Tigre reale/XVIII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
XVIII

../XVII IncludiIntestazione 20 ottobre 2010 100% Romanzi

XVII


[p. 203 modifica] Erminia migliorò realmente, e in capo a pochi giorni entrò in piena convalescenza. Giorgio non la lasciava un momento; la covava, come si dice, cogli occhi, quasi dovesse farsi perdonare un gran fallo, dimenticando i brutti giorni passati a misura che la moglie rifioriva in salute, e sentendosi rinascere anche lui. Godeva di vederla assisa nella sua poltrona, vicino a quella finestra, pallida ancora e dimagrata, sorridendo con una dolce tinta di mestizia a lui e al suo bambino, e provava un vago sentimento di letizia a far riandare il pensiero a quella notte angosciosa passata [p. 204 modifica]ai piedi del letto, a quei tristi giorni agitati. Allorchè contemplava le membra gracili e qualche volta ancora tremanti della cara persona provava una tenerezza nuova, più profonda, più intensa, e insieme una commiserazione affettuosa per quel che ella avea dovuto soffrire, una grande devozione, un gran rispetto per la debole creatura che gli avea dato tal lezione di forza. In alcuni momenti avea vergogna, trovavasi umiliato dinanzi a lei così nobile e modesta, sentiva confusamente una gran gioia di amarla tanto, e d’esserne tanto amato, per dimenticare insieme a lei.


Verso gli ultimi del giugno, Rendona diede finalmente la sua approvazione a quel famoso progetto d’andare a passare l’estate in campagna, che Giorgio ficcava in tutti i discorsi, e suggeriva come il rimedio per eccellenza. Faceva già troppo caldo per andare a Tremestieri o alla Piana; Erminia avea fatto accettare Giarre. I preparativi furono una grande occupazione e una gran festa. Partirono finalmente una domenica, col treno della mattina; dal cielo sembrava piovere [p. 205 modifica]della polvere d’oro, il mare luccicava di strisce d’argento; i giardini sparsi lungo la linea gettavano dentro i vagoni la fragranza dei fiori d’arancio; alle stazioni di campagna si vedevano dei contadini in abito di festa; le ragazze che passavano per le vie di campagna parallele alla strada ferrata salutavano il convoglio con grida giulive. Alla stazione di Acireale c’era una gran folla di venditori ambulanti, di cacciatori, e di contadini della Calabria che venivano a stormi per la mietitura. I due sposi erano soli nel loro scompartimento; Erminia osservava con curiosità il va e vieni di bagagli e viaggiatori; Giorgio guardava dall’altra parte. Il convoglio stava fermo più del tempo prescritto, poichè sulle rotaie si eseguivano delle manovre per un altro treno speciale che partiva. Questo treno era formato da due sole carrozze, oltre la macchina. In quel momento giungeva un signore di una certa età, biondo e vestito di nero, seguito da alcuni domestici, anch’essi in lutto; un impiegato della stazione chiudeva con fracasso lo sportello di uno dei vagoni [p. 206 modifica]che all’interno era parato di nero; in fondo a quel vagone si vedeva qualcosa come una bara, con una gran corona di fiori e un gran nastro che pendeva da un lato. Il signore in lutto si era levato il cappello, avea scambiato qualche parola col capo-stazione ed era montato sull’altra carrozza. Alle finestre dell’albergo stavano affacciati molti curiosi, coi gomiti appoggiati sul davanzale. Erminia s’era rivolta verso il marito e l’avea visto pallido e stralunato, ritto presso lo sportello, guardando quello spettacolo con occhi affascinati. La macchina dell’altro treno fischiò e il funebre convoglio partì lentamente, barcollando. Giorgio, ch’era rimasto tutto quel tempo come una statua, senza fare un gesto e senza dire una parola, si strinse nelle spalle con un brivido improvviso di freddo, sprofondò il capo nelle spalle, quasi volesse nascondervelo, e cadde seduto.

Erminia s’era fatta pallida anch’essa, quasi avesse visto anch’essa quel fantasma implacabile mettevasi fatalmente un’ultima volta sul loro cammino, e sembrava sorgere dalla tomba per attraversare [p. 207 modifica]tutti i loro sogni di pace, di amore e di felicità. Giorgio era annichilato: ad un tratto sentì stringersi la mano e si trovò il bimbo che gli era stato messo fra le braccia; il povero Giannino lo guardava sbalordito. La Ferlita con un movimento brusco e improvviso nascose il volto fra quelle piccole braccia, fuggendo una visione terribile, e sentì le braccia di Erminia che gli cingevano il collo.

—Povero Giorgio! mormorava Erminia. Noi t’ameremo tanto! tanto!...

Egli, senza una lagrima, ma pallido come un cadavere, se li strinse entrambi sul petto, forte, e a lungo.



Allorchè il convoglio si fermò a Giarre egli alzò il capo tuttora pallidissimo, guardò al di fuori, respirò con forza; sembrava si destasse da un lungo e penoso sonno. Il funebre treno che li precedeva era scomparso; il fumo svolgevasi ancora lentamente dall’imboccatura della galleria, [p. 208 modifica]squarciandosi e diradandosi in larghi fiocchi sul cielo azzurro.

Non rimaneva più altro del passato.


Quando furono a Giarre, La Ferlita vi trovò un dispaccio telegrafico che era stato rimandato dall’ufficio di Catania, e che l’aspettava. Il telegramma non conteneva, oltre l’indirizzo e la data, che questa sola parola:

«Addio.»


fine