Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750/71

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Anno 71

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Anno di Cristo LXXI. Indizione XIV.
Clemente papa 5.
Vespasiano imperadore 3.


Consoli


Flavio Vespasiano Augusto per la terza volta e Marco Cocceio Nerva.


Nerva, collega dell’imperadore nel consolato, divenne anch’egli col tempo imperadore. Non tennero essi consoli se non per tutto febbraio quella dignità, e ad essi succederono, nelle calende di marzo, Flavio Domiziano Cesare, figliuolo di Vespasiano, e Gneo Pedio Casto. Merito grande s’era acquistato Tito Cesare presso il padre per la guerra gloriosamente terminata nella Giudea. Maggior anche era il merito de’ suoi dolci costumi1. Cotanto si faceva egli amar dai soldati, che, dopo la presa di Gerusalemme, l’armata romana, gli diede il titolo militare d’imperadore; e volendo egli venire a Roma, cominciarono tutti con preghiere, e poi con minacce, a gridare o che restasse egli, o che tutti li conducesse seco. Per questo e per qualche altro barlume insorse sospetto presso della gente maliziosa ch’egli nudrisse dei disegni di rivoltarsi contra del padre: il [p. 293 modifica]che giammai a lui non cadde in pensiero. Ne fu anche informato Vespasiano; ma siccome egli avea troppe prove dell’onoratezza del figliuolo, così non ne fece caso; anzi udito che già egli era in viaggio, il fece dichiarar suo collega nell’imperio, e compagno anche nella podestà tribunizia, ma senza conferirgli i titoli di Augusto e di Padre della Patria. Questi onori equivalevano allora alla dignità dei re de’ Romani de’ nostri giorni, ed erano un sicuro grado per succedere al padre Augusto nella piena dignità ed autorità imperiale2. Passando per la Città di Argos, volle Tito abboccarsi con Apollonio Tianeo, filosofo di gran grido in questi tempi, e di cui molte favole hanno spacciato i Gentili. Il pregò di dargli alcune regole per saper ben governare. Altro non gli diss’egli, se non d’imitar Vespasiano suo padre, e di ascoltar con pazienza Demetrio filosofo cinico, che face professione di dir liberamente, e senz’adulazione o rispetto di alcuno, la verità; e che non s’inquietasse, se l’avesse ripreso di qualche fallo. Tito promise di farlo. Sarebbe da desiderare un filosofo sì fatto, e con tale autorità in ogni corte; e fors’anche in ogni paese si troverebbe volendolo. Ma è da temere che non si trovassero poi tanti Titi. Ebbe Tito sentore per istrada delle relazioni maligne portate di lui al padre (e forse n’era stato sotto mano autore l’invidioso Domiziano) con fargli anche sospettare che Tito non verrebbe, perchè macchinava cose più grandi. Allora egli s’affrettò, e in una nave da carico, quando men s’aspettava, arrivò in corte; e quasi rimproverando il padre ch’era uscito in fretta ad incontrarlo, un po’ agramente gli disse: Son venuto, Signor e Padre, son venuto.

Fu decretato il trionfo dal senato tanto a Vespasiano, quanto al figliuolo, e separatamente per la vittoria giudaica. Ma Vespasiano che amava il risparmio [p. 294]in tutte le occorrenze, nè potea sofferir tanta spesa, si contentò d’un solo che servisse ad amendue. Non s’era mai veduto in addietro un padre trionfar con un figlio: si vide questa volta. Memoria di questo trionfo tuttavia abbiamo nell’arco di Tito in Roma, dato anche alle stampe dal Bellorio, e vi si mira portato l’aureo candelabro del tempio di Gerusalemme. L’essersi felicemente terminate le guerre della Giudea e Germania, diede campo a Vespasiano di fabbricar il tempio della Pace, e di chiudere quello di Giano; giacchè per tutto l’imperio romano si godeva un’invidiabil calma. Questa specialmente tornò a fiorire in Roma insieme colla giustizia, per tanti anni in addietro bandita da essa, e vi risorse la quiete degli animi e l’allegria: tutti effetti del saggio e dolce governo di Vespasiano. Buon concetto si avea nei tempi andati di questo personaggio; ma, divenuto imperadore; superò di lunga mano l’aspettazion di ognuno3. Imperocchè tosto si accinse egli con vigore a ristabilire Roma e l’imperio, che tanto aveano patito sotto i precedenti, o principi o tiranni; nè si diede mai posa, finchè visse, per levare i disordini, e per abbellire quella gran città. Chiara cosa essendo che i passati affanni principalmente erano proceduti dall’avidità, insolenza e poca disciplina de’ soldati, e soprattutto de’ pretoriani, vi rimediò col cassare la maggior parte di quei di Vitellio, ed esigere rigorosamente la buona disciplina dai suoi propri. Per assicurarsi meglio del pretorio, cioè delle guardie del palazzo, con istupore di ognuno, creò lo stesso Tito, suo figliuolo e collega, prefetto del pretorio: carica sempre innanzi esercitata dai cavalieri, e che perciò divenne col tempo la più insigne ed apprezzata dopo la dignità imperiale4. La vita di Vespasiano era senza fasto. Il venerava ognuno come signore, ed egli amava all’incontro di [p. 295 modifica]comparir verso tutti piuttosto concittadino, e come persona tuttavia privata. Di rado abitava nel palazzo, più spesso negli orti sallustiani, luogo delizioso. Dava quivi benignamente udienza non solo ai senatori, ma agli altri ancora di qualsivoglia grado. Vigilantissimo, soleva avanti giorno, stando in letto, leggere le lettere e le memorie a lui presentate, ammettere i suoi familiari ed amici, quando si vestiva, e favellar con loro delle cose occorrenti. Uno di questi era Plinio il Vecchio5. Anche andando per istrada non rifiutava di parlare con chi avea bisogno di lui. Fra il giorno stavano aperte a tutti e senza guardia le porte della sua abitazione. Sempre interveniva al senato, mostrando il convenevol rispetto a quell’ordine insigne, nè v’era affare d’importanza che non comunicasse con loro. Sovente ancora, andava in piazza a rendere giustizia al popolo. qualora per la sua avanzata età non potea portarsi al senato, gli partecipava i suoi sentimenti in iscritto, e incaricava i suoi figliuoli di leggerli. Nè solamente in ciò dava egli a conoscere la stima che facea del senato, ma eziandio col voler sempre alla sua tavola molti dei senatori, e coll’andar egli stesso non rade volte a pranzare in casa degli amici e dei familiari suoi. Sapeva dir delle burle, e pungere con grazia; nè s’avea a male, se altri facea lo stesso verso di lui. Dilettavasi massimamente di praticar colle persone savie, per le quali non vi era portiera, e fu udito dire6: Oh potess’io comandare a dei saggi, e che anche i saggi potessero comandare a me! Non mancavano neppure in que’ tempi pasquinate e satire contro di lui; ma egli, benchè, ne fosse avvertito, non se ne [p. 296]alterava punto, seguitando, ciò non ostante, a far ciò che riputava utile alla repubblica. Allorchè Vespasiano era in Grecia col pazzo Nerone7, vedendolo un dì nel teatro prorompere in parole, e gesti indecenti alla sua dignità, non seppe ritenersi dal fare un cenno di stupore e disapprovazione. Febo, liberto di Nerone, osservato ciò, se gli accostò, e dissegli che un par suo non istava bene in quel luogo. Dove volete ch’io vada?, disse allora Vespasiano. E il superbo ed insolente liberto replicò, che andasse alle forche. Costui ebbe tanto ardire di presentarsi, davanti a lui, già divenuto imperadore, per addurre delle scuse. Altro male non gli fece Vespasiano, se non di dirgli, che se gli levasse davanti, e andasse alle forche. Con rara pazienza sofferiva egli che gli si dicesse la verità, e godeva quel bel privilegio, tanto esaltato da Cicerone in Giulio Cesare, di dimenticar le ingiurie. Maritò molto decorosamente tre figliuole di Vitellio; e benchè si trovasse più d’uno che macchinò congiure contra di un principe sì buono, contuttociò niuno mai gastigò se non coll’esilio, solendo anche dire, che compativa la pazzia di coloro, i quali aspiravano all’imperio, perchè non sapevano che aggravio e spine l’accompagnassero. Però sua usanza fu di guadagnar coi benefizii, e non di rimeritar coi gastighi, chi era stato ministro della crudeltà de’ tiranni, perchè volea credere che avessero così operato più per paura che per malizia. E questo per ora basti de’ costumi di Vespasiano. Ne riparleremo andando innanzi, come potremo, giacchè si son perdute le storie di Tacito, e con ciò a noi manca il filo cronologico delle azioni di questo principe.

  1. Sveton., in Tito, cap. 5.
  2. Philostratus, in Apollon. Tyaneo.
  3. Sueton., in Vespasiano, cap. 8.
  4. Dio., lib. 66.
  5. Plinius junior, lib. 4, epist. 5.
  6. Philostratus, in Vita Apollonii Tyan.
  7. Dio., lib. 66. Suetonius, in Vespasiano, cap. 14.