in quel tempo era Nunzio a Brusselles, e poi fu Cardinale) mandò alla Corte di Roma. Relaz. Tom. II. p. 211, 241. Il Bentivoglio era curioso, ben informato, ma un poco parziale.
  27. 27 Quest’indole trascurata de’ Germani si vede quasi uniforme nella storia della conversione di ciascheduna delle loro Tribù. Si reclutavano le legioni di Costantino con Germani, (Zosimo l. II. p. 86); ed eziandio la Corte di suo padre era stata piena di Cristiani. Vedi il primo libro della vita di Costantino fatta da Eusebio.
  28. 28 De his, qui arma projiciunt in pace, placuit eos abstinere a communione. Concil. Arelat. Can. 3. I migliori Critici applican queste parole alla pace della Chiesa.
  29. 29 Eusebio sempre risguarda la seconda guerra civile contro Licinio, come una specie di religiosa Crociata. All’invito del Tiranno alcuni Uffiziali Cristiani avevano riprese le loro zone, o in altri termini eran tornati al servizio militare. Fu dipoi censurata la lor condotta dal Canone XII del Concilio Niceno, qualora vogliasi ammettere questa interpretazione particolare, invece di quel generale e libero senso, che gli danno gl’interpreti Greci Balsamone, Zonara, ed Alessio Aristeno. Vedi Beveridge Pandect. Eccles. Graec. Tom. I. p. 72. Tom. II p. 73. annotat.
  30. 30 Nomen ipsum crucis absit non modo a corpore civium Romanorum, sed etiam a cogitatione, oculis, auribus: Cicer. pro Rabirio c. 5. Gli scrittori Cristiani, Giustino, Minucio Felice, Tertulliano, Girolamo, e Massimo di Torino hanno investigato con passabil successo la figura o la somiglianza della croce in quasi tutti gli oggetti della natura, o dell’arte; nell’intersezione per esempio del meridiano coll’equatore, nella faccia umana, nell’uccello che vola, nell’uomo che nuota, nell’albero coll’antenna della nave, nell’aratro, nello stendardo ec. Vedi Lipsio de cruce. (l. I. c. 9).
  31. 31 Vedi Aurelio Vittore, che riguarda questa legge come uno degli esempi delle pietà di Costantino. Un editto così onorevole al Cristianesimo meritava luogo nel Codice Teodosiano, invece di farne indirettamente menzione, come par che resulti dal paragone de’ Titoli V. e XVIII. del lib. IX.
  32. 32 Eusebio in vit. Const. l. I. c. 40. Questa statua, o almeno la croce e l’iscrizione, si può riportare più probabilmente alla seconda, o anche alla terza visita di Costantino a Roma. Subito dopo la disfatta di Massenzio gli animi del Senato e del Popolo non potevano essere ancora disposti per tal pubblico monumento.
  33. 33 Agnoscas regina libens mea signa necesse est;
    In quibus effigies crucis aut gemmata refulget,
    Aut longis solido ex auro praefertur in hastis,
    Hoc signo invictus transmissis alpibus ultor
    Servitium solvit miserabile Constantinus.
    . . . . . . . . . . . . . . .
    Christus purpureum gemmanti textus in auro
    Signabat Labarum clypeorum insignia Christus
    Scripserat; ardebat summis crux addita christis.

    Prudent. in Symmach. l. II. v. 464. 486.
  34. 34 Rimane tuttora ignota la derivazione, ed il senso della parola Labarum o Laborum, che s’usa da Gregorio Nazianzeno, da Ambrogio, da Prudenzio ec. malgrado gli sforzi dei Critici, che hanno inutilmente torturato il Latino, il Greco, lo Spagnuolo, il Celtico, il Teutonico, l’Illirico, l’Armeno ec. per trovarne l’etimologia. Vedi Du Cange. Gloss. et inf. Latin. v. Labarum e Gottofredo ad Cod. Theodos. (Tom. II. p. 143).
  35. 35 Eusebio in vit. Const. l. I. c. 30, 31. Il Baronio (annal. Eccles. An. 312. n. 46) ha riportato un’immagine del Labarum.
  36. 36 Transversa X. littera, summo capite circumflexa, Christum in scutis notat. Caecil. de M. P. c. 44. Cuper ad M. P. in Edit. Lactant. Tom. II p. 500, ed il Baronio an. 312. n. 25 hanno tratto dagli antichi monumenti vari modelli di tali monogrammi, i quali divennero molto alla moda nel Mondo Cristiano.
  37. 37 Eusebio in vit. Constant. l. II, c. 7, 8, 9. Egli introduce il Labaro avanti la spedizione dell’Italia, ma sembra che la sua narrazione indichi, ch’esso non fu mai mostrato alla testa dell’esercito, finchè Costantino, circa dieci anni dopo, non si fu dichiarato nemico di Licinio e liberator della Chiesa.
  38. 38 Vedi Cod. Teod. l. VI, Tit. XXV. Zozomeno l. I, c. 2. Teofane Cronogr. p. 11. Teofane visse verso il fine dell’ottavo secolo, quasi cinquecento anni dopo Costantino. I Greci moderni non erano inclinati a spiegare in campo lo stendardo dell’Impero e del Cristianesimo; e quantunque s’attaccassero ad ogni superstiziosa speranza di difesa, pure la promessa della vittoria sarebbe sembrata loro una finzione troppo ardita.
  39. 39 L’Abate du Voisin (p. 103. ec.) riporta molte di queste medaglie, e cita la particolar dissertazione d’un Gesuita, cioè del P. Grainville, su tal soggetto.
  40. 40 Tertulliano de Coron. c. 3. Athanas. (Tom. I. p. 101). Il dotto Gesuita Petavio (Dogm. Theolog. l. XV. c. 9, 10) ha raccolto molti passi uniformi sopra le virtù della Croce, che nel passato secolo imbarazzarono i nostri Protestanti controversisti.
  41. 41 Caecil. de M. P. c. 44. Egli è certo che questa istorica declamazione fu composta e pubblicata, mentre Licinio Sovrano dell’Oriente conservava sempre l’amicizia di Costantino e de’ Cristiani. Ogni lettore di buon gusto si deve accorgere, che lo stile è d’un carattere molto diverso ed inferiore a quel di Lattanzio, e tale in fatti è il giudizio del Clerc e del Lardner, (Bibl. anc. et mod. Tom III. p. 438 Credibil. del Angelo ec. P. 2 vol. II. p. 94). Quelli, che son per Lattanzio, deducono tre argomenti di tale opinione dal titolo del libro e da’ nomi di Donato e di Cecilio. Vedi il P. Lestocq (T. II. p. 46-60). Ciascheduna di queste prove presa da se è debole e mancante, ma l’unione di esse ha gran peso. Io sono stato spesso dubbioso, e seguiterò senza darmene altro pensiero il MS. Colbertino, chiamando l’A. chiunque siasi Cecilio.
  42. 42 Caecil. de M. P. c. 46. Par che sia ragionevole l’osservazione di Voltaire (Oeuvr. Tom. XIV. p. 307), che attribuisce al successo di Costantino l’essere stata la fama del suo Labaro maggiore di quella dell’Angelo di Licinio. Pure anche quest’Angelo ha incontrato favore appresso il Pagi, il Tillemont, il Fleury, che sono impegnati ad accrescere la loro quantità di miracoli.
  43. 43 Oltre questi ben cogniti esempi, Tollio, nella Prefazione alla traduzione di Longino fatta da Boileau, ha scoperto una visione d’Antigono, che assicurò le sue truppe d’aver veduto un pentagono (simbolo di salvezza) con queste parole »In questo vinci». Ma Tollio è affatto inescusabile per avere omesso di addurre donde ha ricavato quel fatto; ed il suo carattere nella letteratura, ugualmente che nella morale, non è superiore ad ogni eccezione. Vedi Chauffepiè Diction. crit. Tom. IV. p. 460. Senza insistere nel silenzio di Diodoro, di Plutarco, di Giustino ec. si può osservar, che Polieno, il quale in un capitolo a parte (l. IV. c. 6), ha raccolto diciannove stratagemmi militari d’Antigono, non è punto informato di questa notevol visione.
  44. 44 Instincta Divinitatis, mentis magnitudine. Da qualunque curioso viaggiatore può sempre leggersi l’Iscrizione sull’arco trionfale di Costantino, che fu copiata dal Baronio, dal Grutero ec.
  45. 45 Habes profecto aliquid cum illa mente divina secretum, quae delegata nostra Diis minoribus cura uni se tibi dignatur ostendere. Panegyr. vet. IX. 2.
  46. 46 Freret (Mem. de l’Acad. des Inscript. Tom. IV. p. 411-417) spiega per mezzo di cause fisiche molti prodigi dell’antichità, e Fabricio, di cui abusano ambe le parti, vanamente procura di porre la celeste croce di Costantino fra gli aloni solari. Biblioth. Graec. Tom. VI. p. 8-29.
  47. 47 Nazar. Paneg. vet. X. 14, 15. Non è necessario nominare i moderni, l’avido e non discernente appetito de’ quali ha ingoiato anche il cibo Pagano di Nazario.
  48. 48 Vengono attestate dagli Istorici e da’ pubblici monumenti le apparizioni di Castore e di Polluce, specialmente per annunziare la vittoria Macedonica. Vedi Cicer. de Nat. Deor. II. 2. III; 5. 6. Flor. II. 12. Val. Massim. lib. I. c. 8 n. 2. Pure il più recente di questi miracoli è omesso, ed indirettamente negato da Livio, XLV. I.
  49. 49 Eusebio l. I. c. 18, 19, 20. Il silenzio d’Eusebio stesso, nella sua Storia Ecclesiastica, ha veramente toccato sul vivo tutti que’ difensori del miracolo che non sono affatto insensibili.
  50. 50 Sembra che la narrazione di Costantino indichi, ch’esso vide la croce nel cielo, avanti di passar le alpi contro Massenzio. La vanità Provinciale però ha fatto rappresentar questa scena a Treveri, a Besanzone ec. Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. IV. p. 573.
  51. 51 Il pio Tillemont (Mem. Eccles. Tom. VII. p. 1317) rigetta, sospirando gli utili Atti di Artemio, veterano e martire, che attesta come testimone di veduta la visione di Costantino.
  52. 52 Gelas. Cizic. Act. Conc. Nicaen. l. I. c. 4.
  53. 53 Gli avvocati della visione non possono addurre neppure una sola testimonianza tratta da’ Padri del quarto e del quinto secolo, che ne’ loro voluminosi scritti celebrano più volte il trionfo della croce e di Costantino. Siccome a questi venerabili uomini non sarebbe dispiaciuto un miracolo, noi possiam sospettare (e tal sospetto vien confermato dall’ignoranza di Girolamo) che essi non fossero informati della vita di Costantino, scritta da Eusebio. Questo tratto si scoprì dalla diligenza di quelli, che tradussero o continuarono la sua Storia Ecclesiastica, e che rappresentarono con diversi colori la visione della croce.
  54. 54 Gottofredo fu il primo, che nell’anno 1643 (Not. ad Philostorg. l. I. c. 6 p. 16) mostrò qualche dubbio sopra un miracolo, che con uguale zelo s’era sostenuto e dal Cardinal Baronio e da’ Centuriatori di Magdeburgo. Dopo quel tempo molti de’ Critici Protestanti hanno inclinato al dubbio e alla diffidenza. Si propongono le obbiezioni con gran forza da Chaufepiè Dictionn. Critiq. T. IV. p. 6-11; e nell’anno 1774 l’Abbate du Voisin, dottor di Sorbona, pubblicò un’apologia, che merita d’essere lodata com’erudita e moderata.
  55. 55 Lors Constantin dit ces propres paroles:
    J’ai renversé le culte des idoles;
    Sur les débris de leurs Temples fumans
    Au Dieu du Ciel j’ai prodigué l’encens.
    Mais tous mes soins pour sa grandeur suprême
    N’eurent jamais d’autre objet que moi-même;
    Les saints autels n’étaient à mes regards
    Qu’un marchepied du trône des Césars.
    L’ambition, la fureur, les délices
    Étaient mes Dieux, avoient mes sacrifices.
    L’or des Chrétiens, leurs intrigues, leur sang
    Ont cimenté ma fortune et mon rang.

    Può leggersi con piacere il poema, che contiene questi versi, ma non si può con decenza nominare.
  56. 56 Questo favorito era probabilmente il grande Osio Vescovo di Cordova, che preferiva la cura pastorale di tutta la Chiesa al governo d’una diocesi particolare. Atanasio (T. I. p. 703) rappresenta il suo carattere magnificamente, quantunque in breve. Vedi Tillemont, Mem. Eccles. Tom. VII. p. 524-561. Osio fu accusato forse ingiustamente di essersi ritirato dalla Corte con molto abbondanti ricchezze.
  57. 57 Vedi Eusebio in vit. Const. passim, e Zosimo l. II, p. 104.
  58. 58 Il Cristianesimo di Lattanzio era d’una specie morale, piuttosto che misteriosa. Erat paene rudis (dice l’ortodosso Bull) disciplinae Christianae, et in rethorica melius quam in theologia versatus. Defens. Fid. Nic. sect. II c. 14.
  59. 59 Il Fabricio colla solita sua diligenza ha raccolto una lista di tre in quattrocento Autori, citati nella Preparazione Evangelica d’Eusebio, Vedi Bibl. Graec. l. V. c. 4. T. VI. p. 37-56.
  60. 60 Vedi Const. Orat. ad Sanctos c. 10, 20. Egli specialmente si fonda sopra un misterioso acrostico, composto nel sesto secolo dopo il diluvio, dalla Sibilla Eritrea e da Cicerone tradotto in Latino. Le lettere iniziali de’ trentaquattro versi Greci formano questa profetica sentenza: «Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore del Mondo».
  61. 61 L’Imperatore, nella sua parafrasi di Virgilio, ha spesse volte aiutato e migliorato il senso letterale del testo Latino. Vedi Blondel des Sybilles l. I. c. 14, 15, 16.
  62. 62 Le varie pretensioni d’un figlio maggiore o minore di Pollione, di Giulio, di Druso, o di Marcello, si sono trovate incompatibili colla cronologia, coll’istoria e col buon senso di Virgilio.
  63. 63 Vedi Lowth. De sacra Poesi Hebraeor. Praelect. XXI. p. 289, 293. Nell’esame dell’Egloga quarta il rispettabile Vescovo di Londra ha dimostrato erudizione, gusto, ingenuità, ed un moderato entusiasmo, che esalta la sua fantasia senza degradarne il giudizio.
  64. 64 Thiers (Exposit. du Saint Sacrem. l. I. c. 8. 12. p. 59, 91) spiega molto giudiziosamente la distinzione fra le parti pubbliche e le segrete del Divin Sacrifizio, fra la missa Catechumenorum e la missa Fidelium, ed il misterioso velo, che la pietà e la politica gettato aveva sopra l’ultima; ma siccome in questo punto i Papisti possono essere ragionevolmente sospetti, un lettor Protestante seguiterà con più sicurezza l’erudito Bingamo. Antiquit. l. X. c. 5.
  65. 65 Vedi Eusebio in vit. Constant. I. IV. c. 15-32 e tutto il tenore del sermone di Costantino. La fede, e la devozione dell’Imperatore hanno somministrato al Baronio uno specioso argomento in favore del suo anticipato battesimo.
  66. 66 Zosimo (l. II. p. 105).
  67. 67 Eusebio in vit. Costant. I. IV. c. 15-16.
  68. 68 È stata copiosamente spiegata la teoria e la pratica dell’antichità rispetto al Sacramento del battesimo da Chardon; (Hist. des Sacremens, Tom. I. p. 3-405) dal Martenne (De ritib. Eccl. antiq. Tom. I.) e dal Bingamo nel libro decimo e undecimo delle sue Antichità Cristiane. Si può notare una circostanza, in cui le Chiese moderne si sono materialmente allontanate dal costume antico, cioè, che il Sacramento del battesimo (anche quando si amministrava agl’infanti) era immediatamente seguito dalla Confermazione e dalla sacra Eucaristia.
  69. 69 I Padri, che censuravano questa colpevole dilazione, non potevano peraltro negare la certa e vittoriosa efficacia del battesimo, preso anche vicino alla morte. L’ingegnosa eloquenza di Grisostomo non potè trovare che tre argomenti contro questi prudenti Cristiani. 1. Che noi dobbiamo amare e seguir la virtù per amor di lei stessa, e non puramente pel premio che ne proviene. 2. Che possiamo esser sorpresi dalla morte senz’aver comodo del battesimo. 3. Che quantunque siamo per aver luogo nel Cielo, pure non vi risplenderemo, che come piccole stelle, in paragone di que’ soli di giustizia, che avran percorsa la lor carriera con travagli, con successo e con gloria. Chrysost. in Epist. ad Hebraeos, Homel. 13. ap. Chardon. Hist. des Sacrem. (Tom. I. p. 49). Io credo che tal dilazione di battesimo, quantunque soggetta alle più perniciose conseguenze, non fosse però mai condannata da verun Concilio generale o provinciale, nè da verun pubblico atto, o dichiarazione della Chiesa. Facilmente s’accendeva lo zelo de’ Vescovi in molte anche più leggiere occasioni.
  70. 70 Zosimo I. II. p. 104. Per questa non ingenua falsità egli ha meritato e provato i trattamenti più duri da tutti gli Scrittori Ecclesiastici, eccetto che dal Cardinal Baronio (l’An. 324. n. 15-28) il quale aveva bisogno di servirsi dell’autorità dell’Istoria infedele in una particolare occasione contro l’Ariano Eusebio.
  71. 71 Eusebio l. IV. c. 61, 62, 63. Il Vescovo di Cesarea suppone colla più perfetta sicurezza la salvazione di Costantino.
  72. 72 Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. IV p. 249. I Greci, i Russi, ed i Latini stessi, ne’ secoli più tenebrosi, hanno desiderato di porre Costantino nel Catalogo de’ Santi.
  73. 73 Vedi il III. e IV. lib. della sua vita. Egli era solito dire, che o si fosse predicato Cristo colle labbra, ovvero col cuore, esso ne avrebbe sempre goduto. (l. III. c. 58.)
  74. 74 Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 374, 616) ha difeso con forza e con spirito la virginal purità di Costantinopoli contro alcuni maligni passi del Pagano Zosimo.
  75. 75 L’Autore dell’Istoria polit. e filosof. delle due Indie (Tom. I. p. 9.) condanna una legge di Costantino, che compartiva la libertà a tutti gli schiavi, che avessero abbracciato il Cristianesimo. L’Imperatore promulgò veramente una legge che proibiva agli Ebrei di circoncidere, e forse di tenere alcuno schiavo Cristiano. Vedi Eusebio in vit. Const. l. IV c. 27 ed il Cod. Teod. lib. XVI. Tit. IX col Comment. del Gottofredo Tom. VI. p. 247. Ma tale imperfetta eccezione si riferiva solo agli Ebrei, ed il gran numero di schiavi, ch’erano in potere di padroni o Cristiani o Pagani, non poteva migliorare la propria condizione temporale col cangiare di religione. Io non so da quali guide restasse ingannato l’Abbate Raynal; mentre l’assoluta mancanza di citazioni è un imperdonabile difetto della sua piacevole Istoria.
  76. 76 Vedi Act. S. Silvestri, e Niceph. Callist. Hist. Eccl. l. VII c. 34. ap. Baron. Accl. an. 324. n. 67, 74. Tale autorità veramente non è molto pregevole, ma queste circostanze per loro medesime son tanto probabili, che l’erudito Dr. Howell (Istor. del Mond. Vol. III. pag. 14) non ha avuto scrupolo d’adottarle per vere.
  77. 77 Si celebra la conversione de’ Barbari sotto il regno di Costantino dagl’Istorici Ecclesiastici (Vedi Sozom. l. II. c. 5 e Teodoret. l. I. c. 23, 24). Ma Ruffino, traduttore Latino d’Eusebio, merita d’essere considerato come un Autore originale. Le sue notizie erano tratte diligentemente da uno dei compagni dell’Apostolo dell’Etiopia, e da Bacurio Principe Ibero, ch’era Conte de’ Domestici. Il P. Mamacchi ha dato un ampio ragguaglio del progresso del Cristianesimo nel primo e secondo volume della grande ma imperfetta sua opera.
  78. 78 Vedi appresso Eusebio (in vit. Constan. l. IV. c. 9) la pressante e patetica lettera di Costantino in favore de’ suoi Cristiani fratelli della Persia.
  79. 79 Vedi Basnage Hist. des Juifs. T. VII. p. 182. T. VIII. p. 333. T. IX. p. 810. La curiosa diligenza di questo Scrittore seguita gli esiliati Giudei sino all’estremità del globo.
  80. 80 Teofilo nella sua puerizia era stato dato in ostaggio da’ suoi nazionali dell’Isola di Diva, ed era stato educato dai Romani nelle lettere e nella pietà. Le Maldive, delle quali forse Male o Diva è la capitale, sono un complesso di 1900 o 2000 piccole isole nell’Oceano Indico. Gli Antichi avevano imperfetta notizia delle Maldive; ma si trovan descritte nei due viaggiatori Maomettani del nono secolo, pubblicati dal Renaudot. Geogr. Nubiens. p. 30, 31. D’Herbeloi Biblioth. Orient. p. 704. Hist. gener. des voyages Tom. VIII.
  81. 81 Filostorgio (l. III. c. 4, 5, 6.) coll’erudite osservazioni del Gottofredo. La narrazione istorica presto si perde in una ricerca intorno alla sede del Paradiso, a strani mostri ec.
  82. 82 Vedi l’Epist. d’Osio presso Atanasio vol. I. p. 840. La pubblica rimostranza, che Osio fu costretto d’indirizzare al figlio, conteneva i medesimi principj di governo Ecclesiastico e Civile, ch’esso aveva secretamente instillati nella mente del padre.
  83. 83 Il Sig. della Bastia (Mem. de l’Acad. de Inscr. T. XV. p. 386) ha evidentemente provato, che Augusto, e i suoi successori esercitavano in persona tutte le funzioni sacre di Pontefice Massimo, o di Sommo Sacerdote del Romano Impero.
  84. 84 Era insensibilmente prevalsa una pratica alquanto contraria nella Chiesa di Costantinopoli; ma il rigido Ambrogio comandò a Teodosio di ritirarsi fuori del recinto, e gl’insegnò a conoscer la differenza che corre fra un Re ed un Sacerdote. Vedi Teodoreto (l. V. c. 18).
  85. 85 Alla mensa dell’Imperator Massimo, Martino Vescovo di Tours ricevè la coppa da un famigliare, e la porse al Prete suo compagno avanti di permettere all’Imperatore che bevesse; e l’Imperatrice serviva Martino medesimo a tavola. Sulpic. Sever. in vita S. Martini c. 23. e dial. H. 7. Pure può dubitarsi se tali straordinari complimenti eran fatti al Vescovo o al Santo. Si possono vedere gli onori, che ordinariamente si prestavano al carattere Episcopale appresso il Bingamo (Antiq. l. II. c. 9) e Valesio (ad Theodoret. l. IV. c. 6.) Vedasi l’altiero Ceremoniale, che Leonzio Vescovo di Tripoli prescrisse all’Imperatrice in Tillemont. Hist. des Emp. Tom. IV. p. 754. Patr. Apostol. Tom. II. p. 179.
  86. 86 Plutarco, nel suo Trattato d’Iside e Osiride, racconta che i Re dell’Egitto, che non eran già Sacerdoti, venivano promossi dopo la loro elezione all’Ordine Sacerdotale.
  87. 87 Non vien determinato questo numero da veruno antico Scrittore o Catalogo originale, poichè le liste particolari delle Chiese dell’Oriente in confronto a quel tempo, son tutte moderne. Ma la paziente diligenza di Carlo da S. Paolo, di Luca Olstenio, e del Bingamo ha con gran fatica investigato tutte le Sedi Episcopali della Chiesa Cattolica, ch’era quasi tanto estesa, quanto l’Impero Romano. Il nono libro delle Antichità Cristiane forma una carta molto esatta di geografia Ecclesiastica.
  88. 88 Intorno a’ Vescovi rurali o a’ Corepiscopi, che aveano diritto di dare il lor voto ne’ Sinodi, e conferivano gli Ordini minori, vedi Tomassino (Discipl. Tom. I. pag. 447. ec.) e Chardon Hist. des Sacrem. Tom. V. p. 395. ec. Essi non compariscono che nel quarto secolo, e tal equivoco carattere, che aveva eccitata la gelosia de’ Prelati, fu abolito avanti che finisse il decimo, tanto nell’Oriente, quanto nell’Occidente.
  89. 89 Il Tomassino (Disc. Eccl. Tom. II. lib. II. c. 1-8. p. 673-721) ha trattato abbondantemente dell’elezione dei Vescovi nei primi cinque secoli, sì nell’Oriente che nell’Occidente; ma egli dimostra un’inclinazione molto parziale in favore dell’aristocrazia de’ Vescovi. Il Bingamo (lib. IV. c. 2,) è moderato; e Chardon (Hist. des Sacrem. Tom. V. pag. 108-128.) è molto chiaro e preciso.
  90. 90 Incredibilis multitudo non solum ex eo oppido (Tours), sed etiam ex vicinis urbibus ad suffragia ferenda convenerat etc. Sulp. Sever. (in vit. Martin. c. 7). Il Concilio di Laodicea (Can. 13) allontana dall’elezioni l’infima plebe e i tumulti; e Giustiniano ristringe tale diritto alla nobiltà (Nov. 123, 1).
  91. 91 Le lettere di Sidonio Apollinare (IV. 25. VII. 5, 9) dimostrano alcuni scandali della Chiesa Gallicana; eppure la Gallia era meno incivilita e meno corrotta dell’Oriente.
  92. 92 Alle volte facevasi un compromesso o per legge o per consenso, oppure i Vescovi e il Popolo sceglievano uno dei tre candidati nominati dall’altra parte.
  93. 93 Sembra, che tutti gli esempi citati dal Tomassino (Disc. Eccles. Tom. II. l. II. c. 6. p. 704-714) siano atti straordinari di potestà ed eziandio d’oppressione. S’adduce da Filostorgio (Hist. Eccles. I. II. 11) la conferma del Vescovo d’Alessandria come una maniera di procedere più regolare.
  94. 94 Il celibato del Clero per li primi cinque o sei secoli, forma in vero un soggetto di disciplina e di controversia, che si è con gran diligenza esaminato. Si veda in particolare il Tomassino (Disc. Eccles. Tom. I. l. II. c. 60, 61. p. 886-902) e le antichità del Bingamo (lib. IV. c. 5). Ciascheduno di questi eruditi, ma parziali, critici ha esposto una parte del vero, ed ha taciuto l’altra.
  95. 95 Diodoro Siculo attesta e comprova l’ereditaria successione del Sacerdozio fra gli Egizj, i Caldei e gl’Indiani (l. I. p. 84. l. II. p. 142. 153. Edit. Wesseling). Ammiano descrive i Magi come una famiglia molto numerosa. Per saecula multa ad praesens una eademque prosapia multitudo creata, Deorum cultibus dedicata. (XXIII. 6.) Ausonio celebra la stirpe de’ Druidi (de Profess. Burdigal IV,) ma dalle osservazioni di Cesare (VI. 13) possiamo arguire, che nella Gerarchia Celtica si dava luogo anche alla scelta ed all’emulazione.
  96. 96 Discutono esattamente la materia della vocazione, dell’ordinazione, dell’ubbidienza ec. del Clero, il Tomassino (Disc. Eccles. Tom. II. p. 1-83) ed il Bingamo nel IV lib. della sue Antichità (specialmente ne’ cap. 4, 6 e 7). Quando fu ordinato in Cipro il fratello di S. Girolamo, i Diaconi gli tenevan per forza chiusa la bocca, per timore, che egli non facesse una solenne protesta, la quale rendesse nulli i sacri riti.
  97. 97 Le lettere d’immunità, che ottenne il Clero dagl’Imperatori Cristiani, si contengono nel lib. 16 del Codice Teodosiano, e con tollerabil candore sono illustrate dal dotto Gottofredo, la cui mente era bilanciata fra gli opposti pregiudizi di Giurisconsulto e di Protestante.
  98. 98 Giustiniano (Nov. 103). Sessanta Preti o Sacerdoti, cento Diaconi, quaranta Diaconesse, novanta Suddiaconi, centodieci Lettori, venticinque Cantori e cento Ostiari; in tutto cinquecento venticinque. Fu dall’Imperatore fissato questo moderato numero di ministri per sollevare le angustie della Chiesa, che s’era trovata involta fra i debiti e le usure per la spesa d’una quantità assai più copiosa di essi.
  99. 99 Universus Clerus Carthaginensis... fere quingenti vel amplius; inter quos quamplurimi erant Lectores infantuli. Victor Vitens, de persecut. Vandal. V. 9, p. 78. Edit. Ruinart. Tuttavia sussisteva sotto l’oppressione de’ Vandali questo residuo d’uno stato più prospero.
  100. 100 Nella Chiesa Latina oltre il carattere Episcopale si è stabilito il numero di sette Ordini; ma i quattro minori son presentemente ridotti a vuoti ed inutili titoli.
  101. 101 Vedi Cod. Theodos. lib. XVI. Tit. II. leg. 42, 43. Il Commentario del Gottofredo e l’istoria Ecclesiastica d’Alessandria dimostrano il pericolo di tali pie instituzioni, che spesso disturbano la pace di quella turbolenta Capitale.
  102. 102 L’editto di Milano (de M. P. c. 48) riconosce, che nella Chiesa trovasi una specie di proprietà di terreni, dicendo che questi erano ad jus corporis eorum, idest Ecclesiarum, non hominum singulorum pertinentia. Dovè tal solenne dichiarazione d’un Magistrato supremo riceversi come una massima di legge civile in tutti i Tribunali.
  103. 103 Habeat unusquisque licetitiam sanctissimo Catholicae Ecclesiae venerabilique concilio decedens bonorum quod optavit relinquere. (Cod. Theod. l. XVI. Tit. II. leg. 4.) Questa legge fu pubblicata a Roma l’anno 321 in un tempo, in cui Costantino potea prevedere la probabilità d’una rottura coll’Imperatore dell’Oriente.
  104. 104 Eusebio Hist. Eccles. lib. X. 2. in vit. Const. lib. IV. c. 28. Esso più volte si diffonde sulla generosità del Cristiano eroe, che il Vescovo medesimo ebbe occasione di conoscere ed eziandio di sperimentare.
  105. 105 Eusebio Hist. Eccles. l. X. c. 2, 3, 4. Il Vescovo di Cesarea, che studiava e secondava il genio del suo Signore, pronunciò in pubblico un’elaborata descrizione della Chiesa di Gerusalemme. (in vit. Const. l. IV. c. 46) Questa non esiste più, ma egli ha inserito nella vita di Costantino (l. III. c. 36) un breve ragguaglio dell’architettura e degli ornamenti di essa. In simil guisa fa menzione della Chiesa de’ Santi Apostoli a Costantinopoli (l. IV. c. 59).
  106. 106 Vedi Giustiniano Nov. 123. 3. Non è determinata la rendita de’ Patriarchi e de’ Vescovi più ricchi; il frutto però annuo maggiore d’un Vescovato si fissa a trenta libbre di oro, ed il minimo a due; il medio dunque potrebbe essere di sedici, ma questi calcoli sono molto al di sotto del reale valore.
  107. 107 Vedi il Baronio, Annal. Eccles,. an. 324. n. 58, 65, 70, 71. Ogni memoria, che viene dal Vaticano, è giustamente sospetta: pure questi cataloghi hanno l’apparenza di antichi e di autentici; ed è almeno evidente che se son finti, si formarono in un tempo, in cui gli oggetti dell’avarizia Papale erano i fondi, non i regni.
  108. 108 Vedi Tomassino. Disc. Eccles. Tom. III. l. II. c. 13, 14, 15 p. 689-706. Non pare che la legittima divisione de’ beni Ecclesiastici fosse anche stabilita nel tempo d’Ambrogio e di Crisostomo. Simplicio però e Gelasio, che furon Vescovi di Roma al fine del quinto secolo, nelle loro lettere pastorali ne fanno menzione come d’una legge universale ch’era già confermata dall’uso dell’Italia.
  109. 109 Ambrogio, difensore il più vigoroso de’ privilegi Ecclesiastici, si sottomette senza contrasto al pagamento de’ tributi sulle terre: si tributum petit Imperator, non negamus, agri Ecclesia solvunt tributum, solvimus quae sunt Caesaris Caesari, et quae sunt Dei Deo: tributum Caesaris est; non negatur. Il Baronio (Annal. Eccl. an. 387) s’affatica d’interpretar quel tributo come un atto di carità piuttosto che di dovere; ma il Tomassino (Disc. Eccles. Tom. III. l. I. c. 34. p. 2-68) spiega più candidamente le parole, se non l’intenzione d’Ambrogio.
  110. 110 In Ariminensi Synodo super Ecclesiarum et Clericorum privilegiis tractatu habito, usque eo dispositio progressa est, ut juga, quae viderentur ad Ecclesiam pertinere, a publica functione cessarent, inquietudine desistente, quod nostra videtur dudum sanctio repulisse. Cod. Teod. l. XVI. Tit. II. leg. 15. Se il Concilio di Rimini avesse potuto ottenere l’intento, questo merito pratico l’avrebbe potuto purgare da qualche speculativa eresia.
  111. 111 Siamo assicurati da Eusebio (in vit. Const. l. IV. c. 27) e da Sozomeno (l. I. c. 9) che la giurisdizione Episcopale fu estesa e confermata da Costantino; ma il Gottofredo nella più soddisfacente maniera dimostra la falsità d’un famoso editto, che non fu mai chiaramente inserito nel Codice Teodosiano. (Vedi Tom. VI. p. 303 in fine di detto Codice.) Egli è strano, che Montesquieu, Giurisconsulto non meno che filosofo, allegasse quest’editto di Costantino (Espr. des Loix l. XXIX. c. 16) senza indicarne sospetto alcuno.
  112. 112 Il soggetto della Giurisdizione Ecclesiastica è stato involto in un misto di passione, di pregiudizio e d’interesse. Due de’ migliori libri, che mi siano caduti in mano su questo punto, sono le Instituzioni di Gius Canonico dell’Abate Fleury, e l’Istoria civile di Napoli del Giannone. La moderazione loro fu l’effetto della situazione, in cui si trovavano, ugualmente che del loro stato. Il Fleury era un Ecclesiastico Francese, che rispettava l’autorità de’ Parlamenti; il Giannone un Giurisconsulto Italiano, che temeva il poter della Chiesa. E qui mi sia permesso d’avvertire, che siccome le proposizioni generali, che io reco in mezzo, sono il risultato di molti fatti particolari ed imperfetti, bisogna, che o rimetta il lettore a que’ moderni Scrittori che hanno espressamente trattato di tal materia, o faccia crescere queste note ad una sproporzionata e non piacevole mole.
  113. 113 Il Tillemont ha raccolto da Ruffino e da Teodoreto i sentimenti e le frasi di Costantino. (Mem. Eccl. Tom. III v. 749-750).
  114. 114 Vedi Cod. Teodos. (lib. IX. Tit. XLV. leg. 4). Nelle Opere di Fra Paolo (Tom. IV. p. 192 ec.) si trova un discorso eccellente sopra l’origine, i diritti, gli abusi ed i limiti de’ Santuarj. Egli osserva giustamente che l’antica Grecia potea forse contenere quindici o venti asili: numero, che presentemente si può trovare nell’Italia dentro le mura d’una sola città.
  115. 115 La giurisprudenza penitenziale veniva continuamente accresciuta da’ Canoni de’ Concilj. Ma poichè molti casi eran sempre lasciati alla discrezione de’ Vescovi, essi pubblicavano secondo le occorrenze, ad esempio del Pretore Romano, le regole di disciplina, che si proponevano d’osservare. Le più famose, fra l’Epistole canoniche del quarto secolo, son quelle di Basilio Magno. Sono esse inserite nelle pandette di Beveregio (T. II. p. 47-151) e sono state tradotte da Chardon (Hist. des Sacrem. Tom. IV. p. 219-277).
  116. 116 Basilio (Epist. 47) presso Baronio (Annal. Eccles. an. 370 n. 91) il quale dichiara, che a bella posta ei riferisce tal fatto per convincere i Governatori, ch’essi non erano esenti da una sentenza di scomunica. Secondo la sua opinione neppure un Sovrano è salvo da’ fulmini del Vaticano; ed il Cardinale si dimostra molto più coerente a se stesso che i Giureconsulti e i Teologi della Chiesa Gallicana.
  117. 117 Era notata ne’ pubblici registri di Cirene, Colonia Spartana, la lunga serie de’ suoi maggiori fino ad Euristene primo Re Dorico di Sparta, ed il quinto nella linea discendente di Ercole (Sinesio Epist. 57, p. 197. Edit. Patav.). Una genealogia così pura ed illustre di diciassette secoli, senz’aggiungervi i reali Antenati d’Ercole, non può averne un’eguale nell’istoria dell’uman genere.
  118. 118 Sinesio (de Regno pag. 2) pateticamente deplora lo stato decadente e rovinoso di Cirene con queste espressioni, Città Greca di antico e venerando nome, in cui trovavansi una volta migliaia di sapienti; adesso povera, e mesta, ed un gran mucchio di rovine. Tolemaide, nuova città, 82 miglia all’Occidente di Cirene, assunse gli onori di Metropoli della Pentapoli o della Libia superiore, che furon poi trasferiti a Sozusa. Vedi Wesseling (Itiner. p. 67-68. 732.) Cellario (Geogr. T. II. part. II. p. 72, 74.) Carlo da S. Paolo (Geogr. Sacr. p. 273.) D’Anville (Geogr. Anc. T. III. p. 43, 44. Mem. de l’Acad. des Inscript. Tom. XXXVII. p. 363-391).
  119. 119 Sinesio avea precedentemente rappresentato le qualità, per le quali si credeva incapace di tal posto (Epist. c. 5. p. 246-250). Egli amava gli studi e i divertimenti profani; era incapace di sostenere la vita celibe; non credeva la risurrezione; e ricusava di predicare favole al popolo, a meno che non gli fosse permesso di filosofare in casa propria. Teofilo, Primate dell’Egitto, che conosceva il suo merito, accettò queste straordinarie proteste. Vedi la vita di Sinesio in Tillemont (Memoir. Eccles. Tom. XII. p. 499-554).
  120. 120 Vedi l’invettiva di Sinesio (Epist. LVII. p. 191-201). La promozione d’Andronico non era legittima, essendo egli nativo di Berenice ch’era nell’istessa Provincia. Gl’istrumenti delle torture sono curiosamente specificati, cioè δακτυληφρα o strettoio, πσδσραβη. Ριονλαβις, ωταγρα, χειλοσροφιον, che in varie guise comprimevano o distendevano le dita, i piedi, il naso, le orecchie e le labbra delle vittime.
  121. 121 La sentenza di scomunica è concepita in uno stile oratorio (Sinesio Epist. 58. p. 201-203). Il metodo di comprendervi le intere famiglie, sebbene alquanto ingiusto, fu esteso anche di più negl'interdetti nazionali.
  122. 122 Vedi Sinesio Epist. 47. p. 186, 187. Epist. 72. p. 218, 219. Epist. 89. p. 230-231.
  123. 123 Vedi il Tomassino (Discipl. Eccles. Tom. II. lib. III. c. 83. p. 1761-1770) e il Bingamo (Antiq. Vol. I, l. XIV. c. 4. p. 688-717). Si risguardava la predicazione come l'uffizio più importante del Vescovo; ma qualche volta s'affidava questa funzione ad alcuni Preti, quali erano Crisostomo ed Agostino.
  124. 124 La regina Elisabetta usava quest'espressione, e praticava quest'artifizio ogni volta che desiderava di preoccupar gli animi del popolo in favore di qualche passo straordinario del Governo. Il suo successore ebbe occasione di temere gli ostili effetti di questa musica, ed il figlio di lui ne provò il rigore «allorchè il pulpito, il tamburo Ecclesiastico ec.» Vedi Heilyn, Vit. dell'Arcivescovo Laud. p. 153.
  125. 125 Que' modesti Oratori confessavano, che, mancando essi del dono de' miracoli, procuravano di acquistar le arti della eloquenza.
  126. 126 Il Concilio Niceno fece ne' Canoni 4, 5, 6 e 7 alcuni regolamenti fondamentali sopra i Sinodi, i Metropolitani ed i Primati. Di questi Canoni si è in varie guise abusato, se n'è contorto il senso, si sono interpolati, e se ne son finti dei nuovi secondo l'interesse del Clero. Le Chiese Suburbicarie, assegnate da Ruffino al Vescovo di Roma, hanno dato occasione ad una veemente controversia. Vedi Sirmond, Oper. Tom. IV. p. 1-238.
  127. 127 Non abbiamo che trentatre o quarantasette soscrizioni Episcopali; ma Adone, autore veramente di poco credito, conta seicento Vescovi nel Concilio d'Arles. Tillemont, Mem. Eccl. Tom. VI. p. 422.
  128. 128 Vedi Tillemont (Tom. VI. p. 915) e Beausobre (Hist. du Manicheisme Tom. I. p. 529). Il nome di Vescovo dato da Eutichio ai 2048. Ecclesiastici (Annal. Tom. I. p. 440. vers. Pocock) si deve estendere molto al di là de' limiti d'una ordinazione ortodossa o anche Episcopale.
  129. 129 Vedi Eusebio in vit. Const. lib. III. c. 6-21. Tillemont, Mem. Eccl. Tom. VI. p. 669-759.
  130. 130 Sancimus igitur vicem legum obtinere, quae a quatuor Sanctis Conciliis... expositae sunt aut firmatae. Praedictarum enim quatuor Synodorum dogmata sicut Sanctas Scripturas, et regulas sicut leges observamus. Giustiniano Nov. 131. Il Beveregio (ad Pandect. Proleg. p. 2) osserva, che gl'Imperatori non fecero mai leggi nuove nelle materie Ecclesiastiche; e Giannone avverte con uno spirito molto diverso, ch'essi diedero la sanzione legale a' Canoni de' Concilj. (Ist. Civ. di Nap. T. I. p. 136)
  131. 131 Vedi l'art. Concile nell'Enciclopedia Tom. III. p. 668, 679. ediz. di Lucca. Il dottor Bouchand, autore di esso, ha discusso, a norma de' principj della Chiesa Gallicana, le principali questioni relative alla forma e costituzione de' Concili generali, e provinciali. Gli Editori (Preface p. XVI) han ragione di gloriarsi di quest'articolo. Di rado quelli, che consultano l'immensa loro compilazione, restano sì ben soddisfatti.