Vita e morte del Re Riccardo III/Atto quarto

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Atto quarto

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Atto terzo Atto quinto
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ATTO QUARTO


SCENA I

Dinanzi alla Torre.

Entrano da un lato la regina Elisabetta, la Duchessa di York^ ed U marchese di Dorset; daWàUro Anna duchessa di Glocester eonducenU Margherita Plantageneta, figlia del duca di Clarenza.


Duch. Chi incontriam noi qai? La mia nipote Piantagenet4i, condotta per mano dalla sua buona zia di Glocester? Per la mia ▼ital giurerei ch’ella va verso la Torre solo per amicizia; per lalutarn il giovine principe. — Figlia, ben trovata.

Ann. Iddio dia a voi entrambe tutte le felicità.

Elis. Ed anche a voi, buona sorella. Bove andate?

Ann. Alla Torre, e da quanto imagino pèl fine stesso che t9Ì qui conduce, per raJlegrarci cioè coi giovani principi.

Elis. Grazie, gentil sorella: entreremo insieme, ed ecco ap* punto il luogotenente, {{Ids|(entra Brakenbury) Signore, vogliate dirci in grazia come sta il principe e il mio giovinetto figlio di York?

Brak. Bene, signora; ma sia con vostra licenza, io non posso permettervi di vederli; il re me lo divieta.

Elis. n rei Chi è esso?

Brak. Intendo il lord Protettore.

Elis. Iddio Io preservi da questo titolo di rei Ea egli dunque innalzato una barriera fra la tenerezza de’ miei figli e me? Io sono loro madre, chi potrebbe impedirmi la via?

Duch. Sono madre del loro padre, e vo’ vederli Ann. Sono loro zia per legge, e loro madre per amore: conducetemi quindi dove essi sono: porterò io la colpa, e fin d’ora vi assolvo.

Brak. No, signora, no; non posso: snn stretto per giuramento, onde vogliate scusarmi.

(esce. Entra Stanley)


Stan. Signore, se vi incontro fra un’ora potrò salutar voi, duchessa di York, qual degna madre di due regine. — Venite, signora, {{Ids|(alia duchessa di Glocester) venite senza indugio a Westminster per vedervi coronare sposa e regina di Riccardo.

Elis. Oh! io vengo meno a questa mortai novella. [p. 279 modifica]

Ann. Sinistro evènto 1 Notizia sciagurata!

Dor. Coraggio» mia madre: come suite?

Elis., Ohi Dorset, non parlarmi, fuggi, fuggi: la morte ti è «opra; fl nome di tua madre è fatale a’ suoi figli: se vuoi sottrarti alla morte che t’incalza, fuggi, traversa i mari, e va a vivere con Richemond, lungi da queste trame infernali; va, allontanati, allontanati da questo infausto luogo, se accrescere non vuoi il numero degli estinti, e lascia che in me si compia la maledizione di Margherita, e ch’io muoia nè madre»

nè moglie, nò regina d’Inghilterra.

Stan.. Pieno di saviezza ò questo vostro consiglio, signora, — Dorset, approfittate rapidamente delle ore. Yi darò lettere commendatrìci per mio figlio, e gli scriverò di venirvi incontro: non Ti lasciate sorprendere con un’imprudente dimora.

Duch. Oh vento funesto, che semini le calamità! Oh mio seno maledetto! mio letto fatale! Io generai un serpente, il cui occhio inevitahUe lancia la morte.

Stan. Andiamo, signora, degnatevi seguirmi; mi fu raccomandata la massima soUecitudiue.

Ann. E con dolore vi seguirò. Oh! piacesse a Dio, che il circolo d’oro che mi attornierà la fronte fosso un ferro rovente, che mi abbruciasse il cervello 1 Potessi io essere coronata con un Tèleno corrosivo, che spirar mi facesse prima di udir le grida di wva la regina!

Elis. Andate, andate, sfortunata principessa; io non invidio la vostra gloria; e non vi auguro alcun male per amor dì vendetta* Ann. Ma io merito la mia sorte I — Allorchè quegli, che è ora mio sposo, venne ad incontrarmi mentre io seguiva il feretro di Enrico, allorchè appena egli aveva lavate le sue mani dal sangue che esdva dalle ferite del mio virtuoso consorte, uomo celeste, di cui accompagnava piangendo le spoglie inanimate; allora io alzai gli occhi sopra Riccardo, e gli dissi: sii maledetto per aver ffttto di me, così giovine, una trista vedova; e se mai ti ammogli, il dolore e la disperazione assediino il tuo letto nuziale; e la tua sposa {{Ids|(se pur sì trova una donna tanto disperata da accettar la ina mano) divenga più infelice per la tua vita, che infelice tu non m’abbia resa trafiggendomi lo sposo! E oimè! prima che io potessi ripeter questa maledizione, in quel breve intervallo di tempo fl mio vO cuore si lasciò piegare dal suo astuto linguaggio, e mi fece oggetto e vittima della mia imprecazione. Da quel momento Innesto i miei occhi non si son più chiusi al sonno: nel dì lui [p. 280 modifica] letto non ho più gustato nn’ora le dolcezze del riposo; e w»

sempre stata sveglia al sno fianco, a cagione dei sogni fìmesti che l’agitano durante la notte. So poi ch’ei mi odia per Podio che portava al mio padre Warwick; e certo non tarderà a sfo* gare Pira soa nel mio sangae.

EliS. Addio, cnore desolato; i tnoi patimend compiango.

Ann. Io pare con tntta l’anima gemo su i TOStrL Dor, Addio, sfortunata, a cui ri infauste riescono le gnu* dezze.

Ann. Addio, infelice, che da esse ti congedi codi Dueh. Va da Richemond {{Ids|{{Ids|(a Dor.) e la buona fortuna ti guidi t — Tu da Riccardo {ad Anna) e i santi angioli ti proteggano l — > Tu al tempio, {{Ids|(a Elù) e pensieri miti possano serenarti l’anima^ Io andrò alla mia tomba, dove troverò pacel Ottantanni di dolore son passati sopra il mio capo, ed ogni ora di gioia ho scontata sempre con cento di angoscio.

Elis. Fermatevi; gettiamo un ultimo sguardo su quella Torre.

Abbiate pietà, o voi antiche pietre, di quei miserèlli che rinvidi» ha fatto rinchiudere nel vostro senol Barbara culla per £uicialli così innocenti 1 Torre spaventosa, dura e selvaggia natrice.

Carcere sciagurata, abbi commiserazione de’ figli miei. tale è 1» preghiera che il mio insensato dolore ti fa lasciandoti

escono

SCENA I

Un'aula di Corte nel palazzo.

Squillo di trombe. Riccardo guaì re sta seduto in trono^ Buckingham, Catesby, un paggio, ed altri

Rice. Fatevi tutti a parte. — Cugino Buckingham..

Buck. Mio grazioso sovrano.

Rice. Dammi la tua mano; ò pei tnoi consigli e per la tua assistenza che Riccardo è salito al trono. Ma godrem noi di tali glorie solo per un giorno, o saran esse invece durevoli?

Buck. Possano elle durare al par di noI.

Rice. Ah Buddngham! È in questo momento ch’io vo’ sottomettere il tuo cuore alla prova, per conoscere se è di tempra solida e sicura. — Il fanciullo Eduardo vive... pensa a quello ch’io vo’dire.

Buck. Parlate, mio amato signore.

Rice. Io ti dico, Buckingham, che vorrei esser re.

Buck. Tale voi siete, mio illustre sovrano. [p. 281 modifica]

Rice. Ahi sono io re? SI; ma Eduardo rire.

Buck. Vero è, nobile prìncipe.

Rice. Oh yerìtà funesta 1 Eduardo ancor vive? Ciò è Tere, mi dici? Tu non soleri essere così lento altra Tolta, cugino, a concepire nn’idea. Dehb’io parlarti apertamente? Desidero la morte di quei bastardi, e vorrei veder tal cosa compiuta tosto; che rispondi tu ora? Parla subito, e con brevi parole.

Buck. Vostra Maestà può fare quel che le piace.

Rice. No, no; tu sei di ghiaccio, la tua amicizia si raffredda per me: parla: ho io il tuo assentimento per la loro morte?

Buck. Datemi tempo di alitare; un momento di meditazionei caro signore, prima ch’io vi rechi la mia risposta. Fra un istante farò note le mie intenzioni a Vostra Grazia. {{Ids|

(esce)

Cat. {{Ids|(a parte) Il re è sdegnato; ei si morde le labbra.

Rice. Mi volgerò a qualcuno di costoro {{Ids|(discendendo dal trono) il di cui spirito inerte e pesante non pensa annulla. Chiunque cerca di scrutare il mio cuore non è l’uomo che mi abbisogna. — L’ambizioso Buckingham diviene ora cauto. — Paggio...

Pagg. Signore.

Rice. Conosci tu alcuno, cui Poro possa corrompere e determinare ad assumersi un’opera di morte?

Pagg. Conosco un gentiluomo crucciato, la cui miseria non si concilia colla sua anima altera. L’oro lo ridurrebbe meglio di venti oratori ad ogni cosa.

Rice. Qual è il suo nome?

Pagg. H suo nome, milord, è... Tyrel.

Rice. Lo conosco in parte; va, fallo venir qui. (il Pagg. esce) L’astuto e profondo pensatore Buckingham non sarà più d’ora innanzi il mio confidente. Egli ha dunque seguito sì lungo tempo i miei passi senza stancarsi, e si ferma ora per riposare? Bene; faccia il suo senno, (entra Stanley) Milord Stanley, quali noveUe?

Stan. Si dice, mio amato signore, che il marchese Dorset sia andato a raggiungere Bichemond.

Rice. Ascolta, Catesby: spargi pel pubblico che lady Anna, mia sposa, è pericolosamente inferma. Adotterò i temperamenti necessari per tenerla intanto chiusa: cercami poi qualche infimo gentiluomo, con cui io possa,, maritare la figlia di Clarenza. Rispetto al figliuolo, è un piccolo stolido da cui non ho nulla a temere. — Or bene, a che pensi? Te lo ripeto, fa correr voce che la regina è ammalata, e che par voglia morire. Pensa a ciò: perocchè mi è necesmrio di porre un termine a tutte le speranze. [p. 282 modifica] che, germogliando, mi potrebbero naocere. (Cat esce) ConTfen ch’io sposi la figlia di mio fratèllo, o il mio trono non poserà che Bopra un fragile yetro. — Sgozzarle i fratelli e poi sposarla 1... Incerto è il guadagno I Ma tanto aranti venni nel sangue, che forza ò che un delitto ne generi un altro. La pietà lagrimosa non abitò mai in questi occhi. (rientra U paggio con Tyrel) È il tuo nome Tyrel?

Tyr. Giacomo Tyrel, vostro suddito obbediente.

Ricc. Lo sei infatti?

Tyr. Ponetemi alla prova, mio grazioso signore.

Rice Oseresti assumerti di uccidere un mio amico?

Tyr. SI, solo volete; ma preferirei d’uccidere due vostri nemici.

Rice. E questo potrai fare. Due mortali nemici che turbano il mio riposo, e mi privano delle dolcezze del sonno; tali son quelli a cui ti porrai contro. Io accenno, Tyrel, ai bastardi della Torre.

Tyr. Apritemi la via che guida fino ad essi, e in breve non temere più di loro.

Rice. Tu canti una dolce musica. Odi, avvicinati, Tyrèl, prendi questo segno: ascolta ancora (gli parìa sommesso). Questo è tutto. Tieni a dirmi che Phai fatto, ed io t’amerò e ti porrò in alto.

Tyr. Compirò le cose in un istante. (esce; rientra Buckinohix) Buck. Milord» ho pensato all’ultima vostra proposta.

Rice. Bene sta; più non se ne parlL Dorset è fuggito da Bièhemond.

Buck. Ne udii la nuova, milord.

Rice. Stanley, egli è figlio di vostra moglie. Attendete a dò.

Buck. Milord, reclamo il dono che promesso m’avete, impegnandone onore e fede; io intendo la contea di Hereford che mi avete detto che possederei.

Rice. Stanley, tenete V occhio su vostra moglie; se ella manda lettere a Richemond, voi ne risponderete.

Buck. Che dice Vostra Altezza della mia giusta dimanda?

Rice. Mi rammento che Enrico VI profetizzò che Richemond diverrebbe re, sebbene non fosse allora che un fanciullo caparbio. Re... forse...

Buck. Milord?

Rice. E come avvenne che il profeta non predicesse nel medesimo tempo a me, che era presente, che V avrei ucciso?

Buck. Milord, la vostra promessa per la contea...

Rice. Richemond 1 Allorchè io fili l’ultima volta ad Exeter, il Prefetto per farmi la corte mi mostrò il castello che egli chiamava [p. 283 modifica] Ruvgemont. a qnel nome io inorridii, perchè an bardo dlrlanda mi disse una volta, che non viTrei lungo tempo dopo aver Tedato Richemond.

Buck. Milord...

Ricc. Ahi che ora è?

Buck. Oso essere tanto audace da ricordare a Vostra Grazia la promessa che mi avete fatta.

Ricc. Bene sta; ma che ora ò?

Buck. Le died in procinto di suonare.

Ricc. Bene, lasciate che suonino.

Buck. Che suonino? Che significa dò?

Ricc. Che tu sospenda per un’ora la tua petulanza; non mi «ento oggi d’umor liberale.

Buck. Degnatevi almeno dirmi se debba contare o no sulla vostra promessa.

Ricc. Mi annoii, ti dico; non sono in vena da ciò.

(esce eoi suo seguito)


Buck. Cori mi lascia? Con tal disprezzo ricompensa i miei alti servigi? Lo fed io re per questo? Oh! mi rammento di Hastings, e fuggirò a Becknok, findiè questa testa tremante sta ancora sulle ade qpalle. {esce)

SCENA III

La stessa.

Entra Tirel.

Tyr. L*atto sanguinoso e tirannico è compiuto; il più barbaro macèllo di cui quest’isola si sia resa colpevole I Dighton e Forresty che subornai per accudire all’orrenda opera, sebbene scdlerati avvezzi da lungo al delitto, commosd di tenerezza han pianto come&ndulli, raccontandomi i particolari della loro morte.

— > Cime! mi disse Dighton, così stavano adagiati quei due infelid in un mededmo letto. — Abbracciati si tenevano, soggiunse Foireet, colle loro bracda innocenti e candide come l’alabastro.

Le loro labbra sembravano quattro rose sopra uno stdo solo, che nd loro più vermiglio splendore d baciassero Puna coll’altra. Un libro di preghiere posava sul capezzale: quella vista, disse For* rest, mutò quad la mia anima. Ma il demonio... lo scellerato d fermò a questa parola e Dighton continuò: < Noi abbiam distrutto «la piò bell’opera che la natura avesseformato dopo la creadone».

Poi m’han lasciato, così compresi di dolore e di rimorso che non Digitized by Google [p. 284 modifica] potevano parlare; io gli ho fatti partire per venire a recarla no* velia a questo re truculento. — Eccolo {{Ids|{{Ids|(entra U re Riccardo) Salute al mio sovrano.

Ricc. Gentil Tyrel, Bon liete le tue nuove?

Tyr. Se lo aver compiuta la cosa che mi avevate commessa vi è di letizia, siate lieto, perocchè essa è &tta.

Ricc. Ma li vedesti tu morti?

Tyr. Si, milord.

Ricc. E sepolti, gentil Tyrel?

Tyr. H cappellano della Torre li ha sepolti; ma dove, a rero dire, non so.

Ricc. Toma da me, Tyrel, immediatamente dopo la mia cena» e mi narrerai allora tutte le circostanze della loro morte. Intanto pensa a quel che maggiormente desideri, e sii eerto d’ottenerlo fra breve. — Per ora, addio.

Tyr. Umilmente mi congedo.

(esce)

Ricc. Chiuso ho il figlio di Clarenza; la figlia ho accoppiata ad un miserabile gentiluomo; i nati d’Eduardo dormono nel seno d’Abramo, e la mia sposa Anna ha lasciata la buona notte a quo* sto mondo. Ora, sapendo che Richemond dalla Bretagna getta sguardi sulla giovine Elisabetta, figlia di mio fratello; e che con tal nodo spera di giungere alla corona, io andrò a trovarla, e le farò una corte da zerbino. (entra Citbsbt) Cat. Milord...

Ricc. Son buone o triste le notizie che mi arrechi ri in fiotta?

Cat. Triste, milord: Merton è fuggito da Richemond; e Buekingham rafforzato dai Gallesi sta in campo, e le sae schiere crescono ad ogni momento.

Ricc. Ely congiunto a Richemond mi dà ben più da pensare che Buckingham e le sue genti raggranellate in fretta. — Andiamo; ho imparato che l’irresoluzione timida e cogitabonda strisci* die» tro ad indugi infingardi, che producono poscia l’impotente e sciagurata povertà. Impenniamo dunque le ali della rapida eseeazione che esser debbe l’araldo dei re! Partiamo, raduniamo un esercito, il mio scudo è il mio consiglio: la sollecitudine è necessaria, allorchè i traditori o^aiio diaprezzarcL (eseono) [p. 285 modifica]

SCENA IV

La stessa dinanzi al palazzo.

Entra ìa regina Margherita.

Mar. Così la prosperità della casa di Tork cominda a decrescere, e, quasi firatto che ha passato il termine di sua maturanone, sta per cadere nella bocca divoratrice della morte! Qui venn’io di nascosto per osserrare la rovina de’ miei nemici: tetdmone fui di un infausto prologo, e ritornerò in Francia colla speranza che le scene che stan per compiersi siano del pari crudeli Nasconditi, sfortunata regina, qualcuno viene a questa volta. in ritira; entrano la regina Eusabetta e ìa Duchessa di York) Elis. Ah miei poveri principi! miei teneri figli! amabili fiorì nati appena da un*giomo; se le vostre ombre innocenti errano per questi luoghi, se inghiottiti non siete stati nell’abisso dell’eternità, sospendete al disopra di me le vostre ali invisibili, ed ascoltate i gemiti della madre vostra.

Mar. SI; fermatevi sulla sua testa, e ditele che fu la giustizia che vi ha immersi dal nascere nell’eterna notte.

Duch. Tanti mali han logorata la mia voce, che la mia lingua stanca di quereUirsi rimane muta. — Eduardo Fhintageneto, oimò, perchè sei tu morto?

Mar. Plantageneto vendica Plantageneto; Eduardo sconta, morendo, il debito che aveva contratto con Eduardo.

Elis. Potesti tu, Dio benefico, abbandonare si teneri agnelli e lasciarli in preda all’ira d’un lupo divoratore? dove era la tua giustizia allorchè fu compiuto tanto misfatto?

Mar. Dov’era essa, quando fu trafitto il mio virtuoso Enrico e fl mio diletto figlio?

Duch. Spettro vivente, 1 di cui occhi sono estinti, e a cui non riman pia che un soffio di vita; spettacolo di miseria; deplorabile oggetto d’orrore e di compassione: proprietà della tomba che la vita usurpa e ritiene ancora; monumento dèUe calamità dell’esistenza, riposa le tue stanche membra sulla terra di quest’isola bagnata d’innocente sangue, sparso dall’ingiustizia,

(si assiede per terra)

Elis. Oh terrai perchò non puoi tu darmi una tomba, come puoi darmi un tristo seggio? Vorrei non riposare le mie ossa sulla ina superficie, ma asconderle nel tuo seno. Ah! chi è che nel mondo ha motivo di gemere fuorchè noi? {{Ids|(si asside ella pure) Mar. Se il dolore più antico è il più rispettabile, {{Ids|(avanzan[p. 286 modifica] dosi)cedete al mio la preminenza; a’ miei mali spetta Hmperio e la superiorità su i vostrL {{Ids|(siede anck’essa)44 Se paò stringersi fra noi qualche consorzio, i vostri dolori si rinnoTèllino veggenda i miei. Avevo un Eduardo, e Riccardo l’ha ucciso! Avevo uno sposo, e Riccardo Pha assassinato 1 Tu avesti un Eduardo che Riccardo assassinò! Tu avesti un Riccardo che Riccardo uccise t Duch. Ma il mio Riccardo fu da te trafitto; e un Rutland an«cor ebbi che tu godesti di vedere estinto.

Mar. Il tuo Clarenza pure uccìso fu dall’autore di tanti ddittit Dai tuoi fianchi esci quel mostro infernale che morti tutti ne vuole 1 Quel tigre, le cui mascella portavano 1 denti prima che i suoi occhi fossero aperti alla luce, per squarciare le deboli vittime, e abbeverarsi del loro sangue innocente; quel flagèlle distruttore dellMmagine di Dio; quel tiranno, il primo e il più feroce dei tiranni della terra, che trionfa nel pianto degli sfortunati, è dal tuo seno che esci per scavarci a tutti la tomba. Oh! Dio supremo, quanto ringrado la tua giustizia che permette che quel truce sanguinario eserciti le sue camifidne sui figli stessi di sua madre, e costringi lei ad associare il suo dolore e le sue lagrime a quelle degli altri infelici I Duch. Ahi sposa di Enrico, non insultare a* miei mali; Die mi è testimonio che spesso ho pianto sui tuoi.

Mar. Compatiscimi, io era assetata di vendetta, ed ora me ne pasco, n tuo Eduardo che aveva ucciso il mio, è morto; l’altre tuo Eduardo ò pur morto, e la sua morte appaga più sempre l’Eduardo mio. H giovine York non è che di addizione alla vendetta, perocchè gli altri due non giovano a compensare la grandezza della mia perdita. Il tuo Glarenza, che trafitto aveva il mio Eduardo, è spento, e lo sono con lui gli spettatori di quella tragica scena, l’adultero e perfido Hastings, Rivers, Vaughan e Grey. tutti precocemente cacciati entro la tomba. Riccardo solo è vivo, nero agente d’inferno, che lo lascia sulla terra per £Eurvi traffico ancora d’anime ree, e popolarne i suoi abissi. Ma ecco giunge, s’avvicina pure il suo fine; e sarà deplorabile e incom* pianto. La terra s’apre, l’inferno fiammeggia, i demoni mggi«Bcono, gli angeli pregano, tutti chieggono che una morte subi* tanca lo tolga da questo mondo. Pietoso Iddio, rompi, te ne scongiuro, il filo de’ suoi giorni, ond’io possa vivere abbastanza per dire: il mostro è estinto 1

Elis. Oh 1 tu mi avevi predetto che un tempo sarebbe giunto nel quale avrei implorato il tuo soccorso per maledire quella deforme creatura, quel mostro perverso. [p. 287 modifica]

Mar. Io ti chiamavo allora, lo sai, vano fantasima della mia grandezza passata, regina in pittura, ombra di quello che nn tempo io fui; prologo menzognero di un dramma d’orrore; donna innalzata al colmo delle fortune per esseme di subito precipitata; madre di due fanciulli, ma per poco; sogno passeggiero; insegna di grandezza; fragile bolla di sapone esposta a mille uragani; re«gina da teatro, fatta unicamente per entrare un momento sulla scena, e poi per sempre scomparirne. Dov’è ora il tuo sposo? dove i fratelli? dove i figli? Qual godimento ti rimane? Chi viene a pregarti inginocchiato, e a dirti: Dio salvi la regina? Dove stanno i grandi che ti adulavano? dove il popolo che si accalcava sulle tue orme? Rinunzia a quello splendido apparecchio, e vedi quel che oggi sei: anzi che sposa felice, vedova desolata; prima che madre gioiosa, donna che ne deplora il nome; di regina supplicata sei fatta umile supplicante; anzi, invece di regina, divenistì una infelice prigioniera coronata di mali e di miserie; di donna che disprezzava, sei ora disprezzabile a me: temuta da tatti, or di tutti temi: a tatti imperavi, e non hai più un solo che ti obbedisca. È così che la ruota della giustizia ha compiuto il suo giro e ti ha avventata nell’abito in cui rimani nuda e preda del tempo distruttore. Non ti resta più che la memoria di ciò che fosti, per maggiormente tormentarti nello stato in cui sei. Usurpasti il mio posto, ed ora la tua miseria usurpa la mia. H tuo collo superbo porta la metà del giogo de’ miei dolori, ed io sciogliendo qui la mia testa stanca di tollerarlo, e alleviata dalla vendetta, ne rigetto il peso tutto intero sopra di te. Addio, sposa di Yorkl regina di sventura! Questi mali dell’Inghilterra mi faran sorrìdere di gioia in Francia.

Elis. Oh! tu ^ dotti in imprecazioni, fermati ancora un istante^ e insegnami a maledire i miei nemici.

Mar. Digiuna i giorni, e passa le notti insonni; raffrontala tua perduta felicità coi tuoi mali presenti; imagina che i tuoi due figli fossero anche più vezzosi che non lo erano, e che quegli che li ha trafitti, sia mille volte più orrido che non è; amplifica le tue perdite, per vederne l’autore anche più odioso: è coid che imparerai a maledire.

Elis. Non ho che espressioni deboli; animale coll’energia delle tue.

Mar. Tocca al sentimento de’ tuoi mali l’arrotare i dardi del tao sdegno, e alle tue imprecazioni il renderli pungenti come i miei.

(esce)

Duch. n vero dolore è forse così fecondo in parole? [p. 288 modifica]288 VITA E MORTE DET UE RICCARDO UI Elis. n lamento che saccede alla felicità perduta non è che nn vano suono che si dissipa per l’aere; una voce impotente e inutile che si innalza per perorare invano la causa degli infelici; ma che, sebbene non dia alcun soccorso efficace, allevia nondi«meno il peso del cuore.

Duch. Sia co^; date un libero corso alla vostra lingua; se* guitemi, ed esalando a gara il nostro dolore, carichiamo dei nostri ximproveri il mio detestabile figlio che fè’ morire quei due teneri fanciulli vostri, {{Ids|(sitono di tamburi al di dentro) Odo il suo tamburo; siate libera nelle parole. {Entra t7 re Riccabdo eoi suo seguito in marcia) Ricc. Chi mi interrompe nella mia spedizione?

Duch. Quella che avrebbe potuto, soffocandoti nel suo seno maledetto, risparmiarti tutti gli omici{{Ids|(Ui che hai compiuti, scellerato.

Elis. Osi tu cingerti con corona d’oro quella fronte^ in cui dovrebbero esser marchiati con un ferro rovente, se ti fosse renduta giustizia, l’assassinio del prìncipe che la possedeva, e il macello dei poveri figli miei e de’ tuoi fratelli? Dimmi, vile scellerato, dove sono i miei figli?

Duch. Mostro, mostro infamale, dov’è tuo fratello Qarenza?

Bove il piccolo Plantageneto, suo figlio?

Elis. Dov’è il gentil Rivers, Yaughan e Grey?

Duch. Dove l’onesto Hastings?

Ricc. Squillate, trombe 1 Tamburi, battete! Il Cielo non oda il clamore di queste donne, che insultano l’unto del Signore: battete, dico. — (Allarme. Squillo di trombe) calmatevi e parlate senza vilipendi, o continuerò a soffocare il remore delle vostre grida sotto il remore più forte d’una musica guerresca.

Duch. Sei tu mio figlio?

Ricc. Si; ne ringrazio Dio, mio padre e voi.

Duch. Accolta dunque paziente i miei rimproveri.

Ricc. Signora, io vi assomiglio alquanto, e i rimproveri non li 80 tollerare.

Duch. Lasciami parlare.

Ricc. Parlate; ma non vi ascolterò.

Duch. Sarò mite e cortese nelle mie parole.

Ricc. E breve, buona madre; perchè ho gran fretta.

Duch. Cos’è che t’incalza? Quanto tempo non ti ho io aspettato, e Dio lo sa, fra dolori orribili al momento della tua nascita?

Ricc. E non venni io alfine per confortarvi?

Duch. No, per la santa Croce! tu bene lo sai che venisti sulla vena solo per far di essa un inferno per me. La tua nascita fu [p. 289 modifica] un peso doloroso per la madre tua; la tua fisanciullezza apparve bieca e dispettosa; la tua adolescenza feroce e forsennata, e riempo tua madre di timore e di disperazione; la tua gioventù fu temeraria, audace e senza freni, e nell’età chela seguì, divenisti orgoglioso, subdolo, falso e sanguinario, più mite in apparenza, ma più pericoloso in fatti: carezzevole ti festi, mentre col cuore odiavi Qual’ora di conforto puoi tu rimembrarmi in cui goduto lo abbia della tua compagnia?

Ricc. In verità, nessuna. Ma se la mia vista vi è sì odiosa, lasciatemi continuare il mio cammino, e non mi soggettate al pericolo di offèndervi. — Battete, tamburi.

Duch. Te ne prego, lasciami parlare.

Ricc. Parlate con troppa amarezza.

Duch. Lasciami dirti una parola, e sarà Toltima volta che mi ascolterai.

Ricc. In qual guisa?

Duch. Perchè, o perirai in questa guerra per un giusto decreto del Cielo, ne ritornerai vincitore; e allora io morirò di dolore e di yecchìezza senza più vederti. Porta adunque con te la mia più fatale maledizione; e possa tu esseme più appresso nel giorno del combattimento, che noi sarai da tutto il peso di tutta questa tua armatura 1 Le mie preghiere combattono pei tuoi avversarli. Possano le ombre lievi dei figli di Eduardo Infiammar ranlmo ^de* tuoi nemici e farli fidenti della vittorial Tu yivasti sanguinario, e morrai nel sangue; Pinfamia che accompagnò la tua vita seguirà la tua morte. {{Ids|(fisce) Elis. Sebbene io abbia maggior cagione per maledirti, ho minor forza; e non posso che dir ameni alle sue imprecazioni.(andandosene) Ricc. Fermatevi, signora, ho una parola per voi.

Elis. Non ho più figli di sangue reale che tu possa sgozzare:

-quanto alle mie figlie, Riccardo, elle diverranno suore suppiicanti, piuttosto che regine in lagrime: non cercar quindi di toglier loro la vita.

Ricc. Voi avete una figlia chiamata Elisabetta, bella e virtuosa, la più amabile delle principesse.

Elis. E debb’eUa morire per ciò? Ohi lasciala rivere, e ti giuro che farò appassire la sua bellezza, corromperò le sue virtù, mi disonorerò da me stessa, accusandomi d’infedeltà al letto d’Eduardo, e gettando sopra di lei un velo d^infamia. A questo prezzo, ch’ella viva in sicuro dal tuo sanguinoso pugnale; di* òhiarerò, se è necessario, ch’essa non è figlia d’Eduardo.

V. V. — 10 Shakspeare. Teatro completo. [p. 290 modifica]

Ricc. Non oltraggiate la sua nascita, ella è Yerameute di i gae reale.

Elis. Per salvarle la vita dirò che non lo è.

Ricc. La sua nascita sola basta a guarentirla.

Elis. Ma tale guarentigia fu cagione della morte de’ suoi fratellL

Ricc. Stelle nemiche presiederono alla nascita di quei fandnlli.

Elis. La malvagità degli uomini fu la sola nemica dei giorni loro.

Ricc. Quello che non può evitarsi è decretato dal destino.

Elis. Si; quando è il malvagio che fa il destino. I miei figli erano destinati a morte più felice, se il Cielo ti avesse accordato Tita più virtuosa.

Ricc. Voi parlate come se avessi io assassinati i miei cnginL Elis. Questo festi; e hai loro tolto tutto, felicità, corona, parenti, libertà e vita. Quali che si fossero le mani die trafissero i loro teneri cuori, fu la tua testa che segretamente meditò quel colpo. H pugnale omicida sarebbe rimasto impotente e inoffensivo, se aguzzato non fosse stato da te per essere immerso nelle viscere di que’ miserL Ahi se k continuità d’un male alla fine noi scemasse, la mia lingua non nominerebbe i miei figli al tuo orecchio prima che le mie unghie non t’avessero strappati gli occhi, e che io, come fragile barca, in balla di morte senza remi e senza vele, non mi fossi venuta a rompere contro il ino seno di roccia (1).

Ricc. Signora, così i successi della guerra che intraprendo e delle pericolose battaglie a cui mi commetto pendano dalla verità di quanto sto per dirvi, come vero è ch’io amo più voi e i rostri, che male non vi abbia fatto maL Elis. Qnal bene nascosto ancora nel Cielo può avvenirmi che valga a rendermi felice?

Ricc. L’innalzamento dei vostri figli, gentil signora.

Elis. Su qualche patibolo forse, onde perdervi la testa?

Ricc. No, ma alle dignità e al colmo delle fortune, in seno alle grandezze supreme della terra.

Elis. Culla il mio dolore col racconto di tali fole. Dimmi quali onori, quale dignità, qual fortuna riserbare tu puoi ai miei figli?

Ricc. Tutto quello ch’io possiedo, non escluso me stesso, io to’ donare all’uno dei vostri figli: e voglio che la vostra anima

|1) 1 [p. 291 modifica] sdegnosa sepellisea in nn profondo obblio la trista ricordanza dei mali di cui mi credete autore.

Elis. Parla presto, per tema che Pesposizione dei tuoi disegni benefici non duri più tempo che la tua buona volontà.

Ricc. Sappi dunque che con tutta l’anima io amo tua figlia.

Elis. La madre di mia figlia lo pensa con tutta Panima.

Ricc. Che cosa?

Elis. Che tu ami mìa figlia di quell’amore che portasti a suo fratello: il solo amore di cui il tuo cuore sia capace.

Ricc. Non siate itì sollecita in volgere a male i miei intendimenti:

amo, lo ripeto, con tutta l’anima vostra figlia, e intendo di fiarla regina d’Inghilterra.

Elis. Bene, ma chi ne sarà il re?

Ricc. Quegli che la fa regina: chi altro dovrebb’essere?

Elis. Ohi forse ta?

Ricc. Se ciò fosse, che ne direste, signora?

Elis. Come potresti tu amoreggiarla?

Ricc. Questo potrei apprenderlo da voi, a cui è meglio nota la di lei tempera.

Elis. Lo vuoi apprendere da me?

Ricc. SI, con tutto il cuore.

Elis. Mandale dunque, pel deputato che uccise i suoi fratdii, due cuori sanguinosi, in cui abbi fatto incidere i nomi d’Eduardo e di Tork; forse vedendoli ella piangerà; allora presentale, come iltravolta Margherita presentò intrìsa nel sangue di Rutland a tuo padre, una pezzuola che le dirai aver bevuto il più puro sangue de’ suoi fratelli, ed esortala a tergere con essa i suoi occhi bagnati di lagrime. Se un tal dono della tua tenerezza non la fa prona ad amarti, inviale una lettera che contenga i più minuti particolari sui tuoi nobili fatti: dille che sei tu che facesti morire suo zio Clarenza, suo zio Rivers, e che è per amore di lei che hai sprofondata nella tomba la sua povera zia Anna.

Ricc. Voi mi schernite, madonna; questo non è fl modo d’captivare gii affetti di vostra figlia.

Elis. Non v’è altro modo; a meno che tu non vestissi diffeente forma, e non fossi Riccardo che ha commesso tutti questi misfatti Ricc. Ditèle ch’io li commisi per amore di lei.

Elis. Ed ella non mancherà di amarti, avendo comprato il suo amore con tante stragi.

Ricc. Pensate, signora, che il male compiuto è irrimediabile. L’uomo commette qualche volta imprudenze che nelle ore che [p. 292 modifica] vengono dopo gli cagionano lunghi martori. Se tolto ho fl regno ai vostri figli, a fame ammenda lo darò alla figlia vostra. Se ho &tto perire i fratti del vostro seno, yo’ risoscitare la vostra pò* stenta col mio imeneo, generandone una egualmente formata del vostro sangue. nome di avola è dolce al pari di quello di madre: i miei figli, figli vostri diverranno, quantunque dVn grado più lontani da voi, e vi saranno costati le medesime pene, tranne una notte di dolori che soffrirà di più di voi quella, il di cui amore mi ha indotto a causarvi tante ambascio. I vostri figli formarono la sventura della vostra gioventù, i miei fiuranno la consolazione della vostra vecchiaia. La perdita che voi dolorate è quella di un figliuolo che oggi sarebbe re; ma ò per questa medesima perdita che la figlia vostra divien regina. Non posso risarcirvi interamente come vorrei, e perciò accettato le offerte che stanno in mio potere. Dorset, vostro figlio, preso da timorOi è andato ad errare tristamente in torre straniere: tal felice alleanza lo richiamerà tosto, e lo farà ascendere ai più alti onorL n re che chiamerà vostra figlia sposa, darà del pari familiarmente al vostro Dorset il titolo di fratello: voi ridiverrete madre di un sovrano, e tutte le sciagure d’un tempo infelice riparate verranno dai godimenti di una maggior felicità. Noi possiamo vedere ancora trascorrere giorni fortunati Le lagrime che avete sparso si cambieranno allora in lucide perle, e voi ne raccoglierete il ricco frutto nel possedimento di una gioia dieci volte più grande che noi fossero i vostri dolori Andate, voi ch’io chiamo di già mia madre, andate da vostra figlia. Valetevi della vostra esperienza per ispirare fiducia alla sua timida giovinezza; preparate il suo orecchio ad udire i voti d’un amante; infiammate il suo cuore col nobile desiderio della sovranità; fatele presentire le dolcezze dell’amore e la placida gioia dell’imeneo; e dopo che questo braccio avrà punito quel ribelle insensato Buckingham, io andrò a lei cinto di allori vittoriosi, e la condurrò al letto di un vincitore: a lei darò onore delle mie conquisto, ed ella sarà la sola signora e la dominatrice sohi del re d’Inghilterra.

Elis. Che potrei io dirle? Che il fratello di suo padre vorrebb’essere suo sposo? le dirò invece suo zio? Ovvero quegli che le ha ucciso i fratelli e gli zii? Sotto qual nome posso io annunziarti alla sua tenerezza, onde Iddio, le leggi, il mio onore e Tamor suo valgano a renderti a lei gradevole?

Ricc. Falle intendere che con quest’alleanza si tutola la paco allInghilterra.

Elis. Ella dovrà comprare tal pace con una guerra eterna. [p. 293 modifica]

Ricc. Dille che il re, che potrehbe comandare, la prega.

Elis. Per una dimanda che vieta il Re dei re.

Ricc. Dille che direrrà nn’alta e potente regina.

Elis. Per deplorarne il titolo, come sua madre.

Ricc. Dille che io l’amerò sempre.

Elis. Ma quanto tempo durerà il tuo titolo?

Ricc. Infine al termine della sua bella vita.

Elis. E la sua bella vita sarà molto protratta?

Ricc. Tanto quanto il Cielo e la natura lo concedono.

Elis. Tanto quanto l’Inferno e Riccardo lo reputeranno con* Teniente.

Ricc. Dille che io, suo sovrano, divengo ora suo umile soggetto.

Elis. Ma ella, suddita vostra, abborre una tal sovranità.

Ricc. Siate eloquente in mio favore.

Elis. Dna proposizione onesta riesce meglio esposta semplicemente.

Ricc. Annunziatele con schiette parole il mio amore.

Elis. Schiette e non oneste è cosa ardua.

Ricc. I vostri argomenti son troppo leggieri.

Elis. Ohi no; procedono invece da un sentimento profondo e mortale; ricorda i miei due figli che ora stanno nella tomba.

Ricc. Non toccate questa corda, signora; dimenticate il passato.

Elis. La toccherò, finchè le fibre del mio cuore si rompano.

Ricc. Ah! per san Giorgio, per la mia giarrettiera e la mia corona.....

Elis. Hai profanato l’uno, disonorata l’altra, usurpata la terta.

Ricc. Giuro.....

Elis. È inutile; cotesto non è un giuramento. TI tuo san Giorgio profanato ha perduto tutto il suo sacro splendore; la tua giarrettiera contaminata non conserva alcuna cavalleresca virtù; la tua corona usurpata è priva di ogni real gloria: se giurar volessi per qualche cosa a cui si potesse credere, giura sopra di chi non abbi mai oltraggiato.

Ricc. Per tutto il mondo...

Elis. Egli è pieno de’ tuoi misfatti.

Ricc. Per la morte di mio padre..«• Elis. La tua vita l’ha deturpato.

Ricc. Per me stesso

Elis.. Lordo d’ogni colpa tu set

Ricc. Alla fine per Dio

Elis. È Dìo che hai offeso di piò; se avessi temuto di violare!1 tuo ginrmento. fatt«al Cielo, non sarebbe stata rotta l’unione [p. 294 modifica] che il re, mio sposo, avea formata, né mio firatéll» sarebbe stato sgozzato. Se ta avessi rispettati i tuoi voti, l’oro che ti cinge A fronte avrebbe decorata quella dei miei figli, ed io vedrei ora qoi vivi i due principi, che, vittime del tuo spergiuro, giacciono insieme preda dei vermi nella polvere del sepolcro. Sopra che puoi tu giurare?

Ricc. Sul mio avvenire.

Elis. Bruttato Ip hai col tuo passato, ed io stessa ho ancora ben molte lagrime da spargere nell’avvenire a cagione di un passato pieno de’ tuoi delitti. Figli, a cui tu hai uccisi i parenti svolgono ora una giovinezza senza consiglio e senza guida, o deploreranno tanta sventura nel corso dell’età. Non giurare per l’avvenire; l’abuso odioso del tuo passato prepara ancora giorni tristi e funesti

Ricc. Se non è vero ch’io desideri riparare! miei falli ed espiarli, ogni successo m’abbandoni nella ardua impresa che tenterò contro i miei nemici armati! ch’io mi perda da me stesso e sia fl fiibbro della mia mina! il Cielo e la fortuna si frappongano ad ogni mia contentezza! Giorno, rifiutami la tua luce; notte, ricusami il tuo dolce riposo; astri di felicità, abbandonatemi e recate le vostre influenze a’ miei nemici, se vero non è ch’io ami la bella e real figlia di costei, coll’amore di un cuor puro, l’affezione più virtuosa e i pensieri più santi 1 È in lei che ò riposta la mia felicità e la vostra. Senza di lei io vedo cadere sopra di me, sopra di voi, sopra essa medesima, sull’Inghilterra e sul popolo, morte, mina e distruzione! Tanti disastri non possono essere prevenuti che con questo imeneo; con questo imeneo solo io vo’ impedirli: onde, tenera madre, perocché è il nome che debbo darvi, degnatevi perorare presso di lei la causa del mio amore. Dipingetele quel che io sarò per l’avvenire, e non quello che fui: non le parlate del mio merito presente, ma di quello che intendo acquistarmi Insistete sulla necessità dei tempi, sull’interesse dello Stato, e non vi ribellate follemente contro si grandi disegni.

Elis. Mi lascierò io dunque tentare così da questo demonio?

Ricc. Sì, se il demonio vi tenta per U bene.

Elis. Dimenticherò a tal punto me stessa?

Ricc. Sì, se la rimembranza di voi vi fa tanto danno.

Elis. Ma tu uccidesti i miei figli?

Ricc. Nel seno di vostra figlia io gli ho deposti, e di là rinasceranno per vostra consolazione e mia.

Elis. Andrò io a pregare mia figlia perchè cedaa’tuoi desiderìi?

Ricc. Siate madre obbedita in ciò. [p. 295 modifica]

Elis. Vado. — Scri7etemi nna lettera brere, e conoscerete da me i snoi sentiinenti.

Ricc. Recatele U bado del mio tenero amore, o addìo, (oòtraeciandoia. Esce Elis.) Oh, donna insenisata! Oh, sesso mutabile e incostante) Ma chi Tiene ora? (enira Kàtcliff; Catesbt lo seffue)

Rat. Potente sovrano, un naviglio formidabile si fa vedere sa la costa occidentale. Una folla di popolo accorre, e s’incalza tulle rive; ma sembrano clienti incerti e male intenzionati: senza armi stanno, e molto proclivi non sembrano ad opporsi alla di* flcesa dei nemicL Si crede che Bichemond sia l’ammiraglio della flotta, e che stiano ancorati sulla costa, aspettando che Buckingham venga a prestar loro il suo appoggio, e a riceverli.

Ricc. Si mandi qualche sollecito corriere al duca di Norfolk; ta stesso, BatdifF, oppure Catesby: dov’è egli?

Cat. Qui, mio buon signore.

Ricc. Catesby, vola dal duca.

Cat. Lo farò, milord.

Ricc. Batcliff, avvicinati: vanne a Salìsbury, di dove venisti.^ Ohi stolto, scellerato, {{Ids|(a Cat) sei anche qui? Perchè non vai dal duca?

Cat. Aspetto gli ordini di Vostra Altezza, potente sovrano. €ho debbo io dire al duca?

Ricc. Hai ragione, buon Catesby. Digli che raccolga le mag^orì forze che può, e venga a raggiungermi tosto a Salisbury.

Cat. Vado. {eace) Rat. Che debbo io fare a Salisbury?

Ricc. Che vorresti fiu’ci prima ch’io vi andassi?

Rat. Vostra Altezza mi disse ch’io corressi U.

Ricc. Ho mutato consiglio, {{Ids|(entra Stamlbt) Stanley, quali novèlle?

Stan. Ninna buona, milord, perchè voi poteste ascoltarla con piacere; ninna cosa così cattiva da dovervi essere taciuta.

Ricc. Quesi’è un enigma. Nè bnone, nè cattive I A che tante frasi prima di venire al &tto? Una volu ancora, quali notizie?

Stan. Bichemond è sui mari.

Ricc. Lo possano essi inghiottire! £ che fa quel vii rinnegato?

Stan. Non lo so, potente sovrano, ma lo immagino.

Ricc. Che cosa immaginate?

Stan. Che spinto da Dorset, Buckingham e Merton, egli approda in InghUterra per dimandare la corona.

Ricc. È vuoto il real seggio? La reale spada non ha chi la [p. 296 modifica] brandisca? È morto il re? É senza capo Timpero? Qnal aititi erede di York respira fuori di noi? Chi è il re legittimo d’Inghilterra, se non l’erede del gran York? Dimmi dunqne, che fa egli sopra i mari.

Stan. Se questo non è il suo disegno, io Qon saprei a éhe appormi.

Ricc. A meno ch’ei non Tenga per esser vostro soyrano, toì non potete indoyinare perchè quel Gallese qui venga? Ma rei Ti ribellerete e fuggirete da lui, io temo.

Stan. No, potente sovrano; non diffidate di me.

Ricc. Dove son dunque le vostre schiere per respingerlo?* dove i vostri vassalli e i vostri seguaci? Non son essi sulla sponda occidentale per difendervi i ribelli?

Stan. No, mio buon lord, gli amici miei stanno nel nord.

Ricc. Freddi amici per me: che fanno essi nel nord, allorchè^ servir dovrebbero il loro sovrano nell’occidente?

Stan. Questo ad essi non fu comandato, signore: piaccia & Vostra Maestà di darmene il permesso, ed io radunerò i miei amici, e raggiungerò Vostra Grazia, dove e in quel tempo che vorrete indicarmi.

Ricc. SI, sì, tu vorresti unirti a Richemond; non mi fiderò^ dì voi, signore.

Stan. Potente sovrano, voi non avete motivo per dubitare della mia amicizia: io non mai fui, né mai sarò spergiuro.

Ricc. Ebbene, andate e radunate il vostro esercito. Ma pensate a lasciar meco vostro figlio Giorgio. Siate fermo nella vostra, fedeltà, o il di lui capo sconterà il vostro tradimento.

Stan. Trattatelo in ragione della mia fede.(esce; entra un Mesaaggieré)

Mess. Mio grazioso sovrano, dalla notizia che mi hanno data alcuni fidi amici, pare che sir Eduardo Courtnay e quell’altero prelato vescovo di Exetcr, suo maggior fratello, siano attualmente nel Dcvoushire alla testa d’un esercito poderoso.(entra un aìtro Measaggiere)

2* Mess. Nel Eent, mio sovrano, Guildford sta in armi; e ad ogni ora affluiscono a lui schiere di ribelli.(entra un altro Messaggiere)

S*"Mess. Milord, l’esercito del grande Buckingham...

Ricc. Via di qui, gufi di morte, {{Ids|(lo percuote) Abbiti qneste fino a che mi redii migliori novelle.

3° Mess. Le novelle ch’io ho da dire a Vostra Maestà sone^ che per ima violenta tempesta e uno straripamento di acque». [p. 297 modifica] l’esercito di BncTdnghaDi è stato disperso e sparpagliato, e ch’ei medesimo erra ora solo senza che si possa sapere dove sia.

jRtee, Ti chieggo perdono: eccoti la mia borsa per curare il col]>o che ti diedi. Qualche saggio amico ha egli bandita una ricompensa per quegli che mi condurrà il traditore?

S"» Jfew. Tal bando è stato Ifttto, signore. {{Ids|(entra un altro Mesaaggiere) A? Me88, Milord, si dice che sir Tommaso Lowel e il marchese Dorset scorrano da ribelli la provincia di Tork. Ma una buona novèlla ho da recare a Vostra Altezza. La tempesta ha disperso la fiotta di Bretagna. Bichemond ha mandato un palischermo alla riva per sapere se i soldati di Dorset seguiyano le sue insegne; essi han risposto di si, e che là si trovavano per ordine di Buckingham, onde assecondarlo: ma egli, diffidandone, ha rimesso alla vèla, e ha ripreso il suo corso verso la Bretagna.

Bice, Andiamo, andiamo; dappoichè siamo in armi. Se non troviamo nemici stranieri da combattere, adopreremo le nostre forze contro i ribelli del regno. {{Ids|(entra Catesbt) Cai, Milord, il duca di Buckingham è preso; quest’è la miglior nuova. Ve n’è poi una sinistra che conviene nondimeno dirvi È che il conte di Bichemond è approdato a Mìlford con un numeroso esercito.

Bice. Andiamo a Salisbury; intanto che qui gettiamo il tempo, una battaglia decisiva avrebbe potuto esser vinta o perduta.

Qualcuno di voi pensi a far condurre Buckingham a Salisbury:

il resto venga con me. {{Ids|(escono) SCENA V.

Una stanz& ne!Ia casa d! lord Stanley.

Entra Stanlet e all’Cristoforo Urswick.

Sion. Sir Cristoforo, fate noto a Bichemond, per me, che mio figlio Giorgio sta chiuso nell’antro sanguinoso del nostro tigre.

S’io mi dichiaro contro il tiranno, la testa di mio figlio cade: è questo timore che mi rattiene e m’impedisce di prestargli aper*> tamente aiuto. Ma, ditemi, dov’è ora l’illustre Bichemond?

Ot«. A Pembroke o ad Hereford, nel paese di Galles.

Stan, Quali uomini un po’ chiari stanno con lui?

Cris. Sir Gualtiero Herbert, famoso soldato; sir Giliberto Tal* bert, all’Guglielmo Stanley; Oxford il formidabile, sir Giacomo BlTinty Tommaso Bice con molte schiere di prodi, e molti altri Digitized by Google [p. 298 modifica] di gran fama e merito. Essi verranno a Londra, se rattenuti non sono da qualche battaglia.

Stan. Bene; affrettati verso il tuo signore; raccomandami a lui; digli che la regina acconsente di cuore ch’egli sposi Elisabetta sua figlia. Queste lettere lo istruiranno delle mie intenzioni. (dandogli alcune carte) Addio.

(escono)

  1. Abbiamo tradotta letteralmente.