Avventure di Robinson Crusoe/65

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Incendio d’un bastimento

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Incendio d’un bastimento.



Nel giorno 3 di febbraio spiegammo le vele dall’Irlanda accompagnati da un vento assai favorevole che ne durò per alcuni giorni.

Presso al finire dello stesso mese (fu, se la memoria non mi tradisce, ai 25) il nostro aiutante, che era allora di guardia, entrato nella camera rotonda[1], venne a raccontarci di aver veduta una vampa in distanza ed udito uno sparo di cannone che non doveva essere stato il primo, perchè il contromastro gli aveva detto di averne sentito un altro. Usciti tutti di lì, ci trasportammo sul cassero ove ci fermammo un pochino senza veramente

[p. 386]udire nulla. Di lì a non so quanti minuti vedemmo noi pure uno straordinario chiarore che giudicammo dovesse procedere da qualche terribile incendio in lontananza. Consultata la nostra stima[2], convenimmo tutti nel dire che non poteva esservi terra in quella direzione donde si manifestava la luce d’un incendio, almeno non ci poteva essere fuorchè ad una distanza di cinquecento leghe, perchè il chiarore veniva da west-nord-west (maestro ponente). Concludemmo quindi che derivasse da qualche bastimento cui si fosse appiccato il fuoco; anzi dal frastuono di cannoni udito un momento prima, s’argomentò che il legno incendiato non avesse ad essere molto lontano da noi. Governando tosto alla volta del rimbombo udito, non tardammo ad accorgerci che più avanzavamo, più vasto appariva l’incendio, se bene essendovi una nebbia foltissima non potessimo discernere per qualche tempo altra cosa che questa vampa. Nondimeno dopo aver veleggiato circa mezz’ora, avendo il vento favorevole ancorchè non gagliardissimo, e dissipandosi alquanto la nebbia, scorgemmo pienamente un grande vascello tutto in fiamme nel mezzo del mare.

Potete credere che, se bene mi fossero ignoti affatto gli uomini percossi da tale disgrazia, ne rimasi commosso al massimo segno. Allora mi tornarono a mente gli antichi miei casi e lo stato in cui era quando il capitano portoghese mi diede rifugio nel suo vascello; ma pensai ad un tempo a qual condizione, anche più deplorabile della mia d’allora, dovessero vedersi quelle povere creature se il loro vascello non aveva accompagnamento di altri bastimenti con sè. Ordinai pertanto immediatamente che fossero sparati cinque cannoni un dopo l’altro per fare accorti, se pure era possibile, quegli sfortunati che era non distante da loro un soccorso; e infondere in loro maggior coraggio a far di tutto per salvarsi su le loro scialuppe; perchè, quantunque vedessimo le fiamme del loro bastimento, eglino essendo notte non potevano distinguere affatto il nostro.

Rimanemmo per qualche tempo in panna derivando[3] unicamente [p. 387]a seconda delle variate obbliquità di moto del vascello che ardea; quando tutt’ad un tratto, con nostro grande atterrimento, benchè dovessimo aspettarcelo, il vascello che ardea saltò in aria. Immantinente, o per dir meglio, nello spazio di pochi minuti, tutto il fuoco fu spento, cioè il rimanente del vascello affondò. Fu da vero una vista tremenda e dolorosa, pensando a que’ poveri naviganti ch’io conclusi dover essere rimasti tutti distratti in compagnia della nave o andar vagando per l’oceano in balìa de’ venti e nel massimo dell’angoscia: qual delle due cose fosse io non poteva saperlo per le tenebre ch’erano tuttavia. Intanto, per dare a que’ miseri la maggiore assistenza che fosse possibile, feci sospendere a tutti i punti del vascello ove si potè e finchè nè avemmo, de’ fanali accesi, ordinando si sparasse il cannone durante l’intera notte per dar loro, se pur si era in tempo, a conoscere che avevano un vascello in non molta distanza.

Alle otto a un dipresso della mattina scoprimmo co’ nostri cannocchiali due scialuppe del bastimento arso, sì stivate entrambe di gente, che affondavano quasi affatto nell’acqua. Esse andavano a forza di remi perchè costrette a navigar controvento, e ci accorgemmo che aveano veduto il nostra vascello, e che facevano tutto il possibile per essere vedute da noi.

Per fare saper loro che questo intento lo avevano ottenuto, e per eccitarli a venire a bordo issammo subito la bandiera in derno[4], affrettando nello stesso tempo alla lor volta il nostra cammino. Raggiunte in meno di mezz’ora le due scialuppe, ricevemmo a bordo quanti vi stavano entro. Non erano meno di sessantaquattro fra uomini, donne e ragazzi, perchè in quel vascello si trovavano di molti passeggieri.

Non tardammo a sapere esser questo un bastimento mercantile francese che cercava di ripatriare venendo da Quebec, città capitale del Basso Canadà. Il capitano ne fece un lungo racconto della sventura occorsa al suo vascello. Il fuoco, da prima per una negligenza del timoniere, s’era appiccato alla timoneria. Gli è vero che costui, avendo fatto presto a gridare aiuto, ognuno credè il fuoco spento; ma non si tardò a conoscere come alcune strisce del primo fuoco [p. 388]fossero penetrate in tali punti del vascello, che ogni sforzo riusciva difficilissimo a smorzarle del tutto. Introdotte poco appresso tra le coste e i fasciami, arrivarono nella stiva vincendo tutta la solerzia e abilità posta in opera da quegl’infelici per impedire il disastro.

Non rimaneva ad essi migliore scampo dell’abbandonarsi alle loro lance che per buona sorte erano ampie abbastanza. Erano uno scappavia, una grande scialuppa, ed una specie di schifo che fu loro di giovamento soltanto perchè poterono allogarvi qualche provvisione d’acqua dolce ed alcune vettovaglie, poichè si videro al sicuro dal restar vittime dell’incendio. Per dir vero, ancorchè si fossero gettati in queste barchette, poca era in essi la speranza di vivere, vedendosi tanto lontani da ogni isola o continente. Unicamente sottrattisi dal più urgente pericolo, quello di esser bruciati vivi, non vedevano impossibile, e qui videro giusto, che qualche vascello si trovasse navigando in quelle acque e li raccogliesse. Avendo eglino potuto prendere con sè vele, remi e una bussola, si allestivano a fare ogni immaginabile sforzo per giungere ai Banchi di Terra Nuova, chè pareva a ciò secondarli un buon vento che soffiava da sud-est ¼ est (¼ levante verso scirocco). Le loro vettovaglie e l’acqua dolce erano nella quantità che, risparmiandole al limite di non morir di fame e di sete, bastava per tenerli vivi dodici giorni, nel qual tempo se la contrarietà della stagione e de’ venti non si opponeano, il capitano lasciava ad essi sperare che arriverebbero agl’indicati Banchi, ove probabilmente avrebbero preso alcun poco di pesce buono per sostenerli, finchè avessero raggiunta una spiaggia. Ma quanti pericoli in tutti questi casi contro di loro! tempeste che li facessero affondare; le piogge e il freddo di quel clima settentrionale che ne facesse ammortire e intirizzare le membra; venti contrari che impedendo loro di progredire, li costringessero a morire affamati. In somma le probabilità contrarie erano tante, che parea ci volesse un miracolo per uscirne netti.

Si trovavano in questo stato di abbattimento e presti a darsi alla disperazione quando, come mi narrava con le lagrime agli occhi quel capitano, quando li sorprese un’improvvisa gioia all’udire uno sparo di cannone, cui quattro altri ne succedettero: furono i cinque spari un dopo l’altro da me ordinati al primo chiarore d’incendio che scôrsi. Questi spari li rincorarono e li fecero certi, ed era bene stata questa la mia intenzione, che era poco lontano di lì un vascello disposto a [p. 389]soccorrerli. Con questa certezza calarono le vele, poichè quel medesimo suono che li rassicurava, venendo per essi contro marea, risolvettero di stare in panna fino alla seguente mattina. Qualche tempo appresso, non udendo più spari di cannone, ne fecero essi tre di moschetto a qualche notabile intervallo tra l’uno e l’altro; ma quello stesso vento che era contro marea per essi impedì a noi tutte le volte d’udir lo strepito de’ loro archibusi.

Qualche tempo dopo li sorprese ben più gradevolmente il vedere i nostri fanali e l’udire prolungati per tutta la notte gli spari de’ nostri cannoni secondo i provvedimenti ch’io aveva dati e che ho già descritti. Allora posero all’opera i remi per imboccare co’ venti le loro vele, affinchè più presto potessimo vederli e raggiugnerli, tanto che finalmente con ineffabile esultanza poterono accorgersi che gli avevamo veduti.


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Note

  1. Camera serbata nelle navi alle adunanze dello stato maggiore di marina.
  2. Registro de’ computi giornalieri che mediante la bussola s’istituiscono per misurare le distanze percorse da un dì all’altro dal bastimento.
  3. Un bastimento è in panna quando una metà delle sue vele è spiegata al vento, l’altra metà a collo dell’albero; onde il vascello spinto da due forze contrarie si move sì poco che sembra non andare nè innanzi nè addietro. Se in questo stato declina, ancorchè tenuemente dalla sua via primitiva, si dice che deriva.
  4. Issare la bandiera in derno, vuol dire serrare e piegare la bandiera in cima dell’albero, sì che penda dall’asta senza potere sventolare. Questo è il segnale che si dà tanto dai bastimenti pericolanti per chiamare soccorso, quanto da quelli che li vedono in pericolo per offrire questo soccorso.