Abrakadabra/Il dramma storico/XXVIII

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XXVIII. Malthus

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CAPITOLO XXVIII.

Malthus.

Negli altri dipartimenti dell’Unione la rivolta assumeva proporzioni spaventevoli, ma i rappresentanti governativi adunati in permanenza a Berlino non si davano la pena di prendere verun provvedimento. Gli equilibristi, inferociti da parziali resistenze, avevano perpetrato in parecchi comuni le più feroci rappresaglie contro i facoltosi, abbattendo e incendiando edifizii, violentando persone. Negli ultimi bollettini del 22 ottobre, il numero delle vittime si faceva ascendere a due milioni cinquemila e ottocento.

Il Presidente temporario del Consiglio, nel rilevare questa cifra, si fregò le mani esclamando: «Il nostro sistema di non repressione ha dato ottimi risultati. Lasciar passare la volontà dei pazzi è il migliore stratagemma per ricondurre alla ragione le maggioranze. La violenza e l’eccesso generano mai sempre la reazione. Fra una ventina di giorni il partito equilibrista sarà schiacciato, nè si udrà più riparlarne in Europa, nè anche a Manicopoli.

Le previsioni dell’arguto presidente si avverarono. Di là ad un mese, quel moto rivoluzionario che aveva [p. 264 modifica] scompigliato tante proprietà e distrutte tante vite, era appena ricordato come una sfuriata ridicola di pochi imbecilli. I nuovi rappresentanti della nazione protestarono contro gli abberramenti dei loro elettori; e lo stesso Casanova, l’Acclamato di Milano, il Redentore del popolo, il Messia dell’uguaglianza universale, nella adunanza del 30 Novembre dichiarava in pieno Parlamento che i suoi elettori, prendendo sul serio il programma da lui pubblicato per scroccare un milione di voti, aveano mostrato di essere una mandra di ciuchi. Un secolo addietro, i ciarlatani della politica non giudicavano altrimenti il criterio dei pecoroni che si affidavano alle loro ciance; ma non eran abbastanza civilizzati per dichiarare alla Camera i loro apprezzamenti.

Mentre il fascio degli equilibristi si andava scomponendo, i naturalisti guadagnavano aderenti. Nei centri più popolosi e più illuminati si aprivano nuovi Circoli. I recenti affigliati si prestavano con fervore da neofiti alla propaganda del principio. Nelle alte sfere governative, questa diversione dello spirito pubblico verso una riforma comparativamente retriva, era veduta di buon occhio.

Pel giorno quindici dicembre i naturalisti furono invitati ad un solenne comizio nella capitale della gioia1. L’importanza di quel convegno era rilevata dai giornali coi più strani commenti. Non uno degli illustri capi del partito sarebbe mancato all’appello; si trattava di deliberare intorno al modo ed al tempo dell’azione, si volevano discutere le controversie dei dissidenti, stabilire il credo unico ed universale della prossima rigenerazione europea.

Si parlava di un misterioso personaggio, di un antico [p. 265 modifica] profeta e legislatore che sarebbe uscito prodigiosamente dalla tomba per affermare nel comizio i principii divini, per dissipare molte erronee credenze relative agli istinti dell’uomo ed alle leggi dell’universo. I cronisti meglio informati pretendevano sapere che quell’uomo straordinario era vissuto cinquant’anni sulla sommità di una montagna coperta di gelo, orando e meditando; che la parola di Dio era scesa nel suo spirito; che, infine, le più sublimi rivelazioni erano da attendersi da lui. L’Albani, recentemente convertito alla fede naturalista e già iscritto negli ordini superiori del partito non poteva mancare all’appello. Nel giorno fissato per la solenne adunanza, egli giunse a Napoli in compagnia del Virey, e all’ora di mezzodì, indicata per l’apertura del comizio, andò col collega a prender posto in una galleria del teatro massimo.

Non si è ancora perduta a quest’epoca la consuetudine di adunare il popolo a discutere di politica nei luoghi ordinariamente destinati agli spettacoli dell’opera e della commedia; vi è sempre qualche cosa di teatrale, di spettacoloso e di comico in ogni assembramento di politicanti; l’ambiente, in ogni caso, risponde al carattere dei personaggi e consuona coll’enfasi dei discorsi.

La folla si pigiava nella platea; gli uomini del governo, i rappresentanti della nazione, i primati, le etére, le dame di capriccio, le Immolate, le mogli emerite prendevan posto nelle sedie riservate o salivano ad occupare le logge.

Una impazienza febbrile agitava quel pubblico di trentamila persone. Quando la sfera del grande orologio elettrico sovrastante al palco scenico toccò il mezzodì, il sipario si alzò rapidamente e gli occhi della folla furon paghi.

Un applauso fragoroso ma breve salutò i capi della [p. 266 modifica] assemblea, assisi in atteggiamento grave attorno ad un tavolo coperto di nero tappeto. Il presidente si levò in piedi, diè una scossa al campanello e parlò nel generale silenzio:

«Io vi ammonisco, o cittadini, che le sorti del nostro partito, l’avvenire della umanità, il coronamento del benessere pubblico al quale mirarono sempre i nostri studii e le opere nostre, dipendono dal presente comizio. Aspettatevi delle grandi sorprese; preparatevi gli orecchi e la mente a rivelazioni inaudite. Le indiscrezioni della stampa vi hanno prevenuti, ma ciò che qui vedrete, ciò che udrete fra pochi istanti, sorpasserà ogni esigenza della vostra aspettativa. Non è il caso di ripigliare le viete questioni, sulle quali tutti gli argomenti vennero già esauriti. Oggimai i criterii fondamentali sono stabiliti; ulteriori ciance a nulla approderebbero. Noi ci troviamo in presenza di un grande mistero; dobbiamo constatare un fatto nuovo, quasi inverosimile, ed avvisare al miglior partito che da noi si possa trarne a benefizio dell’umanità e ad onore dei nostri principii. I dilettanti di rettorica inutile si tengano per questa volta in disparte; l’avvenimento che qui vedranno compiersi porgerà ad essi materia di cicalare per dieci anni.

Ciò detto, il Presidente si volse ad uno dei volonterosi di cappa magna e gli ordinò di introdurre il Venerando Fabbristol.

L’apparizione del nuovo personaggio fu salutata da triplice acclamazione.

Il Venerando si avanzò fino al proscenio, sedette sopra il tripode di onore, e con voce sonora espose la seguente relazione:

— Io mi chiamo Arnaldo Fabbristol; ho fatto da parecchi anni adesione al vangelo dei naturalisti, e, grazie alle circostanze che ora sto per esporvi, venni dal [p. 267 modifica] Consiglio supremo dell’ordine incaricato di una delle più importanti missioni che ad uomo fosse mai dato di compiere.

«Or fanno cinquant’anni vivea sulla terra un grande scienziato, un uomo di forte intelletto e di straordinaria energia morale, chiamato Malthus. Era nipote di un altro filosofo vissuto in epoca avversa ad ogni lume di verità, un banditore di sapienti teorie mal comprese e peggio apprezzate da’ suoi contemporanei.

«Quelle teorie racchiudevano i germi dei principii indiscutibili che formano oggi la base della nostra fede politica. Il Malthus che oggi ricomparisce sulla scena del mondo, avendo raccolta e fatta sua la splendida eredità di idee lasciate dallo zio, pensò di istituire un’associazione la quale si incaricasse di diffonderle. Gli apostoli delle dottrine Malthusiane si prestarono allo scopo con zelo entusiastico, ma incontrarono un’opposizione accanita e pertinace. I tempi non erano maturi. La nuova generazione, invasa da un fervido spiritualismo, chiudeva l’orecchio alle nostre dottrine. Il prete riformato, poetizzando gli antichi dogmi, avea riconquistata la donna, questo essere volubile e fantastico, sempre mai allettato dalle parvenze, sempre facile ad esaltarsi per ogni sentimentalismo insensato. Tutte le nuove istituzioni, tutte le leggi dello stato si ispiravano alle tendenze dell’epoca; nei nostri codici si riflessero tutte le stravaganze e le follie di un popolo abberrato. Correva l’anno 1932. Il nostro Malthus, che allora toccava appena i trent’anni, si lasciò prendere dallo scoramento, e disperando di riuscire ne’ suoi alti disegni, un bel giorno, adunati i suoi apostoli più fedeli, annunziò ad essi il suo proposito di abbandonare la vita. Sì: quel grand’uomo voleva morire nel fiore dell’età; voleva fuggire da un mondo che, a suo vedere, non sarebbe mai stato capace di [p. 268 modifica] comprenderlo. Perdoniamo al genio un istante di debolezza; le più alte intelligenze, le nature più energiche subiscono delle prostrazioni inesplicabili. Le esortazioni, i conforti, le preghiere degli amici, nulla valeva a smuovere quello scorato dalla nefasta risoluzione. Se non che, all’ordine naturale del cosmos era necessaria quella esistenza. Malthus e il trionfo delle sue teorie non potevano esimersi dall’entrare e dal compiere la loro parabola ascendente nel moto provvidenziale di rotazione imposto dalla legge fisica universale.

«Fra gli apostoli del principio che in quel giorno stavano adunati intorno al Capo, c’era uno scienziato, o, come allora si diceva, un utopista di zoologia, chiamato Gorini, discendente per linea indiretta da quell’illustre diseredato che già aveva fatto nel secolo precedente delle meravigliose scoperte sulla origine del mondo, e riuniti gli elementi chimici più atti alla pietrificazione dei cadaveri. Al momento in cui Malthus, nel suo implacabile desiderio di finirla, colla vita, portava alla bocca una pillola asfissiante, un grido imperioso risuonò nell’aula: fermate! Malthus guardò fissamente l’apostolo che si era alzato per accorrere a lui; l’altro con piglio più assoluto, ripetè l’intimazione: fermate! In quel grido c’era una potenza irresistibile. — Che hai tu a dire ad un moribondo? — domandò Malthus, trattenendo la pillola sospesa fra l’indice e il pollice. — Due logiche e serie parole — rispose il Gorini: — voi volete morire, perché avete riconosciuto, come noi riconosciamo, non essere l’epoca attuale matura alla realizzazione delle nostre sublimi teorie. Orbene, se qualcuno venisse a proporvi di sostituire alla morte un lunghissimo sonno, un sonno di dieci, di vent’anni, di mezzo secolo, persistereste voi ancora nel proposito disperato? — Ho piena fede nell’avvenire — rispose Malthus; — ma un mezzo secolo dovrà trascorrere prima [p. 269 modifica] che l’umanità riconosca erroneo e rovinoso il principio da cui oggi è trascinata, — Ebbene! — replicò il Gorini; — dormite per mezzo secolo, e il vostro risveglio segnerà l’epoca delle nostre vittorie. Voi mi guardate con stupore, come se le mie parole uscissero dalla bocca di un pazzo. No! io non sono pazzo, io non posso ingannarmi ne’ miei calcoli; mi tengo sicuro della riuscita. Quello che nella rigida stagione avviene dei serpenti e d’altri animali soggetti al torpore, deve necessariamente riprodursi nell’uomo a mezzo di una ben praticata assiderazione. Nell’uomo assiderato la vitalità può durare parecchi secoli, fino a quando, per una accidentale combinazione o per effetto del volere altrui, non venga ad operarsi il disgelo. Volete voi, illustre pontefice dell’avvenire, sottomettervi alla prova? Io vi ho additata la via; io metterò a vostra disposizione i miei trovati scientifici. Voi prescriverete la durata ed il termine del vostro assopimento. Nel giorno e nell’ora da voi prefissi, i discepoli, istruiti per tradizione dei vostri voleri, verranno a ridestarvi dal lungo sonno, e voi potrete, uomo antico e precursore dell’evo felice, gioire delle mondiali acclamazioni e dirigere l’umanità verso la meta altissima infino ad oggi inutilmente vagheggiata da voi.

«All’udire tale risposta, Malthus stette un istante silenzioso; ma i suoi occhi sfavillanti esprimevano soddisfazione ed assenso. I due scienziati si erano compresi. Di là a quattro ore, il Malthus, il Gorini e gli apostoli seniori, a mezzo della ferrovia funicolare Agudio, salivano alle alture nevose del Moncenisio. Inutile che vi riferisca e descriva di qual maniera si compiesse lassù, per opera dell’immaginoso zoologo, la prova non mai tentata dell’assideramento umano. Ciò che importa sapere, ciò che io sono impaziente di annunziarvi, è che il Malthus, il sapiente Malthus, il divino Malthus, il [p. 270 modifica] nostro legislatore, il nostro profeta, or fanno tre giorni, dopo mezzo secolo di torpore, si è ridestato alla vita attiva. La volontà dell’illustre sopito è compiuta. I depositarii della tradizione Malthusiana, consapevoli di ogni patto, penetrarono, nel giorno e nell’ora stabilita, dentro la cavità granitica, dove il profeta dormiva da cinquant’anni in una temperatura di sessanta gradi sotto zero. Seguendo le istruzioni lasciate dal Gorini, in meno di due ore quei prudenti operatori ottennero gradatamente il disgelo: il corpo irrigidito si riscosse, si riapersero gli occhi, la favella si sciolse... Gli apostoli si gettarono a terra adorando, inneggiando al redivivo.

«— Sospendete, o fratelli, quei plausi; imponete al vostro entusiasmo! Serbate gli osanna a lui solo. Fra pochi istanti, allo squillar dei due tocchi pomeridiani, il gran Malthus sarà qui. Egli lo ha promesso, egli mi ha incaricato di recarvi la buona novella. Sì, fra dieci minuti... egli sarà in mezzo a noi... Egli avrà preso il mio posto su questa tribuna per rivelarvi l’ultimo verbo del suo genio divino. Che se mai...

«— Da Manicopoli! — gridò un volonteroso di alto grado, avanzandosi verso il proscenio e presentando un dispaccio al Presidente del Comizio.

«— Leggete! leggete! — gridarono dal teatro trentamila voci.

Il Presidente sciolse il piego, gettò uno sguardo sulle cifre, e pallido, con voce tremante, lesse quanto segue:

«Malthus redivivo suicidatosi ignote cause, attendonsi schiarimenti.

«Il seniore Saffus».

— Impossibile! assurdo! — urlò il Relatore con accento irritato; maledetta la Stefani! [p. 271 modifica]

— Maledetta la Stefani! — rispose la folla con sdegno.

— Silenzio!... Un secondo telegramma!

Il Presidente si fece innanzi, e lesse:


«Suicidio Malthus avvenuto nel palazzo marchesa Sara Jobart sua antica amante. Giornali pubblicano lettera autografa. Pare che forti disinganni spingessero illustre uomo a procacciarsi sonno più duro.

«Seniore Kempis».

— Assurdità! assurdità! — si mormorava da ogni parte; — attendiamo una formale smentita.

Ma ecco, nel mormorio generale, spiccano delle grida più acute; i folletti di città guizzano tra le panche, saltano sui parapetti dei palchi, inondano il teatro di giornali.

Di là a pochi minuti, in un tetro silenzio, quelle trentamila persone adunate pel Comizio leggevano la lettera lasciate da Malthus:

«Correligionarii e fratelli,

«È stato un errore; tanto più illogico e imperdonabile a noi, che, professando i principii del naturalismo, pur nullameno abbiamo tentato di violentare la natura. Quando io mi sottoposi alla prova dell’assideramento, mi ero lasciato vincere da un orgoglio insensato. Ho creduto che la mia esistenza fosse necessaria al bene comune; non ho riflettuto che l’individuo conta per nulla, che i progressi della umanità si compiono pel concorso simultaneo di tutte le forze viventi. È necessario, perché ognuno mi comprenda, che io esponga la diagnosi delle mie impressioni. Lo farò sinceramente e colla maggior brevità possibile. Quando i fratelli, esecutori fedeli del patto tradizionale, vennero or fanno tre giorni a [p. 272 modifica] risvegliarmi dall’assopimento, al mio primo risveglio io provai un senso di melanconica sorpresa. Mi si affollarono nella mente le idee colle quali mi ero addormentato mezzo secolo addietro; mi meravigliai grandemente nel vedere intorno al mio letto di granito delle figure a me ignote; domandai che fosse avvenuto dei fratelli i quali la sera innanzi mi avevano aiutato a coricarmi.

«— Avete dormito cinquant’anni, — risposero ad una voce gli astanti.

«— È vero! è vero! — risposi io raccapezzando le confuse memorie: — infatti... quella sera... i fratelli... gli apostoli... Ma, voi! voi, chi siete? Perché quegli altri non sono al mio fianco?

«— Quegli altri — mi risposero — sono morti; e noi, eredi della tradizione, li abbiamo sostituiti.

«Io guardava con meraviglia e tristezza quei sembianti sconosciuti. Essi mi parlavano dei grandi progressi sociali avvenuti nel corso di mezzo secolo, mi annunziavano il prossimo trionfo della riforma naturalista, mi promettevano ovazioni, glorificazioni, quali nessun orgoglio umano avrebbe osato sognare. Io li ascoltava attonito, quasi svogliato. Portai la mano sul petto e ne trassi un medaglione sul quale era impressa l’effigie di una giovane marchesa da me adorata. Mi sovvenni che gli antichi fratelli si erano opposti al mio desiderio di metter a parte quella impareggiabile donna della misteriosa operazione che doveva per tanti anni tenermi disgiunto da lei. Si voleva che il segreto della mia assiderazione rimanesse esclusivamente affidato ai pochi apostoli; temevano che ella, per impeto di dolore e di amore, potesse tradirci. Con quali palpiti di gioia ribaciai quel ritratto!

«— Orbene! — esclamai; — prima di rientrare nel campo delle agitazioni politiche, prima di abbandonarmi alle [p. 273 modifica] glorificazioni da voi promesse, io mi debbo a colei che occupava tanto posto nel mio cuore, che forse mi avrà pianto per morto, che forse non avrà mai cessato di attendermi. Sapete voi se esista ancora a Parigi quel portento di bellezza, di grazia e di spirito, che si chiamava la marchesa Sara Jobard?

«Gli apostoli si scambiarono uno sguardo di sorpresa e per poco non scoppiarono in una risata. Uno dei seniori, che penava molto a serbarsi serio, si volse ai fratelli dicendo:

«— È giusto che ogni sua volontà venga da noi soddisfatta; rimanderemo il Comizio a sabato prossimo, e frattanto accompagneremo a Parigi l’illustre redivivo, e lo aiuteremo a raccogliere le informazioni che tanto lo preoccupano.

«Ciò convenuto, uscimmo dalla cava granitica, e ci trovammo dinanzi ad una carrozza sormontata da un pallone aereostatico.

«— Cos’è questo? — domandai.

«— Una volante di seconda portata, il veicolo che in meno di un’ora ci condurrà sulla piazza massima di Parigi.

«— E voi pretendereste che io salissi in quel cassone? — esclamai arretrando; — ma dunque... non vi son più ferrovie?... non vi sono locomotive elettriche?

«— Tali mezzi di trasporto — rispose il seniore, scambiando cogli altri apostoli un’occhiata di meraviglia — oggimai fanno esclusivamente il servizio pei nullabbienti.

«— Ebbene! trattatemi pure da nullabbiente, — gridai io — ma in quella baracca sospesa nell’aria, io, Malthus, vi prometto che non sarò mai per ficcarci il mio nobile individuo.

«— Con tutto il rispetto che da noi si professa al vostro nobile individuo — rispose il seniore dopo essersi [p. 274 modifica] consultato coi fratelli, — noi non possiamo dimenticare il mandato perentorio del Gran Maestro dell’ordine; le ore sono contate, il tempo vuol essere misurato; vi abbiamo accordato una proroga di tre giorni; ora conviene affrettarsi.

«E prima che io potessi muovere due passi per discostarmi, quattro fratelli mi afferrarono pel torso, mi sollevarono, mi immersero nella cabina della volante.

«Che dirvi di quel viaggio? Non impiegammo che un’ora per tragittare dal Moncenisio a Parigi, ma quell’ora è bastata a svelarmi l’orrore della mia situazione. Il linguaggio di quegli apostoli che mi parlavano dei loro disegni, che mi interrogavano, per prender consiglio, il più delle volte mi riusciva incomprensibile. Basta dunque un mezzo secolo a corrompere ogni idioma, ad alterare perfino le inflessioni della pronunzia? Essi accennavano ad istituzioni, alludevano ad avvenimenti a me ignoti; nominavano scrittori e scienziati vissuti nell’ultima metà del secolo; citavano libri usciti recentemente e già quasi obliati da’ contemporanei, e parevano meravigliati ad ogni tratto della mia ignoranza, d’altronde naturalissima in chi aveva dormito pel corso di cinquant’anni. Quand’io ricordava i miei tempi, essi sbadigliavano o sorridevano con ironia. Dopo avermi quasi idolatrato, erano, in meno di un’ora, passati dalla adorazione all’indifferenza sprezzante. Arrivando a Parigi, al momento in cui si scendeva dalla volante, uno dei seniori disse all’altro sommessamente:

«— Mi pare che l’assideramento abbia imbecillito il Profeta.

«E l’altro:

«— È a credere che egli già fosse imbecille prima di intorpidirsi; a que’ tempi la fama di illustre si acquistava a buon mercato. [p. 275 modifica]

«Quanti disinganni mi attendevano a Parigi! Invano io cercava nella folla dei balovardi qualche sembianza nota. In quella città ch’era stata il teatro dei miei primi trionfi; in quella vasta metropoli, dove un tempo ero additato e salutato da tutti, io non vedeva che sconosciuti, non incontrava che occhiate indifferenti o beffarde. Il mio modo di parlare, il mio contegno imbarazzato attiravano l’attenzione e provocavano le risa. Nuovo agli usi della società moderna, attonito, sbalordito, io somigliava ad uno di quei gaglioffi montanari, che dopo aver vissuto quarant’anni fra le capre, si trovano balzati in una splendida capitale, nel faragginoso brulichio della attività cittadina. Urtava nella gente; mi pareva strana ogni foggia di vestito; mi arrestava istupidito dinanzi alle statue che rappresentavano personaggi divenuti famosi negli ultimi tempi. Gli edifizii recenti, gli spazii aperti dalle demolizioni, i nuovi nomi delle vie sostituiti agli antichi, mi imbarazzavano siffattamente, che io mi stringevo colla mano alla zimarra dei colleghi per paura di smarrirmi. Fui condotto ad un albergo. I fratelli incaricandosi di andare al palazzo di città per attingere informazioni sul conto della marchesa, mi lasciarono solo. Allora io trassi dal petto l’effige della mia Sara, e contemplando, ribaciando mille volte le angeliche sembianze di quella tanto cara, diedi in uno scoppio di lacrime. — Avrò io la consolazione di rivederti, o creatura adorata? — E dopo questo, mi sentii assalito da una tetra melanconia. Le più amare riflessioni si succedevano nel mio spirito. — Perché son venuti a ridestarmi? Di qual modo potrò io riannodare la mia alla esistenza di questa generazione? Non si vive bene che fra i contemporanei; la gente che ora mi brulica dattorno rappresenta la mia posterità. Nulla oggimai vi può essere di comune fra me e costoro. Io non li [p. 276 modifica] comprendo; essi dovranno deridermi. In un mezzo secolo si rinnovano le idee, le tendenze, le istituzioni. Chi non ha preso parte alla graduale metamorfosi, non può essere capace di apprezzarla.

«Che diverrò io il giorno in cui mi toccherà presentarmi al Comizio per dichiarare la mia dottrina? Potrò io dire cosa che già non sia stata le mille volte ripetuta, con linguaggio più eletto, dai miei correligionarii? Non ho veduto i miei dieci apostoli sogghignare sotto i baffi ogni volta che io dirigeva ad essi una domanda? Io era un dotto, io era un illustre or fanno Cinquant’anni, nell’ambiente formato da me e dai miei contemporanei. Trasferito nel nuovo ambiente, in una epoca sulla quale è trascorso lo spirito e l’attività di due generazioni, io debbo necessariamente rappresentare la figura dell’idiota. — Dio... Che vedo? Due figure umane che volano rasenti ai tetti del palazzo di faccia! Sta a vedere che è comparsa nel mondo una specie di uomini alati!

«I fratelli non rientrarono all’albergo quella notte, nè a me diè l’animo d’uscire. All’indomani, verso le 10 del mattino, li vidi entrare nella mia stanza e salutarmi con espressione sì beffarda che fui sul punto di prenderli a schiaffi. Mi annunziarono che la marchesa Sara era in vita, che abitava un sontuoso palazzo in via dei Lunatici, ch’essi l’avevano prevenuta della mia prossima visita. Balzai dal letto: come il cuore mi batteva! Di là a pochi minuti, io saliva le scale del palazzo indicato; i miei apostoli erano rimasti ad attendermi in un salotto al piano terreno. Una giovane e bella cameriera m’introdusse in un gabinetto elegantissimo, mi pregò di sedere e corse ad avvertire la signora.

«Imaginate con quali ansie io invocava l’amplesso di quella donna, che già si era data a me coi voluttuosi [p. 277 modifica] abbandoni dell’amante! Sventurato! Io dimenticava di aver dormito mezzo secolo, poiché quel mezzo secolo per me era stato breve come una notte. Potevo io figurarmi quella donna altrimenti, che vestita delle sue forme giovanili, della sua splendida bellezza?

«La porticella del gabinetto si dischiuse. Il fruscio di una veste di seta mi annunziò che ella entrava.

«— Angelo mio! — gridai gettandomi a terra per abbracciarle la tunica che sporgeva dai cortinaggi.

«— Tu! il mio caro Eugenietto! — rispose una voce rantolosa da vecchia decrepita; — qua dunque un bel bacio! Dio! come sei ben conservato!... Lascia dunque...

«E mentre al mio orecchio ringhiava quella voce da nonna, due labbra di cartapecora si imposero con violenza alle mie, e mi inchiodarono sulla lingua un paio di denti posticci... Io balzai in piedi esterrefatto... Sputai sul pavimento i due corpi eterogenei... e dopo aver guardato fissamente quella scarna figura di ottuagenaria, mi lasciai cadere sul divano come tramortito.

«Era dessa — era proprio dessa — la mia Sara — la mia marchesa — quella che un mezzo secolo addietro mi aveva dato un paradiso di ebbrezze!... Non riferirò tutto quello che avvenne in appresso fra me e quella donna. Noi conversammo due buone ore senza mai comprenderci; quello strano dialogo terminò con una scarica di singhiozzi. Allora la pregai perché mi fornisse l’occorrente per scrivere. E mentre io, dopo aver scritto poche linee, tornava a lei per congedarmi con un supremo e disperato addio, mi accorsi, all’immobilità del suo corpo, al pallore del suo volto, alla rigidezza della sua mano, ch’ella era morta di sincope...

«La cameriera, che entrerà fra poco nel gabinetto, troverà qui due cadaveri. A lei commetto l’incarico di consegnare ai fratelli il mio ultimo autografo, perché [p. 278 modifica] venga letto al Comizio. Un uomo, per quanto nobile e grande, non ha più il diritto di vivere, dacchè il suo spirito, il suo cuore, la sua esperienza son diventati un anacronismo.

«Malthus».

— Che ne dite? — chiese l’Albani al Virey, dopo aver letto.

— Io dico che quell’uomo ha dato, togliendosi la vita, una prova di gran senno. Il suicidio è una delle manifestazioni più evidenti della superiorità dell’intelligenza umana. È nullameno deplorabile che la nostra razza sia tanto percossa dalla infelicità che in molti casi ci convenga invocare la morte quale unico rimedio alle angosce della nostra travagliata esistenza.

Il teatro si andava spopolando, e la gente si disperdeva lentamente, in preda ad una profonda mestizia.

L’Albani, svolgendo il giornale per gettare gli occhi sulla quarta pagina, nella rubrica dei Reclami privati lesse le seguenti righe a lui indirizzate:


«In nome della umanità e della religione divina, il Primate Redento Albani è invitato a recarsi immediatamente a Milano nella casa a lui ben nota del sottoscritto per ricevere comunicazione di un importante avvenimento che lo riguarda.

«Fratello Consolatore».

— Perché così turbato? — chiese il Virey al fratello.

— Io parto per Milano — rispose l’Albani; — volete profittare della mia volante e tenermi compagnia?

— Impossibile. Devo trovarmi a Pietroburgo questa sera per prender parte ad un Consulto finale2 al letto dello Czarre, [p. 279 modifica] dello Czarre, gravemente tormentato dai calcoli. Con dolore mi separo dai voi.

— Ci rivedremo?

— Ne dubito. Ho l’anima percossa da sinistri presentimenti. La lettera dello sfortunato Malthus ha scosso la mia fede... Temo che ogni sforzo della scienza per migliorare le sorti dell’umanità sia opera vana. Forse provvederà la... natura.

I due primati si separarano, e ciascuno prese la sua via negli spazii dell’aria.

  1. Così era chiamata la città di Napoli.
  2. Nell’Unione Europea, le leggi permettono ai parenti di uccidere l’ammalato, allorquando la malattia venga dichiarata incurabile da sei primati consulenti.