Storia della rivoluzione di Roma (vol. II)/Capitolo VI

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo VI

../Capitolo V ../Capitolo VII IncludiIntestazione 7 giugno 2020 75% Da definire

Capitolo V Capitolo VII

[p. 124 modifica]


CAPITOLO VI.

[Anno 1848]


Avvenimenti dal 16 al 21 marzo 1848. — Morte del padre Geramb procuratore generale della Trappa. — Provvedimenti bellicosi del ministero, in disaccordo colle parole pacifiche del Santo Padre. — I tre colori italiani aggiupti per legge ai colori pontifici bianco e giallo. — Nuovo consiglio di guerra col generale Giovanni Durando alla testa del medesimo. — Sunto dell’opera del fratello colonnello Giacomo Durando sulla nazionalità italiana, nella quale si propone lo spoglio quasi per intero degli stati della Chiesa. — Riflessioni generali.


Nel brevissimo periodo di tempo che abbraccia questo capitolo poche cose occorsero da doversi ricordare. Si era in un momento di transizione e di calma apparente, quale scorgesi-generalmente all’appressarsi della bufera, e il capitolo che segue ce lo dimostrerà abbastanza. Roma era entrata in una nuova fase, era divenuta uno stato costituzionale, ma la rivoluzione non poteva arrestarsi. Altri avvenimenti si venivan maturando e svolgendo, e poco se ne fece attendere lo sviluppo.

Nella mancanza di cose di maggior momento rammenteremo un fatto che venne a contristare le persone d’indole temperata e tranquilla, le quali erano grandemente intimorite per l’appressarsi del turbine, di cui già da lungi sentivasi il rombo: fu questo l’annunzio della morte del padre Geramb procuratore generale dell’ordine trappense, accaduta fra il 15 e il 16, come ne parla la Gazzetta di Roma del 18 marzo.1

Il padre Geramb fu uno di quei generali che militando sotto le bandiere austriache, venne parecchie volte alle [p. 125 modifica]mani coll’armata napoleonica. Egli alle doti esteriori del corpo, perchè era bello di aspetto, e di bella presenza, accoppiava quelle interiori dell’animo. Imperocchè era fornito di molto spirito, di svariata erudizione, e di non mediocre ingegno; ond’è che scrisse parecchie opere, e poscia pubblicolle per le stampe, fra le quali quella di maggior conto fu il suo viaggio a Gerusalemme. Esaurita la sua carriera militare, e disingannato delle illusioni mondane, dedicossi a Dio ed al raccoglimento nei detto ordine religioso, e pose sua stanza nella pacifica dimora che accoglie i padri riformati di san Francesco, nelle vicinanze di Castel Gandolfo. La rivoluzione ne aveva scosso molto il morale, perchè temevane gli effetti, e parve che i suoi precipitosi procedimenti gli accelerasser la morte. Almeno così si disse.

Proseguendo ora la narrazione di ciò che occorreva in quel tempo, diremo come, analogamente sempre ai preparamenti bellicosi che ad onta delle parole pacifiche del pontefice si andavan facendo, un tale avvocato Nicola Giustini di Viterbo presentava il 16 marzo al nuovo ministro, che ancor non chiamavasi della guerra ma delle armi, principe Aldobrandini, un progetto sulla formazione delle guerriglie nello stato pontificio.2

Come cosa allusiva ai fatti d’allora, e memorabile per la sua originalità, richiamiamo l’attenzione dei nostri lettori sopra un indirizzo che si diffuse in quel tempo alle donne di Roma, che crediamo di dover riportare in sommario. 3

Si tornava in esso a parlare delle Clelie, delle Virginie, e delle Lucrezie, non che di Attilio Regolo e di Orazio Coclite, e si facevan sorgere dagli avelli per contemplare le prodezze dei redivivi figli di Quirino. Idee eccellenti per risvegliare ed esaltare le immaginazioni dei pittori e [p. 126 modifica]dei poeti, e per esercitare gli studenti di rettorica, ma che formano tale un contrasto colle idee e coi costumi dei tempi presenti, da promuover le risa nei leggitori assennati.

E siccome malgrado delle parole pacifiche del papa si volevan sempre armi ed armati, rammenteremo che il 17 di marzo si spediva in Napoli il colonnello Lopez, incaricato di una missione speciale, per fornirsi di armi e munizioni,4 e che il colonnello Ferrari napolitano, il quale comandò in seguito i volontari romani nel Lombardo-Veneto, giungeva in Roma, con satisfazione immensa di chi avevaio richiesto o consentiva nei suoi principî.5 Giungeva pure lo stesso giorno il nuovo ministro di polizia avvocato Giuseppe Galletti.6

Si ordinava il giorno 18 dal ministro Recchi che la bandiera pontificia bianca e gialla dovesse esser fregiata di cravatte coi colori italiani, ed il ministro delle armi Aldobrandini emetteva a tal proposito il 20 il seguente ordine del giorno:

«Soldati!

» Sono lieto di annunziarvi che la bandiera pontificia sarà d’ora innanzi fregiata di cravatte coi colori italiani.

» Di nuovo il nostro adorato principe soddisfa un voto e un sentimento del paese. Stringiamoci ognora più intorno a questo sacro vessillo. Esso è simbolo di devozione e fedeltà al nostro sovrano, a Pio IX: è pegno di amore e fratellanza fra tutti gl’Italiani

C. Aldobrandini.7


[p. 127 modifica]A noi sembra che coll’adottato espediente il Santo Padre operò savissimamente, perchè se fece fregiare i suoi vessilli coi colori italiani, nol fece coll’intendimento di ripudiare i colori pontifici. Laonde l’aggiunger nuovi colori non implicò indizio veruno di perdita o rinunzia del proprio potere, la qual cosa non avrebbe dovuto, nè potuto, nè voluto fare ad ogni costo. E d’altra parte qual maraviglia che il papa assuma i colori italiani, consertendoli coi pontifici, mentre egli è il principe italiano più antico e più legittimo di tutti? Egli fu sempre il più acerrimo vindice e propugnatore dei diritti degli Italiani. Egli in somma fu quel solo per la cui forza morale, l’Italia fu salvata dal divenir preda dei barbari. Per queste considerazioni pertanto l’associazione dei due colori venne accettata come un eccellente augurio pei casi futuri, e perchè parve dicesse: Italia sì, ma Italia col papa, come uno dei suoi principi regnanti, senza il quale non sarebbe a sperarsi una Italia costituita, ma sì bene un campo di scissure, di confusione, e di rovine.

Lo stesso giorno 20 il ministro di polizia avvocato Giuseppe Galletti emetteva un indirizzo col quale, mentre da un lato richiedeva un codice di polizia, proponeva dall’altro di unire il detto officio al ministero dell’interno.8

Il ministro delle armi poi, principe Aldobraudini, nel medesimo dì 20 marzo pubblicava un ordine del giorno per la formazione di un corpo di operazione.9

Ed il 21 ordinava la creazione di un nuovo Consiglio di guerra (sciolto quello che già esisteva), il quale formavasi del

Generale cavaliere Giovanni Durando,
Colonnello conte Boccanera,
Tenente colonnello cavalier Bini, [p. 128 modifica]
Colonnello commendatore Steuart,
Tenente colonnello cavalier Lopez,
Maggiore cavalier Provinciali. 10

La enunciazione del nome del generai Durando fra i facenti parte del nuovo Consiglio di guerra ci chiama ad osservare che il medesimo era fratello del colonnello Giacomo Durando il quale pubblicò nel 1846 un volume in Losanna per le stampe del Bonamici sotto il titolo Della nazionalità italiana ossia Saggio politico militare, al quale aggiungevasi una carta geografica.

In essa opera proponeva il Durando una nuova circoscrizione o rimpasto territoriale; sparivano gli stati della Chiesa quasi interamente, e se ne lasciava soltanto uno microscopico all’intorno di Roma, con Roma a capo: mostro di stato, perchè formato di una testa immensa senza non solo un corpo proporzionato, ma quasi senza corpo affatto. Si assegnava bensì al papa per suo diporto durante la state l’isola dell’Elba, e se gli accordava poi come compenso l’isola di Sardegna; ma ad onta di questo progettato compenso, si falcidiava nientemeno che di un due milioni centoventinove mila settecento abitanti. Inoltre (e questa ci sembra cosa singolarissima) distaccava Savoia e Nizza dal Piemonte, chiamandole provincie non italiane nè per situazione nè per tendenze, e proponeva di cederle o ai Borboni di Lucca o ai Reali di Toscana, in compenso di ciò che loro volevasi togliere. La carta geografica esiste, e ognuno a suo bell’agio può consultarla.11

Il general Giovanni Durando, che improvvidamente chiamossi a capitanare le nostre soldatesche e presiedere ai nostri consigli di guerra, si chiarì in seguito per una delle lancie spezzate di Carlo Alberto, e quindi uno dei più pronunziati sostegni del piemontismo e delle sue [p. 129 modifica]cupidigie. Avremo occasione di parlare del medesimo parecchie volte nello svolgimento di queste storie.

Tutte le misure prese nel breve periodo che abbraccia il presente capitolo dicono abbastanza che il torrente rivoluzionario, soverchiate le dighe che lo contenevano, era sul punto di tutto travolgere ne’ suoi indomabili vortici. La Francia col suo prestigio affascinante e col suo terribile esempio, parve che simile alla testa di Medusa terrificasse i governi tutti dell’Europa. Le armi cadevano per così dire dalle mani dei difensori dei troni. Il terreno tremava sotto i piedi, il senno vacillava nei reggitori degli stati. Le leggi non eran più saldo riparo alle improntitudini dei popoli disfrenati. L’autorità fatta da per tutto ludibrio e scherno dei novatori, chiarivasi impotente al comando. Il coraggio era colpito da paralisi nei buoni; i tristi o gli audaci erano per ogni dove in trionfo; la incertezza e la trepidazione parve che per un momento signoreggiassero il mondo.

Tale lo stato d’Europa dopo la metà del marzo 1848. E verso il fine del detto mese tali, tanti, e così tremendi furono i casi che si vennero svolgendo, che se la società umana non piombò in universale rovina, non si dovette al certo ai provvedimenti degli uomini, sibbene alla Provvidenza divina che simili cose disponeva a loro ammaestramento.

Di tutto ciò per altro meglio tratteremo nel capitolo seguente.





Note

  1. Vedi la Gazzetta di Roma del 18 marzo 1843, num. 45.
  2. Vedi il IV vol. dei Documenti num. 83.
  3. Vedi il sommario, num. 15. — Vedi il vol. IV Documenti, num. 82.
  4. Vedi la Gazzetta di Roma, del 17 marzo 1848.
  5. Vedi la Pallade, num. 195. — Vedi l’Epoca, pag. 15. —- Vedi il Contemporaneo, del 18 marzo detto.
  6. Vedi la Gazzetta di Roma, del 18 marzo 1848.
  7. Vedi la Gazzetta di Roma, del 20 marzo 1848.
  8. Vedi la Gazzetta di Roma, del 21 marzo 1848. — Vedi il vol. IV Documenti num. 90.
  9. Vedi la Gazzetta di Roma, del 21 marzo 1848.
  10. Vedi la Gazzetta di Roma di detto giorno.
  11. Vedi Giacomo Durando, Della nazionalità italiana ec. Losanna, Bonamici, 1846, un vol. in-12. pag. 90, 91, 99. In fine vedi la carta geografica.