Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/42

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Anno 42

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Anno di Cristo XLII. Indizione XV.
Pietro Apostolo papa 14
Tiberio Claudio figlio di Druso, imperadore 2.


Consoli


Tiberio Claudio Germanico Augusto per la seconda volta, e Cajo Cecina Largo.


Nell’ultimo di febbraio Claudio Augusto si spogliò della dignità consolare, per ornarne non si sa bene chi. Ha creduto taluno, che gli succedesse Cajo Vibio Crispo, ma giocando ad indovinare. Nelle calende di gennaio1 esso Claudio Augusto console fece ben giurare dai senatori l’osservanza delle leggi d’Augusto, e la giurò egli stesso; ma non pretese, nè permise un simile giuramento per quelle ch’egli facesse. S’erano già ribellati i popoli della Mauritania per la morte data da Caligola a Tolomeo re loro. In quest’anno rimasero essi sconfitti da Svetonio Paolino, che s’inoltrò sino al monte Atlante, e saccheggiò quelle contrade. Due altre rotte lor diede dipoi Osidio Geta, di maniera che posate le armi, quel paese tornò tutto all’ubbidienza di Roma. Claudio per tali vittorie prese il titolo d’imperadore per la terza volta: poichè il merito delle vittorie si attribuiva sempre al generalissimo delle milizie romane (tali erano allora gl’imperadori) e non già agli uffiziali subalterni. Patì in quest’anno2 Roma gran fame. Claudio Augusto non mancò al suo dovere, per provvedere al bisogno. E perciocchè Roma si trovava senza porto in sua vicinanza, nè le navi nel tempo di verno osavano portar grani alla città, Claudio imprese a formarne uno di pianta: opera degna della magnificenza romana; e tanto più gloriosa per Claudio, perchè Giulio Cesare avea avuta la medesima idea, ma per la grave spesa e difficoltà di eseguirla l’aveva abbandonata. Alla sboccatura dunque del Tevere, [p. 149 modifica]e dal lato del fiume opposto all’altro dove era Ostia, fece cavare un porto vastissimo nel continente, con due ale che si sporgevano molto in mare; il tutto guernito di marmi, e con torre o sia fanale ben alto. Si crederono gli architetti, chiamati per tal fabbrica, di spaventarlo con dirgli la sterminata spesa che costerebbe. Egli tanto più se n’invogliò, e volle farla, e la condusse a fine con gloria grande del suo nome. Resta tuttavia il nome di Porto, a quel sito, ma non già vestigio del porto medesimo. Racconta Plinio3, come testimonio di veduta, che mentre si facea quell’insigne fabbrica, capitò colà un mostro marino, chiamato orca, di smisurata grandezza. Per prenderlo bisognò inviarvi i soldati del pretorio, e varie navi, una delle quali restò affondata dall’acqua gittatavi dalle narici del pesce. Molte leggi utili e buone fece Claudio in quest’anno, e fra le altre ordinò, che i governatori e ministri delle provincie, eletti nel principio d’anno, e soliti a fermarsi lungo tempo in Roma, per tutto il marzo dovessero trovarsi alle loro provincie; e che gli eletti nol ringraziassero in senato, come era il costume. Dicea, che non essi a lui, ma egli ad essi dovea rendere grazie, perchè l’aiutavano a portare il peso del principato, e cooperavano al buon governo de’ popoli, con prometter anche loro maggiori onori se con lode avessero esercitato il loro impiego.

Non sarebbe stato Claudio con tutta la sua poca testa un principe cattivo, perchè non gli mancava una buona intenzione, e mostrava genio alle cose ben fatte, privo, per altro, d’orgoglio e di fasto; e sulle prime regolandosi col consiglio dei savi non metteva il piè in fallo4. Ma per sua o per altrui disgrazia cominciò a comparir cattivo, parte per li mali affetti del suo natural timoroso, e parte perchè Messalina sua moglie, la più [p. 150]impudica donna del mondo, e Narciso suo liberto favorito, ed altri mali arnesi della corte, abusandosi della di lui scempiaggine, il faceano precipitare in risoluzioni indegne di lui, e sommamente pregiudiziali al pubblico. Quel che parve strano, dall’un canto era un coniglio pien di paura, e dall’altro uno de’ suoi maggiori piaceri consisteva nell’assister agli abbominevoli spettacoli dei gladiatori, e in vedere gli uomini combattere con le fiere, e restarne assaissimi stracciati e divorati. Diede anche da ridere, l’aver egli fatto levar l’insensata statua d’Augusto dall’anfiteatro, acciocchè non vedesse tante stragi, e non convenisse ogni volta coprirla, quando egli vivente non avea scrupolo di guatarle sì spesso, e di prenderne tanto diletto. Certamente fu creduto che avvezzatosi in questa maniera al sangue umano, divenisse poi sì facile a spargerlo co’ suoi ingiusti decreti, dacchè lo spingevano al mal fare l’iniqua moglie e i suoi perversi servitori di corte. La prima sua ingiustizia, che cominciò a far grande strepito, fu la morte di Appio o sia Cajo Silano, uno de’ più illustri e stimati senatori di Roma, e tenuto in gran conto, ed amato da Claudio stesso, perchè5 padrigno di Messalina sua moglie, avendo sposata Domizia Lepida, madre d’essa Messalina. E perciocchè si sa che Claudio avea già fatti seguire gli sponsali fra Ottavia figliuola di Messalina, e Lucio Silano, s’è creduto che questo Lucio Silano fosse nato dal medesimo Appio Silano e da Giulia nipote d’Augusto, sua prima moglie. Questi sì stretti legami di parentela non trattennero l’infame Messalina del tentar Appio Silano d’adulterio. Il non aver egli voluto consentire fu un grave delitto, a punir il quale Messalina e Narciso si servirono della seguente furberia6. Entrò una mattina per tempo Narciso nella camera di Claudio, che tuttavia dimorava in letto colla [p. 151 modifica]moglie; e facendo lo spaventato e il tremante, gli raccontò di aver veduto in sogno lo stesso imperadore ucciso per mano del sopraddetto Appio. Saltò su allora Messalina, e calcò la mano con dire, aver anch’ella le notti addietro più volte con orrore sognato un sì orrendo spettacolo. Nello stesso tempo vien bussato all’uscio, ed è Appio Silano che Messalina e Narciso d’accordo aveano fatto venire a quell’ora. Non occorse di più. Claudio, a cui in materia di sospetti le biche pareano montagne, diede tosto ordine che gli fosse levata la vita, e l’ordine fu eseguito. Portò lo stesso Claudio al senato questa bella nuova, come liberato da un gran pericolo, e molto ringraziò il suo liberto Narciso che anche sognando vegliava così bene per la vita del suo padrone. Somiglianti foghe di sospetti e timori fecero, che Claudio in altre occasioni togliesse dal mondo altre persone innocenti con subitaneo furore; ed accadde talvolta (cotanto era stupido) che dopo aver fatto morir taluno, come tornato in sè, dimandava conto, credendolo vivo. Dettogli, che per ordine suo non si contava più fra i mortali, se ne rammaricava poi forte, ma senza profitto dei morti.

Credesi che l’ingiusta morte di Silano, e il mirar la stupidità di Claudio capace d’altre simili false carriere, desse moto ad una congiura contra di lui: tanto più perchè durava in molti l’idea di rimettere in piedi la libertà della repubblica, nè parea ciò difficile sotto un imperadore impastato di paura7. Annio Viniciano, o Minuciano, fu delle prime ruote di tal cospirazione, siccome quegli che non si tenea mai sicuro, dopo essere stato uno de’ principali nella congiura contro Caligola, e proposto anche in senato per succedergli nell’imperio. Ma sì grande impresa non si potea compiere senza l’armi; e Claudio intanto era ben assistito dai pretoriani e dall’altre milizie, che stavano di quartiere in Roma, [p. 152]perchè, oltre alla paga ordinaria, li rallegrava ogni anno con un buon regalo. Si rivolsero dunque i congiurati a Furio Camillo Scriboniano, che comandava ad alcune legioni nella Dalmazia, promettendogli aiuto se armato veniva a Roma. Vi saltò egli dentro, e fattasi giurar fedeltà da quell’esercito, col pretesto di restituire il popolo romano nell’antica autorità, tutto andò disponendo, con iscrivere intanto una lettera fulminante e piena d’ingiurie a Claudio, minacciandogli tutti i malanni se non rinunziava l’imperio. Ricevuta questa imperiosa intimazione, non era lontano Claudio dall’ubbidire; ma un accidente il liberò dal pericolo. Dato da Furio Camillo il segno della marcia, per caso fortuito si trovò difficoltà a sollevar le insegne che, secondo il costume, stavano conficcate in terra. Erano i Romani d’allora la più superstiziosa gente del mondo; badavano a tutto, interpretando anche le menome bagattelle per presagi favorevoli o contrari dell’avvenire. Bastò questo perchè i soldati credessero volontà degli dii il non dar esecuzione al meditato viaggio. Furio Camillo trovandosi deluso, se ne fuggì in un’isola della Dalmazia, dove8 fra le braccia di Giunia sua moglie fu ucciso da un semplice soldato, appellato Volaginio, il quale premiato poi da Claudio ascese ai primi gradi della milizia. Per questa sedizione terminata con tanta felicità, Claudio fece far di molte perquisizioni in Roma, affin di scoprire i complici. Alcuni furono giustiziati, altri si levarono la vita da sè stessi, fra i quali specialmente si contò il sopr’accennato Viniciano o Minuciano. Non pochi anche dei cittadini romani, de’ cavalieri e insin dei senatori furono messi ai tormenti, e data licenza ai servi e liberti di accusare i loro padroni, benchè Claudio nell’anno addietro avesse abolito quegli usi. In somma si rimpiè tutta Roma di sospiri e di terrore; e quei soli se n’andarono [p. 153 modifica]salvi che seppero guadagnarsi la protezion di Messalina o dei liberti di corte. Fu osservato il coraggio di un liberto di Furio Camillo, per nome Galeso, che interrogato da Narciso nel senato, cosa egli avrebbe fatto se il suo padrone fosse divenuto imperadore: Gli avrei, rispose, tenuto dietro secondo il mio solito, ed avrei taciuto. In questa occasione9 Cecina Peto, già stato console, che avea sposato il partito di Furio Camillo, fu preso e condotto a Roma in una nave. Arria sua moglie, donna di petto virile, rigettata da quella nave, gli tenne dietro in una barchetta; ed arrivata a Roma, ricorse a Messalina, per raccomandarsele. Avendo trovata con lei Giunia moglie del suddetto Furio Camillo, la rimproverò, perchè tuttavia vivesse dopo la morte del marito. Avrebbe potuto Arria, mercè del favore di Messalina, non solamente vivere, ma anche sperar buon trattamento; pure s’incapricciò tanto di non voler sopravvivere al marito, che dopo aver veduta disperata la di lui causa, prese un pugnale, si trafisse, e poi diede il ferro medesimo al marito, acciocchè facesse altrettanto. Quest’atto d’Arria vien esaltato colle trombe da Plinio il giovane in una delle sue epistole, e da Dione, secondo la falsa idea che aveano i Romani di quel tempo della gloria; quasi che possa essere conforme alla retta ragione l’uccidere un innocente, e non sia più gloriosa quella fortezza che sa sofferir le maggiori calamità. Non si può fallare, credendo che dopo la morte di Furio Camillo, fosse inviato al governo della Dalmazia o sia dell’Illirico, Lucio Ottone padre di Ottone poscia imperadore, di cui parla Svetonio10. Fu egli sì rigoroso, che fece tagliar la testa ad alcuni semplici soldati, i quali pentiti d’aver aderito ad esso Camillo, di lor propria autorità, e contro l’ordine, aveano ucciso i loro uffiziali come autori di quella sedizione, senza far egli caso, se dispiaceva [p. 154]a Claudio, da cui erano anche stati promossi alcuni di que’ soldati a posto maggiore. Ne acquistò gloria presso i Romani, ma perdè molto della buona grazia di Claudio, con ricuperarla nondimeno da lì a poco, per avere scoperto e rilevato il disegno formato da un cavaliere di uccidere esso imperadore.


Note

  1. Dio., lib. 60.
  2. Sueton. in Claudio, cap. 20.
  3. Plinius, lib. 9, c. 6.
  4. Dio., lib. 60.
  5. Sueton. in Claudio, cap. 29. Seneca in Apocol.
  6. Suet. ibid., cap. 87. Dio., lib. 60.
  7. Sueton. in Claudio, cap. 13. Dio., lib. 60.
  8. Tacit. Historiar. lib. 2, cap. 75.
  9. Plinius junior, lib. 3, cap. 16.
  10. Sueton. in Othone, cap. I.