Trattato di architettura civile e militare I/Trattato/Libro 3/Capo 4

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Trattato - Libro 3 - Capo 4

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CAPO IV.

Dei capitelli de’ tre ordini.

Essendo già dichiarato qual proporzione debba avere in se tutta la colonna, per generali regole ora è da trattare delle proporzioni delle sue parti principali, le quali sono tre, cioè capitello, stilo e base. E prima del capitello, perchè al capo dell’uomo si assomiglia e da quello il nome ha preso: dove è da sapere che a diverse specie di colonne diversi capitelli si richiede. Onde, siccome prima fu detto delle colonne doriche, come primamente furono trovate, così prima è da considerare del capitello che alle doriche si conviene: dipoi del capitello delle ioniche, e ultimo delle corintie. Le quali proporzioni con gran diligenza e non con piccola fatica per esperienza ho visto, trovato e misurato più e più volte: sicchè, di molti e molti esempi, nessuno discrepante, si può conchiudere la regola generale, come le altre universali conclusioni dalle sue particolari ricevono verità e notizia. [p. 203 modifica]

Dico adunque che l’altezza del capitello dorico è terza parte del diametro da piedi della colonna (1); onde, secondo la prima invenzione dell’altezza della colonna dorica, che fu sei diametri, saria l’altezza del capitello suo la decimaottava parte dell’altezza d’essa colonna, e secondo l’addizione la quale in uso fu messa, saria la 1/21.

Il capitello che alle ioniche colonne si ricerca, debba essere alto due terzi di diametro d’essa colonna da piedi (2): onde perchè l’altezza sua è otto diametri, viene ad essere l’altezza del capitello una dodicesima parte di quella della colonna.

Il capitello corintio è un integro diametro della sua colonna da piedi (3): adunque è la nona parte l’altezza sua di quella della colonna, e a questa proporzione ridussero i capitelli li ionici, e spesse volto la mettevano in uso.

Essendo manifesta l’altezza di tutti i capitelli, è da dichiarare lo sporto loro quale debba essere, e dove. Onde dico che i dorici e ionici ricercano un medesimo sporto, e questo è di tale proporzione: dividasi il diametro della colonna da capo in tre parti eguali, e dipoi una di queste parti si dia allo sporto da mano destra e una da sinistra, cioè ai due cartocci dai lati sportanti. Ma lo sporto del capitello corintio da ogni banda richiede il predetto terzo, e oltre a questo un sesto per lato, e questo sesto da ogni banda si dà all’abaco, che nella sommità del capitello si loca; e questa è la sua potissima regola, avvegnachè in altri varii modi si possa pigliare, come meglio appare per il disegno (4). [p. 204 modifica]

Essendo stati lungo tempo i capitelli delle colonne ornati solo di cincinni, cioè capellamenti e frutti, a caso passando un giorno Callimaco corintio, secondo che testifica Vitruvio (5), appresso ad un orto nel quale era un cesto dove una vergine era seppellita, sotto il quale era un’erba chiamata l’acanto, e questa sorgendo e germinando per le rime del cesto, sopra del quale era stato locata per coprimento una grande tegola, nella quale, transportante alquanto fuori del cesto, le frondi della detta erba riporcoteano e nell’estremità degli angoli della tavola causavano più rivoluzioni per la sua ripercussione, questo considerando Callimaco, come avviene che gli scultori o pittori ampliando le cose naturali, come a loro ed ai poeti sempre fu lecito formare le artifiziali più ornate, estimò tutto quel cesto insieme con le riflesse e ritorte frondi potere essere similitudine di un ornato capitello. Tornando a casa ne disegnò più con foglie, viticci, caulicoli e volute, alle quali parti ancora trovò la proporzione, come immediate dichiarerò.

In prima adunque è da intendere che tutto il capitello insieme con l’abaco debba esser diviso in sette parti eguali, e di queste una se ne dia all’altezza dell’abaco; dopo queste, facciansi gli angoli diagonii segnati (Tav. II. 2) tanto lati quanta è l’altezza dell’abaco: dipoi sia tratta una porzione di linea circolare dai due angoli diagonii A e B, e questa linea tocchi nel punto di mezzo il tondo segnato nell’abaco della grossezza o circonferenza della colonna da capo segnata per C, e tutto quello che include la detta parte di circolo si tragga via dall’abaco: dipoi, in mezzo delle dette curvature o concavità si lasci un quadro, di cui le facce o cosce siano quanto l’altezza dell’abaco, cioè la settima parte del capitello; e questo quadro tanto sporti in fuori quanto gli angoli diagonii, in modo che traendo una linea retta da A e B tocchi la superficie del detto quadro, e in questo si formi un tondo fiore. Oltre a questo, i voluti, cioè quelle reflesse frondi locate dove i cartocci si [p. 205 modifica]locavano nel capitello ionico, devono sportare un terzo del diametro della colonna da capo, come di sopra fu detto dei cartocci, e questi tanto devono avere d’altezza, ovvero lunghezza, quanto è il suo sporto ovvero proiettura, cioè il terzo del diametro. E similmente gli angoli sottodiagonii segnati A, B dell’abaco propinqui ai voluti, tanto devono sportare quanto i voluti, ed essere contigui ad una medesima linea perpendicolare; ma l’angolo diagonio superiore per A e B debba sportare la metà più, cioè il mezzo del diametro della colonna da capo: avvegnachè in altri modi si trovi usato per gli antichi, e così per i moderni loro emulatori si possa a placito usare. Le foglie, viticci, caulicoli e voluti hanno fra sè questa proporzione, che le prime foglie devono pervenire al terzo dell’altezza del capitello, e le due nascenti infra e sotto le prime laterali devono pervenire al mezzo di tutto il diametro: il residuo poi del diametro si dia ai caulicoli, viticci e voluti.

Queste semplici regole di simmetria si possono ridurre alla proporzione della vetta dell’uomo in questa forma: dividasi la testa in tre parti principali e una accessoria, come per i pittori si divide, cioè nella parte inferiore dall’estremo del mento insino all’estremità inferiore del naso: nella seconda dall’uno all’altro termine del naso: nella terza dalla superna parte del naso insino al principio della volta del cranio: e ultimatamente nella quarta, cioè in essa volta del cranio (6). E questa è subdupla a ciascuna delle tre prime. Debbasi adunque, applicando al proposito, dare la inferiore parte alle prime foglie, e alle seconde la metà della seconda, ed ai caulicoli, voluti e viticci, dare l’altro mezzo della seconda con tutta la terza, ed all’abaco la suprema parte che allo altro è subdupla, e settidupla a tutto il capitello, come meglio si vedrà per la figura (Tav. II. 3).

  1. È la proporzione greca, benchè il capitello del tempio di Cora, sia circa 3/8 dei diametro, Vitruvio gli dà mezzo diametro d’altezza: ma il dorico romano è uso eccedere questa misura progredendo sino ad altezza eguale al diametro, come nell’antico tempio distrutto presso S. Adriano in Roma, misurato dall’autor nostro e dal Labacco alla tav. 18.
  2. La massima altezza di questi capitelli nell’antico non eccede al solito i 3/5 del diametro a piedi, prendendola dall’abaco all’infimo punto della voluta. Ve ne sono che s’appressano ai 2/3, ma spettano già ai monumenti di epoca meno felice, oppure sono di quelli col fregio altissimo, i quali (come de’ dorici siffatti) piacquero assai ai quattrocentisti che adornarono in vario modo quella parte.
  3. Malgrado Vitruvio che assegnò questo precetto, i corintii antichi, compresi quelli tozzissimi del Colosseo, eccedono d’assai questa proporzione, la quale per altro trovasi in non pochi capitelli di pilastri negli edifizi del quattrocento, di quelli tanto frequenti con una sola foglia angolare, motivo per tenersi più bassi.
  4. Poichè questi capitelli nulla prestano che ne’ comuni non si trovi, ed altronde essendo segnati a mano non hanno esattezza di parti, così si sono tralasciati. Nelle Memorie Romane per le Belle Arti (vol. III, p. 33) è lodato Francesco per le bizzarre invenzioni de’ capitelli, e detto in ciò precessore di Michelangelo. Però, nè la proposizione, nè il confronto non reggono.
  5. Lib. IV, cap. I.
  6. Si noti che Francesco era anche pittore e scultore, onde la conoscenza delle proporzioni dell’uomo dovevagli essere famigliare. Questo canone di proporzioni orizzontali della faccia umana (Tav. II. 3) deve aggiungersi a quelli dottamente raccolti e comparati dal Bossi nel IV libro del Cenacolo.