Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro II/Capo IV

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Capo IV – Filosofia, Matematica, Medicina

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Capo IV.

Filosofia, Matematica, Medicina

. I. Benchè l’eloquenza, la poesia, la storia nel regno de’ Longobardi giacesser quasi di■ inenticate, ebbero nondimeno alcuni, comunque pochi e mediocri, coltivatori. Ma della [p. 209 modifica]SECONDO 20y filosofia pare che fosse perito in Italia perfino il nome. Io certo, per quanto abbia in ogni parte diligentemente fiutato, per così dire, ricercando di alcun filosofo di questi tempi, non ho potuto scoprire il menomo vestigio di un solo. Lo stesso confessa il Bruckero (Hist. Phil. t. 3, p. 569), il quale osserva che l’unico ricovero che alla filosofia da ogni parte sbandita rimase, furono i monasteri. Nè è già che da essi sia a quest’epoca uscito alcun libro pregevole di tale argomento; ma il conservarsi e il moltiplicarsi delle copie degli antichi autori, che in essi facevasi, contribuì non poco a fare che le filosofiche cognizioni, se vennero trascurate, non perissero interamente; e che quando sorsero all’Italia tempi più lieti, potessero gli amatori delle scienze aver fonti a cui attingere, e monumenti cui consultare. Io so che trovasi presso alcuni menzione di un Fortunato di Vercelli, che dicesi il Filosofo dei Longobardi (Martjrol. Usuar di editimi a Jo. Mune rato, an. 1490 ad d. 18 jun.). Ma, oltrechè di questo filosofo altro non abbiamo che una Vita di S. Marcello vescovo di Parigi, di cui non è ancora ben certo s’ei sia veramente autore, egli nulla ebbe che fare co’ Longobardi, perciocchè, per quanto si può cavare dalle antiche memorie, ei visse in Italia, prima che i Longobardi se ne facesser signori, e quindi passato in Francia vi finì i suoi giorni (V. A età SS. Antuerp. add. 18 jun.; Hist. Littér. de la France, t. 3, p. 298). Così in poche parole io ho detto quanto era a dirsi della filosofia de’ tempi di cui ragiono; e io sarò ben lieto, se alcuno potrà convincermi di Tiraboscui, Voi. III. 14 [p. 210 modifica]210 LIBRO non essere stato abbastanza attento ricercatore; e mostrarmi valorosi filosofi in Italia anche a questi tempi. II. Una invenzione appartenente a meccanica sembra che potrebbe attribuirsi a qualche valoroso Italiano di questi tempi. In una lettera scritta 1311110757 da Paolo I papa a Pipino re di Francia si fa menzione di un orologio notturno ch’egli insieme con alcuni libri mandavagli in dono. Direximus etiam Excellentiae vestrae et. libros.... nec non et horologium nocturnum (Cenni Cod Carolin, t. 1, p. 148). Ma questo orologio notturno che era mai? e chi erane l’inventore? Non abbiamo alcun lume a deciderlo. Abbiam veduti fino a quest’ora in uso gli orologi solari, e gli orologi ad acqua. I primi non erano che pel giorno, i secondi colf aiuto di 1111 lume potevano essere opportuni pel giorno insieme e per la notte. Di un orologio fatto sol per la notte non abbiamo idea. Il du Cange congettura (Gloss. med. et inf. Latin, ad voc. Horol.) che fosse un oriuolo a ruote e a campana, come quelli che usiamo al presente. Ma io non veggo perchè dovesse chiamarsi notturno. Il Cenni crede (l. cit.) che possa intendersi per avventura di un oriuolo che per mezzo di un lume in esso racchiuso facesse veder le ore dalla sfera segnate. Ma se f orinolo non era in altra cosa diverso dagli usati, se non per un lume aggiuntovi, non parmi che dovesse ciò aversi in conto di cosa rara, e degna di offrirsi a sì gran principe. Lo stesso Du Cange parla di un altro oriuolo ad acqua, che l’anno 807 da Aronne re di Persia fu mandato [p. 211 modifica]SECONDO q | 1 ■ a Carlo Magno, in cui erano racchiuse 12 pallottole di bronzo, che successivamente al fine di ciascun’ora cadevano, facendo risonare un cembalo sottoposto; e inoltre 12 statue in atteggiamento di cavalieri che uscendo al compiersi delle ore da altrettante finestre che prima erano aperte, le socchiudevano. Ma questo ancora pare che fosse opportuno al giorno non meno che alla notte. In somma anche le congetture ci mancano per conoscere che cosa fosse questo orologio; e solo sembra probabile che fosse qualche ingegnoso ordigno a segnar le ore di notte tempo, trovato verisimilmente da qualche Italiano, e dal pontefice creduto degno di essere inviato in dono a Pipino. Nel libro seguente vedremo che Pacifico arcidiacono di Verona trovò egli pure un orologio notturno, di cui egli fu creduto il primo inventore, e allora pure ci troveremo nella medesima incertezza intorno alla natura e alla proprietà di un tale strumento. III. Sarebbe qui a dire per ultimo della medicina. Ma questa non ci offre nè ci offrirà per alcuni altri secoli argomento veruno a trattarne. Medici vi saranno stati anche a questa età, e avranno anch’essi curate le malattie quai più quai meno felicemente. Ma non solo non abbiamo alcun libro di medicina che siasi pubblicato in Italia sotto il regno de’ Longobardi, ma non abbiam notizia di alcuno che in quest’arte si rendesse sopra gli altri illustre e famoso; e siamo perciò costretti a por qui fine a questo brevissimo capo, in cui abbiamo avuta la sventura di non poter dire altra cosa; se non che nulla avevamo a dire.