Agamennone (Alfieri, 1946)/Atto terzo

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Atto terzo

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Atto secondo Atto quarto

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ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Agamennone, Elettra.

Agam. Son io tra’ miei tornato? ovver mi aggiro

fra novelli nemici? Elettra, ah! togli
d’orrido dubbio il padre. Entro mia reggia
nuova accoglienza io trovo; alla consorte
quasi stranier son fatto; eppur tornata,
parmi, or essere appieno in se potrebbe.
Ogni suo detto, ogni suo sguardo, ogni atto,
scolpito porta e il diffidare, e l’arte.
Sí terribile or dunque a lei son io,
ch’entro al suo cor null’altro affetto io vaglia
a destar, che il terrore? Ove son iti
quei casti e veri amplessi suoi; quei dolci
semplici detti? e quelli, a mille a mille,
segni d’amor non dubbj, onde sí grave
m’era il partir, sí lusinghiera speme,
sí desíato sospirato il punto
del ritornare, ah! dimmi, or perché tutti,
e in maggior copia, in lei piú non li trovo?
Elet. Padre, signor, tai nomi in te raccogli,
che non men reverenza al cor ne infondi,
che amore. In preda a rio dolor due lustri
la tua consorte visse: un giorno (il vedi)

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breve è pur troppo a ristorare i lunghi

sofferti affanni. Il suo silenzio...
Agam.  Oh quanto
meno il silenzio mi stupia da prima,
ch’ora i composti studíati accenti!
Oh come mal si avvolge affetto vero
fra pompose parole! un tacer havvi,
figlio d’amor, che tutto esprime; e dice
piú che lingua non puote: havvi tai moti
involontarj testimon dell’alma:
ma il suo tacere, e il parlar suo, non sono
figli d’amor, per certo. Or, che mi giova
la gloria, ond’io vò carco? a che gli allori
fra tanti rischj e memorande angosce
col sudor compri; s’io per essi ho data,
piú sommo bene, del mio cor la pace?
Elet. Deh! scaccia un tal pensiero: intera pace
avrai fra noi, per quanto è in me, per quanto
sta nella madre.
Agam.  Eppur, cosí diversa,
da se dissimil tanto, onde s’è fatta?
Dillo tu stessa: or dianzi, allor quand’ella
colle sue mani infra mie braccia Oreste
ponea; vedesti? mentre stava io quasi
fuor di me stesso, e di abbracciarlo mai,
mai di baciarlo non potea saziarmi;
a parte entrar di mia paterna gioja,
di’, la vedesti forse? al par che mio,
chi detto avrebbe che suo figlio ei fosse?
Speme nostra comune, ultimo pegno
dell’amor nostro, Oreste. — O ch’io m’inganno,
o di giojoso cor non eran quelli
i segni innascondibili veraci;
non di tenera madre eran gli affetti;
non i trasporti di consorte amante.
Elet. Alquanto, è ver, da quel di pria diversa

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ella è, pur troppo! in lei di gioja raggio

piú non tornò dal dí funesto, in cui
tu fosti, o padre, ad immolar costretto
tua propria figlia alla comun salvezza.
In cor di madre a stento una tal piaga
sanar si può: non le han due interi lustri
tratto ancor della mente il tuo pietoso,
e in un crudel, ma necessario inganno,
per cui dal sen la figlia le strappasti.
Agam. Misero me! Per mio supplizio forse,
ch’io il rimembri non basta? Era io di lei
meno infelice in quel funesto giorno?
Men ch’ella madre, genitor m’era io?
Ma pur, sottrarla a imperversanti grida,
al fier tumulto, al minacciar di tante
audaci schiere, al cui rabbioso foco
era un oracol crudo esca possente,
poteva io solo? io sol, fra tanti alteri
re di gloria assetati e di vendetta,
e d’ogni freno insofferenti a gara,
che far potea? Di un padre udirò il pianto
que’ dispietati, e sí non pianser meco:
ch’ove del ciel la voce irata tuona,
natura tace, ed innocenza il grido
innalza invan: solo si ascolta il cielo.
Elet. Deh! non turbar con rimembranze amare
il dí felice, in cui tu riedi, o padre.
S’io ten parlai, scemar ti volli in parte
lo stupor giusto, che in te nascer fanno
gli affetti incerti della madre. Aggiungi
al dolor prisco, il trovarsi ella in preda
troppo a se stessa; il non aver con cui
sfogar suo cor, tranne i due figli; e l’uno
tenero troppo, ed io mal atta forse
a rattemprar suo pianto. Il sai, che chiusa
amarezza piú ingrossa: il sai, che trarre

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di solitarj, d’ogni gioja è morte,

d’ogni fantasma è vita: e lo aspettarti
sí lungamente; e tremante ogni giorno
starsi per te: nol vedi? — ah! come quella
esser di pria può mai? Padre, deh! scusa
il suo attonito stato: in bando scaccia
ogni fosco pensiero. In lei fia il duolo
spento ben tosto dal tuo dolce aspetto.
Deh! padre, il credi: in lei vedrai, fra breve,
tenerezza, fidanza, amor, risorti.
Agam. Sperarlo almen mi giova. Oh qual dolcezza
saria per me, se apertamente anch’ella
ogni segreto del suo cor mi aprisse! —
Ma, dimmi intanto: di Tieste il figlio
dov’io regno a che vien? che fa? che aspetta?
Quí sol sepp’io, ch’ei v’era; e parmi ch’abbia
ciascuno, anche in nomarmelo, ribrezzo.
Elet. ... Ei di Tieste è figlio, il sei d’Atréo;
quindi nasce il ribrezzo. Esule Egisto,
quí venne asilo a ricercar: nimici
egli ha i proprj fratelli.
Agam.  In quella stirpe
gli odj fraterni ereditarj sono;
forse i voti d’Atréo, l’ira dei Numi,
voglion cosí. Ma, ch’ei pur cerchi asilo
presso al figlio d’Atréo, non poco parmi
strana cosa. Giá imposto ho ch’ei ne venga
dinanzi a me; vederlo, udire io voglio
de’ casi suoi, de’ suoi disegni.
Elet.  O padre,
dubbio non v’ha, ch’egli è infelice Egisto.
Ma tu, che indaghi a primo aspetto ogni alma,
per te vedrai, se d’esser tale ei merti.
Agam. Eccolo, ei vien. — Sotto avvenenti forme
chi sa, s’ei basso o nobil core asconda?

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SCENA SECONDA

Agamennone, Elettra, Egisto.

Egisto Poss’io venir, senza tremore, innanzi

al glorioso domator di Troja,
innanzi al re dei re sublime? Io veggo
la maestá, l’alto splendor d’un Nume
sopra l’augusta tua terribil fronte...
Terribil sí; ma in un pietosa: e i Numi
spesso dal soglio lor gli sguardi han volto
agli infelici. Egisto è tale; Egisto,
segno ai colpi finor d’aspra fortuna,
teco ha comuni gli avi: un sangue scorre
le vene nostre; ond’io fra queste mura
cercare osai, se non soccorso, asilo,
che a scamparmi valesse da’ crudeli
nemici miei, che a me pur son fratelli.
Agam. Fremer mi fai, nel rimembrar che un sangue
siam noi; per tutti l’obbliarlo fora
certo il migliore. Che infra loro i figli
di Tieste si abborrano, è pur forza;
ma non giá, che ad asil si attentin scerre
d’Atréo la reggia. Egisto, a me tu fosti,
e sei finora ignoto per te stesso:
io non t’odio, né t’amo; eppur, bench’io
voglia in disparte por gli odj nefandi,
senza provar non so qual moto in petto,
no, mirar non poss’io, né udir la voce,
la voce pur del figlio di Tieste.
Egisto Che odiar non sa, né può, pria che il dicesse
il magnanimo Atride, io giá ’l sapea:
basso affetto non cape in cor sublime.
Tu dagli avi il valor, non gli odj, apprendi.
Punir sapresti,... o perdonar, chi ardisse
offender te: ma chi, qual io, t’è ignoto

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ed è infelice, a tua pietade ha dritto,

fosse ei di Troja figlio. Ad alta impresa
te non scegliea la Grecia a caso duce;
ma in cortesia, valor, giustizia, fede,
re ti estimava d’ogni re maggiore.
Tal ti reputo anch’io, né piú sicuro
mai mi credei, che di tua gloria all’ombra:
né rammentai, che di Tieste io figlio
nascessi; io son di sorte avversa figlio.
Lavate appien del sangue mio le macchie
pareami aver negli infortunj miei;
e, se d’Egisto inorridire al nome
dovevi tu, sperai, che ai nomi poscia
d’infelice, mendico, esule, oppresso,
entro il regal tuo petto generoso
alta trovar di me pietá dovresti.
Agam. E s’io ’l volessi pure, o tu, pietade
soffriresti da me?
Egisto  Ma, e chi son io,
da osar spregiare un dono tuo?...
Agam.  Tu? nato
pur sempre sei del piú mortal nemico
del padre mio: tu m’odj, e odiar mi dei;
né biasmar ten poss’io: fra noi disgiunti
eternamente i nostri padri ci hanno;
né soli noi, ma i figli, e i piú lontani
nepoti nostri. Il sai; d’Atréo la sposa
contaminò, rapí l’empio Tieste:
Atréo, poich’ebbe di Tieste i figli
svenati, al padre ne imbandia la mensa.
Che piú? Storia di sangue, a che le atroci
vicende tue rammento? Orrido gelo
raccapricciar mi fa. Tieste io veggo,
e le sue furie, in te: puoi tu d’altr’occhio
mirar me, tu? Del sanguinario Atréo
non rappresento io a te la imagin viva?

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Fra queste mura, che tinte del sangue

de’ tuoi fratelli vedi, oh! puoi tu starti,
senza ch’entro ogni vena il tuo ribolla?
Egisto ... Orrida, è ver, d’Atréo fu la vendetta;
ma giusta fu. Que’ figli suoi, che vide
Tieste apporsi ad esecrabil mensa,
eran d’incesto nati. Il padre ei n’era,
sí; ma di furto la infedel consorte
del troppo offeso e invendicato Atréo
li procreava a lui. Grave l’oltraggio,
maggior la pena. È vero, eran fratelli,
ma ad obbliarlo primo era Tieste,
Atréo, secondo. In me del ciel lo sdegno
par che non cessi ancor: men rea tua stirpe,
colma ell’è d’ogni bene. Altri fratelli,
Tieste diemmi; e non, qual io, d’incesto
nati son quelli; ed io di lor le spose
mai non rapiva; eppur ver me spietati
piú assai che Atréo son essi: escluso m’hanno
dal trono affatto; e, per piú far, mi han tolto
del retaggio paterno ogni mia parte;
né ciò lor basta; crudi, anco la vita,
come pria le sostanze, or voglion tormi.
Vedi, se a torto io fuggo.
Agam.  A ragion fuggi;
ma quí mal fuggi.
Egisto  Ovunque io porti il piede,
meco la infamia del paterno nome,
e del mio nascer traggo; il so: ma, dove
meno arrossir nel pronunziar Tieste
poss’io, che agli occhi del figliuol d’Atréo?
Tu, se di gloria men carco ne andassi,
tu, se infelice al par d’Egisto fossi,
il peso allor, tu sentiresti allora
appien l’orror, ch’è annesso al nascer figlio
d’Atréo non men, che di Tieste. Or dunque

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tu de’ miei mali a parte entra pur anco:

faccia Atride di me, ciò ch’ei vorria
ch’altri fesse di lui, se Egisto ei fosse.
Agam. Egisto io?... Sappi; in qual ch’io fossi avversa
disperata fortuna, il pié rivolto
mai non avrei, mai di Tieste al seggio. —
Ch’io non ti presti orecchio, in cor mel grida
tale una voce, che a pietá lo serra. —
Pur, poiché vuoi la mia pietá, né soglio
negarla io mai, mi adoprerò (per quanto
vaglia il mio nome, e il poter mio fra’ Greci)
per ritornarti ne’ paterni dritti.
Va lungi d’Argo intanto: a te dappresso
torbidi giorni, irrequiete notti
io trarrei sempre. Una cittá non cape
chi di Tieste nasce, e chi d’Atréo.
Forse di Grecia entro al confin, vicini
pur troppo ancor siam noi.
Egisto  Tu pur mi scacci?
E che mi apponi?
Agam.  Il padre.
Egisto  E basta?
Agam.  È troppo.
Va; non ti vegga il sol novello in Argo;
soccorso avrai, pur che lontano io t’oda.


SCENA TERZA

Agamennone, Elettra.

Agam. Il crederesti, Elettra? al sol suo aspetto,

un non so qual terrore in me sentiva,
non mai sentito pria.
Elet.  Ben festi, o padre,
d’accomiatarlo: ed io neppur nol veggo,

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senza ch’io frema.

Agam.  I nostri padri crudi
hanno in note di sangue in noi scolpito
scambievol odio. In me ragion frenarlo
ben può; ma nulla nol può spegner mai.


SCENA QUARTA

Clitennestra, Agamennone, Elettra.

Cliten. Signor, perché del popol tuo la speme

protrar con nuovo indugio? I sacri altari
fuman d’incenso giá: di fior cosperse
le vie, che al tempio vanno, ondeggian folte
di gente innumerabile, che il nome
d’Agamennón fa risuonare al cielo.
Agam. Non men che a me, giá soddisfatto al mio
popolo avrei, se quí finor, piú a lungo
che nol voleva io forse, rattenuto
me non avesse Egisto.
Cliten.  Egisto?...
Agam.  Egisto.
Ch’egli era in Argo, or di’, perché nol seppi
da te?
Cliten.  Signor,... fra tue tant’altre cure...
io non credea, ch’ei loco...
Agam.  Egisto nulla
è per se stesso, è ver; ma nasce, il sai,
di un sangue al mio fatale. Io giá non credo,
che a nuocer venga; (e il potrebb’ei?) ma pure,
nel festeggiarsi il mio ritorno in Argo,
parmi l’aspetto suo non grata cosa:
partir gli ho imposto, al nuovo giorno. — Intanto
pura gioja quí regni. Al tempio vado
per aver vie piú fausti, o sposa, i Numi.
Deh! fa, che rieda a lampeggiarti in volto

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il tuo amabile riso. Erami pegno

un dí quel riso di beata pace;
non son felice io mai, finch’ei non riede.


SCENA QUINTA

Elettra, Clitennestra.

Elet. Odi buon re, miglior consorte.

Cliten.  Ahi lassa!
Tradita io son: tu mi tradisti, Elettra.
Cosí tua fe mi serbi? Al re svelasti
Egisto; ond’ei...
Elet.  Né il pur nomai, tel giuro.
D’altronde il seppe. Ognun ricerca a gara
del re la grazia in modi mille: ognuno
util vuol farsi al re: ben maraviglia
prender ti può, che nol sapesse ei pria.
Cliten. Ma che gli appon? di che il sospetta? udisti
i detti lor? perché lo scaccia? ed egli
che rispondea? Di me parlogli Atride?
Elet. Rassicurati, madre: in cor d’Atride
non v’ha sospetto. Ei, che tradir tu il possa,
nol pensa pur; nol dei tradir tu quindi.
Non di nemico con Egisto furo
le sue parole.
Cliten.  Ma pur d’Argo in bando
tosto ei lo vuole.
Elet.  Oh te felice! Tolta
dall’orlo sei del precipizio, innanzi
che piú t’inoltri.
Cliten.  Ei partirá?
Elet.  Sepolto
al suo partir sará l’arcano: intero
il cor per anco hai del consorte; ei nulla
brama quanto il tuo amore: il cor non gli hanno

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pieno finor di rio velen gl’infami

rei delatori; intatto è il tutto ancora.
Guai, se costoro, al par che iniqui, vili,
veggiono alquanto vacillar tra voi
l’amor, la pace, la fidanza: tosto
gli narreranno... Ah madre! ah sí, pietade
di te, di noi, di quell’Egisto istesso
muovati, deh! — Fuor d’Argo, in salvo ei fia
dallo sdegno del re...
Cliten.  Se Egisto io perdo,
che mi resta a temer?
Elet.  La infamia.
Cliten.  Oh cielo!...
Omai mi lascia al mio terribil fato.
Elet. Deh, no. Che speri? e che farai?...
Cliten.  Mi lascia,
figlia innocente di colpevol madre.
Piú non mi udrai nomarti Egisto mai:
contaminar non io ti vo’; non debbe
a parte entrar de’ miei sospiri iniqui
l’infelice mia figlia.
Elet.  Ah madre!
Cliten.  Sola
co’ pensier miei, colla funesta fiamma
che mi divora, lasciami. — L’impongo.


SCENA SESTA

Elettra.

Misera me!... Misera madre!... Oh quale

orribil nembo a noi tutti sovrasta!
Che fia, se voi nol disgombrate, o Numi?