Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/4

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CAPITOLO IV
Crudeltà, pazzie ed uccisioni di Commodo. Elezione di Pertinace. Suoi tentativi per riformare lo Stato. È trucidato dai Pretoriani.

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CAPITOLO IV
Crudeltà, pazzie ed uccisioni di Commodo. Elezione di Pertinace. Suoi tentativi per riformare lo Stato. È trucidato dai Pretoriani.
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Una dolcezza naturale, che la rigida disciplina degli stoici non avea potuto distruggere, era la qualità più amabile, ad un tempo, e l’unico difetto pel carattere di Marco Aurelio. Il suo eccellente discernimento fu spesso ingannato dalla non diffidente bontà del suo cuore. Era egli circondato da uomini artificiosi, i quali, abili a studiar le passioni dei Principi e a nasconder le proprie, se gli accostavano coperti da un finto velo di filosofica santità, e si procacciavano ricchezze ed onori, coll’affettare di disprezzarli1. La sua eccessiva indulgenza verso il fratello, la consorte ed il figlio, passò i limiti di una virtù privata, e divenne una pubblica offesa per l’esempio e le conseguenze funeste che i loro vizj produssero.

Faustina, figlia di Antonino Pio e moglie di Marco Aurelio, non è meno famosa per le sue disonestà che per la sua bellezza. La grave semplicità di quel Principe filosofo non non era capace di fermare la licenziosa incostanza di lei, o di fissare quella sfrenata passione di varietà, che le faceva spesso trovare un merito personale nel più vile degli uomini2. Il Cupido degli antichi era, generalmente, una divinità molto sensuale; e gli amori di una Imperatrice, costringendola a fare essa prima le più aperte dichiarazioni, rade volte sono suscettivi di una gran delicatezza di affetti. Marco Aurelio pareva o insensibile ai disordini di Faustina, o il solo in tutto l’Impero che gl’ignorasse. Questi, atteso il falso pregiudizio di tutti i secoli, gettarono qualche disonore sopra l’offeso consorte. Egli promosse molti degli amanti di lei a cariche onorevoli e lucrose3, e per trent’anni continui le diede prove invariabili della più tenera confidenza e di un rispetto che non terminò se non con la di lei vita. Nelle sue Meditazioni Marco Aurelio ringrazia gli Dei, per avergli concessa una moglie così fedele, così amabile, e di una semplicità di costumi tanto maravigliosa4. Il Senato ossequioso la dichiarò Dea, alle sue premurose richieste. Era ella rappresentata, ne’ tempj a lei dedicati, con gli attributi di Giunone, di Venere e di Cerere, e fu decretato, che la gioventù dell’uno e dell’altro sesso andasse nel giorno nuziale a porger voti dinanzi all’altare della casta lor Protettrice5.

I vizj mostruosi del figlio hanno adombrato lo splendore delle virtù del padre. Si è rimproverato a Marco Aurelio di avere scelto un successore piuttosto nella sua famiglia che nella Repubblica, e sacrificata la felicità di milioni d’uomini alla sua eccessiva tenerezza per un indegno ragazzo. L’attento padre, per altro, e i dotti e virtuosi uomini, dei quali cercò l’assistenza, niente trascurarono per estendere il limitato intelletto del giovane Commodo, per correggerne i vizj nascenti, e per renderlo degno del trono a lui destinato. Ma la forza dell’educazione raramente è molto efficace, eccetto in quelli nati con felici disposizioni, ed ai quali è quasi superflua. I frivoli discorsi di un indegno Favorito facevano in un momento scordare a Commodo le noiose lezioni dei gravi filosofi; e Marco Aurelio perdè il frutto di tante cure, ammettendo il suo figlio in età di quattordici o quindici anni ad una piena partecipazione della dignità imperiale. Egli morì quattr’anni dopo, ma visse assai per pentirsi di un passo imprudente, che liberò un giovane così impetuoso dal giogo della ragione e dell’autorità.

Molti fra i delitti, i quali disturbano la pace interna della società, derivano dal freno che le necessarie ma ineguali leggi di proprietà hanno posto ai desiderj degli uomini, ristringendo in pochi il possesso di quelle cose che molti desiderano. Di tutte le nostre passioni quella di dominare è la più imperiosa e meno sociabile, giacchè l’orgoglio di un solo esige la sommissione di tutti. Nel tumulto delle discordie civili le leggi della società perdono il vigore, e raramente quelle dell’umanità occupano il loro posto. L’animosità di partito, l’orgoglio di una vittoria, la disperazion del successo, la memoria delle ricevute offese, il timore di nuovi pericoli, tutto insomma contribuisce ad infiammar la mente, e ad affogar le voci della pietà. Per questi soli motivi quasi ogni pagina della storia è stata imbrattata di sangue civile; ma simili motivi non giustificano le crudeltà non provocate di Commodo, il quale godendo di tutto, niente aveva a desiderare. L’amato figlio di Marco successe al suo padre in mezzo le acclamazioni del Senato e degli eserciti6. E quando ascese al trono questo giovane fortunato, non trovò nè rivali da combattere, nè nemici da punire. In quella tranquilla ed eccelsa fortuna dovea egli naturalmente preferire l’amore degli uomini alla loro detestazione, e le dolci glorie dei suoi cinque predecessori all’ignominiosa sorte di Nerone e di Domiziano.

E veramente Commodo non era, come lo rappresentano, una tigre nata con sete inestinguibile di sangue umano, e capace, sin dall’infanzia, delle più disumane azioni7. Nato più debole che malvagio, divenne, per una semplicità ed una timidezza naturale, schiavo dei suoi cortigiani, i quali a poco a poco ne corrupper lo spirito. La sua crudeltà, che da prima fu l’effetto delle altrui suggestioni, degenerò in abito e divenne finalmente la passione che l’animo gli dominava8.

Commodo, alla morte del padre, si trovò imbarazzato nel comando di una grande armata, e nella condotta di una guerra difficile contro i Quadi ed i Marcomanni9. Quei giovani vili e malvagi, che Marco Aurelio avea discacciati, ripresero ben presto il loro posto, e la loro influenza appresso il giovane Imperatore. Esagerarono le fatiche e i pericoli di una campagna nelle selvagge contrade di là dal Danubio; ed accertarono l’indolente Principe, che il terror del suo nome e le armi dei suoi Generali sarebber bastanti od a terminar la conquista di quei Barbari scoraggiati, o ad impor loro condizioni forse più vantaggiose della conquista medesima. Destramente lusingandone la sensualità, essi paragonavano continuamente la tranquillità, la magnificenza ed i raffinati piaceri di Roma co’ tumulti di un campo della Pannonia, in cui il lusso non trovava10 agj, nè materiali per essi. Porse Commodo orecchio a sì grati consigli. Mentre stava sospeso tra la propria inclinazione, e il rispetto che ancor serbava per li consiglieri del padre, passò insensibilmente l’estate, e differì all’autunno il suo ingresso trionfale in Roma. Le sue grazie naturali, le sue popolari maniere11, e le supposte virtù gli conciliarono il pubblico amore. La pace onorevole, che aveva accordata a quei Barbari, inspirava una gioia universale12; si attribuiva al suo amor per la patria l’impazienza di riveder Roma; e si perdonava facilmente ad un Principe di diciannov’anni lo sfrenato corso dei suoi divertimenti.

Pei tre primi anni del suo regno il sistema, ed anche lo spirito del passato governo fu conservato da quei fidi consiglieri, ai quali Marco Aurelio aveva raccomandato il suo figlio, e per la prudenza ed integrità dei quali Commodo conservava ancora un forzato rispetto. Egli con i suoi malvagi compagni si dava alle dissolutezze con tutta la sfrenatezza del sovrano potere; ma le sue mani non erano ancor lorde di sangue, ed aveva anzi mostrata una generosità di sentimenti, che poteva forse cambiarsi in soda virtù13: un infausto accidente determinò il suo incerto carattere.

Una sera, mentre l’Imperatore ritornava per un portico stretto ed oscuro dall’anfiteatro al palazzo14, un assassino, che l’attendeva al passo, se gli avanzò con la spada sguainata, gridando ad alta voce: Questo ti manda il senato. La preventiva minaccia impedì il colpo: l’assassino fu preso dalle guardie, e rivelò immediatamente gli autori della congiura. Questa era una congiura domestica, e non di Stato. Lucilla, sorella di Commodo e vedova di Lucio Vero, mal soffrendo di occupare il secondo grado, e gelosa dell’Imperatrice regnante, aveva armato il Sicario contro la vita di suo fratello. Non si era avventurata a comunicare il reo disegno a Claudio Pompeiano, suo secondo marito, Senatore di un merito distinto e di una fedeltà inviolabile; ma, imitatrice dei costumi di Faustina, trovò nella folla de’ suoi amanti alcuni uomini perduti ed ambiziosi, pronti a servire i suoi furori non men che il suo amore. I congiurati provarono il rigor della giustizia, e l’abbandonata principessa fu punita da prima con l’esilio e di poi con la morte15.

Ma le parole dell’assassino restarono profondamente impresse nella mente di Commodo, il quale sempre impaurito concepì uno sdegno implacabile contro l’intero corpo del Senato. Quelli ch’esso avea temuti come importuni ministri gli sembrarono allora segreti nemici. I delatori, che sotto i regni precedenti erano avviliti e quasi dissipati affatto, divennero nuovamente formidabili, appena scoprirono che l’Imperatore desiderava di trovare nel senato e malcontenti e traditori. Questa assemblea, considerata sotto Marco Aurelio come il gran Consiglio della nazione, era composta dei più cospicui Romani; e lo splendore di ogni sorta ben presto divenne delitto. Le ricche ricompense stimolavan lo zelo dei delatori; una rigida virtù era tenuta per una tacita censura della irregolare condotta del principe; gli importanti servigi per una pericolosa superiorità di merito; e l’amicizia del padre faceva sempre incorrere lo sdegno del figlio. Il sospetto teneva luogo di prova, l’accusa di condanna. Il supplizio di un illustre Senatore portava seco la perdita di tutti coloro, che potevano o piangere o vendicare il fato di lui; e quando Commodo ebbe una volta assaggiato il sangue umano, divenne incapace di pietà o di rimorso.

Tra tante innocenti vittime della tirannide, i più compianti furono i due fratelli Massimo e Condiano, della famiglia Quintilia. Il loro amore fraterno ha tolto i loro nomi all’obblio, e gli ha renduti cari alla posterità. Gli studi, le occupazioni, la carriera e fino i piaceri loro furono i medesimi. Godendo di un ricco patrimonio non mai ebber l’idea di separar gl’interessi: esistono ancora alcuni frammenti di un trattato che essi fecero insieme; e fu osservato in ogni azione della lor vita, che i loro corpi erano animati da una sol’anima. Gli Antonini, i quali stimavano le loro virtù, e si compiacevano della loro unione, gl’innalzarono nello stesso anno al consolato; e dipoi Marco Aurelio affidò alle loro unite cure il Governo civile della Grecia, ed il comando di un grande esercito, col quale riportarono una segnalata vittoria contro i Germani. Il barbaro Commodo con una crudele generosità gli unì nella morte16.

Dopo di avere sparso il sangue più nobile del Senato, il tiranno rivolse finalmente il suo furore contro il principal ministro delle sue crudeltà. Mentre Commodo nuotava nel sangue e nelle dissolutezze, confidava l’amministrazione dell’Impero a Perenne, ministro vile ed ambizioso, che aveva ottenuto quel posto coll’uccisione del suo predecessore, ma che possedeva grande abilità e fermezza. Per via di estorsioni, e sequestrando i beni dei nobili sacrificati alla sua avarizia, aveva costui ammassate immense ricchezze. I Pretoriani gli obbedivano come all’immediato lor Capo; ed il suo figlio, che già mostrava un genio militare, era comandante supremo delle legioni illiriche. Perenne aspirava all’Impero, o, quel che agli occhi di Commodo valeva lo stesso, era capace di aspirarvi, se non fosse stato prevenuto, sorpreso e messo a morte. La caduta di un Ministro è un avvenimento poco importante nella storia generale dell’Impero; ma questa fu accelerata da una circostanza straordinaria, la quale mostrò quanto la disciplina fosse già rilassata. Le legioni della Britannia, malcontente dell’amministrazione di Perenne, deputarono mille cinquecento uomini scelti, con ordine di andare a Roma, e presentare all’Imperatore lo loro lagnanze. Questi deputati militari, colla risoluta loro condotta, col fomentare le divisioni tra i Pretoriani, coll’esagerare le forze dell’armata britannica, e con risvegliare i timori di Commodo, esigettero ed ottennero la morte del Ministro, come il solo riparo alle loro offese17. Questo coraggio di un esercito lontano, e la scoperta che fecero della debolezza del Governo, eran sicuri presagi delle più terribili convulsioni.

Non molto dopo, un nuovo disordine, prodotto da piccolissimi principi, mostrò più chiara la trascuratezza nelle cose di pubblica amministrazione. Cominciò a regnar nelle truppe lo spirito di diserzione, e invece di fuggire o celarsi per porsi in sicuro, i disertori infestarono le strade maestre. Materno, semplice soldato, ma intraprendente e di un coraggio maggiore della sua condizione, raccolse queste bande di ladri in una piccola armata. Aprì le prigioni, invitò gli schiavi a rompere le loro catene, e devastò impunemente le opulente e non difese città della Gallia e della Spagna. I governatori delle province furono per lungo tempo tranquilli spettatori, o forse anche partecipi delle sue rapine. Gli ordini minaccianti dell’Imperatore li riscossero alfine da quella supina indolenza. Materno, trovandosi circondato da tutte le parti, e prevedendo di dover succumbere, prese per ultimo espediente una disperata risoluzione. Ordinò a’ suoi compagni, che si disperdessero, e passate le Alpi in piccoli distaccamenti, e travestiti variamente, si trovassero tutti in Roma per le tumultuose feste di Cibele18. Il suo ambizioso disegno di assassinar Commodo, e impadronirsi del trono vacante, non era da ladro volgare. Aveva egli preso tanto bene le sue misure, che già le strade di Roma erano tutte piene delle sue truppe nascoste. L’invidia di uno dei complici scoprì questa singolare impresa, e la sconcertò nel momento che19 era matura per l’esecuzione.

I Principi sospettosi innalzano spesso ai primi posti gli ultimi tra gli uomini, per la vana persuasione che questi non avranno affetto per altri che pei loro benefattori, dal cui favore soltanto dipendono. Cleandro, successor di Perenne, era nato in Frigia, e di una nazione, il cui carattere ostinato, ma servile, non si piegava che a trattamenti i più duri20. Mandato a Roma, come schiavo, servì nel palazzo imperiale, si rendè necessario alle passioni del suo signore, e montò rapidamente al grado più eccelso, di cui un suddito potesse godere. Il suo ascendente sopra l’animo di Commodo fu ancora più grande di quello del suo predecessore: di fatto, Cleandro non avea nè abilità nè virtù, che potessero destar nel seno dell’Imperatore l’invidia o la diffidenza.

L’avarizia era la sua passion dominante, ed il primo mobile della sua condotta. Si mettevan pubblicamente all’incanto le dignità di Console, di Patrizio, e di Senatore; e veniva posto nel numero dei malcontenti chi ricusava di sacrificare una gran parte delle proprie sostanze21 per ottenere quelle cariche vane e disonorate. Nei ricchi impieghi delle province, il Ministro divideva con i governatori le spoglie dei popoli. L’amministrazione della giustizia era venale ed arbitraria: ed un ricco colpevole poteva non solo ottenere la rivocazione della sua giusta condanna, ma far soffrire ancora qual castigo volesse all’accusatore, ai testimonj ed al giudice.

Nello spazio di tre anni, con questi mezzi, Cleandro accumulò tesori maggiori di quelli che mai avesse posseduti alcun altro liberto22. Commodo era contentissimo dei magnifici doni che l’accorto cortigiano sapeva a proposito portare a’ di lui piedi. Per addolcire l’odio pubblico, Cleandro fece sotto nome dell’Imperatore costruire bagni, portici e piazze destinate agli esercizj del popolo23. Si lusingava che i Romani abbagliati e distolti da quest’apparente liberalità, sarebber meno sensibili alle scene sanguinose, che loro esibiva ogni giorno; sperava che si scorderebbero la morte di Birro, Senatore di un merito illustre e genero dell’ultimo Imperatore, e che gli perdonerebbero il supplizio di Ario Antonino, ultimo rappresentante del nome e della virtù degli Antonini. Il primo, più ingenuo che prudente, avea procurato di scoprire, al suo cognato, il vero carattere di Cleandro. All’altro divenne fatale una giusta condanna, che egli, essendo Proconsole in Asia, avea pronunziata contro una indegna creatura del Favorito24. Dopo la caduta di Perenne, Commodo, spaventato, sembrò, ma per poco, risoluto di voler ritornare alla virtù. Esso annullò gli atti i più odiosi di quel Ministro, ne aggravò la memoria con la pubblica esecrazione, ed ai consigli perniciosi di quello scellerato attribuì gli errori della inesperta sua giovinezza. Ma il suo pentimento durò trenta giorni soltanto; e la tirannide di Cleandro fece spesso desiderare l’amministrazion di Perenne.

La peste e la fame misero il colmo alle calamità di Roma25. Il primo di questi mali poteva solamente imputarsi al giusto sdegno degli Dei; ma il secondo fu considerato come l’effetto immediato di un monipolio di grano, sostenuto dalle ricchezze e dall’autorità del Ministro. Il maltalento popolare, dopo essersi lungamente sfogato in segreto, scoppiò finalmente in una adunanza del Circo. Il popolo, lasciando i suoi favoriti divertimenti pel più grato piacere di vendicarsi corse a torme fino ad un palazzo de’ sobborghi, dove stava ritirato l’Imperatore, e richiese con sediziosi clamori la testa del pubblico nemico. Cleandro, che comandava i Pretoriani26, fece sortire un corpo di cavalleria per dissipare i sediziosi. Questi si ritirarono precipitosamente verso la città, e molti ne furono uccisi, e molti più calpestati a morte; ma quando la cavalleria s’inoltrò nelle contrade, il suo impeto fu arrestato da una grandine di pietre e di dardi scagliati dai tetti e dalle finestre delle case. Le guardie27 a piedi, gelose da gran tempo dei privilegi e della insolenza della cavalleria pretoriana, presero il partito del popolo. Il tumulto divenne una zuffa regolare, e fece temere di una generale strage. I Pretoriani, al fine, cederono oppressi dal numero, ed i flutti di quella furia popolare ritornarono con raddoppiata violenza contro le porte del palazzo, dove Commodo, immerso nella dissolutezza, solo tra tanti ignorava la guerra civile. L’annunziargli l’infausta nuova era un esporsi alla morte. Egli sarebbe perito in questa supina sua sicurezza, se due donne, Fadilla sua maggior sorella, e Marcia la più cara delle sue concubine, non avessero osato di presentarsegli innanzi. Esse, con i capelli scarmigliati e bagnate di pianto, se gli gettarono a’ piedi, e con tutta l’eloquenza, che inspira un timore presente, scoprirono all’Imperatore atterrito i delitti del Ministro, la rabbia del popolo, e l’imminente tempesta che sarebbe scoppiata in breve sopra il palazzo e la sua persona. Commodo si riscosse dal letargo del piacere, e fe’ gettare al popolo la testa di Cleandro. Il desiderato spettacolo acchetò subito il tumulto, e il figlio di Marco Aurelio avrebbe ancora potuto ricuperare l’amore e la confidenza dei sudditi28.

Ma ogni sentimento di virtù e di umanità era spento nell’animo di Commodo. Mentre che lasciava le redini dell’Impero agl’indegni suoi Favoriti, esso non valutava il sommo potere che per la illimitata licenza di appagare i suoi sensuali appetiti. Passava i giorni in un serraglio di trecento bellissime donne, e di altrettanti ragazzi di ogni grado e di ogni provincia; e quando la seduzione riusciva inutile, quell’amante brutale ricorreva alla violenza. Gli Storici antichi29 si sono estesi in descrivere quelle dissolute scene della prostituzione, che facevan fremere egualmente la natura e la modestia; ma sarebbe difficile il tradurre le loro troppo fedeli descrizioni nella decenza del moderno linguaggio. I trattenimenti più vili riempivano gl’intervalli della libidine. L’influenza di un secolo illuminato, e le cure d’un’attenta educazione, non avean potuto inspirare a quell’anima rozza e brutale il minimo amor del sapere; ed egli fu il primo de’ romani Imperatori affatto privo di gusto pei piaceri dell’intelletto. Nerone stesso era musico e poeta eccellente, o affettava di esserlo, e noi non condanneremmo il suo genio, se quegli studj, che non dovean servirgli che di dolce sollievo, non fossero divenuti l’affare più serio per lui, e l’oggetto più vivo della sua ambizione. Ma Commodo, sin da’ suoi prim’anni, mostrò avversione a tutte le scienze ed arti liberali, ed eccessivo amore ai divertimenti della plebaglia, ai giuochi del circo e dell’anfiteatro, ai combattimenti dei gladiatori, ed alla caccia delle fiere. I maestri di ogni scienza, che Marco Aurelio procacciò al suo figlio, erano ascoltati con disattenzione e con noja; mentre che i Mori ed i Parti, che lo addestravano a lanciare il dardo, ed a tirar l’arco, trovavano in lui un attento scolare, il quale uguagliò ben presto i suoi più abili maestri nella giustezza della mira e nella destrezza della mano.

I vili cortigiani, la cui fortuna dipendeva dai vizj dei loro Sovrani, applaudivano a questi ignobili esercizj. La perfida voce dell’adulazione gli rammentava che con simili imprese, con l’uccisione del leone Nemeo e del cignal d’Erimanto, l’Ercole dei Greci avea meritato un posto tra gli Dei ed una immortal memoria tra gli uomini. Si scordavano solamente di fargli osservare, che ne’ primi tempi delle società, quando i più fieri animali contrastano spesso all’uomo il possesso di un inculto paese, una guerra terminata felicemente contro questi nemici è la più innocente è la più utile impresa dell’eroismo. Quando il romano Impero fu ridotto a civiltà, da gran tempo s’erano già le fiere allontanate dall’aspetto degli uomini, e dai contorni delle popolate città. Il sorprenderle nei loro solitarj covili, e trasportarle a Roma, acciocchè fossero uccise solennemente dalla mano d’un Imperatore, era impresa ugualmente ridicola pel Sovrano30, che gravosa pel popolo. Ignaro Commodo di tai differenze, abbracciò avidamente la gloriosa rassomiglianza, e prese da se stesso, come leggiamo ancora nelle medaglie, il nome d’Ercole Romano31. Si videro accanto al trono la clava e la pelle del leone tra l’altre insegne della sovranità; e si alzarono statue, nelle quali Commodo era rappresentato nel carattere, e cogli attributi di quel Nume, il valore e la destrezza del quale egli si sforzava d’imitare nel giornaliero corso de’ suoi feroci trattenimenti32.

Trasportato da queste lodi, che a poco a poco estinguevano il sentimento innato della vergogna, risolvè di fare dinanzi al popolo quegli esercizj, che fin allora aveva per proprio decoro eseguiti dentro le mura del suo palazzo, e alla presenza di pochi suoi Favoriti. Nel giorno prefisso, l’adulazione, il timore e la curiosità attirarono all’anfiteatro una moltitudine innumerabile di popolo, e fu giustamente fatto qualche applauso alla non ordinaria perizia del Principe. Mirasse egli al cuore o alla testa della fiera, il colpo era ugualmente certo e mortale. Armato di dardi la cui punta era fatta a foggia di mezzaluna, arrestava sovente il rapido corso dello struzzo, tagliandogli il lungo ossuto collo33. Scioglievasi una pantera, e nel momento che si lanciava sopra un malfattore tremante, volava lo strale, che l’uccideva senza alcun danno dell’uomo. Le cave dell’anfiteatro mandavan fuori ad un tratto cento leoni, e cento dardi lanciati dalla mano sicura di Commodo gli uccidevano, mentre correvan furiosi intorno l’arena. Nè la massa enorme dell’elefante, nè la squammosa pelle del rinoceronte potevan salvarli dal colpo fatale. L’India e l’Etiopia somministravano i loro più straordinarj prodotti; e diversi animali furono uccisi nell’anfiteatro, non prima veduti che nelle opere dell’arte o forse dell’immaginazione34. In tutti questi giuochi si prendevan tutte le più sicure precauzioni per non esporre la persona dell’Ercole romano al disperato salto di qualche fiera, che non avesse riguardo alla dignità dell’Imperatore ed alla santità del Nume35.

Ma la stessa plebaglia più vile fu presa da vergogna ed indignazione allorquando vide il suo Sovrano entrare in lizza da gladiatore, e gloriarsi di una professione dichiarata così giustamente infame dalle leggi e dai costumi romani36. Commodo scelse l’abito e le armi del Secutore, la cui pugna con il Reziario formava una delle scene più animate nei giuochi sanguinosi dell’anfiteatro. Il Secutore avea per armi un elmo, una spada e lo scudo. Il nudo suo avversario aveva soltanto una larga rete e un tridente; con quella cercava d’avviluppare il nemico, e con questo d’ucciderlo. Se gli falliva il primo colpo, era costretto ad evitar fuggendo il Secutore, finchè egli avesse preparata la rete per un secondo tiro37. L’Imperatore combattè settecento trentacinque volte da Secutore. Grande era la cura di registrare queste eroiche azioni negli annali dell’Impero; e Commodo, per colmo d’infamia, riscosse dai fondi destinati ai gladiatori uno stipendio sì esorbitante, che divenne una nuova e vergognosissima tassa pei Romani38 . Facilmente si supporrà, che il padrone del Mondo era sempre vincitore in quelle pugne. Nell’anfiteatro le sue vittorie non sempre erano sanguinose, ma quando esercitava la sua destrezza nella scuola dei gladiatori, o nel palazzo, i suoi infelici avversarj erano spesso onorati di una mortal ferita dalla mano di Commodo, e costretti a sigillare col proprio sangue la loro adulazione39.

Commodo sprezzò ben presto il nome di Ercole; e quello di Paulo, celebre Secutore, divenne il solo di cui egli si compiacesse. Fu scolpito nelle statue colossali, e ripetuto con frequenti acclamazioni40 dal Senato, che con interno cordoglio applaudivagli41. Claudio Pompeiano, il virtuoso marito di Lucilla, fu il solo tra i Senatori che sostenesse la dignità del suo ordine. Come padre permise a’ suoi figli di provvedere alla loro salvezza, andando all’anfiteatro; come Romano, dichiarò che la sua vita era nelle mani di Commodo; ma che non mai egli vedrebbe il figlio di Marco Aurelio prostituire in tal guisa la sua persona e la sua dignità. Non ostante la sua virile risoluzione, Pompeiano scampò dallo sdegno del tiranno, ed ebbe la buona sorte di conservar la sua vita, e con essa il suo onore42.

Commodo era giunto al sommo grado del vizio e dell’infamia. Tra le acclamazioni di una corte adulatrice, non potea per altro dissimulare a se stesso che avea meritato e il disprezzo e l’odio d’ogni suddito saggio e virtuoso. La certezza dell’abborrimento altrui, l’invidia che portava ad ogni sorta di merito, il giusto timore del pericolo, l’uso alle stragi contratto nei suoi giornalieri piaceri, irritavano il suo feroce carattere. La storia ci ha lasciata una lunga lista di Senatori consolari sacrificati al suo vano sospetto, il quale perseguitava con ispeciale ansietà tutti coloro, che per isventura aveano relazioni, benchè lontane, con la famiglia degli Antonini, non risparmiando neppure i ministri de’ suoi delitti, o de’ suoi piaceri43. Finalmente la sua crudeltà gli divenne funesta. Egli che avea versato impunemente il più nobil sangue di Roma, perì, subito che si rendè formidabile a’ suoi proprj domestici. Marzia, la favorita sua concubina, Ecletto suo cameriere, e Leto Prefetto del Pretorio, spaventati dal fato dei loro compagni e predecessori, risolverono di prevenire il colpo, che pendeva ad ogn’ora su i loro capi, o pel furioso capriccio del tiranno, o pel subitaneo sdegno del popolo. Marzia colse l’occasione di presentare al suo amante una tazza di vino, dopo che si era straccato nella caccia delle fiere. Commodo si pose a dormire, ma mentre egli era travagliato dagli effetti del veleno e dell’ubbriachezza, un giovane robusto, e lottatore di professione, entrò nella camera di lui, e senza resistenza lo strangolò. Il corpo fu portato segretamente fuori del palazzo, avanti che in città o alla Corte si avesse il minimo sospetto della morte dell’Imperatore.

Tal fu il destino del figlio di Marco Aurelio, e tanto facile fu il distruggere un tiranno aborrito, il quale abusando indegnamente del suo potere, avea per tredici anni oppressi tanti milioni d’uomini, ognuno dei quali e per valore e per talenti era eguale al Sovrano44.

I congiurati provvidero olle cose loro con quel sangue freddo e con quella celerità, che richiedeva la grandezza dell’impresa. Risoluti di metter sul trono vacante un Imperatore, il cui carattere giustificasse o sostenesse l’azione da loro fatta, elessero Pertinace, allora Prefetto della città, vecchio Senatore consolare, il cui illustre merito avea fatto obbliare l’oscurità della sua nascita, innalzandolo alle prime dignità dello Stato. Aveva questi successivamente governato la maggior parte delle province dell’Impero; e con la sua fermezza, prudenza, ed integrità si era ugualmente segnalato in tutti i suoi grand’impieghi e militari e civili45. Era egli rimasto allora quasi il solo degli amici o dei ministri di Marco Aurelio; e quando lo svegliarono sull’ultima ora della notte, per dirgli che il cameriere ed il prefetto del Pretorio l’aspettavano alla porta, li ricevè con una intrepida rassegnazione, e li pregò di eseguire gli ordini del loro padrone. Invece della morte gli offrirono il trono del Mondo romano. Egli per qualche tempo diffidò delle loro intenzioni e delle loro parole: ma poi convinto che il tiranno più non viveva, accettò la porpora con la sincera e natural ripugnanza di uno, che conosce i doveri ed i pericoli del potere supremo46.

Leto immantinente condusse il suo nuovo Imperatore al campo dei Pretoriani, spargendo nel tempo medesimo per la città l’opportuna nuova che Commodo era morto subitamente d’apoplessia, e che già il virtuoso Pertinace era salito sul trono. I soldati riceverono con più sorpresa che piacere la nuova della sospetta morte di un Principe, il quale solamente per loro erasi dimostrato indulgente e liberale; ma la necessità delle circostanze, l’autorità del loro Prefetto, la riputazione di Pertinace, ed i clamori del popolo, gli obbligarono a soffocare il loro segreto rammarico, ad accettare il donativo promesso dal nuovo Imperatore, a giurargli fedeltà, ed a condurlo con allegre acclamazioni e con rami di lauro in mano al Senato, perchè il consenso delle truppe fosse ratificato dalla civile autorità.

Quella gran notte era già molto avanzata; al nascer del giorno e del nuovo anno il Senato aspettava di esser chiamato ad assistere ad una vergognosa cerimonia. Malgrado di tutte le rappresentanze, perfino di quei cortigiani, i quali conservavano ancora un’ombra di prudenza e di onore, Commodo avea risoluto di passare la notte nella scuola dei gladiatori, e di là andare a prender possesso del Consolato, vestito da gladiatore, ed accompagnato da quella infame truppa. Ad un tratto, avanti l’alba, ricevono i Senatori l’ordine di adunarsi nel tempio della Concordia, per esservi insieme coi Pretoriani, e ratificar l’elezione di un nuovo Imperatore. Restarono per poco in un sospeso silenzio, dubbiosi della inaspettata loro liberazione, o sospettando di qualche crudele artificio di Commodo; ma finalmente, accertati che il tiranno era morto, si dettero in preda a tutti i trasporti della gioia e dell’indignazione. Pertinace modestamente rappresentò la bassezza della sua nascita, ed accennò varj nobili Senatori più degni del trono; ma obbligato di cedere a’ voti dell’assemblea ed alle più sincere proteste di una fedeltà inviolabile, ricevè tutti i titoli annessi alla dignità imperiale. La memoria di Commodo fu segnata di eterna infamia; risonarono in ogni parte del tempio i nomi di tiranno, di gladiatore, di pubblico nemico. I Senatori tumultuariamente decretarono, che ne fossero aboliti gli onori, cancellati i titoli da’ pubblici monumenti, rovesciate lo statue, e strascinato il corpo con un uncino nella sala dei gladiatori, per saziare il furor del popolo; ed espressero la loro indignazione contro quei servi officiosi, che avevano giù ardito di sottrarne il cadavere alla giustizia del Senato. Ma Pertinace gli fe’ rendere gli ultimi onori che non potè ricusare alla memoria di Marco Aurelio, e al pianto di Claudio Pompeiano primo suo protettore, il quale deplorava la crudel sorte del suo cognato, e più deplorava i delitti pei quali egli l’avea meritata47. Questi sforzi d’inutil rabbia contro un Imperatore già morto, che fu l’oggetto, mentre visse, della più vile adulazione del Senato, mostravano uno spirito di vendetta più giusta che generosa. La legittimità di questi decreti era per altro appoggiata ai principj della costituzione imperiale. In ogni tempo il Senato romano ebbe l’incontrastabil diritto di censurare, o deporre, o punir con la morte il primo Magistrato della Repubblica, qualora avesse abusato dell’autorità confidatagli48; ma quella debole adunanza era costretta a contentarsi di esercitare sopra un tiranno di già caduto quella pubblica giustizia, dalla quale, durante la sua vita ed il suo regno, lo avea messo al coperto il formidabil potere di un militar dispotismo.

Pertinace trovò una maniera più nobile di condannar la memoria del suo predecessore, contrapponendo ai vizj di lui le sue proprie virtù. Nel giorno stesso del suo avvenimento, cedè tutto il privato suo patrimonio alla moglie ed al figlio, per toglier loro così ogni pretesto di richiedere favori a carico dello Stato. Non volle lusingar la vanità della prima con il titolo di Augusta, nè corrompere l’inesperta giovinezza del secondo colla dignità di Cesare. Distinguendo accuratamente i doveri di padre e quei di Sovrano, educò il suo figliuolo con una severa semplicità, che mentre non gli dava una sicura speranza al trono, poteva un giorno renderlo degno di salirvi. In pubblico il contegno di Pertinace era grave ed affabile. Viveva senza superbia o gelosia co’ più virtuosi tra i Senatori, dei quali tutti fin dalla vita privata ei conosceva il vero carattere; considerava que’ primi come amici e compagni, coi quali desiderava di godere la tranquillità del tempo presente, come era stato a parte con loro dei passati pericoli. Gl’invitava sovente a famigliari trattenimenti, la cui semplicità era chiamata ridicola da quelli che rammentavano e desideravano il prodigo lusso di Commodo49.

La cura, qual si poteva la migliore, delle ferite fatte allo Stato dalla man del tiranno, era la piacevole ma insieme malinconica occupazione di Pertinace. Le vittime innocenti, che ancora sopravvivevano, furon richiamate dal loro esilio, liberate dall’orror della carcere, e rimesse al possesso dei loro beni e delle lor dignità. I corpi insepolti dei trucidati Senatori (giacchè Commodo stendea la sua crudeltà fin dopo la morte) furon riposti nelle tombe dei loro antenati, fu giustificata la loro memoria, e nulla si risparmiò per consolarne le afflitte e desolate famiglie. Tra queste consolazioni la più gradita fu il castigo dei delatori, nemici comuni del Sovrano, della virtù e della patria. Per altro nella ricerca ancora di questi legali assassini usò Pertinace una costante moderazione, che tutto alla giustizia donava, e nulla ai pregiudizi ed al risentimento del popolo.

Le finanze richiedevano la più attenta cura dell’Imperatore. Benchè si fosse usato ogni genere d’ingiustizia e di estorsione per radunare i beni dei sudditi nella cassa del Principe, pure le stravaganze di Commodo aveano di sì gran lunga superata la sua rapacità, che alla sua morte non si trovò nell’esausto tesoro più di sedicimila zecchini50, con i quali conveniva pagare e le ordinarie spese del Governo, e soddisfare alla pressante richiesta di un liberal donativo, che il nuovo Imperatore avea necessariamente promesso ai Pretoriani. Pure in tanta angustia ebbe Pertinace la generosità di abolire tutte le gravose tasse inventate da Commodo, e di cassare tutte le ingiuste pretensioni del Fisco, dichiarando in un decreto del Senato «ch’egli volea piuttosto governare con innocenza una Repubblica povera, che acquistare ricchezze per vie tiranniche ed infami». Egli considerava l’economia e l’industria come le pure e vere sorgenti della ricchezze; e da questo ricavò ben presto un gran soccorso per le pubbliche necessità. La spesa del palazzo fu subito ridotta alla metà. Egli mise al pubblico incanto tutti gli strumenti di lusso51, i servizj di oro e di argento, i cocchi di una costruzion singolare, tutte le vesti di seta e ricamate, ed un gran numero di bellissimi schiavi dell’uno e dell’altro sesso; eccettuando soltanto, con attenta umanità, quelli che, nati liberi, erano stati involati alle braccia dei piangenti lor genitori. Nel tempo stesso ch’egli obbligava gli indegni favoriti del tiranno a restituire parte delle loro mal acquistate ricchezze, soddisfaceva i legittimi creditori dello Stato, e pagava le da gran tempo arretrate pensioni a coloro, che per giusti meriti le aveano ottenute. Annullò le gravose restrizioni, che erano state fatte sopra il commercio, e concesse tutte le terre incolte dell’Italia e delle province a coloro che vollero migliorarle, esentandole per dieci anni da qualunque imposizione52.

Una condotta così uniforme avea già assicurata a Pertinace la ricompensa più nobile per un Sovrano, la stima e l’amor del suo popolo. Quelli che si rammentavano le virtù di Marco Aurelio, con gran piacere contemplavano nel nuovo loro Imperatore i tratti di quel luminoso originale; e si lusingavano di godere lungamente la benigna influenza del suo governo. Un frettoloso zelo di riformare lo Stato corrotto, non secondato da quella prudenza, che gli anni e l’esperienza avrebbero dovuto dettare a Pertinace, divenne funesto a lui ed alla patria. La sua inopportuna virtù sollevò contro di esso quella turba servile, che trovava un interesse privato nei pubblici disordini, e preferiva il favor di un tiranno alla inesorabile egualità delle leggi53.

In mezzo alla comune letizia, il torvo e rabbioso aspetto dei Pretoriani disvelava il loro interno mal animo. Si erano a contraggenio sottomessi a Pertinace; temevano essi il rigore dell’antica disciplina, ch’egli si disponeva a ristabilire, e sospiravano la licenza del regno passato. Furono i loro dispiaceri segretamente fomentati da Leto loro Prefetto, che troppo tardi si accorse, che il nuovo Imperatore era disposto a ricompensare i servigi di un suddito, ma non a lasciarsi regolare da un Favorito. Il terzo giorno del suo regno i soldati presero un Senatore illustre, per condurlo al campo e rivestirlo della porpora imperiale. In cambio di essere abbagliata da quell’onore pericoloso, fuggì da loro la vittima spaventata, e corse a rifuggirsi ai piedi di Pertinace. Poco tempo dopo Sosio Falco, uno dei Consoli di quell’unno, giovane temerario54, ma di famiglia ricca ed antica, porse orecchio alla voce dell’ambizione; e in una breve assenza di Pertinace tramò una congiura, che fu sconcertata dal suo pronto ritorno a Roma, e dalla sua ferma condotta. Falco fu sul punto di essere giustamente condannato a morte come pubblico nemico, se non lo avessero salvato le premurose e sincere istanze dell’offeso Imperatore, che supplicò il Senato a non far che fosse la purità del suo regno macchiata dal sangue di un Senatore benchè colpevole.

Questi infelici successi non fecero che irritar maggiormente il furore dei Pretoriani. Ai 28 di Marzo, ottantasei giorni solamente dopo la morte di Commodo, scoppiò nel campo una sedizione generale, che gli Uffiziali non poterono o non voller sopprimere. Due o trecento dei più disperati soldati marciarono sul mezzo giorno verso il palazzo imperiale coll’armi in mano e col furore negli occhi. Ne furono aperte le porte dai loro compagni, che vi eran di guardia, e dai domestici della antica Corte, che avean già cospirato segretamente contro la vita del troppo virtuoso Imperatore. Alla nuova della lor venuta, Pertinace, sdegnando di fuggire o di ascondersi, andò incontro agli assassini; e rammentò loro la sua propria innocenza e la santità del recente lor giuramento. Per pochi momenti restaron quanti in un sospeso silenzio, vergognandosi del loro atroce disegno, ed atterriti dal venerabile aspetto e dalla maestosa fermezza del lor Sovrano; ma il disperar del perdono riaccese ben tosto il loro furore. Un barbaro nativo di Tongres55, dette il primo colpo a Pertinace, che in un momento cadde trafitto da mille ferite. La sua testa divisa dal corpo, e posta sopra una lancia, fu portata in trionfo al campo dei Pretoriani al cospetto di un popolo afflitto e sdegnato, che piangeva l’ingiusto fato di un Principe eccellente, e la passeggiera felicità di un regno la cui memoria non dovea servire che ad aggravare le calamità che stavano per iscoppiare56

Note

  1. Ved. i rimproveri di Avidio Cassio Stor. Aug. p. 45. È vero che questi sono i discorsi di un ribelle, ma la fazione esagera più di quello che inventi.
  2. «Faustinam satis constat apud Cayetam conditiones sibi, et nauticas et gladiatorias elegisse». Stor. Aug. p. 30. Lampridio spiega qual sorta di merito piacesse a Faustina e le condizioni ch’essa esigeva; Stor. Aug. p. 102.
  3. Stor. Aug. p. 34.
  4. Meditazioni lib. I. Il Mondo si è riso della credulità di Marco, ma la sig. Dacier ci assicura (e ad una donna in ciò deve credersi) che il marito sempre sarà ingannato se la moglie sa dissimulare.
  5. Dione Cassio lib. LXXI p. 1195. Stor. Aug. p. 33. Commentario di Spanhem. sopra i Cesari di Giuliano p. 389. L’apoteosi di Faustina è il solo difetto, che il critico Giuliano possa scoprire nel perfettissimo carattere di Marco Aurelio.
  6. Commodo fu il primo Porfirogeneta (nato dopo l’avvenimento del Padre al Trono). Per un nuovo tratto di adulazione le medaglie egiziane mettono la data degli anni della sua vita, come se non fossero diversi da quelli del suo regno. Tillem. Stor. degl’Imp. Tom. II p. 752.
  7. Stor. Aug. p. 46.
  8. Dione Cassio lib. LXXII p. 1203.
  9. Secondo Tertulliano (Apolog. c. 25.) egli morì a Sirmio. Ma la situazione di Vindobona, o sia Vicuna, dove i due Vittori mettono la sua morte, è più acconcia alle operazioni della guerra contro i Marcomanni ed i Quadi.
  10. Erodiano lib. I pag. 12.
  11. Erodiano lib. I pag. 16.
  12. Questa letizia universale è ben descritta dietro le medaglie e gli Storici dal Sig. Wotton. Stor. di Roma p. 192 e 193.
  13. Manilio, il segretario confidente di Avidio Cassio, fu scoperto, dopo aver vissuto nascosto diversi anni. L’Imperatore dissipò nobilmente la pubblica inquietudine ricusando di vederlo, e bruciando tutti i suoi fogli. Dione l. LXXII p. 1209.
  14. Ved. Maffei degli Anfiteatri p. 126.
  15. Dione l. LXXII p. 1205. Erodiano lib. I p. 16. Stor. Aug. p. 46.
  16. In una nota sulla Stor. Aug. Casaubono ha raccolto gran numero di particolarità concernenti questi illustri fratelli. Vedi p. 96 del suo dotto Comment.
  17. Dione l. LXXII p. 1210, Erodiano lib I p. 22. Stor. Aug. p. 48. Dione dà a Perenne un carattere meno odioso degli altri Storici. La sua moderazione è quasi un segno della sua veracità.
  18. Nella seconda guerra Punica, i Romani portarono dall’Asia il culto della madre degli Dei. La sua festa Megalesia cominciava al 4 di Aprile, e durava sei giorni. Le strade erano piene di pazze processioni, i teatri di spettatori, e le pubbliche mense di qualunque sorta di convitati. L’ordine e il buon governo rimanevan sospesi, e il piacere era l’unica seria occupazione della città. Ved. Ovid. de Fastis lib. IV 189 ec.
  19. Erodiano l. I p. 23 28.
  20. Cicerone pro Flacco cap. 27.
  21. Una di queste sì dispendiose promozioni diede luogo al frizzo seguente: Giulio Solone è stato esiliato nel Senato.
  22. Dione lib. LXXII p. 12 e 13 osserva, che nessun liberto era stato mai tanto ricco quanto Cleandro, e pure la fortuna di Pallante ascendeva circa a cinque milioni di zecchini, ter millies H. S.
  23. Dione lib. LXXII pag. 1213, Erodiano l. I p. 29. Stor. Aug. pag. 52. Questi bagni erano vicini alla porta Capena. Vedi Nard. Roma Ant. p. 79.
  24. Stor. Aug. p. 48.
  25. Erodiano l. I p. 28. Dione lib. LXXII p. 1215. Questo ultimo dice che morirono a Roma duemila persone ogni giorno per un tempo considerabile.
  26. «Tuncque primum tres Praefecti Praetorio fuere, inter quos libertinus.» Per un resto di modestia Cleandro non prese il titolo di Prefetto dal Pretorio, mentre ne esercitava il potere. Siccome gli altri liberti venivano dai loro diversi dipartimenti chiamati a rationibus, ab epistolis, Cleandro s’intitolò a pugione, come incaricato della difesa del padrone. Salmasio, e Casaubono pare che abbian fatto commentarj troppo vaghi su questo passo.
  27. Οι τως πο’γεως πέξοι σρατωτιαι Erodiano l. I p. II. È cosa dubbia se vuol significare l’infanteria Pretoriana, o le coorti Urbanae. Eran queste un corpo di seimila uomini, il grado e la disciplina dei quali non era corrispondente al loro numero. Il Sig. de Tillemont e Wotton non hanno voluto decidere questa quistione.
  28. Dione Cassio l. LXXII p. 1215. Erodiano l. I p. 32. Stor. Aug. p. 48.
  29. «Sororibus suis constupratis, ipsas concubinas suas sub oculis suis stuprari jubebat. Nec irruentium in se juvenum carebat infamia, omni parte corporis atque ore in sexum utrumque pollutus.» Stor. Aug. p. 47.
  30. I leoni affricani, spinti dalla fame, infestavano impunemente gli aperti villaggi o la coltivata campagna. Questa fiera reale era riservata pei piaceri dell’Imperatore e della capitale; e lo sventurato agricoltore, che anche per difendersi ne uccidesse alcuna, era punito. La quale crudele Legge di caccia fu mitigata da Onorio, e finalmente abolita da Giustiniano, Codex Theodos. tom. V p. 92. Comment. Gothofred.
  31. Spanhem. de Numismat. Dissert. XIII tom. II pag. 593.
  32. Dione l. LXXII p. 1216. Stor. Aug. p. 49.
  33. Il collo dello struzzo è lungo tre piedi, e composto di diciassette vertebre. Vedi Buffon Stor. Nat.
  34. Commodo uccise un Camelopardalis, o sia Giraffa (Dione l. LXXII p. 1211) il più alto, il più docile, ed il più inutile di tutti i quadrupedi. Questo singolare animale, che nasce soltanto nelle parti interne dell’Affrica, non è stato veduto in Europa dopo il risorgimento delle lettere, e benchè il Buffon Stor. Nat. tom. XIII abbia procurato di descriverlo, non si è arrischiato a darne il disegno.
  35. Erodiano l. I p. 37. Stor. Aug. p. 30.
  36. I Principi virtuosi o prudenti proibirono ai Senatori ed ai Cavalieri di abbracciare questa vergognosa professione sotto pena d’infamia, o ciò che per loro era ancor più terribile, sotto pena dell’esilio. I tiranni gl’invitarono a disonorarsi, con ricompense e con minacce. Nerone una volta fece venire sull’arena 40 Senatori, e 60 Cavalieri. Vedi Lipsio Saturnal. lib. II. Cap. 2. Egli ha felicemente corretto un passo di Svetonio in Nerone c. 12.
  37. Lipsio lib. II c. 7 e 8. Giovenale nella Satira VIII, fa una pittoresca descrizione di questo combattimento.
  38. Stor. Aug. p. 50. Dione l. LXXII p. 1220. Egli ricevè per una sola volta decies H. S. quasi sedicimila zecchini.
  39. Vittore dice che Commodo dava ai suoi antagonisti una spada di piombo, temendo probabilmente lo conseguenze della loro disperazione.
  40. Fu egli obbligato di ripetere 626 volte Paulo primo de’ Secutori ec.
  41. Dione lib. LXXII p. 1221 parla della sua viltà, e del pericolo, ch’ei corse.
  42. Unì per altro la prudenza al coraggio, e passò la maggior parte del suo tempo in un ritiro di campagna a motivo, ci diceva, dell’età sua avanzata, e della debol sua vista. «Io non lo vidi mai in Senato, dice Dione, eccetto che nel corto regno di Pertinace.» Tutte le sue infermità in un momento guarirono, e subito gli ritornarono dopo l’assassinio di quel principe eccellente. Dione lib. LXVIII p. 1227.
  43. I Prefetti si cambiavano quasi ogni giorno, ed ogni ora; ed il capriccio di Commodo tornò spesso fatale ai suoi più favoriti Ministri. Stor. Aug. p. 46 51.
  44. Dione l. LXXII p. 1222. Erodiano l. 1 pag. 43. Stor. Aug. p. 52.
  45. Pertinace era figlio di un legnaiuolo, e nacque in Alba Pompeia nel Piemonte. L’ordine dei suoi impieghi, che Capitolino ci ha conservato, merita di essere riferito, giacchè dà un’idea dei costumi, e del Governo di quel secolo. I. fu Centurione. II, Prefetto di una coorte nella Siria, durante la guerra dei Parti, e nella Britannia; III. ottenne un’Ala, o sia squadrone di cavalleria nella Mesia. IV. Fu Commissario delle provvisioni sulla via Emilia; V. comandò la flotta del Reno; VI. fu Procuratore della Dacia coll’annua paga di circa 3200 zecchini; VII. comandò i veterani di una legione; VII. ottenne il grado di Senatore; IX. di Pretore, X. ed il comando della prima legione nella Rezia, e nel Norico; XI. fu Console verso l’anno 175; XII. accompagnò Marco Aurelio in Oriente; XIII. comandò un’armata sulle rive del Danubio; XIV. fu Legato consolare della Mesia; XV. della Dacia; XVI. della Siria; XVII. della Britannia; XVIII. ebbe la cura delle pubbliche provvisioni a Roma; XIX. fu Proconsole in Affrica, XX. Prefetto della città. Erodiano lib. I p. 48 rende giustizia al suo spirito disinteressato; ma Capitolino che raccoglieva ogni rumor popolare, lo accusa di avere ammassato una gran ricchezza, lasciandosi corrompere.
  46. Giuliano nei Cesari lo taccia d’essere stato complice della morte di Commodo.
  47. Capitolino racconta le particolarità di questi tumultuarj decreti, che furono proposti da un Senatore, e ripetuti con raddoppiate acclamazioni da tutto il Corpo. Stor. Aug. p. 52.
  48. Il Senato condannò Nerone ad esser messo a morte more majorum. Svetonio cap. 49.
  49. Dione l. LXXIII p. 1223 parla di questi trattamenti, come un Senatore che aveva cenato col Principe: Capitolino Stor. Aug. p. 58 come uno schiavo che aveva ricevute le sue notizie da qualche guattero.
  50. Decies H.. S. La lodevole economia di Pio lasciò ai suoi successori un tesoro di quasi 44 milioni di zecchini. Dione l. LXXIII p. 1231.
  51. Oltre il disegno di convertire in danaro quegli inutili ornamenti, Pertinace (secondo Dione l. LXXIII p. 1929) fu ancora guidato da due segreti motivi. Voleva esporre al pubblico i vizj di Commodo, e discoprire nei compratori quelli che più lo somigliavano.
  52. Benchè Capitolino abbia ripiena di mille racconti puerili la vita privata di Pertinace, si accorda però con Dione ed Erodiano in ammirare la pubblica condotta di lui.
  53. Leges, rem surdam, inexorabilem esse. Tit. Liv. II 3.
  54. Se si può dar fede a Capitolino, Falco si condusse colla più indecente petulanza verso Pertinace il giorno del avvenimento di questo al trono. Il savio Imperatore lo avvertì solamente della sua gioventù, e della sua inesperienza. Stor. Aug. pag. 55.
  55. Oggi il Vescovato di Liegi. Questo soldato probabilmente era uno delle guardie batave a cavallo, che per la maggior parte si reclutavano nel Ducato di Gueldria, e nei contorni, ed erano rinomate per il loro valore, e pel coraggio con che traversavano a cavallo nuotando i fiumi i più larghi e più ripidi, Tacit. Stor. IV 12; Dione lib. LV p. 797; Giusto Lipsio De magnitudine Romana lib. I cap. 4.
  56. Dione lib. LXXIII p. 1232; Erodiano l. II p. 60. Stor. Aug. p. 58; Vittore in Epitom. et in Caesaribus, Eutropio VIII 16.