Voci di campanili/Sant’Ambrogio

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Sant’Ambrogio

../Sant’Eustorgio ../Il Duomo IncludiIntestazione 23 febbraio 2017 100% Da definire

Sant’Eustorgio Il Duomo
[p. 78 modifica]

SANT’AMBROGIO




[p. 80 modifica]





La piazza scende: si va a ritrovare l’antico suolo di Milano e tutto sembra portarci nel fondo di memorie austere e gloriose. Molte splendide rovine dell’epoca romana rimasero sepolte per sempre nel sottosuolo della moderna città, ma il terreno s’elevò intorno alla Basilica Ambrosiana, rispettandola.

Semplice e rozza basilica dove non splendevano gli ori e le sculture profuse dai devoti in quella eretta sopra di essa nel IX secolo.

— « Se la chiesa ha oro non è per conservarlo ma per distribuirlo e soccorrere chi ha bisogno. Il Signore ci chiederebbe: Perchè hai [p. 81 modifica]lasciato patire tanti poveri? avevi pure di che soccorrerli,» diceva Sant’Ambrogio, e nella sua chiesa era il Dio vivente che parlava dalle ingenue pitture delle pareti e dai distici che le spiegavano.


          La sapienza splende fulgida nella sua maestà
     e mostra Dio a chi è degno di distinguerlo.



          Nessun stato per quanto umile
     può essere ostacolo alla virtù.



          O profeti, imparate che i popoli
     si abituano alla virtù coll’esempio.


Come alla sua sepoltura assistettero costernati cristiani e pagani, ariani ed ebrei, così oggi ancora credenti e miscredenti s’inchinano davanti a questo santo che, — indicato dalla voce di un bambino, acclamato vescovo da tutto un popolo che nella giustizia e nella sapiente eloquenza del Prefetto romano sperava la soluzione a sanguinosi dissidî, eletto, lui neofita, prima ancora di ricevere il battesimo, — portò nella missione religiosa tutte le sue grandi virtù civili e domestiche. [p. 82 modifica]

Come s’eleva alto sopra tutti i martiri ch’egli santificò, questi che non diede la vita per il trionfo della religione, ma tutta l’essenza della vita, l’ingegno e la bontà!

Se voi dite al popolo milanese che Ambrogio era romano, esso protesta come di un’offesa, poichè nessun’altra grande e gloriosa figura della sua storia gli sembra compendiare più di lui le caratteristiche delle sue proprie virtù. Se gli dite che Ambrogio non portò mai la mitra nè lo staffile, si rivolterà come alla negazione di una fierezza che, perchè umana più che santa, gli fa venerare il suo vescovo con un sentimento di fraternità più che di divozione.

Ma mostrategli il ritratto di lui che è là nascosto nel buio della parete, a destra della basilica; proiettate luce sul grande antico bassorilievo colorato e il popolo, compreso da maraviglia, non protesterà più.

«Giocondissima cosa è il rimirarlo» — lasciò scritto il Petrarca, e lo sarebbe certo per tutti, se tutti sapessero ch’esso è là. La bella testa nuda di quell’uomo che ci guarda con così serena intensità alzando la mano a benedirci, ci fa sentire che così e non altrimenti dovette essere Sant’Ambrogio. [p. 83 modifica]

Raccontiamo al popolo, che invece di combattere a staffilate i nemici della chiesa, per resistere alle loro prepotenze si chiuse col suo popolo nella basilica maggiore della città, e perchè non trovasse lungo e tedioso l’assedio, intonò per la prima volta allora gli inni; e che di fuori, i soldati ariani tendevano l’orecchio stupiti e commossi, e si dovettero inginocchiare contro quelle porte sbarrate, sentendo in quel canto qualche cosa di innegabilmente divino.

Raccontiamogli come egli non ripudiasse per l’amore di Dio i suoi affetti domestici; come, non potendo vivere fra gli onori e la potenza senza aver intorno i suoi cari, venissero da Roma a vivere con lui il fratello Satiro e la sorella Marcellina. — «Niente ho di più prezioso di mio fratello, niente di più caro,» e sulla bara pronunciasse piangendo davanti al suo popolo, queste parole: — «Tu va innanzi, ed a quel modo che qui in vita tutte le cose ci furono comuni, così anche in morte non conosceremo separazione.» E alla sorella scrivesse: «Nulla di quello che m’accade nella tua assenza posso nascondere alla tua santità.»

Diciamo tutto questo, semplicemente, eloquentemente al popolo milanese, e la sua visita a [p. 84 modifica]Sant’Ambrogio non sarà più lo spensierato accorrere a una fiera più che a una storica, veneranda basilica; un incalzare rumoroso, un pigiarsi irreverente per precipitare giù dai gradini nel quieto atrio, — quasi che vi fosse ancora l’urna di porfido ripiena di vino che gli abati distribuivano un tempo ai poveri; — un sospingersi alle porte per ritrovarsi intontiti nella buia severa chiesa parata di rosso, splendente di lumi. Ma sarà, in giorni dell’anno più tranquilli, un tranquillo, pensoso rivivere intorno ad esso di antiche, grandiose memorie.

È solenne la pace che regna ancora oggi nella vasta piazza intorno alla basilica coronata di folti alberi, circondata e come chiusa da vecchie casipole, da cortiletti umidi dove crescono de’ tisici alberetti, — a cui s’affacciano visi sbarbati di vecchi sacristani, e ascetici pallidi visi di vecchie serventi di canonici.

L’atrio di Ansperto sembra, dopo aver rasentato quelle casette, ancora più massiccio: l’entrarvi impone il silenzio come se già fossimo in chiesa. Da queste mura erette a difesa di una casa di Dio, tutto un fiero passato di lotte, di tumulti e di invasioni s’affaccia alla mente; volgendosi a guardar fuor dalle porte, sulla piazza [p. 85 modifica]che s’eleva intorno, par di vedere il popolo affrettato a scavare il terraggio per difendersi da Federico Barbarossa, buttando di qua terra e rottami, quasi a formare un baluardo alla basilica che avrebbero voluto trafugare per poterla mettere in salvo.



O vecchi campanili, quante cose avete vedute e come diversamente le potreste raccontare, voi che avete dato così curioso esempio di discordia e avete guardato il mondo in modo così diverso l’uno dall’altro!

Oggi il campanile dei canonici si rizza ringiovanito, non curandosi neppur più dell’umiltà di quello dei monaci, ormai finito, e che non può più nuocere a nessuno. Spettacolo poco edificante quel gioco all’altalena delle due torri rivali! Forse non avevano torto i Benedettini di non volere che altri avesse comando sulla basilica affidata ad essi e della quale avevano accresciuto lo splendore, ma le loro contese coi canonici somigliarono troppo a quelle di tutti gli umani. La potenza terrena corrompe la spirituale. Essi che possedevano uno dei più vasti e [p. 86 modifica]ricchi monasteri, che avevano onori e privilegi e il comando su estese terre e il titolo di conti e di abbati imperiali e il diritto di ospitare principi e papi e di incoronare imperatori e re, — tutte le più vane soddisfazioni mondane, — non seppero mostrare le loro ragioni che con meschini ripicchi. Di notte, la piccola torre della campana dei preti fu abbattuta, ma ecco, per reazione, quasi scattare ardita una magnifica alta torre: più alta delle quattro torricelle e del gallo dorato che si rizzavano orgogliosi sul tetto acuto dei Benedettini.

Tarda e inutile arriva la giustizia di così grette rivalità: la paurosa prepotenza spagnuola, che occhieggiando dalle feritoie del Castello era turbata da quel campanile che lo sovrastava così serenamente, lo abbattè, ma quando già la torre dell’abbazia aveva perduto gallo e torricelle, e se ne stava umiliata senza speranza di risurrezione.

Perchè non hanno fatto la pace ancora? perchè ancora uno solo di essi si è alzato nuovo nella sua forma antica, e l’altro rimase tozzo col suo tetto piatto e le chiavi di ferro che tengono salde le sue vecchie pietre? Dove sono le campane che suonarono annunciando solennemente [p. 87 modifica]al di sopra del clamore delle trombe, l’arrivo della lunga processione di vescovi e d’incensieri, di duchi, di soldati e di popolo, accompagnanti i re che venivano a cingere la corona d’Italia?



Uscendo dalla severa e oscura basilica in un giorno d’estate, quando chiudete gli occhi abbagliati nel trovarvi sulla piazza soleggiata, provatevi a ripensare al barbaglio delle armi, delle bardature, dei gonfaloni, degli abiti intessuti d’oro nella gran festa dell’incoronazione di Giovanni Galeazzo Visconti a primo duca di Milano.

Il gran palco a gradinate era coperto di panno scarlatto, e a ripararlo dal caldo sole di quella mattina di settembre, era una gran tenda di broccato d’oro a fondo rosso. Intorno 500 cavalieri, e l’ampia bandiera imperiale sventolante dalle mani del soldato boemo. Fra il silenzio del popolo adunato, Giovanni Galeazzo s’inginocchiò e giurò fedeltà al rappresentante dell’imperator di Germania che gli pose sulle spalle il manto ducale foderato di vajo e sul capo la corona tempestata di gemme.

Squillarono gli oricalchi, s’alzarono gli inni dei [p. 88 modifica]prelati e le grida del popolo inebbriato di tutto quello sfarzo, e la messa fu celebrata all’aperto, fra sussurri e scalpiccii.

Giovanni Galeazzo non pose quel giorno piede nella basilica, ma egli sognava un’altra e più gloriosa incoronazione, e l’essere creato Duca di Milano sulla soglia della Basilica Ambrosiana, gli parve certo augurio di potervi un giorno entrare per cingere la corona di re d’Italia e udir il suo popolo intonare l’inno solenne di Sant’Ambrogio: Te Deum laudamus.