Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/68

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Anno 68

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Anno di Cristo LXVIII. Indizione XI.
Clemente papa 2.
Nerone Claudio imperad. 15.
Servio Sulpicio Galba imperad. 1.


Consoli


Caio Silio Italico e Marco Galerio Tracalo


Il console Silio Italico quel medesimo è che fu poeta, e lasciò dopo di sè un poema pervenuto sino ai dì nostri. S’era egli meritata la grazia di Nerone, e nello stesso tempo l’odio pubblico, col brutto mestiere d’accusare e far condannare varie persone. Consisteva la riputazion di Tracalo nell’essere uomo di singolar eloquenza, trattando le cause giudiciali. Non durò il loro consolato più del mese d’aprile, a cagion delle rivoluzioni insorte, che liberarono finalmente l’imperio romano da un imperador buffone, mostro insieme di crudeltà1. Ne’ primi mesi dell’anno presente Caio Giulio Vindice, vicepretore e governator della Gallia Celtica, il primo fu ad alzar bandiera contro di Nerone, col muovere a ribellione que’ popoli: al che non trovò difficoltà, sentendosi essi troppo aggravati dalle estorsioni e tirannie del furioso imperadore, vivamente ancora ricordate loro da Vindice in questa occasione. Non teneva egli al suo comando legione alcuna, ma avea ben molto coraggio, e in breve tempo mise in armi circa centomila persone di que’ paesi. Con tutto ciò le mire sue non erano già rivolte a farsi imperadore; anzi egli scrisse tosto a Servio Sulpicio Galba, governatore della Spagna Taraconense2, e personaggio di gran credito per la sua saviezza, giustizia e valore, esortandolo ad accettar l’imperio, con promettergli anche la sua ubbidienza. Perciò circa il principio di aprile, Galba, [p. 250]raunata una legione ch’egli avea in quella provincia, con alquante squadre di cavalleria, ed esposte la crudeltà e pazzie di Nerone, si vide proclamato imperadore da ognuno. Egli nondimeno prese il titolo solamente di legato o sia di luogotenente della repubblica. Dopo di che si diede a far leva di gente, e a formare una specie di senato. Parve un felice augurio e preludio, l’essere arrivata in quel punto a Tortosa in Catalogna una nave d’Alessandria carica di armi, senzachè persona vivente vi fosse sopra. In questi tempi soggiornava l’impazzito Nerone tutto dedito ai suoi vergognosi divertimenti in Napoli quando nel giorno anniversario, in cui avea uccisa la madre, cioè nel di 21 di marzo, gli arrivarono le nuove della ribellion della Gallia e dell’attentato di Vindice. Parve che non se ne mettesse gran pensiero e piuttosto ne mostrasse allegria, sulla speranza che il gastigo di quelle ricche provincie gli frutterebbe degl’immensi tesori. Seguitò dunque i suoi spassi, e per otto giorni non mandò nè lettere nè ordini, quasichè volesse coprir col silenzio l’affare. Ma sopraggiunta copia degli editti pubblicati da Vindice nella Gallia, pieni d’ingiurie contra di lui, allora si risentì. Quel che più gli trafisse il cuore, fu il vedere, che Vindice invece di Nerone il nominava col suo primo cognome Enobarbo3, e diede poi nelle smanie perchè il chiamava cattivo sonator di cetra. Ne conoscete voi un migliore di me? gridò allora rivolto ai suoi, i quali si può ben credere che giurarono di no. Venendo poi un dopo l’altro nuovi corrieri, con più funesti avvisi, tutto sbigottito corse a Roma, consolato nondimeno per avere osservato nel viaggio, scolpito in marmo un soldato gallico trascinato pe’ capelli, da un romano: dal che prese buon augurio. Non raunò in Roma nè il senato nè il popolo; solamente chiamò una consulta de’ principali al suo palagio, e spese poi [p. 251 modifica]il resto della giornata intorno a certi strumenti musicali che sonavano a forza d’acqua. Fu posta taglia sulla testa di Vindice, ed inviati ordini, perchè le legioni dell’Illirico ed altre soldatesche marciassero contra di lui.

Ma sopraggiunto l’avviso che anche Galba s’era sollevato in Ispagna4; oh allora sì che gli cadde il cuore per terra. Dopo lo sbalordimento tornato in sè, si stracciò la veste, e dandosi dei pugni in testa, gridò che era spedito, parendogli troppo inaudita e strana cosa di perdere, ancorchè fosse vivo, l’imperio. E pure da lì a non molto, perchè vennero nuove migliori tornò alle sue ragazzerie, lautamente cenando, cantando poscia versi contra de’ capi della ribellione, e accompagnandoli ancora con gesti da commediante. Andava intanto crescendo il partito de’ sollevati nelle Gallie, e tutti con buon occhio ed animo miravano Galba. Fra gli altri che aderirono al suo partito, uno de’ primi fu Marco Salvio Ottone, governatore della Lusitania, il quale gli mandò tutto il suo vasellamento d’oro e d’argento, acciocchè ne facesse moneta, ed alcuni uffiziali ancora più pratici de’ Gallici per servire ad un imperadore. Ma nelle Gallie si turbarono di poi non poco gli affari. Lucio (chiamato Publio da altri) Virginio o sia Verginio Rufo, governatore dell’alta Germania, che comandava il miglior nerbo dell’armi romane, o da sè stesso determinò, oppure ebbe ordine di marciar contra di Vindice. In favor di Nerone stette salda quella parte della Gallia che s’accosta al Reno, e sopra tutto Treveri, Langres, e in fin Lione si dichiarò contra di Vindice. Pare eziandio, che l’armata della Bassa Germania, cioè della Fiandra ed Olanda, si unisse con Virginio Rufo, il quale marciò all’assedio di Besanzone. Corse colà anche Vindice con tutte le forze per difendere quella città, e seguì un segreto [p. 252]abboccamento fra questi due generali, anzi parve nel separarsi che fossero d’accordo verisimilmente contra di Nerone. Ma accostatesi le soldatesche di Vindice per entrar nella città (il che si suppone concertato con Virginio) le legioni romane, non informate di quel concerto, senza che lor fosse ordinato, si scagliarono addosso alle milizie galliche: e non trovandole preparate per la battaglia e mal ordinate, ne fecero un macello. Vuol Plutarco5 che contro il voler de’ generali quelle due armate venissero alle mani. Vi perirono da ventimila Gallici; e tutto il resto andò disperso, con tal affanno di Vindice, che da sè stesso si diede poco appresso la morte. Se di questa non voluta vittoria avesse voluto prevalersi Virginio Rufo, per farsi e mantenersi imperadore, poca fatica avrebbe durato: cotanto era egli amato ed ubbidito da tutta la sua possente armata. Gliene fecero anche più istanze allora e dipoi i suoi soldati; ma egli da vero cittadin romano, e con impareggiabil grandezza d’animo, ricusò sempre, dicendo anche dopo la morte di Nerone, che quel solo dovea essere imperadore che venisse eletto dal senato e popolo romano. Per questo magnanimo rifiuto si rendè poi glorioso Virginio, e tenuto fu in somma riputazione presso tutti i susseguenti Augusti6, e carico d’onori menò sua vita in pace sino all’anno ottantatrè di sua età, in cui regnando Nerva, finì i suoi giorni. In non piccola costernazione si trovò Galba, allorchè intese la disfatta di Vindice, e per vedersi anche male ubbidito dai suoi, spedì a Virginio Rufo, per pregarlo di volere operar seco di concerto affinchè si ricuperasse dai Romani la libertà e l’imperio. Qual risposta ricevesse, non si sa. Solamente è noto7 che Galba perduto il coraggio si ritirò con gli amici a Clunia, città della [p. 253 modifica]Spagna, meditando già di levarsi di vita se vedea punto peggiorare gli affari.

Era intanto stranamente inviperito Nerone per questi disgustosi movimenti. Nella sua barbara mente altro non passava che pensieri d’inumanità indicibile. Quanti di nazione gallica che si trovavano o per suoi affari o relegati in Roma, tutti li voleva far tagliare a pezzi: permettere il saccheggio delle Gallie agli eserciti; levar dal mondo l’intero senato col veleno; attaccar il fuoco a Roma, e nello stesso tempo aprire i serragli delle fiere, acciocchè al popolo non restasse luogo da difendersi. Nulla poi fece per le difficoltà che s’incontravano. Quindi pensò che s’egli andasse in persona contro i ribelli, vittoria si otterrebbe. Figuravasi egli, che al solo presentarsi piangendo alla vista loro, tutti ritornerebbero alla sua divozione. Credendo inoltre, che a vincere la Gallia fosse necessario il grado di console, per attestato di Svetonio, deposti i consoli ordinari circa le calende di maggio, prese egli solo il consolato per la quinta volta. Trovasi nondimeno in Roma un frammento d’iscrizione, da me dato alla luce8, in cui si legge NERONE V. ET TRACHA...... parendo per conseguenza, che Tracalo non dimettesse allora il consolato. Ridicolo fu il preparamento suo per questa grande spedizione. La principal sua attenzione andò a far caricare in carrette scelte tutti gli strumenti musicali e gli abiti da scena con armi e vesti da Amazzoni per le sue concubine. E certo, s’egli cantava una delle sue canzonette a que’ rivoltati, potevano eglino non darsi per vinti? Ma occorreva danaro, e assaissimo, a questa impresa. Pose una gravosissima colta al popolo romano, facendola rigorosamente riscuotere. Servì ciò ad aumentar l’odio di ognuno contro di lui, e ad affrettar la sua rovina, tanto più che in Roma era carestia, e quando si credette che [p. 254]un vascello d’Alessandria portasse grani, si trovò che conduceva solamente polve per servigio de’ lottatori. Cominciarono allora a fioccar le ingiurie e le pasquinate, e tutto era disposto alla sedizione. Per buona fortuna avvenne9, che anche Ninfidio Sabino, eletto in luogo di Fenio Rufo, prefetto del pretorio, uomo di bassa sfera, ma fiero, mosso a compassione di tante calamità di Roma, tenne mano a liberarla dal furioso tiranno. Anche l’altro prefetto, o sia capitan delle guardie, Tigellino che tanto di male avea fatto negli anni precedenti, giunse ora a tradire l’esoso padrone. Essendo stato avvertito Nerone del mal animo del popolo, e giuntogli nel medesimo tempo avviso, mentre desinava, che Virginio Rufo col suo esercito si era dichiarato contra di lui, stracciò le lettere, rovesciò la tavola, fracassò due bicchieri di mirabil intaglio, e preparato il veleno si ritirò negli orti serviliani, meditando o di fuggirsene fra i Parti o di andar supplichevole a trovar Galba, o di presentarsi al senato e al popolo per domandar perdono. Di questa occasione profittò Ninfidio10 per far credere ai pretoriani, che Nerone era fuggito, e per far acclamare Galba imperadore, promettendo loro a nome di esso Galba un esorbitante donativo. Verso la mezza notte svegliandosi Nerone, si trovò abbandonato dalle guardie, e con pochi andò girando pel palazzo, senzachè alcuno gli volesse aprire, e senza impetrar dai suoi, che alcuno gli facesse il servigio di ucciderlo. Si esibì Faonte suo liberto di ricoverarlo ed appiattarlo in un suo palazzo di villa, quattro miglia lungi da Roma; ed in fatti colà con grave disagio per luoghi spinosi arrivato si nascose. Fatto giorno, vennero nuove a Faonte che il senato romano avea proclamato imperadore Galba, e dichiarato Nerone nemico pubblico, e fulminate contra di lui le pene consuete. Dimandò [p. 255 modifica]Nerone, che pene fossero queste? Gli fu risposto di essere trascinato nudo per le strade, fatto morire a colpi di battiture, precipitato dal Campidoglio, e con un uncino gittato nel Tevere. Allora fremendo mise mano a due pugnali che avea seco, ma senza attentarsi di provare se sapeano ben forare. Udito poi, che veniva un centurione con molti cavalli per prenderlo vivo, aiutato da Epafrodito suo liberto, si diede del pugnale nella gola. Arrivò in quel punto il centurione, fingendo di esser venuto per aiutarlo, e corse col mantello da viaggio a turargli la ferita. Allora Nerone, benchè mezzo morto, disse: «Oh adesso sì che è tempo! E questa è la vostra fedeltà11?» Così dicendo spirò in età di anni trentuno, o pure trentadue, nel dì 9 di giugno, restando i suoi occhi sì torvi e fieri, che faceano orrore a chiunque il riguardava. Permise poi Icelo, liberto di Galba, poco prima sprigionato, che il di lui corpo si bruciasse. Le ceneri furono seppellite, per quanto s’ha da Svetonio assai onorevolmente nel sepolcro dei Domizii. E tale fu il fine di Nerone, degno appunto della sua vita, la quale è incerto se abbondasse più di follie o di crudeltà. Manifesta cosa è bensì, ch’egli fu considerato qual nemico del genere umano, qual furia, qual compiuto modello de’ principi più cattivi, anzi dei tiranni, non essendo mai da chiamare legittimo principe chi per forza era salito sul trono, ed avea carpita col terrore l’approvazione del senato e del popolo romano, accrescendo di poi col crudel suo governo e colle tante sue ingiustizie e rapine la macchia del violento ingresso. E tal possesso prese allora nei popoli la fama di questo infame imperadore, che passò anche ai secoli seguenti con tal concordia, che oggidì ancora il volgo del nome di lui si serve per denotare un uomo crudele e spietato. Nulladimeno [p. 256]fra il minuto popolo, vago solamente di spettacoli, e fra i soldati delle guardie, avvezzi a profittare della disordinata di lui liberalità, molti vi furono che amarono ed onorarono la di lui memoria. Fu anche messa in dubbio la sua morte, e si vide uscir fuori in vari tempi più di un impostore, che finse di essere Nerone vivo, con gran commozione dei popoli, godendone gli uni, e temendone gli altri.

Non si può esprimere l’allegrezza del popolo romano allorchè si vide liberato da quel mostro. V’ha chi crede, che tolto di mezzo Nerone, fossero creati consoli Marco Plautio Silvano e Marco Salvio Ottone, il quale fu poi imperadore. Ma di questo consolato d’Ottone vestigio non apparisce presso gli antichi scrittori; e Plutarco12 osserva, ch’egli venne di Spagna con Galba: dal che si comprende, non aver egli potuto ottenere si fatta dignità in questi tempi. Fuor di dubbio è bensì, che consoli furono Cajo Bellico Natale e Publio Cornelio Scipione Asiatico. Ciò consta dalle iscrizioni ch’io ho riferito13. In esse Natale si vede nominato Bellico, e non Bellicio, e gli vien dato anche il cognome di Tebaniano. Galba intanto col cuor tremante se ne stava in Ispagna aspettando qual piega prendessero gli affari; quando in sette dì di viaggio arrivò colà Icelo suo liberto, ed entrato al dispetto de’ camerieri nella stanza, dov’egli dormiva, gli diede la nuova ch’era morto Nerone, e di essersene egli stesso voluto chiarire colla visita del cadavero, ed avere il senato dichiarato imperadore esso Galba. Racconta Svetonio, ch’egli tutto allegro immediatamente prese il nome di Cesare. Più probabile nondimeno è, che aspettasse a prenderlo due giorni dopo, nel qual tempo arrivò Tito Vinio da Roma, che gli portò il decreto del senato per la sua elezione in imperadore. Servio [p. 257 modifica](appellato scorrettamente da alcuni Sergio) Sulpicio Galba, che prima avea usato il prenome di Lucio, uscito da una delle più antiche famiglie romane, dopo essere stato console nell’anno di Cristo 55, e dopo aver con lode in vari onorevoli governi dato saggio della sua prudenza e del suo valor militare, si trovava allora in età di settantadue anni14. Ne sperò buon governo il senato romano, ed ancorchè si venisse a sapere che egli era uom rigoroso ed inclinato alla avarizia, male famigliare di non pochi vecchi; pure il merito di avere in lontananza cooperato ad abbattere l’odiatissimo Nerone, fece che comunemente fosse desiderato il suo arrivo a Roma. Partissi egli di Spagna, e a piccole giornate in lettiga passò nelle Gallie, inquieto tuttavia per non sapere se l’armate dell’alta e della bassa Germania, comandate l’una da Virginio Rufo, e l’altra da Fontejo Capitone, fossero per venire alla sua divozione. Soprattutto gli dava dell’apprensione Virginio, siccome quello, a cui vedemmo fatte cotante istanze acciocchè assumesse l’imperio. Ma questi con eroica moderazione indusse l’armata, benchè non senza fatica, a giurar fedeltà a Galba; ed altrettanto anche prima di lui fece Capitone. Poco dipoi grato si mostrò Galba a Virginio, perchè chiamatolo alla corte con belle parole, diede il comandò di quell’esercito ad Ordeonio Flacco, e da lì innanzi trattò assai freddamente esso Virginio, senza fargli del male, ma neppur facendogli del bene.

I due maggiormente favoriti e potenti presso Galba cominciarono ad essere Tito Vinio, dianzi da noi mentovato, che ci vien descritto da Plutarco15 per uomo perduto nelle disonestà, ed l maggior segno, e16 Cornelio Lacone, uomo dappoco, e di parecchi vizii macchiato, che Galba senza dimora [p. 258]dichiarò capitano delle guardie, o sia prefetto del pretorio. Per mano di questi due passavano tutti gli affari. Volle anco Marco Salvio Ottone, vicepretore della Lusitania, accompagnar Galba a Roma. Era egli stato de’ primi a dichiararsi per lui, nè lasciava indietro ossequio e finezza alcuna per cattivarsi il di lui affetto, e quello ancora di Vinio, avendo conceputa speranza che il vecchio Galba, sprovveduto di figli, adotterebbe lui per figliuolo. E qualora ciò non succedesse, già macchinava di pervenire all’imperio per altre vie. Giunto Galba a Narbona, quivi se gli presentarono i deputati del senato, accolti benignamente da lui, ma senza che egli volesse mobili di Nerone, inviati da Roma, e senza voler mutare i propri, benchè vecchi; il che gli ridondò in molta stima, per darsi egli a conoscere in tal forma signore moderato e lontano dal fasto. Non tardò poi a cangiar di stile per gli cattivi consigli di Vinio. Intanto in Roma si alzò un brutto temporale, che felicemente si sciolse per buona fortuna di Galba. Ninfidio Sabino prefetto del pretorio, che più degli altri avea contribuito alla morte di Nerone, e all’esaltazione di Galba, si credea di dover essere l’arbitro della corte, e far da padrone allo stesso nuovo Augusto che tanto gli dovea. Perciò imperiosamente depose Tigellino suo collega, e sotto nome di Galba si diede a signoreggiare in Roma17. Ma dappoichè gli fu riferito che Cornelio Lacone aveva anch’egli conseguita la dignità di prefetto del pretorio, e ch’esso con Tito Vinio comandava le feste, se ne alterò forte, perchè non amava nè voleva compagno nell’uffizio suo. Mutate dunque idee, meditò di farsi egli imperadore. Trasse dalla sua quanti soldati delle guardie potè, ed anche alcuni senatori e qualche dama delle più intriganti; e giacchè non si sapea chi fosse suo padre, sparse voce di esser egli figliuolo di Caio Caligola. Gli [p. 259 modifica]rassomigliava anche nella fierezza del volto e nell’infame sua impudicizia. Voleva spedire ambasciatori a Galba, per rappresentargli che s’egli si levasse dal fianco Vinio e Lacone, riuscirebbe più grata la sua venuta a Roma. Poscia, in vece di questo, tentò d’intimidirlo con fargli credere mal contente di lui le armate della Germania, Soria e Giudea. E perciocchè Galba mostrava di non farne caso, determinò Ninfidio di prevenirlo con farsi proclamar imperadore dai pretoriani. E gli veniva fatto, se Antonio Onorato, uno de’ principali tribuni di quelle compagnie, non avesse con saggia esortazione tenuta in dovere la maggior parte de’ pretoriani. Anzi arrivò ad indurgli a tagliare a pezzi Ninfidio: con che si quietò tutto quel romore.

Informato Galba di quest’affare, ed avuta nota d’alcuni complici di Ninfidio, e specialmente di Cingonio Varrone, console designato, e di Mitridate, quegli probabilmente ch’era stato re del Ponto, mandò l’ordine della lor morte senz’altro processo, e senza accordar loro le difese: dal che gli venne un gran biasimo. Nella stessa forma tolto fu dal mondo Caio Petronio Turpiliano, stato già console nell’anno di Cristo 61, non per altro delitto che per essere stato amico ed uffiziale di Nerone. Giunto poi Galba a Ponte Molle colla legione condotta seco dalle Spagne, e con altre milizie, se gli presentarono senz’armi alcune migliaia di persone, che Svetonio18 dice di remiganti, alzati all’onore della milizia da Nerone: Dione19 pretende di soldati, che prima erano dall’armata navale passati al grado di pretoriani. Galba avea comandato che tornassero al loro esercizio nella flotta, ed eglino con alte grida faceano istanza di riaver le loro bandiere. Rinforzavano essi le grida, e, secondo Plutarco20, che li suppone armati, alcuni misero mano alle spade, Galba allora [p. 260]ordinò che la cavalleria di sua scorta facesse man bassa contro di loro. Per quel che narra Svetonio, furono messi in fuga, e poi decimati. Tacito scrive che ne furono uccise alcune migliaia; e Dione giugne a dire che furono settemila: il che par poco credibile. Quel che è certo, per azioni tali entrò Galba in Roma già screditato; ed ancorchè facesse alcuni buoni regolamenti in benefizio del pubblico, e rallegrasse il popolo colla morte di Elio, Policeto, Petino, Patrobio e d’altri, che con calunnie aveano fatto perire molti innocenti: pure tant’altre cose operò, che fecero parlare molto di lui il popolo. Imperciocchè contro la espettazion di ognuno non punì Tigellino, ministro primario della crudeltà di esso Nerone, perchè costui seppe guadagnarsi la protezione di Tito Vinio, che tutto potea nel palazzo imperiale. Chiedendogli i pretoriani le immense somme di danaro promesse loro da Ninfidio, con fatica donò pochissimo. E pervenutogli a notizia che se ne lagnavano forte, diede una risposta da saggio Romano, con dire:21 «Ch’egli era solito ad arrolare per grazia, e non già a comperare i soldati.» Ma se n’ebbe ben presto a pentire. Seguitava22 in questi tempi la guerra de’ Romani sotto il comando di Vespasiano contra de’ Giudei. Si andò egli disponendo per far l’assedio di Gerusalemme, con prendere tutte le fortezze all’intorno; e quella città, che nel di fuori provava tutte le fiere pensioni della guerra, maggiormente era afflitta nel di dentro per le funeste e micidiali discordie degli stessi Giudei, che diffusamente si veggono descritte da Giuseppe Ebreo. Ma perciocchè arrivarono le nuove colà della ribellione delle Gallie e della Spagna, che facea temere di una guerra civile, e poi della morte di Nerone, Vespasiano sospese l’assedio suddetto, e spedì Tito suo figliuolo ad assicurar Galba della sua divozione ed ubbidienza; ma da [p. 261 modifica]lì a non molto cangiarono faccia gli affari, siccome vedremo andando innanzi.

  1. Dio., lib. 63. Sueton., in Nerone, cap. 40 et seqq.
  2. Sueton., in Galba, cap. 9 et seq.
  3. Philostratus, in Apoll.
  4. Plutarchus, in Galba, Suetonius, in Nerone, cap. 41.
  5. Plutarchus, in Galba.
  6. Plinius junior, lib. 6, ep. 10. Tacitus, Histor., lib. 2, cap. 49.
  7. Dio., lib. 63. Sueton., in Galba, cap. 11.
  8. Thesaurus Novus Veter. Inscription., pag. 306, num. 2.
  9. Plutarc., in Galba.
  10. Ibid.
  11. Dio., lib. 63. Suet. in Ner., c. 57. Euseb., in Chr. Eutrop. et alii.
  12. Plutar., in Galba.
  13. Thesaur. Novus Inscription. pag. 306, n. 3.
  14. Suet., in Galba, c. 12.
  15. Plutarc., in Galba.
  16. Tacitus, Histor., lib. I, c. 6.
  17. Plutarc., in Galba.
  18. Suet., in Galba, cap. 12.
  19. Dio., lib. 64.
  20. Plutarc., in Galba.
  21. Sueton., in Galba, cap. 16.
  22. Joseph., de Bello Judaico, lib. 4.