Trento e suoi contorni. Guida del viaggiatore/Peregrinazioni nel contado di Trento/Colline alla base del Monte argentifero

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Colline alla base del Monte argentifero.


A chi esce da porta Aquileja si affaccia la ripida e nuda scogliera, detta delle Laste, che conduce su di una prominenza la più vicina da dove si contempla la sottoposta città circondata dalle adiacenze. L’occhio si ricrea accompagnando la recente linea della via ferrata che dimezza in lunghezza la valle; e quando è percorsa dalla locomotiva ci ricorda il passaggio o meglio il volo d’un alato destriero. A ripigliare la lena affaticata per la breve salita possiamo far sosta nell’agiato casino di Rocco Rasini, che con lungo amore vestí la nuda rupe di viali, di meandri frondosi, e di fiorite pendici. Chi si diletta dell’arte grafica, di stampe, d’incisioni, troverebbe i primi elementi della scuola quand’era bambina fino alla classica perfezione. Si vede un Cristo del Mantegna che molto somiglia nell’effigie al crocifisso del Duomo, e si osservano due Cariatidi che ornavano un camino del Castello, trovate in abbandono in una cantina, e fra gli altri pezzi d’arte si ammira qualche dipinto sulla tela di ragno.

Ripreso fiato e montando la china scorgesi un isolato edificio che serba ancora l’aspetto di convento, già abitato dai frati Carmelitani e costruito per cura del [p. 89 modifica] condottiero Galasso, pro redemptione animae suae (1644). È ora Casa degli esposti, scuola d’Ostetricia, e ricovero delle partorienti. Il convento, composto di due ali spaziose, ospitava dai dodici ai venti religiosi. Nella chiesa di belle forme si trovavano ragguardevoli tele, ed era adorna di cospicue qualità di marmi. Il Mariani parla di orti e di vigneti che allietavano il convento, e ricorda le folte spalliere di rosmarini sempreverdi, indizio d’un clima mitissimo. Era intendimento del fondatore Galasso d’ingrandire la fabbrica del chiostro e del tempio, e scavare nella roccia una comoda scalea che da porta Aquila montasse fino al convento, allo scopo di apparecchiare a sè un’agiato e tranquillo soggiorno ove compire la vita. Poco discosto si scerne il paese ed i colli di Cognola messi a viti ed a gelsi, e sparsi di frutteti. Valicando la costa che giace alla base del Monte argentifero (Calisberg), s’incontrano le villette di Tavernaro, Mojà, Zell, Madrano e Villamontagna in aprica situazione col suo svelto tempietto, da dove non lungi giaceva l’antico castello, ora distrutto, di Belvedere, del quale esiste tuttora qualche reliquia di muraglie ed un pozzo nel sito che chiamasi ancora il castello della Mot. Qui riparavano sovente i vescovi principi dì Trento in tempi calamitosi, quand’era poco sicuro il soggiorno in città. Il nostro benemerito sacerdote e antiquario Giovanni Zanella scoprì nelle adiacenze di Villamontagna un ceppetto votivo a Nettuno.

Se scendiamo sulla vecchia strada e superata la gola di Cantanghel, ove il Fersina s’infossa fra due rupi infrenato da una recente e robusta serra, si apre un ampio semicerchio di colline solcate da valloncelli e dolcemente inclinate verso mezzodì. Su questi poggi sorge il villaggio di Civezzano colla sua parrocchia, tempio elegantissimo eretto pur cura di Bernardo Clesio, che in quanto a forbidezza di stile gareggia colla [p. 90 modifica] parocchia di S. Maria Maggiore. Conservansi alcuni dipinti pregievoli dei Bassani. E patria di Gio. Battista Borsieri, lustro della scienza medica di sua età, professore all’Università di Pavia, medico di Corte in Milano (1785), autore del classico trattato delle Istituzioni di Medicina pratica.

Sopra Civezzano, alla imboccatura della Valle di Pinè, per rapido sentiero si sale alla villetta di Seregnano, e ben presto si scopre un merlato palazzotto in antico proprietà della famiglia Guarienti, signori di Seregnano, rifatto poi dal conte Vincenzo Consolati. Sorprende l’osservare in un sito montano una sì doviziosa collezione di fiori educati in serre, in stanzoni, all’aperto, e veramente si pregia l’arte dell’industre orticoltore che seppe mantenere in vita esposte al rigore del verno varie piante proprie di climi mitissimi, quali sarebbero le magnoglie, qualche specie di olivo, l’arbutus Unedo e così via. Introdotti per un porticato si riesce su d’uno spazzo vallato da rastrelli, divisi da pilastri incoronati con agave, e scorgesi a destra un ridente casino, ove come in laboratorio si prepara ciocchè spetta all’orticoltura. Ajuole dipinte di mille guise di fiori, cespi ed arbusti di graziosissime forme, siepaie ridotte colla cesoia, accorgimenti dell’arte che raddoppiano le grazie della natura, rendono quel sito somigliante a una bella oasi fra i monti trentini. Incantevole la loggia di pietra che signoreggia la valle soggetta, da dove si contemplano parecchi villaggi, e boschi, praticelli e colli ombreggiati di gelsi, incoronati di pampini, chiusi d’intorno da monti ammantati di boschi o rovinosi per frane. Rallegra il silenzio de’ campi il rombo della Silla che romoreggia in fondo a un valloncello, e rendono varia la scena l’annerito castello di Pergine ed il bacino di Caldonazzo situati nel fondo della valle. Il giardino è scompartito in piani [p. 91 modifica] [p. 92 modifica] [p. 93 modifica] di varia elevazione sui quali si presentano le serre grandiose e popolate di miriadi di fiori del Capo, dell’ lndia e della Nuova Olanda. La graziosa appariscenza del giardino, un vero tempio di Flora, la scelta delle posizioni, la vista del castelletto che pare spicchi da un canestro di fiori, gli agi del sito, la squisita ospitalità colla quale vi è accolto chi lo visita, sono cose che invitano a osservare la verità anziché tentare una infelice descrizione.

Nel rifare la via alla volta di Trento possiamo ommettere la ripida pendice delle Laste battendo la vecchia strada lungo la quale sotto la chiesa di Cognola s’incontra casa Travaja, prediletto domicilio di Andrea Mattioli; e giunti alla Croce di marmo, se pieghiamo a destra comparisce nel seno d’una valletta la deliziosa villa di Fontana santa di proprietà dei conti Consolati. Tralasciamo descrivere partitamente l’architettura di questo edificio, che il lettore ha sott’occhio in litografia. Solo accenniamo alle graziose pitture che si conservano, fra le quali va menzionata la vergine Camilla di Ferdinando Bassi trentino. Nella pulitissima cappella che sporge isolata in forma di rotonda su d’una eminenza, vedi un Riposo in Egitto del cav. Vanni, ed una Madre Amabile dell’Hayes.

Tommaso Gar cantò le delizie di Fontana Santa, e intitolava il bel carme al conte Simone de' Consolati. Alludendo a romanzesco avvenimento disse:

    . . . . . . . A lagrimosa istoria
          Furo i recessi della val teatro:
          Quivi col peso del rimorso in core,
          E la memoria del tradito affetto
          Che il fea per varie genti ir fuggitivo,
          Venia sfidato a singolar tenzone
          L’infelice Lovello, e fra gli estremi
          Della morte singulti iva chiamando

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          L’innocente Clarissa, e rispondea
          L’eco dai ripercossi antri Clarissa1

Note

  1. A chi non è nota la Clarissa di Richardson? Lovello il seduttore e amante di questa infelice creatura errava di terra in terra ramingo fuggendo la disperazione e il rimorso d’averle affrettata la fine. E lo perseguitava desioso della vendetta il Tutore di lei che raggiuntolo a Trento lo sfidò a duello. Fu scelta per luogo dell’azione una romita valle non molto discosta da Trento, sulla via che da questa città conduce il forestiere alle terre di Venezia. Si può quindi con qualche fondamento congetturare che la situazione indicata da Richardson sia la medesima ch’io venni nel mio carme accennando. In questa valletta Lovello moria per mano del suo avversario, ed espiava col sangue i trasporti d’una cieca passione. (vedi La Clarisse. Tom. XII.)

    (Nota di Tommaso Gar)