Trento e suoi contorni. Guida del viaggiatore/Valle dell'Adige

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Valle dell'Adige

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VALLE DELL'ADIGE




Chiesa di Gardolo. — Ponte ai Vodi.


        Prima di abbandonare Trento non ommettete di recarvi ai Vodi, ove sorge un maestoso viadotto per solidità e imponenza degno di figurare fra i monumenti romani. A mezzavia soffermatevi a visitare il tempio di recente costruzione che abbellisce e fa onore al paese di Gardolo.

La nuova Chiesa, della quale si cominciò a gettare le fondamenta nel gennaio 1856, e si compirà nel prossimo autunno (1859) si erge isolata sopra vasto piazzale appositamente aperto a sinistra della preesistente piazza e via postale. Disegno di Antonio Pages da Milano di stile lombardesco, essa ricorda il buon gusto di Bramante riunendo il semplice al grandioso con parsimonia di linee e di ornamenti, se si eccettua la facciata di fronte, che in confronto delle laterali e della posteriore semplici e belle riesce troppo pesante, specialmente per le molte riquadrature che la frastagliano in membrature minute, e non lasciano presagire alla grandiosità ed alla sveltezza delle interne proporzioni.

La pianta presenta all’esterno un rettangolo della lunghezza di M. 40 e della larghezza di 24 a croce latina, il cui braccio longitudinale è formato nella fronte [p. 111 modifica] con un avancorpo, che è il vestibolo, e a tergo con una linea semicircolare, che è il coro. La sacristia a mezzodì, e il campanile a settentrione ai lati del presbiterio formano esternamente un solo corpo colla Chiesa sormontata da una cupola ottagona con una elevazione totale di M. 30.

La pianta dell’interno essa pure a croce latina presenta novità di forma del tutto singolare a questi paesi, ne si saprebbe di leggeri trovare anche fuori cui somigliarla, ma certo assai bene scompartita, molto simmetrica, ed opportuna agli scopi, a cui servono i templi cristiani. Dal vestibolo si passa ad una navata traversale che si confonde con due laterali, e tra queste un quadrato di M. 14.60 conterminato superiormente dal presbitero, e inferiormente da due pilastri isolati, dai quali sono determinate le tre navate.

All’arcata del presbiterio sorretta da lesene corrispondono le tre arcate del gran quadrato, su cui si innalza l’ottagono chiuso da un avvolto a vela, sostenute queste tre da sei colonne, esse pure isolate, due verso il presbiterio e quattro ai fianchi dei due pilastri, e questi e quelle corrispondendo alle lesene delle muraglie di perimetro vengono a formare nelle navate varii scompartimenti, che fanno l’ufficio di cappelle e presentano vaghezza di varietà negli avvolti.

Delle colonne vorremo notare, oltre la loro artistica bellezza, il pregio della nostra pietra rossa trentina, che levigate come sono non è più quel sasso, con cui si costrussero le dighe dell’Avisio, ma un marmo senz’altro variegato qualche volta di conchiglie e sempre da graziosissime macchie. Le sei colonne, il cui fusto e alto M. 7.40 con M. 1 di diametro all’imoscapo, ed è formato da due pezzi disuguali, le cui commissure si dovranno riunire da sembrare un sol masso, costarono sole 2200 austriache più di quello sarebbesi [p. 112 modifica]


speso negli altrettanti piloni, che erano progettati per vista economica.

Coronato l’interno edificio da una doppia trabeazione architravata, profilata da bellissime linee presenta nel tutto insieme eleganza e vaghezza accoppiata a solidità e grandiosità, e all’effetto artistico bene applicate le teorie dell’ottica.

Il campanile quadrato all’esterno rotondo all’interno con iscala di pietra a chiocciola già condotto all’altezza della chiesa deve da essa levarsi ottagono come la cupola, ed apparisce in progetto mirabile per sveltezza e grazia di forme.

Nel presbiterio si collocherà l’altar maggiore della vecchia chiesa opera di scalpello bresciano del secolo scorso, identico nel disegno dell’altar maggiore della parrocchiale di S. Alessandro di Brescia, colla differenza che questo è di preziosi marmi artificiali, il nostro di marmo bianco, simile al Carrara, forse di Bagolino, con ispecchiature di bellissime brecce venate a varii colori; quel di Brescia isolato, e a questo incombono ai fianchi le due portine del coro, che fanno ai pugni colle graziosissime curvature che lo conterminano ai lati.

La Chiesa colla costruita porzione di campanile non verrà a costare più di 34,000 fiorini di Vienna, oltre le manovalità e condotte prestate a turno, ed è peccato che i ristretti mezzi del Comune non permettano di fregiarla di quelle decorazioni, che l’adottato stile ammetterebbe, forse esigerebbe; decorazioni che bellissime e senza forte dispendio si potrebbero fare di argilla cotta, quali si fabbricano a Milano e Venezia, durevoli quanto la pietra e suscettibili a ricevere le tinte di tutti i marmi. Un migliaio di fiorini sarebbe a questo modo soverchio a fregiare la facciata, e tutto l’interno della Chiesa. [p. 113 modifica]Proseguendo oltre si giunge piegando a manca al renaio detto i Vodi. Quel deserto loco eternamente fiagellato dal vento offre una prospettiva molto austera. Di fronte sorgono le balze di Zambana, di presso scorre l’Adige fra rive coperte di qualche siepaia, poche casupole sparse qua e là, qualche macchia di ontani e di salici, qualche prato e qualche campo sparmiato alle invasioni del Lavis, tale è la situazione dei Vodi. Chi mai avrebbe supposto che questa desolata brughiera venisse un giorno traversata da un ponte gigantesco quale è quello che ci stà davanti, emulo per solidità e imponenza ai ponti del Semmering? Chi avrebbe mai preveduto che in questo sito si comporrebbe un anello congiuntivo fra Italia e Germania, fra l’Adriatico e il Baltico, un veicolo al commercio europeo?

L’alveo del torrente Avisio si spande in larga zona ghiaiosa, e poco distante dallo sbocco nell’ Adige corre il grandioso viadotto. L’estesa totale del ponte è di metri 922, e comprende non meno di 35 arcate sopportate da 34 pile e due testate. Questa estesa vien divisa in 7 stadi, il primo de’ quali fa parte del rettilineo che si dilunga a poca distanza da Trento, e gli altri 6 si dispiegano in curva del raggio di metri 1565. A ciascun stadio corrispondono cinque arcate della luce di metri 21.00 e della freccia di metri 3.50 Queste arcate sono costruite di mattoni colle fronti rivestite di pietra da taglio. Le due teste e sei pile della larghezza di metri 6.50 con rostri semicircolari limitano ogni stadio, e fra queste sono interposte quattro pile minori della larghezza di metri 4 con rostri a sesto acuto. Tanto le testate che le pile sono rivestite di pietra da taglio a corsi regolari. L’altezza delle pile e testate dal piano di fondazione all'imposta degli archi è di metri 6.65, e dal piano d’imposta al piano delle rotaie è di metri 5.25; la larghezza del ponte di [p. 114 modifica] tri 8.00. Una fascia sagomata termina il fusto delle pile e testate, ed una cornice sormontata da un parapetto, ambedue di pietra, ricorre in rettilineo sulle pile minori e si ripiega e gira le lesene sorgenti sui rostri delle pile doppie e delle testate. La costruzione fu assunta dall’impresa Antonio Tallachini e fu murata la prima pietra il 24 ottobre 1856.

Prima di prender commiato dalla storica città di Trento salutiamola co’ bei versi che Gar dedicava alla patria:

Come brillanti nella bianca luce

Del pianeta morente io vi discerno

O antiche mura della patria! O sommo

Del gran Tempio fastigio ove esorata

L’apostolica dorme ombra del Giusto

Che primo infranse de’ bugiardi numi

Fra noi la benda, e alla novella Fede

Fea sigillo col sangue! Eccelsa rôcca

Che l’origine sua mette nel lustro

Dei bei tempi di Roma, alti palagi,

Vie superbe, ed ornate, ampli, e di vivo

Sasso, per quanto la città comprende,

Eterna opra! acquedotti, esteso campo

Sacro agli estinti, per cui meno all’Arno,

E al biondo Mella invidierai, te, vaga

Mostran città fra tante onde s’abbella

Questo chiaro d’Italia ultimo lembo,

O Trento mia, di forti e illustri ognora

Intelletti nudrice. Oh! le tue sponde

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Coronate di spiche, e d’alberelle,

Che maestoso in suo placido corso

Fertilemente il padre Adige irriga,

A me, cui cieca la fortuna, e i gravi

Tempi e ’l desio d’onore, e la speranza

Fanno acerba la vita, a’ lunghi giorni,

Sia di premer concesso, e spirar l’aure

Pregne di molli effluvii, e rotte sempre

Dai venti fuggitivi, e dai ruscelli

Che t’inaffiano il caro antico grembo.