Un dramma nell'Oceano Pacifico/8. Arenati sulle scogliere di Figi-Levù

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8. Arenati sulle scogliere di Figi-Levù

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8. Arenati sulle scogliere di Figi-Levù
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Capitolo Ottavo.

Arrenati sulle scogliere di Figi-Levù.


Il modo di calmare le onde adoperando l’olio, non è cosa moderna, come generalmente si crede. Quantunque questo sistema, che può rendere immensi vantaggi alle navi sbattute dalle fiere tempeste degli oceani, sia sconosciuto a molti capitani e marinai, è vecchio, poichè alcuni antichi scrittori ne fanno menzione nelle loro opere. Plinio, per esempio, nella sua Storia Naturale ne dimostra l’efficacia, e Plutarco pure dice qualche cosa su ciò, ma per vari secoli nessuno si curò di verificare tale fenomeno. Il merito ne doveva spettare al celebre propugnatore dell’indipendenza degli Stati Uniti, a Franklin, il quale nel 1757, avendo osservato che i pescatori delle isole Bermude oliavano il mare per calmare, come egli diceva, le onde tremanti, ne dimostrò l’efficacia; però ben pochi adottarono il sistema, e anche oggi, come dicemmo, molti lo ignorano.

Anche i balenieri, le cui navi più o meno sono sempre lorde d’olio, avevano notato che le onde si spianavano intorno ai loro [p. 73 modifica] legni, specialmente durante la fusione delle materie grasse, e avevano anzi notato che l’olio di pesce, e specialmente quello di foca e di delfino, era il migliore, avendo constatato che gli oli minerali erano troppo leggeri ed i vegetali di poca efficacia nelle alte latitudini perchè troppo facili a rapprendersi.

Ci vollero moltissimi esempi, prima che questa meravigliosa scoperta venisse adottata, se non dai legni minori, almeno dai più grandi che intraprendono lunghi viaggi; anzi si può dire che soltanto in questi ultimi anni venne presa in considerazione, quantunque dapprima fosse stata vivamente combattuta, poichè si credeva che il mare diventasse dipoi così burrascoso da riuscire fatale alle altre navi che avessero avuto la disgrazia di passare sopra quei tratti prima oliati.

L’ufficio idrografico di Washington ha pienamente constatato i grandi benefizi che rende alle navi questo sistema, dimostrandolo in dugento rapporti che sono il risultato di dugento esperienze fatte sia da barche di salvataggio, sia da bastimenti. Le barche di salvataggio dell’Australia, che da più anni si esercitano a passare fra gli scogli durante il cattivo tempo, coll’aiuto dell’olio, hanno pure dimostrato che il mare subito si spiana e che si rompe solamente sui margini del tratto oliato.

E all’olio dovettero la loro salvezza il piroscafo Stockolm City nella sua traversata fra Boston e l’Inghilterra, la Nehemiah Gibson del capitano Bailey, l’Emily Witney del capitano Rollin sorpresa da un furioso uragano il 25 agosto 1886, la Marta Cabb in viaggio dall’America all’Europa, il Meno del Lloyd nord-tedesco comandato dal capitano Kuhlmann, ec. Senza l’olio tutte queste navi avrebbero affondato e chi sa se dei loro equipaggi qualche persona sarebbe sopravvissuta, per dare al mondo la notizia del disastro. [p. 74 modifica]

Non si creda, del resto, che sia necessaria una spesa enorme per oliare il mare. La sostanza grassa si dilata con rapidità immensa, dura attorno alla nave anche se questa fugge, e bastano due sacchi pieni di canape imbevuto della materia grassa, e sospesi o a prua, o a poppa, o a babordo o a tribordo, secondo la direzione della nave, per fare un lungo cammino. In mancanza di sacchi, basta far cadere l’olio dagli ombrinali dopo averli mezzo-turati con canape, onde non scorra troppo facilmente.

Si è constatato che in media la spesa subíta da diciassette bastimenti fuggenti in poppa, fu di litri 1,83 per ora, di altri undici di litri 2,70; ma devesi notare che questi fuggivano in direzione del vento, e che quindi l’olio si disperdeva con maggiore facilità.

Le cause che producono questo fenomeno, sono facilissime a spiegarsi.

Non essendo l’olio penetrabile nè all’aria nè all’acqua, la coesione delle sue molecole è tale, che il suo getto non può trasformarsi in pioggia. Il vento non avendo nessuna presa su di esso, lascia intatto lo strato che copre l’acqua, la quale non venendo più urtata si mantiene quasi tranquilla. Tutt’al più subisce gli urti delle onde che si dibattano agli orli dello strato, ma non forma che delle ondulazioni che sono sensibili solamente in pieno mare.

La Nuova Georgia, immersa nello strato oleoso che opponeva una fiera resistenza alle contro-ondate della risacca, quantunque il suo spessore fosse talmente sottile da superare tuttociò che si può supporre (si calcola che sia di 1/90000 di millimetro) rimaneva quasi immobile, essendo rinchiusa fra i bassifondi dell’isola.

I marosi, che il vento sollevava a prodigiosa altezza, si scagliavano rabbiosamente, colle creste bianche di spuma, contro lo [p. 75 modifica] specchio unito prodotto dall’olio che sempre più dilatavasi, ma si calmavano quasi di colpo. Le sommità si abbassavano come per incanto, passavano sotto lo strato sollevando lentamente la nave e uscivano dall’altra parte, dove tornavano ad alzarsi con furore estremo frangendosi e rifrangendosi contro le scogliere.

— È meraviglioso questo fenomeno — disse miss Anna che contemplava il mare dalla murata di poppa.

— Meraviglioso e pur tanto facile a spiegarsi, — rispose il capitano Hill. — Occorreva un semplice marinaio per insegnarlo a me, che navigo da tanti anni.

— Che Bill lo abbia usato egli stesso?

— O lui o il suo capitano senza dubbio.

— Qualunque olio gode la proprietà di calmare il mare?

— Sì; e ora che mi ricordo, ti dirò anzi che qualunque materia oleosa può fare altrettanto. Ho infatti più volte osservato che tutti i detriti diversi provenienti dalle cucine delle navi e tutti i corpi galleggianti formanti una massa compatta, producevano un rallentamento nelle onde.

— È vero, — disse una voce dietro di loro.

— Ah! Sei tu, Bill! — esclamò il capitano. — Lascia che ti ringrazi di averci salvati, poichè senza di te forse la Nuova Georgia più non galleggerebbe. —

Un enimmatico sorriso sfiorò le sottili labbra del naufrago.

— Non parliamo di questo, — disse. — Avete fatto abbastanza per me: siamo pari.

— Hai fatto altra volta uso di questo prodigioso esperimento? — domandò il capitano Hill.

— Sì, a bordo di una nave baleniera. Il capitano avea osservato più volte che durante la fusione di grassi di balene, i cui residui [p. 76 modifica] vengono gettati in mare, le onde non andavano ad infrangersi contro la nave: tentò l’esperimento durante una terribile tempesta che ci aveva colti all’uscita del mare di Behring, e riuscì pienamente. Del resto non è solamente l’olio che ha la proprietà di calmare le onde, poichè più tardi verificai che tutti i corpi galleggianti in massa compatta oppongono una grande resistenza alle disgregazioni delle particelle del liquido marino sotto l’azione delle raffiche. Infatti nella baia di Bristol, che si trova nell’America settentrionale, presso la penisola di Alaska, mentre attraversavamo uno spazio di mare coperto da un numero infinito di ghiacci, vidi che le onde si frangevano furiosamente tutt’all’intorno, ma che l’acqua era tranquillissima sotto i ghiacciuoli. All’ingiro si scatenava la bufera, ma dove eravamo noi la calma era completa.

— Vi credo, poichè anch’io ho verificato un fatto quasi simile, — disse il capitano. — Attraversando un banco immenso di aringhe, trovai colà il mare perfettamente calmo, mentre al di là le onde s’alzavano a prodigiosa altezza.

— L’isola che ci sta dinanzi, la conoscete bene? — chiese Anna al naufrago, mostrando la massa enorme che si distingueva a grande stento fra l’oscurità.

— È Figi-Levù, non m’inganno — rispose il marinaio.

— È su quella terra che si trovano i vostri compagni?

— Sì, miss.

— Sapete dove essi sono?

— Quando lasciai l’isola erano accampati presso una piccola baia sulle coste occidentali; ma so che stavano per lasciarla, essendo stati scoperti e minacciati dai selvaggi.

— Dove saranno ora? — chiese il capitano.

— Lo ignoro; ma li troveremo. — [p. 77 modifica]

Ciò detto, il naufrago parve immergersi in profondi pensieri e non parlò più.

Il capitano Hill e sua figlia abbandonarono la poppa e si portarono a prua, dove l’equipaggio si affaccendava a calare una terza àncora, quella così detta di speranza, che è la più grossa e che invece della catena porta una grossa gomena.

Il mare tutto intorno alla nave si manteneva sempre calmo, ma al di là dello strato d’olio infuriava sempre, con tremendi muggiti, e producendo anche sotto lo strato una violenta oscillazione, di cui si risentiva anche la Nuova Georgia.

La materia grassa che si vedeva scintillare al chiarore dei lampi a tre quarti di miglio sottovento e sopravvento, di quando in quando veniva respinta e scompaginata dalla furia dei marosi e del vento, ma subito si estendeva, opponendo una resistenza incredibile agli elementi scatenati.

Finchè l’olio non veniva a mancare, vi era la speranza di salvar la nave; però il capitano e Asthor s’accorsero ben presto che le àncore, forse perchè il fondo doveva essere o poco resistente o troppo liscio, a poco a poco cedevano, lasciandosi trascinare verso l’isola degli antropofagi.

— Brutta scoperta! — disse il capitano ad Anna. — Se le àncore non incontrano un fondo roccioso, fra due ore saremo a poche gomene dall’isola.

— Eppure il mare è abbastanza tranquillo attorno a noi — osservò la giovane miss.

— Non è il mare che ci trascina, è il vento che investe la nostra nave, cacciandoci al sud-est.

— Sono feroci gli abitanti di Figi-Levù?

— Tanto feroci, che si divorano tra fratelli. Si dice che siano [p. 78 modifica] gli antropofagi più temibili di tutte le isole del Grande Oceano. Non vorrei che ci toccasse la sorte che toccò all’Union.

— Cos’era questa Union?

— Una bella e solida nave americana, appartenente al dipartimento marittimo di New York e montata da un numeroso equipaggio. Era partita in sul finire del 1799 diretta a Tonga-Tabù, un’isola grande, che dista di qua poche diecine di leghe, ma che ha una tristissima fama.

«Raggiunta l’isola, i selvaggi assalirono il vascello e uccisero il capitano e tre marinai. Stavano per impadronirsene, quando il sotto-capitano tagliò le funi che erano legate alle àncore, prendendo prontamente il largo.

Gl’isolani che sono tanto ipocriti quanto feroci, finsero di mostrarsi pentiti e mandarono a dire all’ufficiale di tornare a Tonga per far la pace. Cadde nell’agguato e tornò ad approdare; ma accortosi a tempo che stavano tramando per impadronirsi del legno, prese definitivamente il largo.

La sfortuna pesava però su quel vascello, poichè cinque giorni dopo naufragava su Figi-Levù e l’equipaggio veniva assalito e divorato da quei mostruosi amatori di carne umana.

— E non furono capaci di difendersi quei disgraziati marinai?

— I polinesiani sono coraggiosi e non temono le armi da fuoco. Quando un legno approda alle loro coste, nulla più li trattiene e montano all’abbordaggio con un’intrepidità che spaventa, e... —

Non proseguì. Si era bruscamente curvato sul bordo e guardava con profonda attenzione l’acqua che si sollevava in forma d’una grande onda, scuotendo la Nuova Georgia.

— Abbiamo toccato! — esclamò.

— Dove? — chiese Anna impallidendo. [p. 79 modifica]

— Sul fondo.

— Ti sarai ingannato. —

In quel momento a prua si levò un clamore acuto. I marinai correvano da babordo a tribordo, guardando l’acqua e incrociando domande e risposte.

— Siamo su di uno scoglio?...

— Non vedo nulla.

— Abbiamo urtato?

— No!

— Sì!

— Ma la nave raschia sul fondo!

— Gettate lo scandaglio! — gridò Asthor. — Presto, o sarà troppo tardi.

Il capitano Hill, in preda ad una viva emozione che si può ben comprendere, poichè la nave poteva da un istante all’altro arenarsi, corse a prua seguíto da Anna.

— Abbiamo urtato? — domandò.

— Lo temo, capitano — rispose Asthor con voce alterata.

— Quanti piedi d’acqua abbiamo?

— Sette! — esclamò il marinaio che ritirava in quel momento lo scandaglio.

— Gran Dio! — esclamò il capitano Hill. — Dov’è il naufrago?

— Eccomi, signore — rispose Bill facendosi innanzi.

— Tu mi dicevi di conoscere questi luoghi.

— Sissignore.

— Ma abbiamo urtato.

— Me ne sono accorto.

— Abbiamo un banco sotto di noi o siamo sulle sabbie dell’isola.

— Credo che vi sia un banco. [p. 80 modifica]

— Ma lo ignoravi tu?

— Voi sapete che i polipi cambiano sovente i dintorni delle isole del Grande Oceano. Un mese fa il fondo non si scorgeva; senza dubbio lo hanno innalzato quei microscopici fabbricatori di banchi e di scogliere.

— Che ci sia acqua bastante al di là del banco?

— Lo credo.

— Riusciremo a raggiungerla?

Il naufrago crollò il capo più volte, poi disse con voce lenta e tranquilla:

— Siamo nelle mani del destino.

— Perduti? — chiese miss Anna, rabbrividendo.

— Forse non ancora, — rispose il capitano Hill. — Non spaventarti, Anna, chè a bordo abbiamo mezzi sufficienti per rimettere in acqua la nave ed armi bastanti per respingere gli assalti degl’isolani, se questi cercheranno di montare all’abbordaggio. —

Poi ridirizzando l’alta persona tuonò:

— Spiegate la trinchettina e il flocco e la vela di trinchetto! Asthor, al timone! —

In pochi secondi quei diversi ordini vennero eseguiti. La Nuova Georgia investita dal vento girò lentamente, su sè stessa, cercando di riguadagnare il largo; ma diede indietro avvicinandosi alle spiagge di Figi-Levù. Un urlo immenso d’angoscia si levò fra l’equipaggio che ormai si credeva perduto e in procinto di naufragare sulla terra degli antropofagi. Le àncore stridevano e strisciavano sul fondo del banco, che pareva non offrisse più presa alle punte di ferro.

A poppa si udì un urto dapprima leggero, poi come uno strofinío alternato ad altri urti che diventavano sempre più forti, di mano in mano che la nave indietreggiava. [p. 81 modifica]

— Un’àncora a poppa! — gridò il capitano Hill. — Presto, o siamo perduti. —

A bordo non vi era che un ancorotto da pennello. Fu subito portato a poppa e calato precipitosamente in mare. Parve che avesse preso fondo buono, poichè la nave virò di bordo, volgendo la prua verso l’isola; ma fu cosa di poco momento, poichè anche quello strisciava sulla superficie liscia del banco.

D’improvviso avvenne un urto violento, che fece tremare gli alberi e spezzare alcune sartíe. La Nuova Georgia sospinta dall’onda s’alzò, poi si abbassò toccando ancora, indi rimase immobile sbandata sul tribordo: si era arenata!

Quasi nell’istesso momento sotto le tenebrose foreste dell’isola si udirono degli spaventevoli clamori, che parevano di belve più che di gole umane.

L’equipaggio intero rabbrividì, e perfino sulla fronte del naufrago, ordinariamente serena, si disegnò una profonda ruga.