Avventure di Robinson Crusoe/64

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Poichè mia moglie non era più, mi pareva una stravaganza il mondo che stavami attorno. Al veder che io era straniero in esso come fui nel Brasile la prima volta che vi approdai, che io era solo (se si eccettui l’aver gente che mi serviva) come fui nella mia isola, non sapeva nè che cosa pensare nè che cosa fare. Guardava all’intorno di me; vedeva gente affaccendata: in che cosa? Parte lavorando per accattarsi il pane, parte scialacquando il proprio, ora immersa in vergognose sregolatezze, ora intenta a procacciarsi vani diletti: infelici gli uni e gli altri, perchè fuggiva dinanzi a loro il fine che si prefiggevano. Gli spensierati, stracchi dai medesimi loro vizi, s’affaticano per far cumulo d’affanni e di pentimenti; gli uomini dediti al lavoro si sbracciano all’intorno di quel pane che mantiene in essi le forze vitali per tornarsi a sbracciare, posti in una giornaliera altalena d’angosce e vivendo per lavorare e lavorando per vivere, come se il pane giornaliero fosse il solo fine di una vita stentata, ed una vita stentata il solo mezzo di procacciarsi il pane giornaliero.

Ciò tornommi a mente la vita ch’io conducea nel mio regno, allorchè in quella deserta isola io non faceva nascere più d’una data quantità di grano, perchè non me ne bisognava di più; non allevava una maggior copia di capre, perchè del superfluo di esse non avrei saputo che farmi, intantochè il mio danaro, stando a prendere la ruggine in un tiratoio, ebbe pur rare volte l’onore d’un mio sguardo nel corso di venti anni.

Se da tutte queste considerazioni avessi tratto un debito costrutto e tal quale la religione e la ragione me lo avevano additato, avrei saputo cercare alcun che di superiore ai godimenti terreni, siccome meta ad una piena felicità; avrei veduto lucidissimamente esservi del certo qualche cosa in cui sta la ragione della vita, qualche cosa di più [p. 379]alto ordine di tutte l’altre, che vuol essere posseduta o al cui possesso almeno dobbiamo aspirare di qua dal sepolcro.

Ma la mia saggia consigliera più non viveva; io era qual nave priva di nocchiero che corre a solo grado de’ venti; i miei pensieri si gettavano perdutamente negli antichi vaneggiamenti; la mia mente era affatto volta alla mania di cercar venture su i mari; tutti gl’innocenti diletti per cui mi erano dianzi unico scopo di affezione, il mio podere, le mie gregge, la mia campestre famiglia, tutto ciò era divenuto un nulla per me: tali delizie non mi davano maggior gusto di quanto la musica ne possa dare ad un uomo privo d’udito, o la squisitezza de’ cibi a chi ha perduto il senso del palato. In somma mi deliberai di lasciar andare il governo domestico e il mio rustico fondo e di tornarmene a Londra come feci di lì a pochi mesi.

Venuto a Londra, io non mi sentiva nelle mie pieghe meglio di prima. Questo soggiorno non mi accomodava, io non aveva quivi nessuna sorta d’occupazione: nessuna, fuorchè vagare qua e là siccome quegli sfaccendati di cui suol dirsi che sono affatto inutili nella creazione di Dio, e pei quali non importa un quarto di soldo ai loro simili se sieno vivi o se sieno morti.[1] Era questa fra tutte le condizioni di vita quella che più aveva in avversione, io accostumato sempre ad una vita operosa; onde ripeteva sovente a me stesso: «Lo stato del non far nulla è la massima fra le umane degradazioni.» E da vero io mi credeva più decorosamente impiegato quando spesi ventisei giorni a farmi un pancone d’abete.

Entrava or l’anno 1693 quando quel mio nipote, ch’io posi, come vi narrai, su la carriera marittima col farlo capitano di un vascello, tornò da un breve viaggio fatto a Bilbao, che fu il suo primo. Recatosi tosto da me, mi raccontò come alcuni negozianti gli avessero fatta la proposta di trasferirsi per conto delle loro case alle Indie Orientali o alla Cina.

— «Adesso, zio, egli soggiunse, se volete imbarcarvi con me, [p. 380]m’obbligo condurvi alla vostra antica abitazione, nella vostra isola; perchè toccheremo le coste del Brasile.»

Nulla può dimostrar meglio l’esistenza di un mondo invisibile e di una vita avvenire siccome l’accordo delle seconde cause con quelle idee che ci formammo nel più recondito segreto de’ nostri pensieri senza comunicarle ad uomo vivente.

Mio nipote non sapeva nulla che m’avesse nuovamente invaso la mia frenesia di viaggiare il mondo, nè io sapea certo che cosa si fosse proposto dirmi, quando in quella stessa mattina prima ch’egli mi capitasse, dopo essere, in mezzo ad una grande confusione d’idee, corso per tutti i versi sopra i miei casi, era venuto nella risoluzione di recarmi a Lisbona per consultarmi ivi col mio vecchio capitano, e, se la cosa era ragionevole e fattibile, visitare di nuovo la mia isola e vedere che cosa fosse avvenuto de’ miei sudditi. Aveva già in testa mia disposte le mie fila per popolare quel luogo, conducendovi novelli abitanti, per procurarmi una patente di possesso e che so altro, quando nel bello di tali miei divisamenti arrivò mio nipote facendomi la proposta che vi ho già raccontata.

Lasciai succedere una breve pausa a quella inchiesta, poi fisatolo in faccia, gli dissi:

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— «Gli è stato il diavolo che v’ha data la sgraziata commissione di venirmi a tentare in questa maniera?»

Mio nipote rimase sbalordito, e su le prime anche spaventato da tal mio contegno, ma non tardando ad accorgersi che la sua proposta mi avea tutt’altro che disgustato, si fece animo e proseguì.

— «Diletto zio, io sperava non avervi fatta una sgraziata proposta, nè mi sembrò una temerità il credere che potreste rivedere con piacere la nuova colonia su cui regnaste una volta con miglior successo di quanto n’abbiano avuto molti de’ vostri fratelli monarchi sopra la terra.[2]»

Per venire alle corte, la proposta di mio nipote si accordava tanto col mio naturale, o per dir meglio con la frenesia cui soggiaceva, e della quale ho già tanto parlato, che in poche parole gli dissi:

— «Fate il vostro accordo co’ vostri negozianti, e verrò; ma non vi prometto di andar più in là della mia isola.

— Come, signore? Non avrete, cred’io, gran voglia di essere piantato là un’altra volta.

— Ma non potete, replicai, prendermi con voi nuovamente nel tornare addietro?

— Ciò non è possibile. I miei commettenti non mi permetterebbero mai ch’io tornassi addietro da quella parte con un vascello carico di merci del più alto valore; oltrechè, allungherei di un mese e forse di tre o di quattro il mio viaggio. Vi è di più, caro zio: quando vi avessi lasciato, potrebbe occorrermi tal disgrazia, che mi impedisse ogni ritorno, ed in simile caso vi trovereste ridotto alla condizione medesima di una volta.»

Non vi era un’obbiezione più ragionevole di questa; ma di comune accordo trovammo un rimedio: fu quello di portare a bordo del vascello tutti i pezzi d’un piccolo bastimento e di condurre con noi non so quanti carpentieri per connetterne i pezzi, quando fossi stato nell’isola, e di porre in pochi giorni il bastimento in istato di affrontare i flutti.

[p. 382]Non rimasi lungo tempo in forse. Per una parte le istanze di mio nipote aggiugnevansi con tanta efficacia alla mia passione predominante, che niuna cosa potea mettervi ostacolo; per l’altra, essendo morta mia moglie, non aveva altri attinenti dotati di discernimento che potessero persuadermi a fare o non fare una cosa fuor della mia buona amica: la vedova a voi nota. Questa del certo combattè a lungo con me per indurmi a considerare i miei anni, gli agi di cui godeva in mia patria, il nessun bisogno d’espormi ai pericoli di una si lunga traversata: a pensar soprattutto ai miei teneri figli. Ma fu per lei tempo perduto. Era in me indomabile il desiderio d’imprendere questo viaggio.

— «Vi è, le diceva, alcun che di tanto straordinario nelle impressioni da cui sono determinato alla presente risoluzione, che mi parrebbe di resistere ai decreti della Providenza; crederei commettere un altentato contr’essa se rimanessi a casa.»

All’udir ciò quella timorata donna desistè dalle fervide sue rimostranze, e, quel che è più, si unì meco non solo aiutandomi nelle disposizioni che doveano precedere la mia partenza, ma ancora nell’assistere ai miei affari domestici pel tempo che sarei rimasto lontano e nel provvedere all’educazione dei miei figli.

Fiso nel mio disegno, feci il mio testamento e, ordinato quanto riguardava i miei possedimenti, ne fidai l’amministrazione in mani tanto sicure da poter vivere tranquillo che, qualunque disgrazia mi intravvenisse, i diritti de’ miei figli non sarebbero mai stati pregiudicati e troverebbero sempre giustizia. Quanto alla loro educazione, ne lasciai tutto il pensiere alla mia vedova, assicurandole un convenevole assegnamento in compenso delle sue cure; e ben ella se lo meritò, perchè non fuvvi madre che s’incaricasse con più amore di tale bisogna, nè che meglio la comprendesse. Poichè ella vivea quando tornai, io vissi parimente per provarle la mia gratitudine.

Ai 5 gennaio del 1694 mio nipote era già lesto a salpare; ond’io col mio servo Venerdì mi recai a bordo nel porto di Down, dopo aver fatto venire colà, oltre ai pezzi del piccolo bastimento mentovato dianzi, un carico veramente considerabile d’ogni specie di cose che giudicai opportune per la mia colonia, a fine soprattutto di portarle sollievo se l’avessi trovala in condizione men buona.

Primieramente condussi meco diversi operai, dei quali io mi proponeva fare altrettanti abitanti dell’isola, o almeno artigiani che [p. 383]avessero lavorato per conto mio finchè fossi ivi rimasto: in somma, quanto al lasciarli colà o ricondurmeli altrove, mi sarei regolato a norma di quanto avrebbero desiderato. Soprattutto mi era provveduto di due carpentieri, d’un fabbro ferraio e d’un ometto assai disinvolto ed ingegnoso, bottaio di professione, ma che ad un bisogno diveniva un perfetto artista meccanico; abile a farvi, se lo desideravate, ruote, molinelli per macinare a mano una discreta quantità di grano, buon tornitore, buon vasaio: tutto quello che potea fabbricarsi con legno o terra lo fabbricava; onde noi lo chiamavamo il nostro fa tutto. Aveva pur meco un sartore che si era offerto qual passeggiere a mio nipote, ma che in appresso acconsentì rimanere nella nostra colonia; e trovammo anche in lui un buon omaccio che ci rese veri servigi in molte occasioni, ed abile anch’esso in fare cose poste fuori della sua professione in grazia della necessità che insegna all’uomo tutti i mestieri.

Il mio carico, per quanto posso ricordarmi, perchè non tenni un conto di tutte le minuzie, consisteva in una provvigione di pannilini e di panni leggieri quanta sarebbe bastata, secondo i miei computi, a fornire discretamente di vestimenti i miei Spagnuoli, che m’aspettava di trovare colà. Se non m’inganno, tra guanti, scarpe, cappelli e simili cose che si vogliono cambiare più spesso, oltre ad alcuni letti, arnesi da letto, masserizie domestiche, particolarmente stoviglie, siccome pentole, caldaie, rame, peltro, circa a cento libbre di ferramenta, chiodi, stromenti d’ogni specie, catenacci, rampini, [p. 384]gangheri ed altro che sembravami all’uopo di que’ miei sudditi, spesi più di dugento sterlini.

Aveva meco parimente un centinaio d’armi da fuoco manesche in archibusi e moschetti, oltre a più paia di pistole, ed una notabile quantità di munizioni per ogni calibro, da tre in quattro tonnellate di piombo e due cannoni di bronzo. Anzi, non sapendo per quanto tempo sarei rimasto o a quali estremità avrei dovuto provvedere, presi meco un centinaio di barili di polvere e armi da taglio e ferri di picche e alabarde: per finirla, avevamo un ampio magazzino di ogni genere di mercanzie. Di più feci che mio nipote mettesse nel cassero del vascello due cannoni oltre a quelli che gli bisognavano, per lasciarli colà se fosse mestieri. Io volea che, arrivati sul luogo, potessimo essere in grado di fabbricare un forte e munirlo contra ogni sorta di nemici. E da vero al mio primo comparire nell’isola, ebbi motivo di credere che di tutta questa roba non se ne fosse portata di troppo, e che ne sarebbe bisognato dell’altra, come si vedrà nel progresso di questa storia.

Non ebbi in questo viaggio la stessa mala sorte cui era avvezzo in addietro; onde avrò forse minori occasioni d’interrompere il lettore, ansioso probabilmente di udire come poi si fossero poste le cose nella mia colonia. Tuttavia al primo spiegare delle nostre vele si unirono tali sinistri casi e contrarietà di venti, che resero il nostro viaggio più lungo di quanto lo avrei immaginato da prima. Anzi, io che non aveva mai fatto altro viaggio, il cui successo corrispondesse ai disegni pe’ quali fu concepito, fuor del primo alla Guinea, cominciava già a credere che mi si apparecchiasse la solita mala sorte, e che il mio destino fosse: Non contentarmi mai alla terra ed essere sempre sfortunato sul mare.

I venti contrari che ci spinsero verso tramontana ne obbligarono a gettar l’àncora a Galway nell’Irlanda, ove gli stessi venti ci tennero imprigionati ventidue giorni. Nondimeno in mezzo alla disgrazia avemmo la soddisfazione che i viveri in quel paese fossero a bonissimo mercato e abbondanti; laonde in tutto l’intervallo di questa nostra dimora non solamente non toccammo mai le vettovaglie del vascello, ma le accrescemmo. Quivi comprai parecchi porcelli giovani e due vacche co’ loro vitelli, animali ch’io contava di lasciare, se riusciva ad una felice traversata, nella mia isola; ma accaddero altri casi per cui dovetti disporre di essi altrimenti.

Note

  1. Un concetto affatto simile, benchè con frasi diverse e in un caso affatto diverso, fu espresso trentasette anni prima della pubblicazione di quest’opera da Racine quando comparve per la prima volta su le scene il Bajazet.
    L’imbecille Ibrahim, sans craindre sa naissance,
    Traine au fond du serrail une éternelle enfance;
    Indigne également de vivre et de mourir,
    Il s’abbandonne aux mains qui daignent le nourrir.
  2. Poichè Robinson Crusoe si fa nato del 1632, avrà avuto diciassette anni quando fu decapitato (1649) l’infelice Carlo II, e poichè nel tempo della scena presente correva l’anno 1693, sarà stato nel 1688 spettatore dell’espulsione dell’ultimo degli Stuardi, di Giacomo II sul cui trono salì Guglielmo d’Orange; laonde questo scherzo del nipote di Robinson non era in allora uno sconvenevole sarcasmo, ma la rimembranza di una fatale storica verità.