Trattato de' governi/Libro quarto/XIV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro quarto
Capitolo XIV:
Se li cittadini, che sono nelli magistrati, e che non ne sono, debbono dirsi li medesimi, e a che fine debba essere indiritta la republica

../XIII ../XV IncludiIntestazione 17 dicembre 2011 75% filosofia

Aristotele - Trattato de' governi
(Politica)
(IV secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Bernardo Segni (XVI secolo)
Libro quarto
Capitolo XIV:
Se li cittadini, che sono nelli magistrati, e che non ne sono, debbono dirsi li medesimi, e a che fine debba essere indiritta la republica
Libro quarto - XIII Libro quarto - XV


[p. 175 modifica]Ma perchè tutta la civil compagnia è composta di chi comanda, e di chi ubbidisce, è però da esaminare, se diversi debbono essere quei che comandano, e quei che ubbidiscono, o li medesimi sempre. Chè gli è manifesto, secondo tal distinzione, conseguire la distinzione della disciplina. Ora adunche se gli uomini fussin tanto differenti l’uno dall’altro, quanto noi stimiamo che gli Dei, o li Semidei sieno differenti dagli uomini, per essere primieramente eccellenti più degli altri nella persona, e di poi nell’animo (di tal maniera che senza contrasto, e manifestamente apparisse ai sudditi la eccellenza di chi governa), è chiaro, ch’e’ sarebbe me’ dire, che li medesimi dovessino essere sempre, cioè questi sudditi, e quei padroni.

Ma perchè ciò non è agevole ad essere, nè si ritrova quello, che dice Scilace ritrovarsi appresso gli Indi [p. 176 modifica]presso gli Indi i loro re, che avanzano li sudditi d’eccellenza di bene in infinito, è però manifesto, che per molte cagioni egli è forza ordinare, che tutti comunichino della scambievole podestà d’ubbidire, e di comandare. Perchè giusto è il medesimo infra i simili, e con difficoltà può essere, che un governo si mantenga senza giustizia; perchè sempre con li non partecipanti del governo stanno di tutta la provincia quei, che son vaghi di cose nuove, e che li partecipanti d’uno stato sieno tanti di numero, ch’e’ prevaglino a tutti questi è impossibil cosa. — E contuttociò non si dubita, che li cittadini di magistrato non debbino essere differenti da quei che son privati. Ma qualmente stia questa cosa, e come e’ n’abbino a partecipare, è uffizio da considerarsi dal legislatore, ed io n’ho innanzi parlato; cioè, che la natura stessa ha fatto questa distinzione infra quegli, che per sangue sono una cosa medesima, facendo questi giovani, dico, e quegli vecchi; dei quali all’una parte sta bene d’ubbidire, e all’altra di comandare. E nessuno, che è inferiore d’età, ha per male di stare sottoposto, nè si stima da più del superiore, e tanto meno l’ha ei per male, quando e’ sa, che pervenuto a quegli anni, egli avrà quel medesimo onore. — Debbesi dire pertanto, che in certo modo e’ sieno li medesimi quei, che comandano, e quei che ubbidiscono; e in un altro, che e’ non sieno li medesimi. Onde l’erudizione medesimamente si debbe porre in un certo modo la medesima, e in un certo altro diversa. Che’ e’ si dice, che chi ha ad essere buon principe, debbe imprima avere imparato a star sotto li comandamenti. E del principato, siccome io ho detto innanzi, una sorte n’è per cagione del principe, e l’altra per cagione del suddito; dei quali principati l’uno si dice essere signorile, e l’altro libero. E certi servigi sono differenti non [p. 177 modifica]fine, ch’e’ si fanno. Onde molti ministeri, che pare che abbino del servile, e ehe sieno da giovani, sta bene amministrargli agli uomini liberi; imperocchè l’azioni non si diversificano tanto por loro stesse dall’onesto, o dal brutto, quanto per il fine, e per la cagione, onde elle si fanno. Ma perchè noi diciamo ancora la virtù medesima appartenersi al cittadino, e a chi è in magistrato che s’appartiene all’uomo buono; e perchè il medesimo debbe innanzi ubbidire e poi comandare, però debbe il legislatore mettere ogni diligenza, che gli uomini si faccino buoni, e insegnare i precetti, onde egli abbino a farsi, e il fine della ottima vita.

L’anima nostra si divide in due parti, delle quali l’una ha la ragione in sè stessa e l’altra non l’ha in sè stessa; ma le può bene ubbidire; nelle quali due parti dico io essere le virtù, mediante le quali l’uomo diventa buono in certo modo. Delle quali due parti in quale d’esse è più il fine? Certo che chi le divide, come l’ho divise io, e’ non è dubbio qualmente ci si abbia a fare determinazione, che sempre il peggio è da stimarsi che sia per cagione del meglio. E ciò similmente apparisce per via dell’arte, e per via della natura, e però è migliore la parte che ha la ragione.

E questa parte si divide in due, nel modo consueto da me di dividerla; e l’una si chiama ragione attiva e l’altra ragione speculativa. Onde è ancora necessario di dividere queste parti. E l’azioni d’esse parti diremo avere in fra loro la medesima corrispondenza, e che quelle, che sono più eccellenti per natura, maggiormente sieno appetibili da chi può conseguirle, o tutte, o almeno due di loro; che ciascuno invero sempre mai desidera più quella cosa, che è l’ultima e ch’è più difficile a conseguirsi.

La vita nostra ancora si divide tutta in ozio, e in negozio; in guerra, [p. 178 modifica]e in pace. E delle cose agibili parte ne sono necessarie, e utili, e parte ne sono oneste; delle quali è necessario fare la medesima divisione, che delle parti dell’anima, e delle azioni d’esse parti, cioè, che la guerra si dee torre a fare per fine della pace, e il negozio per fine dell’ozio, e l’azioni necessarie, e utili per fine dell’oneste.

Debbesi pertanto nel por le leggi aver l’occhio a tutte queste cose, e quanto alle parti dell’anima, e quanto alle azioni d’esse parti, ma molto più si debbe aver l’occhio alle più eccellenti, e a quelle che son fine. E il medesimo ordine si dee tenere nel divider le vite, e l’azioni, cioè, ch’e’ si debbe essere talmente disposto, che e’ si possa negoziare, e far guerra; ma che e’ si debba anteporre l’ozio, e la pace, e che e’ si debba fare le cose utili, e necessarie, ma molto più l’oneste. E a questi segni si debbono instruire quegli, che sono ancora giovanetti, così l’altre età, che abbin bisogno d’erudizione.

Ma oggidì quelle città greche, che pare che abbino governo buono, e quei legislatori, che gli hanno ordinati, non pare già, che abbino indiritto i loro ordini in questi governi allo ottimo fine, nè che egli abbino posto le leggi, e l’erudizione all’intera virtù: anzi vilmente essersi inclinati a favorire l’utili, e quelle, che insegnano acquistare più. E in questo simile modo li più moderni, che hanno scritto leggi, hanno la medesima opinione dimostrato d’avere, che quei che prima: imperocchè lodando essi la republica di Sparta, e’ vengono ad amare il fine del legislatore spartano: perchè e’ vi fece tutti gli ordini per fine ch’ella acquistasse imperio, e potesse far guerra.

Li quali ordini dalla ragione sono riprensibili, e dagli stessi fatti sono al presente convinti; perchè così come la più parte degli uomini ha caro di signoreggiare ai più, imperocchè molte facultà, e molte prosperità di fortuna si [p. 179 modifica]traggono di simile impresa; però e ancora Tibrone pare che abbia amato il legislatore di Sparta, e il medesimo ha fatto qualunche altro che ha scritto di quella republica parendo loro, che per averla il legislatore esercitata assai ne’ pericoli, ella divenisse signora di più popoli.

Ma egli è manifesto, che ora che gli spartani non hanno più imperio, essi non sono più felici, nè il loro legislatore è più buono. Questa è ancora cosa ridicola, perchè essi abbino lasciato il ben vivere, osservando le leggi loro poste e non avendo avuto impedimento alcuno nell’eseguirle. Non stimano bene ancora costoro del principato, qual dico, debba essere pregiato maggiormente da un dator di legge; imperocchè l’imperio libero è più bello che non è l’imperio signorile ed è il primo più dalla virtù accompagnato.

Oltra di questo e’ non si debbe perciò riputare la città felice, nè lodare per questo il legislatore, perchè egli abbia, cioè, esercitativi gli uomini alla guerra, e al signoreggiare ai vicini, imperocchè tai cose fanno un gran nocumento. Chè egli è manifesto che uno tale ordine insegnerà ancora nei cittadini a chi avrà più potenza di fare ogni cosa per signoreggiare la sua patria, di che incolpano gli spartani il re Pausania; avvenga ch’ei fusse constituito in quel grado. Che certamente nessuna di queste leggi è nè utile, nè vera; anzi il legislatore debbe imprimere nella città e nelle menti degli uomini quelle cose, che sono ottime e al privato e al publico.

Nè l’esercizio militare si debbe studiare per fine di soggiogare chi è indegno di stare sottoposto; ma principalmente perchè chi l’esercita non sia suggetto ad altri; e di poi per acquistare imperio, che giovi a chi è vinto, e non per acquistare imperio, in ogni modo sopra gli uomini; e nel terzo luogo per acquistarlo sopra chi è degno di stare sottoposto. E con le ragioni concordano li fatti [p. 180 modifica]a mostrare, che il legislatore debbe piuttosto indirizzar gli ordini militari, e tutti gli altri in maniera, che li uomini vi amino l’ozio, e la pace; con vedersi, che la più parte di queste città, che sono armigere, si mantengono infino a tanto ch’elle hanno da combattere: e acquistato ch’elle hanno l’imperio, ch’elle si spacciano, perchè nella pace elle arrugginiscono, non altrimenti che si faccia il ferro. E di ciò n’è stato cagione il legislatore, che non l’ha avvezzate a saper vivere in ozio.