Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e ne' monti che li circondano/Capo XXV

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Capo XXV. Da Como a Lecco per terra

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CAPO XXV.

Da Como a Lecco per terra.


Se per qualche combinazione convenisse da Como andare a Lecco per terra, o vero se piacesse vedere quello che noi chiamiamo la Brianza ed il Pian d'Erba, che reputansi le più deliziose situazioni delle nostre ville, si troverà una strada comoda con viste piacevoli, e con oggetti degni d'occupare il naturalista e l'agronomo e l'antiquario.

Viensi da Como a s. Martino, ove è la già mentovata fabbrica di pannilani. Si è pur trovata una buona terra da folla a poca distanza.

Per una ripida salita viensi in alto: si costeggia il monte sopra cui stanno le alpi di s. Maurizio, contigue a quelle di Torno e di Nesso, e al Pian del Tivano. Ivi trovansi legni impietriti, tripoli, ammoniti ed altre conchiglie marine. Si lascia a destra Montorfano, [p. 299 modifica]così detto perchè s'erge solitario alla foggia d'alcuni colli volcanici, ai quali pur somiglia nel rotondo laghetto che ha sotto; ma ben lungi da vedervisi della lava, non vi si scorge che una breccia, o ceppo durissimo formato da sottil ghiaia quarzosa silicea granitosa e porfiritica, onde gran copia di mole sen ricava pe'mulini.

Si passa presso Tavernerio: poco lungi poi si vede Ponzate, ov'è una cava di bianco marmo (majolica); e si viene a Cassano e ad Albese, sempre stando sull'alto fra ben coltivate campagne. Presso Albese mi si dice esservi trovato, oltre alcuni monumenti di antichità, un vetusto sepolcreto con molte urne cinerarie, e di là non lungi una selva sotterranea, che può forse chiamarsi lignite.

Il naturalista che voglia ben esaminare questi contorni sen va da qui a Villa, e quindi o a cavallo, o meglio anche a piedi, costeggia il monte, or fra vigne or fra castagneti, sinchè giugne presso il burrone Bova, che riceve parte delle sue acque dal Buco del piombo. È questo una caverna che all'ingresso ha un resto di quattro muraglie, una dietro l'altra, dalle quali rilevasi che quel luogo fu un tempo abitato da chi vi si era rifugiato, come in sicuro asilo. Vi si sale con somma difficoltà sur un sasso calcare che [p. 300 modifica]non ha strati visibili, ma poi s'entra quasi orizzontalmente nel monte. La caverna è ampia abbastanza per istarvi in piedi: a luogo a luogo ha dei catini d'acqua che arrestano il curioso: i primi però non son profondi, e chi non teme di bagnarsi può agevolmente guadarli, e penetrare nella caverna per 800 piedi; ma nulla probabilmente vi troverà d'importante, fuorchè alcuni strati di ciottoli di pietra focaja in mezzo alla terra o al sasso marnoso. Dal nome potrebbe argomentarsi che opera sia degli uomini, i quali abbiano cercato in grembo al monte il piombo; nè ciò parrà strano, sapendosi quanto di questo minerale si trovi sopra Mandello, posto a un di presso sulla medesima linea (Capo XXI). Ma forse la grotta non è stata scavata che dalle acque, le quali ne'sovrapposti piani, non avendo sfogo se non pe'fori penetranti in seno al monte, si sono poi al fianco di questo aperta una strada. Il vedere che la grotta in qualche parte è altissima, ha fatto sospettare ch'essa altro non sia che una fenditura del monte cagionata da terremoto. Di fatti guardando da lungi o dall'alto il monte che sta sopra il Buco del piombo, vedesi che la parte meridionale n'è caduta per una frana, dilatandosi verso Erba.

Il sasso di questi contorni è calcare, sovente rossigno, in cui si trovano non [p. 301 modifica]infrequenti degli ammoniti, de'nautili ed alcune veneri.

Poco lungi dal Buco del piombo era il convento de'PP. Cappuccini di s. Salvatore. Stando in quel luogo si domina la pianura milanese, e tutto il sottoposto pian d'Erba. Il naturalista vedrà sotto di sè una valle di sufficiente larghezza, che ha alti monti al N., ed è circondata al S. da collinette, le quali formando un arco, vanno ai monti medesimi ad attaccarsi verso Como e verso Lecco, ove li tien divisi Valmadrera. Tali collinette dovevano contenere le acque de'monti, e principalmente del Lambro, e formarne considerevol lago; e lo formavano in fatti, come argomentasi a molti indizj, e specialmente per la torbiera di cui parleremo. Forse a'tempi del vecchio Plinio erano ancora fra di loro uniti i tre laghetti, che tuttavia vi restano, d'Alserio, di Pusiano e di Oggiono, poichè egli (Lib. 3. c. 19) nomina il lago Eupili formato dal Lambro, come il Verbano dal Ticino, il Lario dall'Adda, e 'l Benaco dal Mincio; il che oggidì non può dirsi, poichè il Lambro talora riceve bensì qualche scarso sussidio dai laghi d'Alserio e di Pusiano, e talora dà a questo il sovrabbondante delle acque sue nelle escrescenze, ma d'ordinario passa in mezzo ad essi, e nessun rapporto ha con quello d'Oggiono che va a [p. 302 modifica]scaricare le sue acque nel lago di Lecco. Dobbiamo dunque argomentare che il Lambro, aprendosi una strada fra le colline sotto Lambrugo, e abbassando il proprio alveo colle corrosioni, abbia a poco a poco abbandonati que’fondi, lasciandovi i soli laghetti summentovati. Da una memoria del fu curato Berretta1 vedesi che negli scorsi secoli i laghetti medesimi più estesi erano che ora non sono.

Chi da s. Salvatore ama andare in Vall’Assina per la più breve via, costeggia il monte sino a Casilino, e ivi, piegando per una lenta ma non comoda discesa, va al letto del Lambro, a Scarena e ad Asso. Ma proseguendo la via carreggiabile, da Albese viensi a Bucciago, ad Erba, popolata terra costruita su incomodo pendio, e alla Pieve d’Incino, ove sol vedesi la vecchia chiesa, poichè il borgo fu nel 1285 da’Comaschi distrutto, nè più risorse. Ivi era l’antico Licinoforo, il quale con Como e Bergamo formava le tre città degli Orobii rammentate da Plinio2, da cui pur sappiamo che Bergamo è stato costruito, ed ebbe il nome dagli abitatori di Barra, città in questi contorni collocata, che perì, e che probabilmente non lungi era dal monte Baro. Non è facile l’indicarne il luogo [p. 303 modifica]preciso; ma guardando i monti sopra Civate e Valmadrera, vedesi che cadero per la base mancata loro, essendone quasi perpendicolari gli strati anteriori, mentre alcune più alte vette posteriori hanno gli strati orizzontali. Lo scoglio spaccato in mezzo, per cui passa il torrentello di Val d'oro, proveniente da S. Pietro, è caduto pur esso. Ivi trovasi della pirite, che forse alla valle diede il nome. S. Pietro è la vecchia badia che dicesi fondata nel sesto secolo dal re Desiderio, per uno strano miracolo ivi accaduto. Certo è che era una ricca badia di monaci, trasportata poi a Civate, poi commendata, e quindi venduta a privato possessore.

Si passa al nord del laghetto di Pusiano, e vedesi l'isoletta de'cipressi e degli ulivi, e l'amena villa, la quale venne già acquistata dal Principe Eugenio. Si sta al N. d'Oggiono e del lago, che or da esso prende il nome, or dai paesi vicini, e or dicesi d'Isella. Percorrendo coll'occhio quel piano vedesi una estesissima torbiera di ottima qualità, da cui trar potrebbesi molto vantaggio, riducendo al tempo stesso a prati irrigatorj e a boschi que'fondi uliginosi. Si passa a Suello, lasciando prima a sinistra s. Fermo, e poi a Civate summentovato. Lì presso v'è l'emissario del piccol lago del Sagrino; ed oltre Civate, nell'emissario del lago di Oggiono si [p. 304 modifica]vede un congegno per le anguille simile a quel della Negoglia, di cui di parlò alla pag. 57. Vassi nella terra di Valmadrera, paese rinomato per la buona calce e per le grosse lumache, lasciando a destra Sala; e costeggiando un lato di monte Baro verso il lago, viensi a Parete e Malgrate, di cui parlammo, e al ponte di Lecco.

Sul fianco del monte in faccia all’ovest sta Galbiate, e in vetta vi sono ancora i resti d’un castello, sotto cui era un convento di Francescani. Non molto lungi, al sud-ovest sta il vero paese di Brianza, popolato da molte grosse terre, ameno e fertile. Ivi passò qualche tempo a meditar le gran verità della Religione S. Agostino. Da Galbiate buona strada conduce a Garlate e ad Olginate. Fra quelle vicine colline, che come Sirone e Molteno somministrano la breccia per le mole, v’è Viganò (Vicus novus), ove son cave di sasso arenario, che offrono molto e facil lavoro allo scarpello.

  1. Atti della Soc. Patr. Tom. III. pag. 211.
  2. Lib. 3. cap. 17.