Tigre reale/XI

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XI

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X XII


[p. 118 modifica] Ecco cosa aveva il marito:

Rendona m’avea detto: - Che va a fare La Ferlita ad Acireale? L’ho incontrato due volte alla stazione.

— Sarà andato a Giarre; uno dei poderi di sua moglie è in quelle vicinanze.

Giorgio dopo quella stretta di mano singolarmente espressiva, che mi avea dato la sera in cui il dottore avea raccontata la storia della sua ammalata dell’Albergo dei Bagni, non mi avea detto più nulla, anzi avea evitato le più lontane allusioni a quella circostanza; nei rarissimi momenti [p. 119 modifica]che lo sorprendevo soprapensieri si affrettava ad intavolare un discorso qualsiasi, come avesse letto una indiscreta interrogazione ne’ miei occhi. Del resto, meno quelle passeggiere preoccupazioni, non si curava d’altro che della moglie e del figlio che avea una salute cagionevole, e sembrava che tutto il suo mondo stesse in quelle due creature.

— La mia ammalata deve essere matta da legare, mi disse un giorno Rendona alla stazione di Acireale, dove andavo pei bagni. Ha saputo che al Comunale vi sarà una rappresentazione straordinaria e vuole assistervi. Figurati in quello stato! Io me ne son lavate le mani. È affare che riguarda il capo-stazione, e c’è caso che nella mezz’ora di viaggio abbia a finire in vagone.

La sera di quella rappresentazione anch’io ero a Catania, e vedendo in teatro La Ferlita colla moglie ero andato nel loro palchetto. Avevo sempre prestato un’attenzione assai mediocre alla storia della russa ch’era inferma all’Albergo dei Bagni, poichè alloggiando nello stesso albergo non l’avevo mai vista, nè avevo udito parlare di lei, e [p. 120 modifica]avevo dimenticato persino quel che ne avea detto il Rendona, allorchè un improvviso movimento, e il subitaneo pallore da cui si coperse La Ferlita mentre stava discorrendo, me ne fecero risovvenire di botto.

Il teatro era mezzo vuoto, e si vedevano pochissimi visi nuovi; ma verso la metà dello spettacolo si era udito aprire l’uscio di un palchetto in terza fila, di fronte a quello dove eravamo, e vi si era visto un po’ di movimento in fondo; però nessuno era venuto a mettersi sul davanti, e il palchetto sembrava vuoto come prima. Nondimeno gli sguardi di Giorgio vi correvano sempre, anzi vi si sprofondavano con tale ansietà paurosa che seguendoli vidi anch’io che c’era qualcheduno. Scorgevasi in fondo e nell’ombra qualcosa di bianco, delle forme indistinte che stavano immobili. Io ci rivolsi il cannocchiale un istante e vidi chiaramente un pallido viso di donna così scarno che il profilo sembrava scolpito nettamente dall’ombra, e che gli occhi sembravano nerissimi, enormi, luccicanti come fossero fosforescenti. Quegli [p. 121 modifica]occhi ardenti stavano rivolti verso di noi con una tenacità singolare. Giorgio era in preda ad una sorda agitazione; parlava con vivacità delle cose più disparate, e due o tre volte avea preso il suo cappello e l’avea posato con dei movimenti nervosi. Ad un tratto la figura che stava nell’ombra si alzò, e venne a sedere un momento sul davanti; era tutta vestita di trine e di raso bianco, senza un gioiello, coi folti capelli biondi annodati mollemente un po’ bassi sulla nuca; avea dei guanti lunghi sino quasi al gomito, e attraverso la trasparenza del merletto si vedevano gli omeri scarni, il petto incavato, le braccia su cui i guanti s’increspavano; sotto la polvere di riso si indovinava il pallore cadaverico; ma nondimeno quel viso consunto, quelle labbra smorte, quell’occhio arso dalla febbre avevano un fascino irresistibile. Ella alzò il suo binoculo e lo puntò su di noi. Tre o quattro cannocchiali si erano rivolti verso quella strana figura che sembrava sorgere improvvisamente dall’ombra. La signora [p. 122 modifica]La Ferlita discorreva sempre gaiamente, e ad un tratto, ad un movimento del marito, alzò gli occhi anche lei. Giorgio senza finire quel che stava dicendo balbettò che andava a far delle visite ed uscì. L’incognita si ritrasse nel fondo del suo palchetto, nè più si vide. Di tanto in tanto si udiva lassù, in terza fila, uno scoppio di tosse soffocata.

La signora Erminia non mi avea domandato chi fosse quella sconosciuta la quale per un istante avea attirato la curiosità di una metà degli spettatori, nè io avrei saputo dirglielo; ma era tornata a casa taciturna, e sembrava meno allegra di prima. Mi disse per altro essere in pensiero pel suo Giannino che da qualche giorno stava maluccio. Giorgio stette un’ora presso la culla a tempestare Rendona di domande, di dubbi e di timori esagerati, e passò il rimanente della sera colla moglie, più affettuoso che mai e quasi riconoscente. Malgrado di tutto ciò si tradiva in lui un certo sforzo, come se volesse vincere una inesplicabile irrequietezza; sembrava in certi momenti che temesse qualche cosa. [p. 123 modifica]Io ero ritornato ai miei bagni. Una volta mi era sembrato d’incontrare nel piccolo giardino dell’albergo quella stessa donna che mi avea fatto sì strana impressione al teatro; era la medesima figura estenuata e triste, in cui la fierezza e un certo che di vivo e di ardente, sembravano ribellarsi ancora; andava lenta, stanca, appoggiandosi al braccio di qualcuno — un signore alto e biondo — e mi fissò in volto quei medesimi occhioni divoranti e accerchiati di un solco bruno.

Il giorno stesso vennero a dirmi che la signora che occupava il grande appartamento del primo piano desiderava parlarmi. Non conoscevo la signora del primo piano, non mi aspettavo quell’ambasciata fatta in modo singolare, ma non fui incerto un istante sul chi ella fosse, e di chi avesse a parlarmi. Scendendo al primo piano sentivo un presentimento doloroso che mi stringeva il cuore.

Allorchè entrai stava presso la finestra; quantunque fosse la metà di maggio, avea fatto accendere un gran fuoco. Il sole era tramontato e nella stanza regnava la luce incerta di quell'ora, [p. 124 modifica]sebbene anche le due lanterne fossero accese. Dalla finestra si vedevano alcuni fiocchetti di nuvole rade, ancora leggermente illuminate sul cielo più scuro, che andavansi sfilacciando qua e là. Il viso della donna rimaneva al buio, sprofondata com’era in una gran sedia a bracciuoli. Era vestita di nero; avea una treccia bionda, allentata e quasi disciolta, che serpeggiava sulla spalliera e le mani dimagrate e bianche scintillavano di gemme. I suoi occhioni grigi, profondamente infossati, sembravano ardere e consumarsi, le labbra pallide e chiuse avevano una piega dolorosa. La morte avea lambito colla sua ruvida lingua quel viso trafelato, così bianco come se non vi scorresse più una sola goccia di sangue, e vi avea lasciato delle sfumature livide. Non la dimenticherò mai più.

Ella inchinò il capo con un triste sorriso, e mi fè cenno colla mano di mettermi a sedere.

Taceva, come dovesse superare uno sforzo, o ricordarsi di quel che voleva dirmi; c’era ancora qualcosa che non era vinta e che si ribellava in [p. 125 modifica]lei; la fronte altera di quella tigre ferita a morte avea un’aria di maestà.

— Ella sarà sorpresa del mio invito, mi disse lentamente, ma io la conosco da un pezzo, e non ho tempo di aspettare una presentazione. Ella è amico del signor La Ferlita... l’ho visto spesso con lui a Firenze, allorchè egli ebbe un duello... si rammenta?... ed anche qui vicino, a Catania... li ho visti insieme.

Chiuse gli occhi un momento, o almeno mi parve, chè così com’era situata il suo viso non si distingueva chiaramente. Dopo due o tre secondi di silenzio riprese con un accento che mi parve più profondo.

— Adesso anche lei sa chi sono io... Giorgio le avrà parlato di me.— Costei abbordava il punto spinoso della nostra conversazione con tale altera e disinvolta franchezza che di noi due io ero al certo più imbarazzato di lei. Mi porse la mano secca, arida, arsa. — Ora spero che mi perdonerà il disturbo che le ho dato, aggiunse con una voce che mi penetrò sino all’anima; sentivo [p. 126 modifica]confusamente quel che avrebbe dovuto esserci nel cuore di Giorgio se egli si fosse trovato al mio posto.

Ella dopo un altro silenzio, forse dopo aver superato un’ultima esitazione:

— Il signor La Ferlita è ammogliato?

— Si.

— È felice?

— Lo credo.

Ammutolì e reclinò la fronte sulla mano. Che cosa sarà stato in quell’anima? Quando rialzò il capo il suo profilo sembrava essersi pietrificato; il naso e la fronte spiccavano nell’ombra con linee secche ed angolose, ma era perfettamente rassegnata o impassibile.

— Grazie, signore, mi disse. Un’ultima preghiera... non gli dica nulla di questa mia fantasia da inferma, non gli dica nemmeno di avermi vista.

Mi accomiatò con un’ultima stretta di mano, e rimase immobile e calma. Soltanto allorchè fui sull’uscio, voltandomi verso di lei, la vidi che si teneva il fazzoletto sul viso.