Sul mare delle perle/Capitolo XXI

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XXI. L’insurrezione

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Capitolo XX Capitolo XXII

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CAPITOLO XXI.

L’insurrezione.

Quando Jean Baret riprese i sensi si trovò legato al tronco d’un albero e guardato da quattro guerrieri. Presso di lui stava un altro prigioniero che riconobbe senza fatica.

— Anche tu, Durga? esclamò.

— Sì, signore, mi hanno preso vivo, — rispose il luogotenente d’Amali.

— E gli altri?

— Tutti morti.

— Quasi l’invidio. Morire colle armi in pugno è da preferirsi ai denti dei coccodrilli; questa volta è proprio finita per noi. Si è salvato Amali?

— Lo spero: vi è però qualche altro prigioniero.

— Chi sarà? Binda?

— Non so, signore.

— Lo compiango sinceramente. Ci uccideranno subito?

— Ci condurranno dal marajah; ho veduto che costruivano tre palanchini.

— Avrei desiderato non rivedere quell’uomo. Deve odiarmi più della peste. Ed il fortino? [p. 318 modifica]

— Bruciato tutto, — rispose Durga.

Un vivo movimento si era manifestato fra i cingalesi che si accalcavano presso i prigionieri e le loro file si erano aperte per lasciare il passo ad un vecchio guerriero, che si pavoneggiava in un ampio mantello di seta rossa.

— È il capo di questi briganti? — chiese Jean Baret.

— Il loro generale, — rispose Durga, tremando.

— Un brutto muso da scimmia vecchia. Udiamo che cosa desidera.

Il generale si fermò dinanzi al francese guardandolo con curiosità, poi gli chiese.

— Sei tu l’uomo bianco che un giorno salvò la vita al marajah?

— Sono io, — rispose il francese.

— E che poi strappasti il re dei pescatori di perle dai denti dei coccodrilli?

— Sono stato io.

— Hai avuto torto a farti prendere.

— Non si può essere sempre fortunati.

— Peccato! perchè tu sei un coraggioso che tutta la popolazione di Jafnapatam ammirava.

— Ciò non mi salverà dall’odio del marajah.

— Purtroppo! — rispose il generale.

— Se ti rincresce, lasciami andare.

— Non lo potrei; pagherei colla vita la tua libertà.

— Allora mandami a Jafnapatam.

— È quello che farò, quantunque con molto dispiacere.

— Si è salvato Amali? [p. 319 modifica]

— Ci è sfuggito col primo drappello.

— Ed il secondo?

— L’abbiamo raggiunto e distrutto.

— Distrutto; — esclamò Jean Baret impallidendo. — E Maduri?

— È caduto vivo in nostra mano.

Il francese si sentì bagnare la fronte da un sudore ghiaccio.

— Maduri preso! — esclamò — allora tutto è finito. Povero Amali! Non ha fortuna!

— Signore, — disse Durga, che pareva annichilito da quell’inaspettata notizia. — Possiamo considerarci come morti.

Jean Baret non rispose; non sapeva più trovare parole. Quel colpo lo aveva completamente atterrato.

Intanto tre palanchini erano stati portati e uno era già occupato, essendo coperto da una fitta tela, non si poteva vedere chi ci fosse sotto, però era facile indovinarlo.

— Sarà Maduri, — balbettò il francese. — Se potessi indovinarlo! E se....

Gli mancò il tempo di compire la frase. Due uomini lo sollevarono, lo imprigionarono strettamente entro una rete dalle maglie fitte e solidissime e lo gettarono su un palanchino, coprendolo con una spessa stoffa, che gl’impediva di fare il più lieve movimento.

Quattro uomini lo sollevarono e partirono di corsa, seguiti dagli altri due palanchini che portavano Durga e Maduri e da una scorta di cento uomini. [p. 320 modifica]

L’uragano in quel momento tornava a scoppiare e rovesci d’acqua precipitavano attraverso i rami degli alberi, mentre tuoni assordanti rombavano in cielo. Dei lampi vivissimi, acciecanti, rompevano di quando in quando le tenebre.

Jean Baret, trasportato come un collo di merce, con una velocità vertiginosa, si agitava come un disperato, tentando di allargare un po’ le maglie che lo avviluppavano.

— Se potessi ritentare il giuoco dell’altra volta, — mormorava. — No, non vi riuscirò. Allora avevo un coltello e non vi erano che quattro portatori, mentre qui vi è la scorta. Cento uomini! Li ho ben veduti io, prima che mi gettassero addosso questa coperta che mi soffoca. Questa volta è finita. Quest’isola doveva essere la mia ultima tappa e vi lascierò le mie ossa. Ed Amali, che cosa farà? Rinuncierà ai suoi disegni ora che Maduri gli è ancora d’ostacolo o andrà diritto al suo scopo? Ah! Se potessi fuggire e raggiungerlo!

L’uragano continuava ad imperversare e l’andatura dei portatori, invece di rallentare, aumentava sempre più, e, quando i tuoni cessavano, Jean Baret udiva la loro respirazione affannosa e la corsa della scorta.

Di tratto in tratto subiva un brusco soprassalto e si sentiva come proiettato innanzi: era un uomo fresco che sostituiva uno sfinito da quella corsa sfrenata.

— Anche questa volta hanno molta fretta di mostrarmi al marajah, — mormorò Jean Baret. — Che garretti hanno questi uomini! Possono sfidare i [p. - modifica]Sei prigioniero... (pag. 354). [p. 321 modifica]cavalli! Si rompessero almeno le gambe! E non tenterò nulla io nel frattempo? I miei denti sono ancora buoni: cercherò di rodere le corde.

Il francese, lo abbiamo veduto, oltre essere robustissimo, possedeva un’agilità straordinaria. Fino dalla giovinezza aveva coltivato con passione tutti gli esercizi del corpo e sapeva disarticolarsi al pari d’un saltimbanco e prendere tutti gli atteggiamenti, che sembrano talvolta assolutamente incompatibili coll’organizzazione umana.

Si mise quindi all’opera, quantunque avesse ben poca speranza di riuscire nel suo intento, a causa della robustezza della rete, della mancanza di un’arme tagliente e della scorta.

Per un quarto d’ora si stirò, si raggomitolò, si dibattè facendo mille soprassalti muscolari, ma finì per dichiararsi vinto.

La rete non aveva ceduto e tanto meno i legami che lo avvincevano.

— Tutto è inutile, — mormorò, con rassegnazione. — Per me è finita e dovrò rivedere quell’antipatico marajah, quel tiranno che manda all’altro mondo i suoi nemici senza nemmeno dire: guardatevi.

Mentre così monologava, i portatori continuavano a galoppare come giovani cavalli, surrogandosi ogni mille passi. Tuonava e pioveva sempre, eppure non accennavano a fermarsi in nessun luogo.

Quella corsa durò quattro lunghe ore, che al francese parvero eterne, poi bruscamente rallentò. Attraverso la fitta tela filtrava un po’ di luce. [p. 322 modifica]

L’alba doveva essere spuntata.

— Saremo forse giunti? — si domandò Jean Baret.

Stava per chiederlo ai portatori, quando gli parve di udire in lontananza dei clamori e delle fucilate che aumentavano d’intensità.

— Si combatte in qualche luogo, — disse. — Che Amali abbia trovato al borgo i pescatori e ci abbia inseguiti? No, è impossibile che abbia organizzato la caccia così presto! Eppure queste sono fucilate!

In quel momento la coperta gli fu tolta e vide la scorta radunata intorno ai tre palanchini e colle armi in mano.

— Dove siamo? — chiese ad uno dei portatori.

— Presso Jafnapatam, — rispose il cingalese.

— Si combatte nelle vie della capitale?

— Qualche grave avvenimento succede. Vediamo alzarsi del fumo e udiamo delle scariche.

— Sarà scoppiata la rivoluzione?

— Non ne sappiamo nulla.

I capi della scorta, radunati dinanzi ai palanchini, discutevano animatamente. Jean Baret li udì più volte esclamare:

— Insurrezione! Insurrezione!

Quella fermata durò cinque minuti, poi tutti si misero in cammino, dopo d’aver nuovamente coperto i palanchini.

Le grida aumentavano e anche gli spari rimbombavano sempre più vicini. Qualche grande avvenimento doveva nascere a Jafnapatam.

Per altri venti minuti i portatori s’avanzarono, [p. 323 modifica]poi nuovamente si fermarono, mentre intorno a loro s’udivano voci rauche e minacciose.

— Fermatevi!

— Chi conducete?

— Chi sono questi prigionieri?

— Chi oppone resistenza sarà ucciso!

— Fate largo! — grida una voce. — Andiamo dal marajah.

Urla furiose si alzano dappertutto.

— Abbasso il marajah! Morte al tiranno! Consegnate i prigionieri!

Venti mani strappano la coperta che nasconde Jean Baret e questi si vede circondato da una folla di cingalesi, armati di carabine, i quali non sono quelli della scorta.

Un grido di gioia e di stupore prorompe da cento bocche.

— L’uomo bianco! Il salvatore di Amali! Viva il francese!

Jean Baret si sente liberare dalla rete e sollevare in aria. Vede dappertutto gente armata che si pigia su una vasta piazza e che agita pazzamente le mani, salutandolo con entusiasmo. Per un momento credette di sognare.

Un uomo, che porta sul capo un enorme ciuffo di piume di pavone e che indossa una superba camicia di seta azzurra ricamata d’argento, fende la folla, fa deporre a terra il francese ancora stupito e gli stringe la mano dicendogli:

— Io sono il fratello del capitano Binda ed io so che voi l’avete salvato dai denti dei coccodrilli: [p. 324 modifica]volete mettervi alla nostra testa? La rivoluzione trionfa dappertutto.

— Non comprendo — rispose Jean Baret, che non sapeva raccappezzarsi di quella entusiastica accoglienza.

— Abbiamo saputo che Amali è sbarcato coi suoi pescatori di perle per riconquistare il trono e vendicare suo fratello e tutta la popolazione è insorta contro il marajah. Siamo stanchi di questo tiranno che anche ieri ha gettato in pasto ai coccodrilli il suo primo ministro e due capitani, che si erano permessi di contraddirlo. La città è in fiamme e dappertutto si combatte per assalire il palazzo reale che è difeso dai candiani. Abbiamo proclamato Amali marajah.

— Amali ha rinunciato al trono ancora prima di conquistarlo — disse Jean Baret — ma qui vi è il suo successore.

— Siete voi?

— No, Maduri, il figlio dell’assassinato generale, il legittimo erede del trono di Jafnapatam.

— Dov’è?

— Eccolo!

Jean Baret si slancia sulla seconda lettiga, strappa la tela, svolge rapidamente la rete e al popolo stupito mostra il giovane principe.

Un grido uscito da mille bocche scoppia.

— Viva Maduri! Viva il nostro marajah!

Dieci braccia sollevano il palanchino e portano in trionfo il giovane. L’entusiasmo è al colmo; un vero delirio invade gl’insorti. [p. 325 modifica]

— Che cosa faremo ora? — domandò Jean Baret, al fratello del capitano.

— Marcieremo sul palazzo reale per espugnarlo.

— Chi lo difende?

— I candiani.

— Sono molti?

— Un migliaio e noi siamo diecimila.

— Volete uccidere il marajah?

— Lo faremo prigioniero per ora. Amali e Maduri decideranno poi della sua sorte.

— Sono con voi.

— Vi nominiamo nostro generale; non rifiutate.

— Accetto, — rispose Jean Baret.

— Ed Amali, quando giungerà?

— Aspetta sedicimila pescatori per invadere lo stato.

— Penserà lui a battere le bande dei candiani che percorrono il territorio e che forse stanno muovendo sulla capitale a marcie forzate. Il marajah, sospettando l’insurrezione, li ha fatti richiamare.

— Quanti soldati avete con voi?

— Seicento, gli altri sono popolani.

— Avanti i guerrieri; gli altri ci presteranno man forte se sarà necessario.

Il fratello del capitano Binda manda due fischi potenti e fa squillare alcune trombe. In meno di dieci minuti due colonne di trecento uomini ciascuna, mirabilmente equipaggiate, si allineano in mezzo alla vasta piazza, respingendo la folla.

— La truppa è solida — disse Jean Baret a Durga. — Io prendo il comando della prima [p. 326 modifica]colonna e tu della seconda. Affido a te la difesa del futuro marajah di Jafnapatam.

— Questa volta nessuno me lo prenderà, signore — rispose il luogotenente di Amali.

— Avanti! — gridò il francese, con voce tuonante. — Preparate le armi!

Le due colonne si mettono in marcia, seguite da un immenso codazzo di popolani armati di spadoni, di lancie, di mazze, di scuri, di archi, di freccie e anche di semplici bastoni. È una turba disordinata, esaltata, che può servire però per dare l’ultima scossa al trono, ormai vacillante, del marajah.

In tutte le vie si combatte. Jean Baret ode a destra ed a sinistra urla selvaggie, colpi di fuoco e vede alzarsi delle fiamme e dei turbini di fumo. Sono i candiani mercenari che cercano di domare ancora l’insurrezione e che si misurano col popolo. I combattenti, divisi in due colonne, procedono impavidi, colle carabine sotto il braccio, e penetrano in una larga via dove si odono grida, ingiurie, imprecazioni, colpi di spingarda e colpi di fucile.

Dalle finestre e dalle terrazze piovono sassi, mobili, vasi di terra e proiettili d’armi da fuoco.

— Qui abitano i partigiani del marajah, — disse il fratello di Binda, che camminava a fianco di Jean Baret. — Avremo battaglia, vedo in fondo alla via i candiani.

— Chiudete le file! — comanda il francese.

I cingalesi si stringono e affrettano il passo, mentre dall’alto continua a piovere sulle loro teste ogni sorta di lordure e sibilano delle palle. [p. 327 modifica]

Alcuni soldati cadono. I candiani hanno cominciato il fuoco per impedire a quelle due colonne di giungere al palazzo reale ed i partigiani del marajah li aiutano meglio che possono.

— Rideremo! — esclama Jean Baret. — Giacchè non volete sgombrare la via al nuovo marajah, l’apriremo colla forza.

— Avanti voi altri, tutti dietro a me!... Preparatevi a caricare.

I trecento soldati, che hanno abbracciato la causa degli insorti, alzano le carabine e si ode uno scricchiolio precipitoso: i cani sono montati.

— Fuoco! — urla il francese.

Una fucilata irregolare si ode da tutte le parti, abbasso ed in alto.

I partigiani del marajah, pochi senza dubbio, ma non meno risoluti dei candiani a difendere il loro signore, sparano sulla truppa, scaricando le pistolone a pietra, i vecchi tromboni importati duecent’anni prima dai portoghesi, loro primi dominatori, e dei moschettoni a miccia penosamente sorretti da tre uomini.

Lo spreco che fanno di polvere e di proiettili è enorme, eppure è maggiore il baccano che non il danno.

I cingalesi mutano ben presto le cose. La loro colonna si apre in due e dalle canne delle carabine indiane sorge una lunga striscia di fuoco e di fumo. Acute detonazioni scuotono le case che fiancheggiano la via. I cingalesi sparano dentro le finestre, sulle terrazze, sui tetti, dappertutto ove vedono comparire un combattente. [p. 328 modifica]

I partigiani del marajah, spaventati, fuggono saltando dalle finestre e cadono crivellati, fulminati a bruciapelo. Le case sono incendiate e lingue di fuoco s’alzano a destra ed a sinistra fra turbini di fumo e nubi di scintille.

I candiani, che occupano l’altra estremità della via, vedendo quelle due colonne slanciarsi a corsa sfrenata e non sentendosi più appoggiati, fuggono ripiegandosi disordinatamente verso il palazzo reale.

— Sarà cosa facile rovesciare il tiranno, — mormora Jean Baret soddisfatto. — Se questi soldati tengono duro, prima di questa sera Maduri siederà sul trono dei suoi avi, senza l’aiuto dei pescatori di perle. Questo si chiama aver fortuna!