Çittara zeneize/Prefazione

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Giuseppe Maria Priani

Prefazione ../Dedicatoria ../Elogio del signor Gabriello Chiabrera sovra il Cavalli IncludiIntestazione 4 agosto 2014 75% Da definire

Dedicatoria Elogio del signor Gabriello Chiabrera sovra il Cavalli
[p. ix modifica]

PREFAZIONE.


GIan-Jacopo Cavalli, nativo Genovese, e Notajo di professione , sarà sempre uno de’ più bei lumi della sua Patria nella Poetica Facoltà, coltivata da lui ne’ ritagli di tempo, che gli avanzavano dalle sue quotidiane occupazioni. Di esso la fama si è ristretta ne’ confini del Genovesato, perché fuor di questi non si stende la lingua, ch’egli scelse per interpetre della feconda sua fantasia. Non è stato egli il primo, che della natural favella della Liguria abbia fatto uso ne’ Poetici componimenti: lo precederono il Foglietta, e lo Spinola, il Casero, e il Dartona, e il Villa, ed altri; fra’ quali sebbene può trovarsi qualche differenza d’abilità, niuno però deve o puote paragonarsi col Cavalli, il quale gli ha superati di tanto, ch’egli con molto maggior ragione si meriti quel nome di Poeta Genovese, di cui già gloriavasi il Foglietta. Mallevadori di questa asserzione possono recarsi i verseggiatori coetanei, che francamente lo anteposero agli antichi, siccome fanno fede i Sonetti del Giustiniani, e dell’Assarino, uomo letteratissimo dell’età sua, rapportati nella seconda Parte di questa Raccolta; e il sempre infallibil giudizio del Pubblico, che del Cavalli ha richieste molte e varie edizioni, e tutte in poco tempo spacciate e rese rarissime, non mostrando ugual premura degli altri. Fra coloro che lo hanno seguitato, non saprei trovarne pur uno, che meriti luogo in Parnaso. Di quei nobilissimi Spiriti, che in Genova diedero opera alle Muse, ed oggi ancora viventi degni sono de’ primi scanni fra i Poeti, pochissimi sono, che nel natio linguaggio abbiano scritto, e questi ancora il [p. x modifica]fecero di rado, e per ischerzo, abbandonando poi alla polvere e all’oblivione questi medesimi giocosi trattenimenti; bramosi di teatro molto più ampio, in cui riscuotessero le meritate acclamazioni .

Non è rimasto però cotanto ignoto agli Stranieri, che a molti di questi non sia giunta, e ben chiara, la notizia di questo valente Scrittore. Vaglia per tutti il famosissimo Padre Tommaso Ceva della Compagnia di Gesù, ornamento e promotore singolarissimo e gentilissimo della Sacra Poesìa, il quale non si saziava di leggere le Rime del Cavalli; e fra queste solea dire piacergli tanto il Ballin Ambasciao dri Pescoei, che lo anteponeva al panegirico di Plinio a Trajano. Sembrerà questa a molti un’iperbolica espressione: a me, e paesano e ammirator del Cavalli, non pare che giusta, se l’uno e l’altro Panegirico nel vero loro sembiante si vogliano considerare. Il medesimo Padre affermava, essere stato sentimento del celebratissimo Padre Sforza Pallavicino, della cui dotta e religiosa conversazione potè aver lungamente goduto, che bene impiegata sarebbe la noja d’imparare la favella Genovese, al solo fine di leggere il Cavalli: correggendo, dopo la seria lettura di esso, la forse troppa aria di superiorità, colla quale nel Trattato dello Stile, Cap. 20 , si lasciò fuggire così a mezza bocca queste secche ignude parole: Ed in Genovese sono usciti nell’età nostra Poeti di qualche grido.

Che se de’ Nazionali ragioniamo, ne’ quali abbia avuta maggior forza l’amore della verità, che la passione pe ’l suolo natìo, v'è luogo a confermare cotanto la sentenza del Ceva, che sembri anzi non dire abbastanza con tutto quel suo splendidissimo paragone. Gabriello Chiabrera , uomo senza dubbio immortale, e fino [p. xi modifica]ad ora impareggiabile nel buon gusto del poemtare, ha accomunato al Cavalli quel titolo di singolare Ritrovatore, che con tanta giustizia insieme e gelosia egli a se medesimo attribuiva. Rapporterassi per intiero l’Elogio, ch’egli a lui vivente spedì in una sua lettera, nella quale dà a conoscere non meno la sua amicizia, che la sua sincera stima per quello. Il P. Girolamo Lagomarsini della Compagnia di Gesù, che oggi con tanto decoro della Nazion Genovese riempie e le Rettoriche Cattedre di Firenze coll’eruditissime sue lezioni, e il Mondo Letterario colla celebrità del suo nome, e coll’espettazione delle sue dotte fatiche sull’opere di Cicerone, ha sempre tenuto in altisima stima un sì sovrano Scrittore (sono sue parole in una lettera ad un suo amico); e a commendazione della Lingua Genovese, in cui quegli scrisse, non ebbe difficoltà di dire in mezzo a Firenze in una sua orazione noll’apertura degli studj del 1736, stampata poi in Venezia, e susseguentemente in Augusta nel 1740, le seguenti parole: Quis sermo magis, quam Ligurium, Etruscis quidem auribus intconditus atque absonus habetur? Eum tamen Paulus Folieta vario scriptorum genere mirifice exortavit. Cavallus vero ex eadem gente, homo ingenii felicissimi, atque ad omnia, quod de Catone dictum adcepimus, versatilis, ad eam pulchritudinem ac venustatem patriam linguam suis scriptis evexit, ut illa (fidenter dicam) possit, tali Scriptore freta, cum qua, vis ex elegantissimis de dignitate certare.

Sarebbe forse usar violenza alla modestia di altri moltissimi valentuomini del nostro illuminatissimo secolo, e nazionali e stranieri, i quali hanno concetto del Cavalli, qual di uomo maraviglioso, se io pubblicassi appoggiato da' loro nomi il loro giudizio: non hanno [p. xii modifica]essi voluto farlo palese: a me non tocca scoprire ciò che essi celarono. Egli è certo però, che ogni uom di buon gusto, sol che intenda il parlar Genovese, di qualunque nazione egli siasi, ne resta preso in tal guisa, che non può a meno di paragonarlo co’ più eccellenti Poeti di qualsivoglia età o sermone: tanta è la facilità, la dilicatezza, lo spirito che regna in tutte le composizioni di esso.

Non vuolsi negar tuttavia, che non abbia egli ancor qualche neo, contratto dall’universale contagio del corrotto secolo, in cui viveva: disgrazia comune a tutti coloro, che toccarono anche i primi confini dell’infelice Secento, non che a quei che vi menarono tutta l’età loro, o la parte maggiore. Nulladimeno deesi confessare a gloria del Cavalli, che se un qualche raro raffinamento, una qualche allusione ritrovasi ne’ suoi scritti, ciò accade in quelli soltanto, ne’ quali non parla il cuore, ma piuttosto l’ingegno, e conseguentemente che meno dimostrano il buon fondo e giudizio del Poeta; il quale dal paragone di Lui con Lui medesimo apertamente dimostrasi avere in cotali scherzi e lievi arguzie voluto condiscendere alquanto alla insana passion di que’ tempi, i quali facevano a se stessi un piacere di essere ingannati, nè gustavano l’armonia delle Rettoriche o Poetiche lodi, senza il frastuono d’un infinito conflitto di frasche e d’orpelli.

Volesse Dio, che così facil cosa fosse il purgarlo da queste macchie, come facile ci riuscirà il sottrarlo dall'altra miserabile conseguenza del medesimo secolo, il quale alla trascuratezza del candore ne’ sentimenti accoppiò l’estrema negligenza riguardo alla nettezza delle edizioni. Quattro varie ne ho vedute del [p. xiii modifica]Cavalli, e tutte assai meschine e scorrette; nelle quali, oltre gli errori propri del Libbrajo, regna una incertissima, e conseguentemente oscurissima ortografia. Io mi prendo la libertà di fissarla, premettendo alcune regole per leggere con sicurezza. Se io avessi a render conto delle ragioni, le quali mi hanno determinato a fissare le tali o tali altre pronunzie, farei cosa ai più piena d’inutilità, a molti di noja: contentandosi il mondo, in materia di lingua, vale a dire spinosissima, di saper le pronunzie, senza rintracciarne il perchè. Ho aggiunte qua e là alcune poche noterelle, per illustrare alcuni o vocaboli o luoghi, de’ quali o l’uso è antiquato, od oscura la sintassi, o men conosciuta l’allusione. Avrei bramato di poter raccogliere le molte letterarie curiosità, le quai si porrebbono produrre comentando il nostro Poeta: ma poichè queste presupporrebbono la spiegazione di alcuni modi proverbiali Genovesi, de’ quali l’origine in altissime tenebre è sepolta, mi è convenuto affogar questa brama; non senza speranza mai, che i molti Signori Letterati della nostra Patria, bene informati degli antichi usi di Genova, non debbano prestarmi favorevole la lor opra, o per meglio dire il lor ozio in quelle ricerche, le quali non sono così leggiere o inutili, come alcuno si stima. Forse col tempo, e con questo ajuto ch’io dimando, porrassi in altra stagione ristampare in forma più nobile, arricchito e di note e di Toscane Versioni, per mezzo delle quali veggano le altre Regioni d’Italia un saggio almeno del gran Poeta, che è il CAVALLI.