Alcune notizie sugli intagliatori della zecca di Venezia

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Niccolò Papadopoli

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Alcune notizie sugli intagliatori della zecca di Venezia Intestazione 24 febbraio 2012 75% Da definire

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ALCUNE NOTIZIE

sugli

INTAGLIATORI DELLA ZECCA DI VENEZIA




(dall’Archivio Veneto, Nuova serie, Anno XVIII, Tomo XXXV)




L’anno scorso ebbi occasione di fornire al chiarissimo Aloïss Heiss, ben noto pei suoi lavori sulle monete spagnuole, alcune notizie relative agli incisori della Zecca di Venezia, che egli mi aveva chiesto per la grandiosa sua opera: Les Médailleurs de la Renaissance, e che vennero da lui inserite in quel volume che riguarda Venezia e le medaglie veneziane. Siccome tali notizie possono interessare l’Italia e tutti coloro che si occupano della nostra numismatica, e siccome il prezzo di quell’opera voluminosa non è alla portata di tutte le borse, stimo non inutile riprodurre le informazioni stesse, che, per la maggior parte, sono tratte dal Capitolare delle Brocche detto così dalle borchie dorate che ne ornavano la legatura, prezioso Codice appartenente al nostro Archivio Generale di Stato (ai Frari), dove sono raccolte le deliberazioni riguardanti la zecca.

Il primo coniatore della Zecca Veneta, di cui si faccia menzione nei documenti antichi, è certo Giovanni Albico od Albizo, intagliatore delle stampe della [p. 352 modifica]moneta, riguardo al quale troviamo una deliberazione del Maggior Consiglio nel 7 maggio 13081, che gli accorda un’anticipazione di due anni di stipendio. Forse a questo artefice si deve il primo conio del Ducato, disegnato con molta eleganza e finezza ed inspirato al gusto italiano del primo rinascimento dell’arte, talché, si il nome dell’incisore come il genere del suo lavoro, mi farebbero nascere il sospetto che fosse di origine fiorentino.

Altra breve notizia troviamo, il 21 dic. 13912, in un decreto del Maggior Consiglio, che aumenta lo stipendio ad Antonio Dalle Forbici, il quale da sedici anni lavorava a fare i ferri per fabbricar la moneta.

Dopo questi incisori, che non lasciarono traccia dì sé, abbiamo la celebre famiglia dei Sesto, valentissimi orefici, che per quasi un secolo occuparono i diversi posti di incisori della zecca di Venezia, in un’epoca in cui attivissimo era il lavoro di questa officina. In un decreto del 14113, in cui si diminuiscono tutti gli stipendi in causa della guerra che si combatteva contro Sigismondo imperatore, Bernardo Sesto viene indicato quale intagllatore dei coni dell’oro, e, per conseguenza, nel primo posto della zecca, dove probabilmente lavorava da lungo tempo, giacché i suoi figli Lorenzo e Marco erano incisori ai conii dell’argento sino dall’ultimo marzo 13944, posto nel quale si trovano ancora nello stesso documento suaccennato del 1411. Forse egli successe in quell’officio ad Antonio Dallo Forbici, col quale [p. 353 modifica]potrebbe aver lavorato precedentemente in un incarico secondario.

Il Palfer ricorda che nella chiesa di Santo Stefano esisteva una tomba colla seguente iscrizione: MCCCCIV sepoltura de S. Jacomo Sesto intagliador alla moneda de Veniesia5.

Nel 1447, 29 novembre6, essendo morto il maestro Gerolamo Sesto, uno degli intagliatori delle stampe della moneta d’argento, si stabilisce che la elezione degli incisori sia fatta dagli officiali della Zecca dell’argento, uniti a quelli della Zecca dell’oro, tanto per l’incisore delle, monete d’oro che di quelle d’argento, e nel 26 luglio 1454 si determina non doversi fare alcuna trattenuta sul salario di Luca Sesto ed Antonello Della Moneta, intagliatori delle stampe7.

Luca Sesto, vecchio ed infermo, domanda che gli sia dato in ajuto il figlio Bernardo; ciò che gli viene accordato dal Consiglio dei Dieci nel 27 ott. 14838.

A dì 27 febbraio 1483 il Consiglio dei Dieci, vista la virtù e solerzia del maestro Alessandro Leopardi, lo nomina terzo maestro di Zecca assieme a maestro Luca Sesto e a maestro Antonello Orefice9.

Nello stesso anno, 28 settembre10, troviamo un decreto del Consiglio dei Dieci, nel quale, riconosciuta virtus et solertia Victoris filii q. fidelissimi civis nostri magistri Antonii marmorarii cognomento de [p. 354 modifica]San Zacharia, lo nomina maestro delle stampe delle monete nella Zecca, e nel 21 marzo 1487 lo stesso Consiglio, riconoscendolo sommo maestro in questa arte, gli aumenta considerevolmente lo stipendio11, portandolo da 60 ad 80 ducati annui. Sebbene in questi documenti pubblici non si trovi alcuna indicazione di cognome, sappiamo ch’egli si chiamava Gambello e che segnava le sue medaglie Camelus, Camelius e Camelio con forma latina, secondo il vezzo del tempo. Per lungo tempo fu ritenuto il primo ad abbandonare il vecchio sistema della fusione con ritocco a bulino, per sostituirvi il conio anche nelle medaglie, ma Friedländer dimostra erronea tale opinione, additando medaglie coniate più antiche. Camelio ottenne ben meritata celebrità in tali lavori12, e di lui abbiamo medaglie ricercatissime tanto fuse che coniate. Senza alcun dubbio era veneziano, per essere ciò accennato nel decreto surriferito del Consiglio dei Dieci ed essendo prescritto, da un decreto del 28 agosto 144713, che a sì delicato incarico non fossero eletti se non cittadini veneziani. Nel giorno della sua nomina si stabiliscono le mansioni dei differenti incisori di Zecca, che credo interessi riferire, per determinare la importanza di ognuno. Luca Sesto, uno dei più antichi maestri delle stampe della Zecca nostra, è destinato, assieme ad Alessandro Leopardi, a fare l’immagine del Redentore sul conio del ducato; Silvestro, fratello, ed i figli di maestro Antonello sono incaricati di incidere [p. 355 modifica]quelle di S. Marco e del Doge. Nell’argento le immagini di S. Marco e del Doge devono essere incise da Vettore, figlio del maestro Antonio da S. Zaccaria e l’altro lato dai figli di Antonello.

Nel 1490, 9 dicembre14, il Consiglio dei Dieci si occupa di una nuova lega per l’argento, trovata da Silvestro Grifo, maestro delle stampe, ed in premio di tale invenzione gli accorda un aumento di stipendio. Egli è indicato in altri più antichi documenti come figlio di Antonello, e quindi il nome di Grifo o Griffo è quello della famiglia di Antonello, che si chiamava “Della Moneta” dalla professione che esercitava.

Lo stesso Consiglio, 10 anni dopo, 27 marzo 150015 elogiando el singular modo et inzegno, trovado con molta sua industria et acuità, per el fedel nostro Zuane da i Relogij, in far et stampar soldi et mezi soldi cum tanta equalità, justeza et rottondità quanta alcuno ha veduto et come ha testificado el gastaldo della Cecha nostra, stabilisce che sieno coniati con tale sistema, non solo i soldi e mezzi soldi, ma anche le lire, i Marcelli ed i Ducati. Le monete di quest’epoca hanno infatti una perfezione di fattura, di peso e sopratutto una rotondità esatta, impossibile ad ottenersi coi sistemi che si usavano fino allora.

Morto Silvestro Griffo, si aumenta il salario nel 31 marzo 150316 a maestro Piero Benintendi veneziano, che da molti anni lavorava in suo aiuto alle stampe delle monete, e nel 28 marzo 150617 esso viene nominato maestro ordinario delle stampe. [p. 356 modifica] Diminuiti gli introiti della Zecca per la scarsezza dei metalli e delle coniazioni, il Consiglio dei Dieci delibera, nel 14 marzo 150618 che siano diminuite le paghe pegli officiali della Zecca a cui deve incombere minor lavoro, ed ordina che ai maestri principali delle stampe, Vettor De Antonio ed Alessandro Leopardi, esso sia ridotto da 100 ad 80 ducati annui; a maestro Piero Benintendi terzo maestro delle stampe, da 80 a 60 ducati. Pochi anni dopo, 29 ottobre 151019, nuova riduzione dei salarli, da 80 a 40 ducati annui ad Alessandro Leopardi, che fa le stampe delle monete di rame, e da 80 a 60 a Vettore, che questa volta è chiamato col suo cognome Gambello.

Il 20 giugno 1515 i fratelli Ruggiero e Boiamonte di Gambelli, del fu Antonio da San Zaccaria, a nome del loro fratello Vettore, già maestro delle stampe in Zecca, chieggono al Consiglio dei Dieci un provvedimento per lui, al quale il salano da ducati 100 fu diminuito ad 80, poi a 60, e non gli fu pagato, sicché rimase creditore di 140 ducati; e venduto ogni suo mobile per la necessità del vivere, li è stà forza andarsene in altre terre per circhar et trovar il modo de poter alimentar la sua povera fameia; ma desiderando che potesse ripatriare e viver con loro, ecc. il Consiglio dei Dieci propose allora gli si assegnassero 70 ducati all’anno, ma la parte non fu presa20. Addì 30 dicembre 151721, ricordandosi [p. 357 modifica]le riduzioni nel salario del Gambello, che era andato a Roma, nominato incisore della zecca papale, assieme a Pier Maria da Pescia nel 24 giugno 161522, fu dal Consiglio dei Dieci ricondotto in maestro delle stampe della Zecca, col salario di 80 ducati netti, e gli fu concesso un acconto di ducati 60.

Nel 29 luglio 153523 a maestro Piero Benintendi infermo, viene concesso per coadiutore Andrea Spinelli con tre ducati al mese di salario e la successione nell’ufficio.

Nel 1540, 24 maggio24, il Consiglio dei Dieci, in vista della prestante virtù del fedel nostro Andrea Spinello maestro di stampe, affida a lui il carico di maestro ai conî alla pila, mentre fino allora era stato maestro al torsello, il che suona avanzamento da secondo a primo incisore della zecca, stando nella pila la parte anteriore e nobile della moneta25. L’incisione del torsello sarà affidata a chi dovrà sostituire il defunto Battista Baffo.

Nel 1443, 28 maggio26, troviamo nel Capitolare delle Brocche una determinazione, nella quale, per evitare gli scandali e le questioni, si stabiliscono le attribuzioni degli intagliatori e dei loro coadiutori, e cioè: maestro delle stampe alla pila Andrea Spinelli, coadiuvato dal cugino Giacomo Spinelli; e maestro delle stampe al torsello Tiberio Di Lucchini, coll’ajuto di Vincenzio Di Luchini.

[p. 358 modifica]Nel 1672, 24 marzo27, ad Andrea Spinelli poc’anzi defunto fu nominato successore il figlio Marc’Antonio.

Dopo quest’epoca comincia la decadenza, e non importa seguire i nomi degli incisori che fecero i coni delle medaglie e delle monete veneziane. Ultimo lampo di questa nobile arte furono i lavori di Antonio Fabris udinese, chiamato a Venezia dal Governo del 1848 per fare i coni delle monete, il quale modellò le due bellissime medaglie che ricordano quell’epoca gloriosa.

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La placchetta, qui riprodotta col mezzo della zincografia, si conserva nel Museo Correr, rappresenta Davide e Golia ed è attribuita ad un artista di cui si ignora la vita, che firmava i suoi lavori col nome di Moderno. Il Molinier nel suo dotto lavoro Les Plaquettes, edito a Parigi nel 1886, crede che Moderno sia un pseudonimo simile a quello di Antico, che designava l’incisore mantovano Pier Giacomo Alari. A differenza del Müntz e di altri che credono il Moderno abbia lavorato nel XVI secolo, Molinier invece reputa che egli appartenga alla fine del secolo XV e mostra due placchette del Moderno, riprodotte sulla porta della Rana (1507) della cattedrale di Como. Lo stesso autore credo che per lo stile, che risente della scuola di Padova e di Venezia, e per i siti ove si trovano più facilmente i suoi lavori, egli appartenga all’alta Italia, sebbene per altri documenti conosca che egli abbia lavorato nella zecca romana e precisamente nelle bolle plumbee del pontefici.

Molinier sospetta che sotto il nome di Moderno si nasconda il nostro Vettor Gambello o Camello, che è il solo artefice il quale corrisponda a tutti i voluti requisiti sia per il tempo, sia per lo stile, sia per essere veneziano ed avere lavorato nella zecca papale. Cita a sostegno della sua tesi che una placchetta oltre il nome del Moderno porta un punzone di orefice colle lettere CA, ed una dello stesso autore col solo punzone CA. Un’altra placchetta ha l’iscrizione OPVS MODERNI C. C., che egli interpreta Cognomine Camelii. Senza pronunziarmi su questa ardita opinione, credo utile riportarla, affinchè sia diffusa e discussa e si porti nuova luce sa questo interessante argomento.

Note

  1. Magnus et Capricornus, carte 69. — Deliberazioni del Maggior Consiglio (Secreta).
  2. Capitolare delle Brocche, carte 8.
  3. Senato, Misti, registro 49, carte 81.
  4. Capitolare delle Brocche, carte 9.
  5. Memorabilia Venetiarum monumenta, antiquis recentioribusque lapidibus insculpta, per centum et sexaginta perlustratas templa, Iohannes Georgius Palferus excerpsit urbis decori, fidelium pietati, studiosorum deliciis inservitura. A carte 109 tergo. (Ms. della Bibl. di S. Marco).
  6. Capitolare delle Brocche, carte 81 tergo.
  7. Id., carte 84.
  8. Id., carte 64.
  9. Consiglio dei Dieci, Misti, registro 21, carte 179 tergo.
  10. Id., Misti, registro 29, carte 67.
  11. Capitolare delle Brocche, carte 62.
  12. Lazzari. Notizia delle opere d’arte ed antichità della Raccolta Correr. Venezia, 1859, pag. 181.
  13. Capitolare delle Brocche, carte 81 tergo. — Senato, Terra, registro 11, carte 43.
  14. Capitolare delle Brocche, carte 65.
  15. Id., carte 74 tergo.
  16. Id., carte 76 tergo.
  17. Id., carte 79 tergo.
  18. Senato, Misti, registro 31, carte 5 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 80 tergo.
  19. Id., Misti, registro 83, carte 85 tergo. — Capitolare delle Brocche, carte 83 tergo.
  20. Consiglio dei Dieci, Misti, busta 35.
  21. Id., Misti, reg. 41, carte 151 tergo.
  22. Müntz. L’atelier monétaire de Rome, Paris 1882, pag. 27.
  23. Consiglio dei Dieci, Notatorio dei Capi, n. 11, carte 33.
  24. Capitolare delle Brocche, carte 123.
  25. Lazzari. — Opera citata, pag. 199.
  26. Capitolare delle Brocche, carte 145.
  27. Lazzari. — Opera citata, pag. 199.