Annali overo Croniche di Trento/Libro I

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Libro I

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Tavola delle annotazioni Libro II
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DELLE CRONICHE

DI TRENTO,

DI GIANO PIRRO PINCIO.

LIBRO PRIMO.


AVANTI diamo principio à trattare de Pontefici di Trento, richiede ogni buon ordine abbraciare, & narrare l’opere, & fatti de Duci Trentini, quali governorono al tempo de’ Longobardi. Sarebbe cosa monstruosa, & sproportionata, se doppo l’haver incominciato l’Historia de Pontefici andassimo fraponendo Prencipi temporali.

Morto dunque Clefo Re de Longobardi, ucciso in Pavia da un povero Ragazzo; scrive Paulo Diacono, che gli Longobardi governorono il Stato per spatio di dieci anni entro, & fuori del loro distretto, destinati trenta Governatori per li Luoghi principali. Trenta Longobardi destinati al governo In Pavia Laba, in Bergamo Wailare, Alachio in Brescia, in Trento Evino, nel Friolo Gilolfo, & parimente li altri presero in governo il rimanente delle altre Città, L’Italia domata da Longobardi ogn’uno (come dir s’accostuma) la sua, quali il settimo anno della venuta d’Albuino, occuporno, & suggettorno l’Italia quasi tutta à Longobardi. Mà per esser (il nostro scopo, & ultimato fine metter alla luce le cose appartenenti solo l’interessi passati del Trentino) devessi sapere Francesi assaltano gli Trentini. che havendo li Francesi in quel tempo medemo fatta invasione nelli Trentini: Gli Nonesi Li Nonesi si arrendono (popoli habitanti nella Vale di Non, situata sopra Trento, della quale poi si farà più essata descritione) volontariamente si resero, & diedero il lor Castello, & Fortezza in mano de Francesi; si dimandava il Castello Anauno, ò pur (ch’è il medemo) Nonese. Non tantosto intesa con animo assai turbato da Ragillo Conte de’ Longobardi cotal ribellione de [p. 2 modifica]Nonesi (nonostante li Trentini havessero li loro Prencipi, & Vescovi, quali respettivamente governavano il spirituale & temporale, si riconoscevano nulladimeno sogetti al Regno de Longobardi, il cui dominio a quel tempo era assai ampio & dillatato) assembrato numeroso Esercito, con maravigliosa prestezza si traportò nella Vale; quale havendo saccheggiata, & fattane richa preda, ritornando con l’Esercito sbandato, & confuso, fù incontrato dal Capitano nemico chiamato per nome Cranichio in una tal pianura Rotalliana, ove venuti gli Eserciti alle mani Ragilo vien amazzato. Ragillo ancorche combattesse valorosamente restò con la maggior parte del suo Esercito infelicemente estinto. Cranichio prende per forza Trento. Cranichio superbo per la vittoria havuta poco dopò invase la Città di Trento, qual presa à forza crudelmente la spogliò, indi partendosi con ricchi bottini fù subito seguito da Evino Prencipe all’hora di Trento, colto à Salorno nel fatto d’arme rimase morto Cranichio, con parte dell’Esercito, il rimanente messo in fuga. Evino Duca di Trento. Quegli comparendo trionfante restituì il Territorio Trentino alla Città, & divulgandosi la fama gloriosa del suo nome, hebbe per moglie la Figlia di Garibaldo Re di Baviera. In questo medemo tempo tenendo la Corona Imperiale Mauritio, il Fiume Adige talmente crebbe, che sboccando per entro una Porta poco mancò non sommnergesse Trento. Ruinò etiandio buona parte delle mura della Città di Verona. Il Tevere trabocca. Non manco si gonfiò il Tevere qual non solamente con straordinario crescente riempì i luoghi piani della Città di Roma, ribattuto per la ruvina fatta d‘un opposto, & ben saldo riparo, ma anco con rapidissimo corso soverchiò l’istesse mura della Città; Fù in oltre visto scorrere per il vaso è canale di esso Fiume frà innumerabil schiera di Serpenti un Drago, torreggiante per smisurata grandezza. Il che fù preso per non men prodigioso pronostico, che infausto portento. Di dove seguì quella peste cotanto contaggiosa, nella quale morì Pellagio Sommo Pontefice, con infinita quantità di gente. Havendo come habbiamo detto li Longobardi governato con ogni giustitia & buon nome il lor Regno & Provincie, come di sopra si è accenato, per mezzo de Capitani, & Preffetti, concorsero, fornito il decennio unitamente Autharo Re de' Longobardi. nell’ellettione per loro Re di Autharo, huomo di presenza, d’aspetto, & compositione di corpo à niuno secondo, superiore non solo à qual si voglia di quei tempi, ma anche personaggio che nella Militia non riconosceva pari. Questo non tantosto assonto alla dignità Reggia (confidato nella propria virtù e militari prodezze) [p. 3 modifica]pensò come ampliar potesse il suo Regno; dovendosi per ciò fare, abbater è soggiogare l’Istria, Provincia trà le confinanti la più feroce, e non potendosi effettuare, (mercè la nativa fierezza, & indomabil barbarie di quei popoli) che con l’impiego d’un Capitano di somma virtù, qual con plenaria potestà commandasse, & conducesse l’Esercito; non seppe à chi meglio conferir tal dignità che ad Evino, Prencipe, e Governatore di Trento. Evino Duca di Trento Capitano d'Esercito. Lampeggiavano le heroiche attioni, di questo valoroso campione fra gli altri, non altrimente che risplender suole il Sole in fra le Stelle, fù perciò giudicato il più habile à tal Olfficio, tanto richiedendo la di lui riguardevole prudenza, congionta con l’arte virtuosa del guerreggiare. Ottenuta da Evino la dignità del Generalato si spinse con un forbito Esercito nell’Istria, & e comparendo à fronte dell’inimico lo stuzzicò alla battaglia, ritrovossi quegli privi di animo per accetare un somigliante invito. Scorfe in questo mentre, Evino la Campagna, girò gli contorni, sacchegiò le Ville, devastò li campi, assalì le Città, e Borghi con estrema forza, atterò le Muraglie, e quanto violentemente prendeva tanto mandava à fuoco, e fiamma. L’Istria superata. Si che in si fatta guisa spaventò li nemici, che à pena per spacio d’un anno ottenero la pace, non senza contribuire al Re gran somma di Oro. Domata in questo modo l’Istria, Evino con tal vittoria fece ritornò al suo Re. Sinodo di Mariano. In detto tempo fu publicato un Concilio in Mariano, al quale furon presenti non più che dieci Vescovi, destinati dalla suprema Sede, per dover ascoltar e giudicare (conforme il stile della Romana Chiesa) il Patriarcha d’Aquileia & altri, che dovevano presentare gli suoi scritti continenti le loro Heresie, & errori. Agnello Vescovo di Trento. Uno delli dieci Vescovi fù Agnello, Antistite di Trento, huomo in quei tempi dottissimo, qual eggregiamente s’adoprò in difesa dell’immunità Ecclesiastica, come chiara testimonianza ci rende l’esperienza della vita sua. Occorse parimente in questi istessi anni, che l’Imperator Mauritio con efficaci lettere e con Ambasciarie, sollecitò & indusse il Re di Francia Childeperto à mandare un potentissimo Esercito acciò superate le Alpi passasse in Italia. Fù l’Esercito commesso à ventidue Capitani, ciascun di loro di singolar valore, con fine di levare la gente di Camleardi dall’obedienza del Regno, per distruggere, & rovinare una tal potenza. In questo ponto haveva il Re dei Longobardi sposata con solenne pompa, & apparati Theodolinda, figlia del Rè Gartibaldo di Baviera, nel distretto di Verona. Havendo donque gli Francesi [p. 4 modifica]scorta per bona parte l’Italia, temerono gli Longobardi esporsi a gran periglio volendo cimentare, e venir a giornata con Francesi; conclusero perciò ritirarsi nelle fortezze; Li Francesi rovinano la Città di Verona hebbero gli nemici campo di girare per tutte le Ville, e rovinando ogni cosa gionsero fino a Verona. Guastorono anco con strana empietà molti Castelli, quali se gli erano resi à capitolationi, e senza aver riguardo ne à fede dattagli, ne à Religione gli demolirno. Francesi contro li Trentini. Con la medema furia invasero gli Trentini, tutto dando à ferro, & fuoco, Therana, Mulito, Semiana, Appiano, Fagitano, Cumbra, Unciano, Brentonico, Valano Gnesissiano, in oltre molti altri Borgi & Ville prese à forza, tutte mandorno à terra, lasciorno solo il Castello Fernige ad intercessione, Francesi soggiogano la Città di Trento. e gran sborso de danari fatto da Agnello Vescovo di Trento. Morto che fu Autharo Rè andò al possesso del Regno Agilulfo, qual anco veniva con altro nome detto Agone, havendo di già presa per moglie Theodolinda, che vedova era restata per la morte d’Autharo, Agilulfo havutto lo scetro, incontinente cominciò ad investigare come s’havessero à liberar gli pregioni condotti in Francia, compassionava le sciagure de poveri Trentini, quali menati violentemente in traccia all’infelicità, trabbalati nel fondo delle miserie, in diversi sepulchri lasciavano infaustamente la vita, ciò occorse anche a molti altri popoli di quel tempo, imperoche gli Francesi spesse fiatte facendo guerre con Longobardi, e sovente trapassate l’Alpi, sbalzavano nei confini dell’Italia, spogliavano le Città, che constrete cedevano ai loro furori, gli spoglij levati dalli Territorij sagacemente mandavano in Francia. Citadini di Trento fatti schiavi. Ma perche non potevano in lungo conservare gli luoghi presi à forza d’arme, partendosi seco tirauano crudelissimamente gli pregioni per gli monti. Non ardivano gli Longobardi inferiori di forze uscire dalle Fortezze per dar con le loro militie aiuto tanto bramato alli suoi, contra la crudeltà de Francesi. Combatevano solo stando fra le mura, mentre l’inimico carico di bottini se ne ritornava oltre li Monti, abbrugiando d’ogni intorno, smantellando le Terre, con menar oltre ciò seco li habitatori. Agilulfo Re di Longobardi. Agilulfo mandò Ambasciatore Agnello Vescovo di Trento in Francia per trattare la liberatione de pregioni, v’impiegò il buon Vescovo ogni suo potere, & diligenza par tal effetto, puochi furon fra molti liberati, quali benignamente la Regina Brunechilde di Francia riscatò con il proprio danaro, & donatagli la libertà furono dal buon Prelato riconduti alla Patria. Agnello mandato legato in Francia Evino havendo per mezo del Vescouo Agnello spiati & conosciuti gli animi de Francesi, andò in [p. 5 modifica]persona colà, & ottenuta la pace cotanto sospirata, stabiliti li patti, secondo il costume, pacificato il tutto se ne ritornò in Italia. Theodolinda Regina de Longobardi. Già che di sopra habbian fatta mentione di Theodolinda, mi sarà lecito aggiungere quella essere stata la Reina, alla quale Gregorio Papa scrisse, rendendogli gratie che tanto ci fosse affaticata per effetuare la pace, che no havesse recusato il consortio della Christiana republica, fusse statta causa, che il Re perseverante nella fede Catholica, facesse dono di molte possessioni alla Chiesa, & molti Vescovi depressi restituisse alla loro dignità. Notabile siccità. Questi tempi vengono dalli Historiografi celebrati, & nobilitati per la menzione che fano d’una lunga siccità, non piovendo per spatio di nove Mesi, dal Genaro sino all’Ottobre, il raccolto per mancamento di acqua fù debile, la fame grande, il procacciarsi gli cibarij necellarij dificilissimo. Cavalette. Successe monstruosa quantità di Locuste, che vastarono il Territorio Trentino. Fù cosa maravigliosa, che consumando quasi tutto l’herbame, & foglie delli alberi, nulla ò poco offendessero le biade. Cometa. Apparve in oltre una spaventevole Cometta, nunciante la morte de gran Prencipi, di la à poco morse Evino Prencipe di Trento, Guidoaldo Duca di Trento. à cui successe Guidoaldo, huomo pio, è dotato di non ordinaria bontà qual doppo esser stato in contrasto con Longobardi finalmente fù ricevuto in grazia dal Re Agilulfo. In questo mentre fu batezzatto il figliolo del Re nella Chiesa di S. Gio: Giovanni Giovanni Battista in Modesia con ogni solennità Christiana, gli fù posto nome Adoloaldo, fù levato al sacro fonte, e unto con oglio da Secondo Trentino gran servo di Dio. Secondo Trentino, huomo di santissima vita. Di questo Secondo Trentino si fa spessa mentione nell’Historie de Longobardi, dicessi haver scritto brevemente gli fatti di quelli, ancorche ne suoi libri non faci alcuna memoria della strage, qual fecero gli Longobardi sotto li felicissimi auspicij del loro Re Autharo, nella giornata che hebbero con li Francesi, qual fù tanto grande se crediamo à Paulo Diacono, che simile ne udisse, ne si lesse giamai. Morse questo Secondo Trentino sotto l’Imperio di Focca, & Pontificato di Bonifacio, con gran nome di santità, le cui opere eggregie apportorono gran gloria alla Città di Trento.

Alachio Duca di Trento. A Gaidoaldo Duca di Trento, successe Alachio huomo scelerarato scelerato scelerato , nomato figlio dell’iniquità. Costui conturbò la pace de Longobardi, suscitò discordie, di dove ne seguirono diverse ruine, & strage de populi. Primieramente mosse guerra à Gavione Conte Bavaro, qual all’hora governava Bolzano, & gli Castelli di quella giurisditione, hebbe con esso lui gagliarda, & crudel battaglia [p. 6 modifica]lo vinse in campo, rimase superiore, uccisa, e rovinata grandissima copia de l’Esercito nemico, per la qual vittoria montò in tant’alteriggia e prosuntione, che ardì ribellarsi a Bertarito suo re. Bertharito Re de Longobardi Era questo Bertarito à quel tempo Re de Longobardi, huomo giusto, pio, & zelantissimo della Catholica fede, hebbe egli un figliolo chiamato Cuniperto di Rhodelinda sua moglie. Obediva à quel tempo il Trentino, & tutti gli luoghi verso l’Italia all’Imperio de Longobardi, havendo steso il lor Regno dall’Istria fino à Reggio Giulio, Città nell’Abruzzo, & confine del lor Impero, superati tutti gli popoli habitanti fra li due Mari di qua dalle Alpi. Termini del Regno de Longobardi. E traditione che Autharo con poderoso e forte Esercito si conducesse à Benevento, ove posto freno à quelli che gli facevano resistenza prese à forza la Città di Reggio, vicina à Sicilia entrò, spronato il Cavallo nel Mare, fin dove era alzata una Colona non longi dal litto, percosse quella con la lancia, aggiungendo queste parole, fin qui hò steso il Regno de Longobardi, d’indi in poi (come vien detto) fù chiamata la Colona d’Autharo. Alachio Duca di Trento non volendo essere colto dal tempo, havendo ribellato da Longobardi fortificò il Castello di Trento contra gl’impeti che far potessero gl’inimici. Bertharito assedia Trento. Venuta all’orecchie di Bertharito Re de Longobardi, tal ribellione d’Alachio, vene subito con grosso Esercito, & assediò la Città. Alachio vedendo la sua Città assediata, con animo intrepido, non tralignando dalla sua intrepidezza naturale, uscito con gli suoi alla sprovista per liberare la Città, assaliti gli squadroni del Re gli conculcò, & messe l’istesso Re in fuga. Alachio mette in fuga i Longobardi. Sentendo con lor grave cordoglio gli Longobardi la rotta datagli dalli Trentini con tanto danno, e vergogna per l’infedeltà del Duca di Trento, riempivano li contorni, ferivano l’aria con rabiose strida, si vintavano di voler abbassare l’orgoglio d’Alachio, giuravano, che haverebbero spianato la Città di Trento, Terra barbara, spelunca d’un huomo temerario, hospitio d’un Tirano, risoluti tutti per decoro del loro Regno andar à simile impresa. Inanimati in simil guisa gli Longobardi, fatto i maggiori preparamenti, adunato più copioso Esercito, si condussero all’inimico. Vide l’astuto Duca di Trento non poter resistere à tal forza, tentò ogni mezzo, & via acciò il negotio non andasse più oltre & gli Longobardi si quietassero. Cominciò à lusingare molti suoi stretti ma passati amici, massime Cuniperto figliuolo del Re, qual sino dalle fascie gli era stato compagno di camera. Fece tanto finalmente, che di nuovo ricuperò la gratia del Re. Temendo il [p. 7 modifica]Padre l’animo instabile, & infedele di questo Ribelle pensò più volte farlo morire, lo placò sempre il Prencipe, fece non solo gli donasse la vita ma gli fossero remesse di cuore tutte l’ingiurie, & mancamenti commess di ribellione. Impetrò con importune preghiere gli fusse data la prefettura di Brescia, recusando dar il Padre una Città tanto popolata alla fede d’un animo inconstante, inclinato alle guerre, amatore di dissensioni; diceva esser pazzia somministrar pece al fuoco, accrescere forze ad un animo feroce, in luogo di troncare l’occasione, era affirmava egli, somministrare materia per inoltrarsi nella sua audacia, conchiudea che mai si sarebbe quietato genio di quella temperatura fattagli copia di guerreggiare; & che parimente haverebbe inganato l’istesso incauto Cuniperto dopò tanti beneficij, che anzi l’haverebbe scacciato dal Regno. Il che non molto dopò si conobbe esser stata profetia. Morto Re Bertharito in suo luogo ellessero Cuniperto suo figliolo, Cuniperto Re de Longobardi. il qual di già haveva sposata Hermilinda di legnagio Britana, & Sassona. Ora Alachio cominciò a fantasticare il modo con cui scacciato Cuniperto potesse usurparsi tiranicamente il Regno.

La dove ritrovandosi Cuniperto per affari, & interessi publici assente dalla Città Reggia: riconoscendo Alachio oportuno il tempo, d’invadere il Regno, giudicò bene non tralasciar tal occasione, quasi che gli venisse dal Cielo; spalleggiato da molti Cittadini Bresciani, da Aldone principalmente, è Grausone Fratelli, occupò Alachio occupa il Regno con inganno Pavia, & il Palazzo Regale, il che venuto all’orechie di Cuniperto, conoscendosi ingannato, tradito e privato del Regno, da quello al quale haveva fatti tanti beneficij rimase stupido, e poco mancò non tramortisse. Racolse il misero ogni Cuniperto scacciato dal Regno. suo pensiero nel solo oggetto della propria salvezza, si ridusse per ciò nell’isola del Lago Lacio puoco distante da Como, ove convocati li suoi adherenti consultava con essi loro come recuperar potesse il perduto Regno. Regeva fra tanto Alachio con insoportabil superbia, & eccesivo orgoglio l’impero; il tutto per isfogar Alachio signoreggia con grandissima superbia. li suoi sfrenati desiderij, per metter in essecutione le sue sregolatezze metteva in iscompiglio, ogni cantone si riempiva di terrori, in ogni luogo risuonavano flebilmente i pianti, la tristezza funestava miserabilmente ciascun contorno: sgorgavano fiumi di lagrime (più di qualunque altro) li Sacerdoti, givano gli lor lamenti fino al Cielo, in si lugubre maniera, che impietosite havrebbero le fiere medeme. Accompagnavano con querule voci, con tronchi singozzi, e con radoppiati sospiri gl’infortunij [p. 8 modifica]del loro povero Re Cuniperto, huomo, nel cui animo generoso soggiornavano à gara e la giustitia, e la bontà, e la pietà Christiana, da tutti amato, a tutti caro, desiderabile à ciascheduno, vituperosamente, e contro ogni legge spogliato del Regno: non si potevano dar pace che in luogo suo regnasse Alachio, huomo, in cui la sceleratezza, la crudeltà, la persecutione con odio intestino, delli huomini giusti, e d’integerimi costumi, scorgevansi in colmo. Governava in quel tempo la Chiesa di Pavia Damiano Damiano Vescovo Ticinense. Vescovo, chiaro per fama di santità, questo desideroso di mantenersi nell’immunità Ecclesiastica, con tener lontana la tiranide di quest’huomo bestiale dalla Chiesa, mandò per tal effetto Tomaso Diacono all’Audienza, giunto questo alle porte del Palazzo fece passar parola, penetrò all’orecchie del Tirano, starsene di fuori un Nuncio del Vescovo, il quale gli portava da sua parte la beneditione di Dio (tal parola vien assai usurpata da sacri Scrittori) rispose spropositatamente, e con arroganza il Tirano: Entri (disse) il Diacono mentre habbi le sottobrage nette, & monde. Replicò egli tenerle, nette havedole lavate la stessa mattina. Colerico per tal risposta il Tirano, soggionse intendere delle parti coperte dalle sottobrage, al che il servo di Dio prudentemente diede risposta, dicendo che l’indagare, di queste cose à Dio solo, non à Re temporale s’apparteneva. Finalmente chiamato alla sua presenza, li fece si crudele passata, gli sputò in faccia con tante villanie, si fieramente lo riprese, che intimoriti tutti gli altri Sacerdoti non sapevano ove rivolgersi, stimata implacabile la fierezza di una tal persona.

Lo maledicevano publicamente, & ogni giorno chiamavano, & crescevagli il desiderio del loro vero Re Cuniperto. Salirono i pianti & i lamenti del popolo alle Divine orecchie, in si fatta guisa che la Maestà dell’Altissimo commiserando oggimai la calamità di quelle genti, oprò che per l’istessi mezzi e stratagemi perdesse il Regno, con cui se l’haveua ingiustamente usurpato, e quelli medemi gli levassero la Corona, quali poco prima gli havevano consegnato lo scettro. Ritrovavasi un figliuolo d’Aldovio, questi (come dicessimo di sopra haveva messo la Corona in capo ad Alachio) mentre il Tirano numerava danari, volse la sorte che ne cadesse uno in terra, levatolo, lo recò in tavola il buon figliolo. Fissati Alachio gli occhi nel Fanciullo, di questi (disse) ne hà in quantità tuo Padre (mostrandogli gli danari) quali in breve farò che siano miei, pensava il rapace non intendesse cotal [p. 9 modifica]raggionamento;; si diede à credere, (mà restò inganato) non fosse per capire il senso di quelle parole un Bambino.

Andato di sera il fanciullo à casa, racontò il tutto al Padre, che gli faceva instanza a dire ciò che visto, e sentito hauesse in Corte. Intesa da Aldone cotal cosa, (come quello che era sagacissimo) comosso à pieno, tramò ben tosto (per levarsi dal sovrastante pericolo, gl’ingano, & il tradimento al mai satio & ingordo Tirano. Avisatone imantenente il fratello Grausone di quanto gli haveva detto suo figliolo, consultorono sopra questo fatto, & ultimamente conclusero doversi richiamare Cuniperto, da loro prima tradito. E dopò l’haver secretamente manifestato alli amici ciò che havevano in pensiero, machinarono il negotio, e quando à loro parve haver tutte le cose necessarie in pronto, per scacciare questi, e rimettere in sedia quegli, conspirorno nel Tirano. Inviossi Aldone Aldo assalisse il Tirano con insidie. verso la Corte, preparato per tal resolutione, e cominciando persuadere il Re, acciò non s’anoiasse tanto, ne s’internasse cosi profondamente nelli affari, havesse à cuore la propria salute, si prendesse qualche ricreatione, seguisse le pedate delli altri Re, i quali sogliono prendersi qualche solevamento d’animo; lo sollecitava ritrarsi alcune volte, uscendo dalli strepiti della Città ai riposi della solitudine, alle delitie della cacciagione, non dovesse temere, percioche essi che gli havevano dato la Città nelle mani, gli l’havrebbono anche conservata, & mantenuta, custodiremo (diceva egli) le Porte della Città col medemo animo, con il quale à te le aprimmo, ancorche non ci sia di che sospettare. Sapersi hormai che Cuniperto huomo ubriaco, e timido, desperava nella protettione della sua causa, e che di già ogni cosa da lui era stata messa in oblivione, procurando solo salvar se stesso, col nascondersi nelle spelonche; anzi mi da l’animo (si vantava costui) prometerti la di lui testa. Persuaso da cotesto, e da altri congiurati il Tiranno lasciò le cure del Regno, & uscendo in una selva, vicina alla Città, vi si dava alla Caccia, e spendeva il tempo (trastullandosi) in diversi diporti e solazzi. In questo mentre senza mettervi tempo Aldone, & Grausone fratelli, per le poste volorno al Lago di Como, dove si ritrovava Cuniperto, giunti al luogo si gettarono prostrati a piedi, bacciandoli le ginocchia, confessorono haver fatto iniquamente nel ribellarsi, non haver però temuto comparir avanti la di lui presenza, confidati nella sua innata clemenza. Dimandavangli perdono di si grave fallo con molte lagrime, promettevano rifarcirgli il dano, restituirlo al Regno; e perciò [p. 10 modifica]ottenere gli spiegorno il modo, gli scopersero il consulto da loro ordito, assegnorno il giorno nel quale il Re doveva condursi alla Città. Cuniperto compreso il tenore di queste parole, non potè contenersi di non piangere con essi loro amaramente, trafigendogli l’universal calamità le viscere, e doppo haver ricevuti cortesemente li due fratelli, gli promise, che non sarebbe stato per mancargli, purche essi si mostrassero constanti, & fedeli. Gli lodò, d’haver eglino havuto a cuore la sua persona, e d’essersi fidati nella di lui clemenza, poscia gli licentiò. Seguì ogni cosa conforme Cuniperto rimesso nel Regno. l’appontamento. Entrò nella Città Reggia Cuniperto. Fù incontrato da ogni sesso, e da ogni stato di persone, huomini e donne, vecchi, e giovani, grandi e piccoli, tutti con esso seco si congratulavano, e disfacendosi in lagrime, per soverchia allegrezza riceverono festeggianti il loro proprio Re, restituito alla Corona, qual nel modo à lui lecito, in tanta frequenza abbraciava, e bacciava ciascuno, con somma mansuetudine, & piacevolezza. Alachio fugato dal Regno. Recuperato il Regno in questo modo da Cuniperto, Alachio subito ne hebbe aviso, che sbigotito di tal impensato accidente alzò le mani al Cielo in atto di dimandar vendetta, pregando gli Dei di giustitia non lasciassero impuniti li enormi tradimenti, chiamava Aldone, e Grausone traditori dell’uno, e l’altro Re, amatori di novità, e che prima havendo conspirato in Cuniperto, poi con animo fraudolente promettendoli la testa di quello havessero lui stesso tradito, levandogli (mentre assente si ritrovava dalla Città) il Regno, in luogo di mantenergli la promessa; l’introdure il capo con il rimanente del corpo adobbato de Reggij ornamenti, rimettere l’aversario alla pristina dignità, constituirlo nel Trono Reale, dargli il maneggio (non e presentarmi diceva egli) la di lui testia spiccata dal busto, non è offerirmi un teschio essangue e ben si un consignarmi in mano del mio inimico. Voleva dire più, voleva moltiplicare i lamenti, ma non potè abbatuto da una fortissima passione d’animo, opresso dal dolore. Onde tutto acceso d’ira, infiammato dalla colera, tutto sputante sdegno e furore pensò ritirarsi nell’Austria.

Vicentini vinti in battaglia. Gli Vicentini uscirono per incontrarlo, & à forza d’armi scacciarlo non solo dalla Città, ma dal loro Territorio ancora. Fecero con Alachio (giornata) ma gli superò in battaglia, e lasciate loro le capitulationi di pace, indi partisi vincitore, & invadendo con Treviso preso. empito gagliardo li Trivisani gli soggiogò, e sforzandogli ad unirsi seco in lega si partì alla volta del Friolo. Gli era stato riferito, e [p. 11 modifica]publicamente si diceva, che quelli mandavano considerabili soccorsi di gente à Cuniperto Re de Longobardi, s’imboscò (per questo) nella selva Capulana appresso il ponte del fiume Liquentio, con puochi de suoi de più valenuti, & assalendo gli Furlani alla sprovista, mentre passavano senza ordine gli sorprese, & in un medemo Furlani superati. tempo gli ridusse in suo potere, constringendoli oltra ciò giurar fedeltà alla sua persona.

Hebbe dall’Austria gente valorosa, chiamò delli suoi Trentini la più bella, & elletta Gioventù, il fiore di tutta la forza dell’Esercito. Alachio assetta l’Esercito Confederò & aggiunse à questi molte altre Città parte, con promesse, parte con minacie per provedere à qualsivoglia pericoloso essito gli potesse succedere. Di questi aiuti, & gente d’armi, adunate d’ogni parte, rinforzato, tutto animoso si portò all’inimico.

Dall’altro canto Cuniperto sapendo le trame, & quanto andava machinando l’animo feroce d’Alachio, subito commandò le Cernide, dalle quali in breve ammassato da tutte le parti del suo Regno un numeroso Esercito, lo condusse fuori di Pavia, per incontrar Cuniperto Re vene con l’Esercito contra Alachio Alachio, qual gli veniva alla volta; s’accampò nella Campagna Corovata. Poi non volendo esporre al maccello tanta gente, condotta sotto gli stendardi di due Prencipi, mandò à sfidare à Cuniperto provoca Alachio a singolar certame duello Alachio. Non accettò questo l’invito, giudicò cosa da pazzo, non gloriosa, sommetersi à pericolo d’una vittoria tanto incerta, lasciato un eggregio fatto d’arme. Rispose esser manco male restassero in campo tutti morti purche solo potesse scaparla, che ciò non potendo essere, voler più presto con gli altri lasciarvi la vita, che à vista d’ambi li Eserciti, à voglia della fortuna, capital nemica della virtù, arbitrio delli huomini, combattere solo con solo, & vinto dall’inimico alla di lui presenza spirar l’arabbiata anima. Esser cosa convenevole combattere tutti, & mettere tutti à rischio la vita, per diffesa di tutto il corpo della republica. Un soldato, huomo di nobil sangue chiamato Tusco esortò Alachio al duello, disse esser cosa men degna d’un Re valoroso, & perito nell’arte militare, quale egli stimano era il recusare se non fosse che per la dignità Regia si honorato invito. In tal guisa potersi scaciare gli Longobardi dall’Imperio, senza sangue, senza strage del popolo, finirsi la guerra col solo pericolo d’uno, & levato di vita Cuniperto farsi aperta la strada al Regno. S’adirò à cotali parole Alachio, & guardando con occhio torbido il soldato, alzata la voce predicò Fortezza di Cuniperto. Cuniperto esser huomo gagliardissimo, feroce, & animoso, egli benche datto al vino, & ubriaco, haver lo stesso ciò [p. 12 modifica]esperimentato, ricordarsi fanciullo, quando habitava in Corte del Re Bertharito suo Padre, & frà di loro passava intima domestichezza, haverlo più volte veduto dar di mano alla schena d’un smisurato Castrone levandolo con facilità da terra ben in alto, il che più volte volendo egli provare, ancorche v’impiegnasse tutte le sue forze, mai puote far prodezze tali. Rispose Tusco. Già che non hai animo, sostenere il duello à cui da Cuniperto fusti sfidato, & con l’armi in mano combattere per l’Impero, più non m’havrai compagno de pericoli, ciò detto se gli levò d’avanti, & andò da Cuniperto. Stavano gli Eserciti dall’una, & l’altra parte tutti in ordinanza. Guadiperga moglie di Cuniperto, scoprendo il periglio del marito, (erano gli Eserciti per attacarsi) vinta da uno, ver lui, incentivo d’amore, se gli fece avanti, sparse le guancie di lacrime, lo supplicava voler metter in sicuro la sua persona; l’istesso, & per pietà della Regina, & per riverenza, & salute del loro Re facevano quelli che li ritrovavano nel Reggio Padiglione, lo scongiuravano non mischiarsi frà un incendio d’ire, un averno di vendette, lasciasse la cura à suoi fedeli Capitani, non dubitasse della lor diligenza, & opera, gli promettevano la vittoria, asserivano che eglino, haverebbero combattuto con tanto valore, che Alachio non sarebbe stato valevole per resistere alli lor impetuosi assalti, senza mettere in dubio il principale, cioè la vita del Re, affirmavano richiedere ogni buona politica d’haversi esporre gli membri in diffesa del capo, salvo quello restar il corpo nel suo essentiale essere, quello offeso languire tutte le parti, & morto distrugersi tutta la massa, mai potersi fare opera eggregia con pericolo del Capo, la victoria rendersi perdita, distrutto quello per cui precisamente vien intrapresa.

Ascoltò con patienza il Re, si le preghiere della Regina, come gli consigli de Cavaglieri, & altri Cortegiani, non fecero però impressione, il tutto sprezzò, tutto riputò in negotio tanto arduo poco utile, biasmevole, & manco conveniente, saper ben egli che la precedenza del Prencipe invigorisce, e rende più costanti gli Soldati animandoli ad imprese heroiche, e malagevoli, avilirsi, disordinarsi, farsi innobedienti, non vedendo il lor Signore, che gli dij animo, che gli preceda ne pericoli, che gli instruischi, & che nell‘accorrenze gli reprima. All’hora fattosi avanti un tal Diacono (ottenuta facoltà di parlare) cominciò. Sire la vita di tutti noi, la conservatione di queste squadre, l’anima di tutto l’Esercito, pende dalla vostra Real persona: Non vuole il giusto che la Maestà vostra con tanto pericolo assisti al conflitto, bastarebbe [p. 13 modifica]all’inimico lei solo morta, n’haverebbe riportata la vittoria, in lei tutti siamo morti, non teniamo la vittoria in mano, stiamo con speranza, non habbiamo certezza, potiamo perdere, cosa sarebbe di noi cadendo in Campo la Maestà vostra? non sarebbono tormenti à quali non ci esponesse Alachio, esercitarebbe in noi ogni sua crudeltà, & li Longobardi per tanto tempo vincitori ristarebbono à suo mal grado servi d’un Tirano. Sire m’è sovenuto un pensiero, m’è caduto in animo d’andar io in battaglia, d’esporre la mia vita per la salute universale, per la diffesa della di lei Real Maestà, mi voglio fingere Re, voglio vestirmi le sue armi, addobarmi de suoi Reggij ornamenti, prendere quella celata, quel elmo, quelli chiomanti penachi, quella corazza, quelle gambiere (se si contenta, & non reputi cosa prosontuota) di tutte queste & d’ogni apparato Reggio mi vo vestire. Andarò così in battaglia portato dal Cavallo Reggio in ornamenti ordinarij, sarò creduto Re, mi seguirano le squadre, combaterò frà gli primi, abbatterò con la spada l’istesso Alacbio: Vedendomi creduto Re gli Soldati tanto fieramente frà pericoli combattere s’inanimarano, stimarano cosa vituperosa l’abbandonarmi, si spingerano con animo allegro & intrepido frà le dense squadre del nemico. Se io poi (permettendelo Dio) restarò in campo morto sarà stata cosa ben constderata, utile & dovuta l’esser morto per lei, in cui solo tutti viviamo, spero però, occorendo io morire, sentirà non esser morto senza prima haver fatte le vendette, haver lasciata vittoria sanguinosa all’inimico, lasciarò memoria delle mie prodezze.

Potrà in tal caso la Maestà vostra creduta morta subito reparare l’Esercito havendo patito notabile danno, fresco di forze andar nuovamente ad assalire l’inimico fiaco. Se Dio poi concedesse la vittoria, mi riconducessi alla di lei presenza trionfante, il che spero, sarà maggior gloria di Sua Maestà l’haver vinto per mezzo d’un suo ministro, che se personalmente si fusse armato è postosi frà nemici, e come è suo ordinario havere valorosissimamente combatuto, tanto disse il Diacono. Non v’era chi potesse persuadere il Re à tal stratagema, strepitava ciò non potersi che con infamia, con macchia considerabile del suo nome, del suo posto, della sua dignità, l’havrebbono trattato codardo, & pusilanime, haverebbon detto seguir solo il commodo, ne pericoli commettere le cose à ministri, tutti l’havrebbono sgridato, la sua fama non comportare simili mancamenti, il nome di Cuniperto non esser astretto à simili vituperij, ne gl’interessi del Regno, ne quanto sperare [p. 14 modifica]di buono poter uguagliare il detrimento ne patirebbe la sua integrità, la sua giustitia, l’animo suo Reale, fu talmente combatuto dalle lacrime della moglie, sollicitato da consigli de suoi intimi, persuaso dalle ragioni del Diacono, che si rimesse, piegò il suo parere, abbracciò il partito savio, & argutamente inventato.

Un Diacono conparisce sotto habito reggio in guerra. All’hora il Diacono presa la lancia nella destra, il scudo nella sinistra tutto armato si mise in sella, risplendente delle reggie insegne, fece mostra di se stesso come di Re, con una girata d’occhio, spiò come le squadre stavano preparate, le mosse di luogo, vien seguito da Longobardi creduto Re. Poi commandato l’Esercito al conflitto, spiegate le bandiere, dando li tamburi, & trombe segno all’arma. Il Diacono spronato il Cavallo assalì l’inimico. Non manco audace Alachio visto da lungi l’ornamenro reggio, con gridi strepitosi che arrivavano alle stelle invase l’unito Esercito; si mescolano assieme, valorosamente combatono, impiegano ambi gli Eserciti tutte le lor forze, tutti aspirano alla vittoria. Arabia d’ira Alachio, prende sempre dall’ira maggior animo, passa per l’Esercito nemico, si fa strada con la spada, arriva ove combate il Diacono, credutolo Re, l’andava ferendo con la mazza, & Il Diacono ucciso in Battaglia. raddopiando gli colpi finalmente lo battè da cavallo, caduto & steso in terra gli passò con la spada la gola, si pensò haver ucciso il Re, tutto pieno d’allegrezza commanda gli sij levata la testa, sij posta alla cima d’una Picca, sij portata per tutto l’Esercito in segno della vittoria.

Credevano dall’altra parte gli Longobardi haver perso in battaglia il loro Re, cominciavano a ritirarsi, ma spogliato il Diacono dell’armi, & ornamenti reggi si scoprì l’ingano, conobbe ogn’uno non esse il Re, & per parlar in lingua de nostri tempi apparve il capo tosato, la corona Clericale, che lo dichiaravano Religioso. Se Alachio vedutosi burlato andasse in colera, avampasse d’ira, se à guisa d’offeso Leone rugisse, arrabiasse, batesse de piedi, bestemiasse le Stelle, facilmente lo comprenderà chi ha di sopra letta la di lui bestial natura; si fece sentire per tutto l’Esercito per tutto gridava compagni miei di guerra, nulla habbiamo fatto, siamo scherniti, in luogo del Re habbiamo atterrato un huomo vergognoso, un huomo senza forze. Dunque con tanti apparati d’huomini d’armi, & d’altre cose neccessarie siamo con tanto nostro pericolo venuti in battaglia, per vincere un Zago un Chierigo malvagio, un Prete lascivo, un Prete che con tanta temerità ci andava provocando. Un Chierico infame ne hà gabato? Dei del [p. 15 modifica]Cielo dattemi vittoria, fatte le mie vendette: Vi prometto, facio voto far tagliar gli testicoli con ferro, e fuoco à simil canaglia, voglio impire più pozzi di simil materia.

Cuniperto frà tanto vedendo il suo campo mancare, avanti fosse totalmente abbatuto, disfatto, & rotto subito si lasciò vedere à L’Esercito ressarcito. suoi tutto armato, era l’Esercito affato intimorito, & confuso, sarebbono perdutisi d’animo andati in conquasso tutti, la presenza del loro non finto Re gli rese il spirito, gli animò, li revocò dalla fuga, gli ordinò, gli rinforzò di nuovo alla battaglia.

Alachio sfidato in duello. Era Cuniperto di gran spavento all’inimico, si fece avanti, visto lontano Alachio, con voce alta si che tutti puotero intendere lo chiamò in battaglia, lo sfidò a duello: A che proposito (disse) esporsi tanta gente al pericolo dell’armi, del macello, ad essere trucidati, per causa di due Prencipi, mi maraviglio, finiamo la guerra noi due, noi soli siamo pretendenti del Regno, à noi solo convien levar il commun pericolo, quello haverà il scetro de Longobardi, quello regnarà, quello solo sederà nel trono Reale, a cui Dio con la destra sua darà la vittoria, la mia causa non è con Trentini, non con Austriaci, te solo voglio, con esso te, ho la mia differenza, teco la voglio decidere, à te s’aspetta, se huomo sei, se vero soldato, se hai ragione in questa causa venir meco in singolar battaglia, più tosto, che lasciar siano trucidati gli soldati. Deve il Capitano esser padre, non carnesice delli Eserciti, se in te regna giustitia, animo, & virtù non puoi renontiare questo conflitto, sù da valoroso, salviamo la vita di questi innocenti.

All’hora Alachio, essendo animato dalli suoi à tal conflitto, alla gloria della sua persona, rispose (che sentì l’uno, & l’altro Esercito, quelli almeno che erano a guardia della persona del Re) non haver paura della spada di Cuniperto, ricusava il duello non per mancamento di giustitia, d’animo, manco di virtù, ricusavalo per vedere girare l’imagine risplendente di S. Michele fra le schiere de nemici. Dette queste parole subito si sentì il segno della battaglia, tutti all’arme, si precipitorono nelle uccisioni, prendevano maggior animo dal suono de Tamburi, delle Trombe, & altri instrumenti, combatevano con maggior valore che nella prima Zuffa. Ansiando propriamente gli Trentini tal battaglia, impatienti senza poter aspetare il segno dell’armi si spinsero contro Attroce guerra. Longobardi, combatono d’ambi le parti con animo ostinato, s’amazzano senza moversi à dietro, più presto vogliono esser trafitti combatendo da vicino, che ritirar il piede, che prender la fuga, [p. 16 modifica]ò Dio che crudel battaglia, che strage sanguinosa, che miserabili gemiti delli feriti, e di quelli che morivano, rendeva spavento il strepito delle armi, ferivano l’aere gli gridi de soldati, quali per tutto si sintivano.

Finalmente doppo una lunga & ostinata violenza gli Longobardi strinsero, & con ogni lor sforzo, spinsero, & cacciarono l’inimico, lo sforzarono dar luogo. Alachio nel fatto d’arme soccombe. Vedendo Alachio gli suoi in iscompiglio, giurò riportarne Cuniperto la vittoria non per sua virtù & valore, ma solo aiutato dalla fortuna. Si sforzò riunire l’Esercito, retraergli dalla fuga, animargli di nuovo alla battaglia, esso medemo ostinatamente si scagliò in una unita squadra, se gli mescolò in mezo, gira la spada, alcuni ne passa da parte à parte, altri ruina, altri attera, si portava à guisa di una arrabiata Tigre, Cuniperto vittorioso. mentre così arrabiato, incrudeliva vincitore nel mezo dell’Esercito inimico, veniva da tutte le parti combatuto d’ogni parte, veniva offeso, & coperto d’una moltitudine de dardi uscendo per fine l’anima com’era d’un Prencipe generosissimo, & valorosissimo per ferite da par suo, per aperture honoratissime. Gli Trentini & il residuo dell’Esercito sentita la morte del Duca si diedero alla fuga, & tutti sbigotiti cercavano salvarsi per le campagne, de quali molti seguitati dall’inimico furon amazzati; altri molti havendo l’inimico alla coda, mentre à forza vollero traghettare il Fiume Ticino, gli fù impedita dalle vanguardie di quello ogni scampo. Pianto delli Trentini.

Quelli del Friolo (come l’Historie ci dicono) non hebbero parte in questa battaglia, prima haveuano giurata fedeltà a Cuniperto, Re de Longobardi, poi sorpresi dal Duca di Trento, furono costretti darsi con giuramento alla di lui discretione. Non volsero dar aiuto à questo, ne somministrare à quello, giudicarono dando aiuto ad uno sarebbon reputati ribelli dall’altro, che perciò attacatisi gli Eserciti di Cuniperto, & d’Alachio, fecero saggiamente, tutti loro ritorno alla patria. Cuniperto terminata quella pericolosissima battaglia, liberato il suo Regno da si gran Tirano, il popolo dalla crudeltà, se stesso dall’ingani, comandò si cercasse il corpo di quel huomo scelerato, seditioso, infedele, datto alle ribellioni, d’Alachio l’ambitioso: qual ritrovato senza una ferita che havesse dell’infame, portata la nova al Re, commandò che tagliate ambe le gambe fino al ginocchio così tagliato, & tronco fosse datto il corpo in pasto alli uccelli: Ritrovorono parimente il Corpo del Diacono Senone, qual espose la propria vita per la liberatione di tutto l’Esercito, & Regno insieme, lo sepelirono [p. 17 modifica]honorevolmente & con gran pompa fuori delle Porte di San Giovanni Battista. Poi tutto allegro il Re, per la vittoria havuta tutto trionfante con l’Eserecito ritornò nella Città, fù ricevuto da tutto il popolo con grande applauso.

Li Trentini con lugubre pompa celebrarono i funerali à loro Patrioti. Dall’altro canto gli Trentini, intesa la morte del loro Duca, la rotta dell’Esercito, gli suoi paesani tutti quasi restati in campo; ferono gli loro lutti, si vestirono di corrotto, diedero segno con Torzzi lugubri, illuminando Tempij, Chiese, Sepulchri, Altari, del lor dolor, imposero à tai Funerali l’ultima honorevolezza, l’accompagnarono con rivi di lacrime, s’impiegorono al possibile per honorare con offici, & pie fontioni quelle anime, d’huomini tanto valorosi, loro patrioti.

Il Fine del Primo Libro.