Avventure di Robinson Crusoe/107

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Conseguenza della singolare crociata; descrizione d’altri paesi della Moscovia, arrivo a Tobolsk

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Conseguenza della singolare crociata; descrizione d’altri paesi della Moscovia, arrivo a Tobolsk
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Conseguenza della singolare crociata; descrizione d’altri paesi della Moscovia, arrivo a Tobolsk.



Laffare della nostra spedizione non andò a terminare come avevamo immaginato. Abbandonata quella stazione, in quella stessa mattina, come sapemmo più tardi, un grande numero d’abitanti della campagna si era presentato alle porte della città, chiedendo nella più arrogante maniera una soddisfazione al governatore russo, per gl’insulti fatti ai loro sacerdoti e al loro gran Cham Chi-Thaungu (tale era il nome del loro idolo). Grande si fu la costernazione dei cittadini, perchè, al dir di questi, i Tartari non erano in meno di trentamila. Il governatore mandò loro de’ messaggeri per racchetarli e farli certi che non sapea nulla di tutto ciò; un’anima sola della sua guarnigione non essere uscita della città in quella notte; non poter dunque procedere dai suoi soldati lo sconcio; che se per altro gli avessero fatto conoscere l’autore del misfatto, sarebbe stato esemplarmente punito.

Gli fecero alteramente rispondere: tutta quella contrada avere in altissima venerazione il gran Cham Chi-Thaungu che abitava nel [p. 681]sole; non poter dunque altri fuor di qualche miscredente Cristiano avere ardito di far violenza alla sua immagine: essere pertanto risoluti d’intimar guerra al colpevole e a tutti i Russi che erano, soggiugnevano, altrettanti miscredenti e Cristiani.

Il governatore prendea le cose con pazienza, chè gli sarebbe rincresciuto romperla coi Tartari, o il potere essere imputato d’aver dati motivi ad una guerra, perchè il czar gli avea strettamente ordinato di comportarsi con mansuetudine e cortesia verso i popoli conquistati; laonde il governatore diede agli ammutinati quanta buone parole potè. Finalmente fece dir loro, che una carovana era partita per la Russia in quella stessa mattina, e che forse l’ingiuria di cui si lagnavano era stata commessa da alcuno di essa carovana; che per conseguenza se si fossero voluti acchetare a ciò, le avrebbe mandate dietro a fine di schiarire la cosa.

Parvero un po’ più contenti. Perciò il governatore ne spedì un messaggio, dandone pieno ragguaglio dello stato delle cose, ed insinuandoci, se mai fosse vero che uno della nostra carovana avesse fatto ciò, a fuggire alla presta; poi, o ci fosse o non ci fosse questo tale, in tutti i modi a darla a gambe, chè sarebbe stata cosa più sana per noi. Egli intanto, il governatore, condurrebbe per le belle i Tartari, finchè potrebbe.

Certo il governatore non poteva dal canto suo comportarsi con maggior cortesia; pure quando il messaggio arrivò alla carovana, non si trovò uno fra noi che sapesse nulla di questo avvenimento; e quelli che lo sapeano da vero, erano que’ tali su cui meno cadeva qualunque sospetto. Ad ogni modo, il conduttore della carovana non perdè tempo nel giovarsi del consiglio del governatore; onde camminammo due giorni e due notti senza alcuna notabile pausa, finchè ci fermammo ad un villaggio detto Ploto. Qui pure non ci credendo abbastanza sicuri, facemmo una breve pausa, affrettandoci alla volta di Jarawena, altra fra le colonie del czar di Moscovia, ore c’immaginavamo che saremmo stati finalmente fuori di pericolo.

Ma nel secondo giorno della nostra partenza da Ploto, un nugolo di polve veduto in grande distanza dietro di noi indusse qualcuno de’ nostri a pensare che fossimo inseguiti. Entrati in un vasto deserto, camminammo presso un grande lago, detto Schaks Oser, quando vedemmo comparire un numeroso corpo di cavalleria a settentrione del lago stesso di cui ci tenevamo a ponente. Poi [p. 682]osservammo che anche il corpo di cavalleria venne a ponente, supponendo che non avremmo deviato da quella strada. Per buona sorte avevamo presa la parte dell’ostro; onde, dopo due giorni, il temuto corpo di cavalleria ci era sparito affatto di vista; perchè questo, pensando sempre che gli marciassimo davanti, seguì la stessa strada, finchè arrivò all’Udda, che veramente internandosi verso settentrione diviene un fiume considerabile, ma che dove ne toccò valicarlo, era angusto e di facile guado.

Nel terzo giorno, i galantuomini che ne tenevano dietro, o avessero riconosciuto il loro abbaglio o ottenute più giuste informazioni intorno a noi, ne vennero appresso di gran galoppo sul far della sera. Avevamo per nostra buona sorte adocchiato un luogo opportunissimo per accamparvi la notte, che già, trovandoci in un deserto, lungo oltre a cinquecento miglia, ancorchè fossimo soltanto sul principio di esso, non avevamo speranza di città ove alloggiare; e la sola su cui potevamo far conto, la città di Jarawena, ci obbligava per giugnervi a due giorni di viaggio. Il deserto ciò non ostante abbondava quivi di boschetti e fiumicelli che andavano tutti a scaricarsi nel gran fiume Udda. In un vano di que’ boschi, piccoli sì ma folti, piantammo pertanto le nostre tende per quella notte, con l’animo però dubbioso di vederci assaliti nella seguente mattina.

Non v’erano altri, trattine quattro fra noi, che sapessero perchè ne inseguissero. Ma poichè è stile dei Tartari Mongoli l’andare attorno in truppe per quel deserto, le carovane che vi si abbattono, son solite a trincerarsi così contr’essi come contro a possibili squadre di ladri. Non era dunque novità il vedersi inseguiti.

Ma in quella notte, più che in ogn’altra de’ nostri viaggi, sortimmo un vantaggiosissimo campo. Giacendo questo fra due boschi, avevamo un fiumicello in fronte, sì che non potevamo essere circondati, nè temere assalti fuorchè di fronte o alle spalle. C’ingegnammo in oltre di fortificare quanto più da noi poteasi la nostra fronte col mettere dinanzi a noi i nostri bagagli e cammelli e cavalli, tutti in una linea alla sponda del fiumicello. Alcuni alberi che abbattemmo, ci formarono una trincera alle spalle.

Quivi dunque ci preparavamo il nostra accampamento per la notte; ma i nemici furono a visitarci prima che ne avessimo terminate le fortificazioni. Nondimeno non vennero ad usanza di ladri, come ci saremmo aspettati; ma inviarono tre araldi per chiederci la consegna [p. 683]di coloro de’ nostri che aveano fatto villania ai loro sacerdoti e bruciato il loro gran dio Cham Chi-Thaungu, perchè, come di ragione, dovevano essere bruciati ancor essi. Fatto ciò, soggiugnevano i messaggeri, se ne sarebbero andati senza recarci altro danno; altramenti ci avrebbero distrutti quanti eravamo.

I nostri si fecero smorti smorti all’udire quest’ambasciata, e si guardavano tutti per leggere l’uno sul volto dell’altro chi fosse l’autor del malanno. Ma, nessuno! nessuno! era la parola di tutti. Il conduttore della carovana mandò a rispondere di potere assicurare che nessuno del nostro campo era reo del fatto ond’essi doleansi; che noi eravamo pacifici trafficanti che viaggiavamo unicamente pei nostri negozi; nè avevamo fatto male nè a loro nè a verun altro.

— «Andate dunque, concludea, più lontano a cercare i nemici che v’hanno ingiuriati; noi non siamo quelli. Fatene il piacere di non sturbarci, altrimenti ci ridurrete alla necessità di difenderci.»

Ben lontano che si contentassero a questa risposta, all’alba della seguente mattina corsero in grossi drappelli per investire il nostro campo; ma trovandoci sì vantaggiosamente posti, non ardirono di assalire altra linea che quella del fiumicello che ci stava in faccia, su la cui riva si fermarono in tal numero che il solo vederli ci mise da vero non poca malinconia; perchè chi fra noi portava questo numero men alto lo faceva ascendere a diecimila. Dopo essersi fermati per un poco a contemplarci, misero un grand’urlo; poi fecero piovere un nembo di frecce sul nostro campo. Fortunatamente ci eravamo ben messi al coperto sotto il riparo de’ nostri bagagli, onde non mi ricordo che un solo di noi ricevesse una scalfittura.

Qualche tempo dopo, vedutili piegarsi alquanto su la nostra diritta, ce gli aspettavamo alle spalle, quando un astuto mariuolo che era in carovana con noi, un Cosacco di Jarawena al servigio dei Moscoviti, accostatosi al nostro conduttore gli disse:

— «Se volete, vi mando tutta quella gente a Siheilka.»

Era Siheilka una città situata in una distanza a dir poco di quattro o cinque giornate di viaggio dal nostro campo verso destra e piuttosto dietro di noi. Ciò detto, costui prende il suo arco e le sue frecce, salta a cavallo, galoppa verso la parte opposta al fiumicello, come se avesse intenzione di tornare alla città di Nertsinskay; poi fa una giravolta portandosi in retta linea al campo de’ Tartari e fingendosi spedito espressamente a trovarli per dar loro una notizia: [p. 684]in sostanza contar loro una filastrocca. Stando al suo detto i malandrini che aveano bruciato il gran Cham Chi-Thaungn si erano portati a Siheilka con una carovana di miscredenti (chè costoro già per miscredenti intendevano i Cristiani), e che vi erano andati per bruciare il dio Schal-Isar, divinità dei Tonghesi, come aveano praticato col quell’altro dio.

Siccome questo furfante era in sostanza un Tartaro anche lui, e parlava perfettamente la lingua de’ Tartari, architettò la sua frottola con tanta maestria, che i merlotti cui la spacciò la presero per buona valuta, diedero una voltata di cavalli e tutti di gran galoppo s’avviarono verso Siheilka, posta in quella bagattella di distanza che vi ho detto un momento fa. In meno di tre ore gli avevamo perduti affatto di vista, nè udimmo più se fossero andati o no a Siheilka.

Liberati così da un brutto pericolo, ci portammo a Jarawena ove stanziava una guarigione di Moscoviti, e dove ci fermammo cinque giorni, perchè la carovana, veramente estenuata dai disagi delle faticose corse sostenute dopo la partenza da Nertsinskay, aveva bisogno di rifarsi delle notti perdute senza dormire.

Partiti da questa città, ne toccò attraversare un’orrido deserto che ci tenne in cammino ventitrè giorni. Prima di venirvi ci eravamo provveduti di tende per accomodarci alla meglio la notte; e il conduttore della carovana comprò sedici carriaggi o carri del paese per trasportare la nostra acqua e le provvigioni, e per servirci ad un tempo di trincea ciascuna notte intorno ai nostri piccoli campi: di modo che, se comparivano Tartari, ove non fossero stati in un numero veramente sterminato, non potevano farci male.

Ognuno s’immaginerà che, dopo questa sì lunga traversata, avevamo gran bisogno di riposo, perchè in tutto il deserto che erasi camminato non vedemmo nè case nè alberi, e nemmeno cespugli, benchè vi trovassimo in copia cacciatori di zibellini, tutti Tartari della Mongolia, di cui quel deserto fa parte. Costoro assaltano di frequente le piccole carovane; ma, benchè ne incontrammo molti, pure non li vedemmo mai uniti insieme in un numero da farci paura.

Dopo il deserto trovammo una contrada assai ben popolata, copiosa cioè di città e castella fondate dal czar, che vi ha poste guarnigioni di stazione per proteggere le carovane e difenderle contro ai Tartari, genìa che, senza una tale previdenza, renderebbe assai pericoloso il viaggiare in queste parti; anzi sua maestà russa ha [p. 685]emanati sì precisi ordini per la sicurezza delle carovane e dei negozianti che ogni qual volta corre la voce di Tartari che infestino il paese, vengono sempre spediti dalle guarnigioni opportuni drappelli che scortino di stazione in stazione i viaggiatori. In fatti il governatore di Adinskoy, al quale ebbi occasione di fare una visita col mezzo del mio mercante scozzese che usava con lui, ne offerse, ove mai prevedessimo qualche pericolo di lì alla prossima stazione, una guardia di cinquanta uomini.

Io avea creduto per lungo tempo che, quanto più ci saremmo avvicinati all’Europa, tanto più vi avremmo trovate buone abitazioni e abitanti che fossero meno addietro negli avanzamenti della civiltà; ma vidi essermi ingannato in entrambe queste mie supposizioni. Ci rimaneva tuttavia da attraversare il paese de’ Tonghesi, ove rinvenni gli stessi segnali di paganesimo e di barbarie che mi fecero ribrezzo nelle precedenti contrade. Solamente i Tonghesi, conquistati più saldamente dai Moscoviti, non sono tanto pericolosi; ma quanto a rozzezza di modi e ad idolatria, non v’ha popolo al mondo che li superi. Vestiti tutti di pelli di bestie, queste eziandio sono il riparo delle loro trabacche; non distinguete una donna da un uomo nè alla minore asprezza de’ lineamenti, nè alla diversità del vestire. Nel verno, quando tutta la campagna è coperta dalla neve, vivono sotterra entro caverne che comunicano l’una coll’altra.

Se i Tartari avevano il loro Cham Chi-Thaungu per un intero villaggio o contrada, trovai che costoro hanno un idolo per ciascuna capanna o caverna. Adorano in oltre le stelle, il sole, l’acqua, la neve, in somma tutto quello che non capiscono, e le cose che capiscono sono ben poche; ed ogni elemento è tutto ciò che si tolga un poco dall’ordinario riceve sacrifizio da loro.

Ma ho detto di non volermi diffondere in descrizioni di popoli e di paesi ove queste non si rannodino precisamente con la mia storia. Nulla mi accadde di singolare nel traversare tutta questa contrada a cui do una lunghezza almeno di quattrocento miglia, la metà delle quali forma un altro deserto che ci costò dodici giorni di faticoso viaggio; perchè sfornito anch’esso di case e di alberi, anche qui ne toccò portarci dietro le nostre provvigioni e l’acqua non meno del pane.

Poichè fummo fuori del deserto, camminammo altri due giorni, finchè fummo a Janezay, città moscovita situata sul gran fiume [p. 686]Janezay che, mi fu detto, dividea l’Europa dall’Asia,[1] *benchè in ciò tutti i geografi non s’accordino. Ma ciò non monta; la cosa certa si è che questo fiume termina a levante nell’antica Siberia, provincia oggidì dello sterminato dominio russo e grande essa sola come tutto l’impero germanico preso insieme.*

Osservai che quivi parimente l’ignoranza e il paganesimo continuavano a prevalere, eccetto tra le guarnigioni moscovite. Tutto il paese posto tra i fiumi Oby e Janezey e affatto pagano, e gli abitanti sono selvaggi al pari de’ Tartari più remoti, anzi per quanto io so, al pari d’ogn’altra nazione dell’Asia, o dell’America. Dirò di più: ho trovato che que’ poveri pagani non sono nè più dirozzati nè più vicini a farsi cristiani per essere posti sotto un governo moscovita: cosa che non mancai di dire ai governatori co’ quali ebbi cagione di conversare. Questi stessi mi davano ragione, ma soggiugnevano:

— «Questo non è affare che dipenda da noi. Se lo czar avesse in cuore di convertire i suoi sudditi tartari, tonghesi e della Siberia, dovrebbe mandare fra questi popoli degli ecclesiastici, non de’ soldati. Ma (qui mi diedero una pruova di sincerità maggiore ch’io non m’aspettava) al nostro monarca sta più a cuore, crediamo, il farsi de’ sudditi che dei Cristiani.»

Nell’estensione frapposta tra il Janezay e il grand’Oby vedemmo terreni incolti e spopolati; in sè stesso per altro il paese sarebbe fertile e piacevole. Tutta la contrada è abitata da pagani, se si eccettuino quegli abitanti che vi manda la Russia; perciocchè è questo il paese (intendo le due rive dell’Oby) ove sono esiliati que’ Moscoviti che, essendo giudicati rei, non vengono condannati a morte, o se condannati a morte, ottengono grazia della vita. La posizione geografica di questa terra d’esilio è tale che, come dovrò dirlo in appresso, è impossibile per essi l’uscirne.

Nulla ho a dire d’importante su i miei affari particolari fino al momento del mio arrivo a Tobolsk, città capitale della Siberia, ove mi fermai qualche tempo per le ragioni che vengo a descrivere.


Note

  1. Qui pure il tratto contrassegnato da due asterischi non si trova in diverse edizioni inglesi.