Volapük - Grammatica e Lessicologia/Introduzione

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Introduzione

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Prefazione Grammatica
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INTRODUZIONE



     L’ invenzione della stampa sarebbe a
questa come l’ uno al tremila.



Volapük è vocabolo composto. Vol significa “mondo„ e vola ne è il genitivo: pük corrisponde a “lingua„ e quindi Volapük equivale a “Lingua del mondo„.

Il bisogno di una lingua universale è fatto evidente dagli sforzi continuati ed incessanti per tradurne in atto l’ idea, la quale — tacendo di tempi più antichi — risale per l’ êra nostra ai giorni del grande Descartes. Il Leibnitz, demolitore in sì grande parte dei sistemi e delle idee Cartesiane, ne raccolse e rispettò quella di una lingua mondiale. Accintosi all’ opera, questa rimase incompleta, alcuni dicono per la difficoltà che l’ intrapresa gli presentò come pare scrivesse a Tommaso Burnet — altri invece per la morte che lo sovraccolse. Dalle opere insigni di lui sappiamo d’ altronde ch’ egli attribuiva grande preponderanza alle lingue e intendeva creare per l’ uso speciale delle scienze tutte una lingua speciosa generale, com’ egli appunto la chiamava.

Anche il padre Mersenne ed il celebre avversario della filosofia aristotelica in Germania Gian Cristiano Wolf vi dedicarono più di un loro pensiero.

Ne seguirono l’ idea verso il 1700 il filosofo Marchese di Condorcet ed il Becher. Ma il solo lavoro serio che sia stato [p. 12 modifica]composto nel XVII secolo è fuor di dubbio il “Saggio di una lingua filosofica„ del vescovo inglese Wilkins, saggio edito a Londra nel 1688.

In seguito altri molti entrarono in campo e basti qui ricordare i lavori dell’ungarese Kalmar, del parigino Sicard, la Lingua Musicale del francese Sudre, l'Ideografia dello spagnuolo Don Sinibaldo de Mas, oltre ai lavori del Moses Paic, del Bachmaier, del Berger, di Giov. Severino Vater, di Marmieux, di Michele Ignazio Schmidt e di altri molti. E venendo a tempi più recenti vediamo come il dottor L. cercava di togliere le difficoltà inerenti alla lingua tedesca acciò servisse come lingua internazionale, mentre la stessa cosa era tentata per la lingua latina nel 1883 dal dottor Fuchs di Berlino.

In questi ultimi anni comparve poi l'Ideografia del russo Baranowski, la Pasilingua del prof. Steiner, la Nal bino di Sebastiano Verheggen, la Lingua generale dei Maldant, Rosenthal, Menet e la Blaia Zimondal del nostro Meriggi. Ma questi lavori - quali più, quali meno - mancano tutti dal lato pratico e taluni anche non sono che storpiature di lingue antiche o moderne.

Era serbato all’illustre quanto modesto filologo Gio. Martino Schleyer, nato ad Oberlauda nel granducato di Baden, nel 1831, di risolvere il grande problema, intorno a cui, senza frutto, si erano lunga pezza affaticati i suoi predecessori.

E della necessità, che venne grado grado imponendosi, di una lingua universale, possono citarsi a prova i seguenti fatti.

I diplomatici d’ogni paese usano tra loro la lingua francese.

In Beirut, in Costantinopoli, è parimente l’idioma francese che, nelle riunioni di Tedeschi, Italiani, Greci ecc. s’impone come lingua di convenzione. È invece la lingua italiana che impera in tali casi ad Alessandria d’Egitto, mentre la lingua inglese avrebbe il sopravvento a Shangai.

Sulle coste del Mediterraneo, da Livorno, a Smirne, a Tunisi, presso i marinai di Malta ed i bazars di Constantinopoli s’è venuta spontaneamente creando una lingua ch’è il connubio di sei lingue [p. 13 modifica]diverse: la francese, l’italiana, la maltese, la greco-moderna, l’araba e la turca. Detta lingua vien denominata Lingua franca.

Sulle coste del Pacifico, la necessità dello scambio facile delle idee, creò un dialetto - miscuglio di vari dialetti indiani - chiamato Chinook.

È noto poi come le relazioni commerciali fra l’Inghilterra e la China abbiano luogo - non in cinese, non in inglese - ma in una lingua di convenzione chiamata Pidschin.

Il fin qui detto vale e dimostrare come la lingua universale abbia per sè una storica tradizione e come presso alcune popolazioni essa abbia già avuto una parziale applicazione.

Del resto non tanto lungi dal vero sarebbe poi chi affermasse che l’idea di un linguaggio universale non è in alcun modo cosa nuova e dagli Italiani stessi impraticata. Anzi una lingua scritta e parlata internazionale non sarebbe che la copia fedele di quanto vediamo operarsi oggidì in moltissime contingenze speciali.

Tutti i popoli sono d’accordo sul senso da attribuirsi per esempio alle cifre numeriche dell’aritmetica sebbene essi differentemente le esprimano nella loro rispettiva lingua con differenti appellativi. Prendiamo per esempio la cifra 4, un francese leggerà quatre, un inglese four, un tedesco vier, uno spaguolo cuatro, e così via. Ciò nondimeno nessun d’essi si sbaglierà circa il numero rappresentato; 4 vale 4 in tutto il mondo.

Lo stesso succede nella grafica rappresentazione delle quantità algebriche per cui (a+b)2 sarà per tutti uguale ad a2 + 2ab + b2 sebbene varii da lingua a lingua il modo proprio di pronuncia. Lo stesso accade per le note musicali per cui un valtzer di Strauss edito a Vienna sarà interpretato, letto e suonato nell’identico modo in tutta la terra. E lo stesso avviene ancora del complesso dei segnali semaforici che potrebbero definirsi una lingua universale a segnali, poichè da tutte le nazioni usata è per suo mezzo che i marinai di tutti i paesi si riconoscono e comunicano fra loro a distanza, facendo una vera traduzione mentale dei segni trasmessi.

Una lingua universale deve in certo qual modo agire come i [p. 14 modifica]segni musicali, aritmetici e semaforici. Essa deve essere direi quasi una comune misura, un’intermediaria, un’agevolatrice dello scambio delle idee fra tutti i popoli. Perchè dunque si avrebbe a ritenere come inammissibile la teoria e la pratica d’una lingua internazionale di cui ogni parola sarebbe quasi come un segno parlato che ciascun individuo comprenderebbe e tradurrebbe nella propria lingua? Essa sarebbe, come ben osserva il Sarcey, per così dire come una lingua semaforica ad uso degli orecchi.

Il gridare senza preventivo esame che una cosa è inammissibile ed assurda può solo esser opera di mente limitata e leggera. E tanto più ridicola e riprovevole allo stato di civiltà in cui viviamo, civiltà che vide man mano attecchire e realizzarsi mille invenzioni, mille scoperte, che al loro primo insorgere venivano dichiarate parto di mente febbricitante o idea da mentecatto.

Nell’imperfetto ordine sociale dei secoli andati, quando mancavano le buone vie di comunicazione terrestri e marittime, quando il credito non agevolava gli scambi, e le nazioni erano famiglie isolate e ben spesso corrucciate con tutte le altre è facile comprendere, e scusabile in parte, la cecità di chi avversava il sogno di una lingua internazionale. Ma ormai i tempi si sono maturati; oggi il campo di produzione e di smercio s’è allargato, ogni industria s’è fatta più varia, più graduata, più poderosa, più audace; il ristretto ed il locale s’è fatto in una parola amplissimo e mondiale, e le relazioni coll’estero sono aumentate a dismisura. Ora ognun sa che le relazioni commerciali coll’estero si stringono tanto più facilmente e sono altrettanto più precise e sicure, quando le trattative, a mezzo di una lingua nota alle due parti contraenti, possono farsi direttamente. Nessuno riterrà certo che delle 800 e più lingue che in oggidì sono parlate nel mondo si possa pretendere d’aver completa conoscenza, nessuno dimenticherà certo che anche solo per comprendere i principali popoli civili, coi quali, il progredito ordine sociale, ci ha messo in relazione, occorrerebbe conoscere almeno una cinquantina di esse. Ora il linguista potrà forse arrivare a tale conoscenza quando vi impieghi tutta la vita; ma è evidente che le occupazioni del [p. 15 modifica]fondaco o del banco si opporranno sempre a che il commerciante possa arrivare a tal risultato. Non rimane adunque altro al commerciante, che di limitare le sue aspirazioni a due o tre lingue, per cui ove le trattative sue debbano aver luogo in paesi ove la lingua non sia compresa in quelle da lui studiate, s’impone la necessità o di tralasciar gli affari, o ricorrere a popoli e paesi intermedi con dispendio gravissimo di tempo e di moneta.

E ciò che diciamo pei commercianti, può ripetersi in gran parte per gli studiosi e gli scienziati.

Esista invece una lingua universale e le cose cambiano subitamente aspetto; un viaggiatore potrà visitare i più lontani paesi, lo scienziato potrà studiare le opere e corrispondere con gli scienziati di ogni paese, un giornale di commercio potrà essere letto dai commercianti tutti della terra, l’offerta del commerciante di Torino potrà esser presa in considerazione ed accettata dai commercianti di Costantinopoli o da quelli di Pekino con uguale facilità.

D’altronde inutilmente io mi dilungo in questi particolari; poichè non v’è alcuno che dubiti della utilità che da una lingua mondiale deriverebbe. Solo si dubita se essa possa praticamente sussistere.

E su questo punto varie sono le obbiezioni che si movono, obbiezioni però a cui si può facilmente rispondere. Innanzi tutto si osserva che — ammessa la possibilità di una lingua mondiale — non ci debba entrare la necessità di crearne una nuova ab imis fundamentis, potendosi a tale intento adottarne una di quelle esistenti o fra quelle estinte.

Assai agevole n’è la confutazione. Anche lasciando a parte la cattiva prova di tentativi fatti a questo riguardo, è facile lo scorgere come insormontabili difficoltà s’opporrebbero ad un tal disegno. Innanzi tutto la difficoltà di grammatica e quindi quella di pronuncia, non a tutti i popoli ugualmente possibili ed ultima quella di rivalità nazionali.

Se la lingua francese riesce facile assai a noi Italiani non così lo riesce ad altre moltissime popolazioni, e noi proviamo invece [p. 16 modifica]gran difficoltà ad apprendere lingue che non ne presentano alcuna per popolazioni parlanti una lingua a quelle più affine.

Non cenniamo che di volo alle rivalità nazionali perchè ognuno può da sè di leggieri comprendere quale impedimento esse sole porterebbero all’accettazione di una lingua non nuova come lingua universale. E ciò non solo a proposito di lingue moderne, poichè non v’ha lingua estinta che non desterebbe rivalità nella applicazione all’uso universale.

Si potrebbe poi obbiettare se il Volapük realmente si presti a tutte le pronunzie e se pronunziato ad esempio da un Arabo possa esser compreso da un Francese o da un Inglese.

La questione apparentemente grave cade da sè quando si osservi che lo Schleyer per quanto era fattibile mirò appunto a piegare il Volapük alla possibilità di una generale pronunzia. Ciò che di leggieri si comprenderà se si pon mente al fatto che il Volapük evitò quelle voci la cui pronunzia riesce impossibile a certi popoli, e che in esso ogni lettera conserva un unico ed invariato suono evitando quelle gradazioni, quelle sfumature di pronunzia che sono nelle maggior parte delle lingue attuali.

Altra obbiezione potrebbe ancora esser fatta, quella che per l’istinto innato d’ogni popolo di adattare alla propria natura la lingua parlata non si finisca per introdurre nel Volapük tali variazioni da togliergli quel voluto carattere di generalità.

Ciò avverrebbe senza dubbio ove ognuno si credesse autorizzato a far passare nel Volapük i suoi idiotismi. Gli è certo che il più rigido rigorismo deve difendere una lingua avente carattere generale. Del resto non sarebbe tale inconveniente solo inerente al Volapük, ma comune a qualsiasi lingua. Dovendo ad esempio esprimere in italiano l’'how do you do? anglo-sassone o il francese comment vous portez vous? si dirà: come state? poichè traducendo letteralmente il saluto inglese, certo l’interpellato in tal guisa stralunerebbe gli occhi. A ciò si aggiunga poi che la lingua nazionale è molto più sottoposta all’uso continuo del volgo che non una lingua universale, per cui questa in ogni caso sarebbe meno esposta di quella alle trasformazioni portate dall’uso. [p. 17 modifica]

Tutto ciò ebbe in mente lo Schleyer nel formare la lingua da lui proposta e noi dobbiamo certo riconoscere in lui l’uomo competente poichè l’illustre inventore conosce ben 55 lingue ed il Volapük costò a lui 20 anni di laboriosi sforzi. Egli riuscì a formare un tutto sì ben coordinato, armonico, logico e di sì estrema semplicità da ottenerne il plauso dei più illustri filologi odierni, primissimo fra i quali il professore Max Muller dell’Università di Oxford.

Scopo dello Schleyer si fu pertanto di creare un linguaggio convenzionale scevro di tutte le difficoltà di grammatica, d’ortografia e di pronunzia inerenti alle lingue antiche e moderne e suscettibile d’essere usato grazie alla sua semplicità da tutti i popoli civili nelle loro internazionali relazioni.

Il suo Volapük non presenta alcuna delle irregolarità delle lingue ordinarie. La grammatica si può imparare in qualche ora perchè la regola non vi patisce mai eccezioni.

Ogni lettera ha un solo ed invariato suono. I vocaboli vi si scrivono come si pronunciano. La costruzione adottata è la costruzione diretta.

Siccome il sistema di derivazione vi è sempre uguale e cioè l’aggettivo, il verbo e l’avverbio vi si formano regolarmente dal sostantivo, basta imparare i sostantivi della lingua per conoscerne tutti i vocaboli del dizionario. Una sola è la declinazione e semplicissima; una ed invariabile la formazione dei plurali; non generi artificiali, non articoli; gli aggettivi tutti terminati ad un modo e sempre invariabili; una la coniugazione dei verbi senza irregolarità di sorta, talchè in Volapük — e questo è carattere importantissimo — si può in pochi minuti apprendere tutta la coniugazione di un verbo, ossia di tutti i verbi.

Tale risultato si ottiene mediante aumenti e desinenze, come in tutte le lingue a flessione, ma con questo immenso vantaggio che gli uni e le altre sono semplici e costanti e ridotti al minor numero possibile, e ciò nullameno nessuna lingua forse possiede tante forme verbali quanto questa. Al punto che non v’ha cosa o concetto, non v’ha sfumatura alcuna del pensiero che non possa [p. 18 modifica]venire espressa colla più grande precisione in Volapük e senza alcun pericolo di scambio, di oscurità, del minimo equivoco.

Quanto ai radicali lo Schleyer ricorse alle lingue del grande gruppo ariano o indo-europeo e in specie alle romane ed alle germaniche.

Lo Schleyer nel 1881 pubblicava assieme alla sua “Grammatik der Universalsprache„ anche un dizionario Volapük-tedesco di 15,000 vocaboli. Più di 70,000 esemplari di queste opere furono venduti. La Grammatica è ormai giunta alla 8a e il Dizionario alla 5a edizione. Piccoli compendii della Grammatica furono pubblicati in tedesco, inglese, spagnuolo, olandese, italiano, latino, portoghese, svedese, turco, magiaro, croato, serbo, basco, estonio, chinese, e perfino nel dialetto namaqua degli Ottentoti. Furono pure pubblicate grammatiche più estese ad uso d’inglesi, russi, spagnuoli ecc. e la grammatica francese arrivò alla 38a edizione. Il Grand Magasin du Printemps aprì un corso di Volapük, che fu frequentato da 120 uditori impiegati in quella casa.

Pubblicazioni di grande e di piccola mole, fogli periodici, associazioni per il suo incremento sono già in ogni parte del mondo. I Volapükaklubs si sono quasi in numero di 200 stabiliti in tutte le nazioni d’Europa, in alcune parti dell’America e persino a Beirut in Siria. Molte di tali associazioni sono estesissime ed alcune di esse in Germania contano più di 400 soci. A cura di queste società molte scuole di Volapük, frequentate da persone di ogni età e di ogni ceto, furono aperte in sezioni maschili e femminili. Tra le altre è degna assai di menzione l'Association française pour la propagation du Volapük, costituitasi con decreto ministeriale 8 aprile 1886, la quale apriva nei diversi quartieri di Parigi 12 corsi pubblici ed altri ne inaugurava per tutta la Francia. I giornali attualmente in corso sono 10:

il Volapükabled di Costanza, diretto dall’inventore.
i Volapükaklubs di Breslau,
il Volapükagased di Vienna,
il Volapükabled di Rotterdam, [p. 19 modifica]
il Weltspracheblad in Danimarca,
il Cogabled, umoristico e illustrato di Monaco,
il Timabled Volapükik di Portorico,
Le Volapük di Parigi,
El Volapük di Madrid,

e infine

il Volapük di Milano.

La letteratura volapükista vanta già opere originali e tradotte, fra cui la traduzione della commedia del Lessing: “Minna von Barnhelm„. Già si compilarono trattati di corrispondenza in Volapük, raccolte di poesie, di sentenze, proverbi, ecc.

Il dottore Ignazio Hermann recava pure in Volapük tre veri gioielli dalla poesia popolare croato-serba, traduzione che fu riprodotta in diversi periodici.

In Russia il Volapük è ammesso come lingua telegrafica, ed una petizione a questo fine venne pur fatta in Germania, e siamo certi che sarà accolta favorevolmente.

Anche da noi il Volapük comincia ad estendersi. Il benemerito Circolo Filologico di Torino primo in Italia aprì le sue scuole all’insegnamento pubblico di questa lingua e due corsi di 12 lezioni ciascuno già si tennero per la sezione maschile, ed uno con ottimo successo per la sezione femminile.

Di più l'Associazione per la propagazione del Volapük in Italia, fondatasi sul principio del corrente anno, sotto gli auspici del Circolo Filologico, tiene un corso festivo serale per i suoi soci e per mezzo dei soci corrispondenti ne diffonde la conoscenza.

Già a Piadena presso Cremona si è fondato un Volapükaklub e altri sono in via di formazione a Napoli, a Genova, a Vercelli, a Milano. In quest’ultima città, come già accennammo, si pubblica un giornale mensile “Il Volapük„.

Tutto insomma lascia sperare che superate le prime difficoltà il Volapük possa continuare il suo cammino trionfale, o meglio la sua irradiazione in tutti i paesi civili, con utilità grande del progresso generale. [p. 20 modifica]

Ci resta a dire che lo Schleyer non ha preteso all’infallibilità e che permette la più ampia discussione del suo sistema. Ad un primo Congresso tenutosi nel 1884 a Friedrichshafen sul lago di Costanza assistevano oltre a 300 volapükisti venuti da ogni parte dell’Europa; un secondo Congresso si terrà nell’estate prossimo a Monaco di Baviera; infine un ultimo grande Congresso internazionale dei delegati di tutte le società del mondo si riunirà nel 1889 a Parigi, all’occasione dell’Esposizione universale e si fisseranno allora definitivamente le norme del Volapük1.


Prof. GIO. APPIANI.

Note

  1. Allo scopo di incoraggiare lo studio del Volapük, ed anche per dare una certa autorità morale, lo Schleyer conferisce il diploma di Volapükatidel (Maestro di Volapük) a tutti coloro che gli inviano una dissertazione di 7 a 8 pagine su un argomento qualunque, senza errore alcuno di grammatica. A tutt’oggi i Volapükatidels sono 411. Ai più meritevoli Volapükatidels che si distinsero in modo speciale in questa lingua lo Schleyer conferisce il diploma di Löpitidel (Maestro superiore), e sono a tutt’oggi 42.