Trattato di architettura civile e militare I/Trattato/Libro 4/Capo 4

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Trattato - Libro 4 - Capo 4

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CAPO IV.

Che le proporzioni de’ templi sono dedotte da quelle dell’uomo.

Perchè appare molto più necessario alla ragione dovere satisfare che ad alcuno nostro sensuale appetito, e massime per quelle cose che con arte e ingegno devono essere governate, siccome nel costituire alcuno divino sacrato tempio, e perchè e’ sono molte varie opinioni d’onde tal paramento abbia avuto ragione o principio: è da considerare che molti solerti e speculativi ingegni si siano affaticati ad imitare la natura in tutti gli esercizi, e da quella hanno tratto le ragioni siccome imitando i partimenti e membri del corpo umano, dal quale il numero perfetto, come Platone (1) ne descrive, si trova esser tratto; e Vitruvio (2) narra delle misure e proporzioni de’ templi e colonne, senza la cui simetria dice nessuno artefice poter nissuna cosa con ragione bene operare. E trovando molte varie opinioni esistere circa esso corpo, ho determinato alcuna brevemente dimostrare. In prima è da sapere che in due modi si può dividere, cioè in parti nove (Tav. III. 10), e in parti sette; quello di parti nove è tutta l’altezza della faccia dalla estremità del mento al nascimento de’ capelli, e una parte dalla forcina della [p. 230 modifica]gola all’estremo petto, un’altra è da questa al nascimento de’ testicoli, parti due da questa all’astragalo del ginocchio, due altre le gambe insino sul collo del piè, e l’altra che fa il numero di otto è l’altezza del piè ed il diametro (sic) della gola: e questo è il partimento di tutto il corpo (3). Dipoi si divida la testa in tre eguali parti: così partita si ponga il centro alla linea media estremità del petto, circumvoltando la linea dal naso all’estremo busto, la cui estremità sarà tutta la larghezza del tempio dalla quale si tirerà le rette linee infino alla base o linea degli estremi calcagni, la quale sarà quadripartita: i quali partimenti e linee si tireranno insino al sommo. Dipoi si pigli le parti dal naso al cranio, e a quelle da man destra e sinistra della linea centrale A B s’attribuiscano: le quali tutte partite in parti quattro faranno la circonferenza delli emicicli: e così quelle degli angoli preso l’ordine loro sopra le intersecazioni della circonferenza. E così tirate tutte le quadrature delle linee e tutti li emicicli, si tiri una circolare linea per la nave o telo toccando l’estremità degli angoli del quadrato di mezzo chiamato C D E F, e simile dentro al minore quadrato si può constituire: e questo sarà partito. Piglisi poi una parte dell’altezza della testa M T, ovvero il mezzo del semicircolo, sedici parti dette la circonferenza del tolo si troverà essere. E così tutte le navi e colonne si collocheranno come partitamente nella presente figura si manifesta.

L’altra misura e divisione del corpo si ha pigliandosi l’altezza di tutta la testa la quale in dette eguali parti debba essere divisa: dipoi si ponga la punta del circino sull’imbellìco e intersecazione delle linee, si avrà una circonferenza dall’ultimo mento all’astragalo del ginocchio, e all’estremità del circolo si tiri le linee laterali terminanti dal cranio alla base che è la linea degl’infimi calcagni, la qual linea in quattro parti sarà divisa; dipoi si tiri un semicircolo al sommo del cranio, e a questo luogo sarà il simulacro: dipoi sopra all’imbellìco si pigli un’altra centrica circonferenza toccante l’estremità delle linee medie, e questo è [p. 231 modifica]quando accadesse a fare la cupola, ovvero tolo, affinchè le navi senza impedimento possano circondare, siccome la figura ne manifesta (4).

  1. De legibus et in Politico.
  2. Lib. III, cap. I.
  3. Questo prolisso periodo si può, giusta l’intenzione dell’autore, riassumere in queste poche parole: che l’altezza dell’uomo contiene nove maschere e sette teste. Ad ogni modo la figura citata ha una maschera di più che non ne conti la descrizione.
  4. Poichè facile ne è l’intelligenza, si è tralasciata la figura. E qui, poichè cade in acconcio, dirò che la principale menda di codesto trattato è appunto nelle verbose discussioni de’ pretesi rapporti tra il corpo umano ed un edifizio. Questa menda ha principale origine nella servile venerazione di Vitruvio il quale, infarciendo l’opera sua di queste dottrine da sofisti più che da architetti, sparse primo il mal seme. Gli artisti poi del XV secolo, pittori, scultori ed architetti ad un tempo, d’ingegno acuto e fantasia vivissima, ed assai più abili a fare che a discutere, facilmente adattarono all’architettura quelle leggi che sono tutte proprie delle arti figurative. Da questi sofismi più d’ogn’altri si tenne lontano l’Alberti, e più d’ogn’altri vi s’ingolfarono il Filarete e Luca Paciuoli.