Ascensioni umane/Il progresso in relazione alla felicità

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Il progresso in relazione alla felicità

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Il progresso in relazione alla felicità
Pro libertate e lettera aperta al Prof. L. M. Billia Le grand poète de l’avenir

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IL PROGRESSO

IN RELAZIONE ALLA FELICITÀ.



Io ebbi da giovane fra gli amici miei un fiero e magnanimo frate dell’ordine dei Fatebenefratelli, grande chirurgo e grande alienista, eccellente conoscitore degli uomini e della vita. Questo frate mi raccontò che gli accadde una volta di visitare per incarico dei suoi superiori certo convento di monache nell’Italia meridionale. Vi fu accolto con grande solennità. La Badessa lo attendeva a capo delle suore, e a lui che dopo il primo saluto le chiese come procedessero le faccende della comunità, rispose con uno studiato discorsetto, magnificando la concordia e la pace di cui si godeva là dentro, la contentezza piena e persino la fiorente salute delle sue compagne. Allora una delle suore che stavano silenziose dietro la Badessa, levate le braccia così lentamente come ci figuriamo gli atti degli spettri, si alzò con le mani e si aperse pian [p. 202 modifica]piano il velo che la copriva, mostrò uno spaventoso viso di cadavere, due occhi fissi, cupi, grandi, che dissero al frate «guarda»; e sempre lentamente, sempre tacendo, abbassò le mani, calò il velo, si nascose.

Il vostro tema, signore che me l’avete proposto1, mi fa pensare al racconto del frate. Dietro alle magnifiche immagini di prosperità, di grandezza, di potenza umana che la parola progresso suscita in Voi, sta, proprio in fondo al vostro cuore, una sinistra immagine velata di nero, immobile e silenziosa. Ella non si apre il velo ma la sua faccia lugubre vi si disegna sotto. Vi ha sotto quel velo un dolore indicibilmente atroce, vi ha una muta smentita fiera, un disprezzo amaro e superbo, nel suo silenzio, di tutte quelle altre figure pompose e magniloquenti che vantano il presente e l’avvenire dell’umanità. Essa pure dice tacendo: guardate, vedete se vi fu mai dolore al mondo come il dolore che imperversa sotto la grandezza, la potenza e gli agi di cui van blaterando costoro». Voi non sapete a chi credere e mi fate l’onore insigne di domandarne a me. «Il Progresso» voi domandate «ha egli reso e rende gli uomini [p. 203 modifica]più felici?» Ebbene, poichè mi ponete la questione così, io mi permetto di osservare che, a stretto rigore, l’avete risolta nell’atto di porla. Se Voi riconoscete nell’insieme dei fatti umani il carattere di un progresso, la forza inesorabile dell’idea che questa parola esprime Vi costringe ad ammettere che vi hanno stati successivi della umanità migliori l’uno dell’altro nell’ordine stesso del tempo; che voi avete il concetto di uno stato umano idealmente buono al quale gli stati umani succedentisi nell’ordine storico sono sempre più simili; che, quindi, gli stati umani vengono sempre più acquistando del Bane, sempre più partecipando del Bene. Ora la felicità, nella sua perfezione, è il sentimento che si accompagna al pieno possesso del Bene. È dunque una necessità logica che al progresso umano corrisponda una crescente felicità. Ma voi mi ammonite di non sottilizzare vanamente sulle parole. Voi non intendete di attribuire alla parola «progresso» il senso che a stretto rigore le spetta. Voi le attribuite il senso corrente, il senso di un continuo accrescimento della scienza, di un continuo moltiplicarsi delle applicazioni pratiche di lei, che tutte hanno per fine l’utile umano, il quale pare risolversi sempre in una diminuzione di dolore o in un accrescimento di piacere. Voi affermate con ragione che questo progresso, di [p. 204 modifica]natura essenzialmente intellettuale, è un fatto evidente per sè, un fatto che ogni giorno pone al nostro servigio un enorme lavoro di cose e di energie, che ogni notte illumina le nostre città col chiarore del sole; e gli contrapponete il fantasma velato di nero in fondo al vostro cuore. Ebbene, facciamolo uscire almeno per un momento, questo fantasma, davanti a noi, e domandiamogli il suo nome. Ecco egli viene e risponde con impeto amaro: «Io mi chiamo tutti. Io sono l’antico ebreo esperto d’ogni scienza e d’ogni voluttà, che disse: chi accresce il sapere accresce il dolore. Io sono l’antico arabo che ha pianto in un poema immortale sui nati di donna e sulle miserie della breve lor vita. Io sono l’antico romano che in un altro poema immortale ha numerato con fiero scherno le parvenze di gioia che ingannano i mortali miseri e ciechi. Io sono il poeta che ha derisi i profeti delle magnifiche e progressive sorti umane, il poeta che voi avete chiamato grande e che ora vi apprestate a cingere di rinnovata gloria. Io sono il pessimismo filosofico che ha consigliato al genere umano il suicidio, il pessimismo voluttuoso che oggi stesso, in un paese di alta civiltà, va consigliando di non accrescere il numero dei viventi perchè la vita è un male, il pessimismo ascetico che ripete con. l’autore dell’Imitazione: «dies [p. 205 modifica]hujus temporis parvi et mali, pleni doloribus et angustiis». Io sono il vecchio stanco che vede le generazioni umane discendere al peggio e sono il giovane focoso che insulta in faccia il vostro progresso ascendente come un’alta marea di ingiustizie e di sofferenze. Io sono il miserabile che langue d’inedia nella soffitta e sono il ricco che langue di tedio al primo piano. Io sono il sociologo che registra delitti e delinquenti, ci mostra sempre più affollate le case dove per colpa s’infligge dolore. Sono il fisiologo che considera nell’uomo la preponderanza del sistema nervoso crescente con l’attività intellettuale e quindi con la civiltà, che ne deduce un aumento necessario e continuo di sensibilità agli attriti della vita, quindi un aumento di pene. Sono il psicologo che misura il nuovo piacere procurato dagli agi nuovi e la sua durata sino al punto in cui sfuma nell’abitudine, e sono l’astronomo che studia la durata del sole e il fato di tenebre incombente sul nostro pianeta. Sono finalmente tutti voi quando nella sventura il pregio della scienza e degli agi si annienta per voi, quando lo spettacolo del dolore altrui vi induce a un simile disprezzo, quando ripensando i godimenti del tempo antico narrativi dai vostri padri e dagli avi, li giudicate tanto più sereni dei vostri, più ricchi di gioia vera; quando vi dolete della vostra stessa [p. 206 modifica]natura umana che più ha più desidera, più si tormenta per avere ancora».

Adesso, prima di esprimervi il mio avviso, io mi permetto di richiamare i litiganti a un linguaggio piano, chiaro ed esatto perchè non vi hanno qui giurati da commuovere e certa eloquenza turbata riesce inutilmente molesta a chi vuol giudicare secondo ragione. Poichè abbiam veduto che concedendo a una delle parti di chiamarsi «progresso» si viene a pregiudicare la questione, neghiamole di portare questo nome sino a che avremo trovato che ne ha il diritto. Per ora, invece di «progresso» diciamo una parola che semplicemente affermi lo svolgersi e il trasformarsi dei fatti umani di ogni ordine, diciamo «evoluzione umana.» E con il nome «progresso» mettiamo per ora da banda le tirate magniloquenti dell’ottimismo su questo nome, sulle incarnazioni presenti e future dell’idea che vi si accampa.

Siamo altrettanto severi con l’altra parte. Mettiamo per ora da banda gli accenti di sublime poesia che dolori straordinari hanno strappato al genio e che nulla provano contro una supposta evoluzione umana verso il Bene e la soddisfazione del Bene, come il trionfo passeggero di un errore nel campo della scienza nulla prova contro il fatto generale del progresso scientifico. Mettiamo poi [p. 207 modifica]da banda, con alta riverenza, gli slanci del sentimento religioso verso una felicità sovrumana ed eterna che gli eguaglia nel dispregio ogni felicità confinata nel tempo e nel nostro pianeta. Si tratta qui di comparare fra loro gli stati successivi dell’umanità sulla terra e non di raffrontarli con lo stato di una umanità extraterrena. Mettiamo da banda per sempre i lamenti dei vecchi e i furori dei giovani. Gli uni e gli altri hanno valore di fattori dell’evoluzione umana, non di giudizi sul corso ch’ella tiene perchè giudizi nei quali ha parte essenziale una condizione fisica del giudice, la sua età, sono viziati dall’origine. E così mettiamo da banda i miraggi del buon tempo antico. Si vuole che un imperatore della China abbia fatto sterminare i lodatori del passato e le loro famiglie; quanto a noi accontentiamoci di sterminare le lenti della vecchiaia nostra e dell’altrui, lenti ingannatrici, fatte di rimpianto egoistico, di oblio e anche di vanità. Mettiamo da banda le statistiche criminali perchè materia troppo incerta e atta a trarre in inganno, come quella che ci farebbe apparire migliore del nostro quel tempo in cui fosse meno severamente provveduto alla sicurezza pubblica e alla giustizia. Concediamo soltanto alla voce amara di affermare in faccia all’orgoglio del secolo la persistenza del dolore e il pronto [p. 208 modifica]adattarsi della natura umana a ogni nuova comodità della vita, onde il piacere delle soddisfazioni accresciute e delle pene alleviate pare spegnersi prontamente nell’abitudine,

E ora che i contendenti sono a posto, pigliamo in mano l’ardente e sfavillante parola «felicità» che figura il pomo della discordia, A me pare che arda e sfavilli troppo, che somigli troppo, per un frutto terreno, alle stelle del cielo. Se non è una stella è il fantasma di bellezza dolcissima che in una tela francese sufficentemente nota sorride perfido e fatale a moltitudini frenetiche di desiderio. No, il pomo della discordia non può essere una felicità perfetta e assoluta perchè tale non la può dare che il possesso del Bene perfetto e assoluto, e un tal Bene, un Bene senza confini di tempo nè di spazio la Terra non lo può contenere. Neppur è da parlare di quella felicità parziale e fugace che brilla per un’ora sulla via delle passioni e degli affetti umani, nè di quella serena che accompagna certe anime umili sino al sepolcro, nè di quella intensa che illumina le vie del cuore umano verso l’Infinito. Mettiamo da banda l’ardente, sfavillante parola del cielo, pigliamone una tepida e opaca della terra, proponiamoci di ricercare se al moto della evoluzione umana risponda un benessere crescente e conscio di sè, [p. 209 modifica]una crescente soddisfazione del nostro intelletto, del nostro cuore, dei sensi.

Qual è dunque il carattere di questo immenso moto umano sul quale sta, logora e frusta come una vecchia bandiera gloriosa trascinata in ogni pompa e in ogni battaglia, la parola «evoluzione »? Il suo carattere è di obbedire a leggi costanti come intorno a noi vi obbedisce il moto immenso delle cose, anche quando si manifesta nel più violento e spaventoso disordine. Ma quali sono veramente queste leggi? Noi non lo sappiamo con sicurezza. Noi siamo simili a moltitudini che lavorano disperse per un campo di lavoro così vasto e ineguale che in piccola parte posson vedersi a vicenda; affaccendate dove ad abbattere, dove a edificare, dove ad abbassare il terreno, dove ad alzarlo, dove a scavar pietre, dove ad affondarne, dove a condurre acqua, dove ad accendere fuoco; tribolate dalle stagioni inclementi, commosse dai casi mortali che ogni giorno colpiscono qualche lavoratore imprudente, dalla improvvisa ruina di vecchie costruzioni male fondate e di costruzioni nuove male tirate in alto, che opprimono insieme innocenti e colpevoli.

Nessuno ha veduto mai, nessuno ha udito il Potente nel cui pensiero sta chiuso il disegno dell’enorme lavoro che pare inutile, contradditorio [p. 210 modifica]dannoso, mostruoso in molte parti. Alcuni non credono che questo Intelligente esista, che l’enorme lavoro abbia unità di fine, e si credono ubbidire a qualche tiranno pazzo e cieco; altri sono convinti di lavorare per un gran disegno, ma poi non sanno di che cosa, se d’una sede formidabile di eserciti o di un colossale laboratorio di scienza e d’industria, di una città magnifica o di una meravigliosa necropoli. Usciamo di figura. Nel più grandioso sistema filosofico che mente umana abbia concepito e creato nella seconda metà del nostro secolo, sistema che ha per chiave di volta l’idea evoluzionista, si pone unica legge della evoluzione il procedimento dall’omogeneo all’eterogeneo, dal semplice al complesso, originato da ciò che una causa produce sempre più di un effetto; e questa formola generale si applica pure al moto delle cose umane. Come la materia prima del mondo venne diventando, nel moto suo, sempre più eterogenea talchè dalla nebulosa originaria uscì il sistema solare; come il primo organismo vivente unicellulare differenziandosi via via nel distinguere le varie funzioni della vita, diede origine agli organismi pluricellulari che popolano il nostro pianeta, così dalla umanità primitiva si è svolto fino alla umanità presente il Progresso.

La dubbia, oscura parola ritorna a me dalle [p. 211 modifica]pagine di Herbert Spencer e mi giova qui, per un momento, riprenderla. Secondo questa dottrina il Progresso, nella società umana, non è altro che il passaggio da uno stato primitivo in cui non vi è alcuna distinzione di funzioni sociali e lo stesso padre di famiglia è re, sacerdote, giudice, guerriero, a successivi stati in cui queste diverse funzioni si vengono distribuendo fra persone diverse; da uno stato primitivo in cui ciascun individuo è agricoltore, pittore, muratore, falegname, fabbro, sarto, fabbricatore d’armi, a successivi stati in cui il lavoro si specifica, si suddivide sempre più fra individui diversi. Quanto più complicata diventa la società umana, tanto più si moltiplicano gli effetti di una causa nuova che v’interviene a operare, com’è accaduto ad esempio per le invenzioni della stampa e della locomotiva che trasformarono il mondo civile mentre portate fra popolazioni selvagge non le avrebbero punto modificate. Tale dottrina è infaticabile a dimostrare come l’organismo sociale diventi sempre più armonico e perfetto a misura che si complica e lo vede complicarsi ogni giorno e sente la crescente gioia delle generazioni che avanzano. La sente così forte che qualche volta dai microscopi, dalle storte, dalle tabelle statistiche su cui si curva paziente indagatrice delle linee misteriose che le servono a [p. 212 modifica]determinare il cammino del passato, sorge repente, accesa come una musa, è predice vicino il tempo in cui gli uomini, conoscendo il numero, il peso, la misura di tutto il presente, potranno determinare il cammino del futuro per mezzo di calcoli esatti e sicuri come quelli che servono a prevedere il moto degli astri. Essi allora signoreggeranno la natura, loro schiava; e il dolore, per effetto di una benefica necessità, andrà scomparendo dalla terra. Tutto questo perchè l’evoluzione umana va dall’omogeneo all’eterogeneo! Un critico anarchico si leva e protesta: «no, non è vero, Facile a voi, signor Spencer, di filosofare così sulla comoda poltrona del vostro elegante studio al primo piano dove pare non vi siate mai accorto dell’inquilino che stenta nella soffitta. Alla vostra evoluzione sociale che va dall’omogeneo all’eterogeneo corrisponde una evoluzione dell’individuo in senso opposto. Quanto più si suddividono le funzioni sociali, tanto minore è il numero di quelle che l’individuo esercita ed egli è finalmente ridotto ad esercitarne una sola, le sue facoltà diventano inerti e si atrofizzano, meno una sola. Questo critico, fra parentesi, è un russo il quale forse non sa quanto a sproposito ragiona e come un cittadino infelice dell’Occidente possa essere a un punto consigliere comunale, consigliere provinciale, consigliere di [p. 213 modifica]una Banca, consigliere di un Club, fabbriciere di una parrocchia, giurato, socio di cinque o sei società di mutuo soccorso, membro di una commissione d’imposte, ufficiale della milizia territoriale. Ora, prosegue il critico che potrebbe pure chiamarsi legione, questo è contro lo sviluppo libero della personalità umana, è illegittima limitazione, è iniquo asservimento di lei, questo non è per la felicità degli uomini, è per la loro sventura. Semplificate l’organismo sociale invece di complicarlo se volete esser felici, abolite le divisioni e suddivisioni del lavoro, se volete restituire all’individuo umano la libertà, la dignità e la gioia di cui godeva quando ciascuno era proprio architetto e muratore, calzolaio e sarto, re e cameriere, cuoco e pontefice.

Non è questo! «esclama, in nome pure di chi soffre e vuol esser felice, un altro terribile critico della società umana». La divisione delle funzioni sociali e del lavoro è bella e buona ma porta con sè il pericolo di futuri conflitti perchè ciascuna classe sociale tende a esagerare l’importanza della funzione propria. Ora sono i sacerdoti, ora sono i soldati, ora sono gli operai, che vogliono imporsi alle altre classi. I conflitti consumano le energie che dovrebbero servire al progresso e la civiltà decade. Per questo perirono [p. 214 modifica]le grandi civiltà dell’Oriente e per questo perirà, se non si rimedia, la civiltà nostra. Essa ha già superato il suo culmine e declina e voi non ve ne accorgete perchè siamo ancora nelle prime ore dopo il meriggio. Il calore cresce tuttavia, ma guardate l’ombra! Essa torna indietro».

Allora chi ha posto per il primo la legge dell’evoluzione dal semplice al complesso riprende la parola, dimostra il carattere morale di quella sua legge che opera spontaneamente dovunque gli uomini si associano. Vedete, dice Spencer, un’allegra compagnia d’amici, che si accinge a far colazione sull’erba. Subito succede una spontanea divisione delle funzioni e del lavoro. Chi toglie le vivande dai canestri, chi stura le bottiglie, chi distribuisce le salviette, chi le posate e i bicchieri. Egli dimostra quindi come la legge sia scritta nella stessa natura degli individui umani tanto diversi fra loro nelle attitudini, a cominciare dalla distinzione dei sessi,

Ma intanto altre voci si son levate in gran parte discordi da queste. Hanno affermato per la prima volta che la intelligenza non è il principale fattore del progresso umano, che il progresso umano si avvera quando gl’individui sacrificano il loro interesse all’interesse della Società, che questo è il frutto della religione e della morale, che quindi l’elemento religioso e morale è il maggior fattore del Progresso. [p. 215 modifica]

Tutte queste dottrine riflettono qualche raggio del Vero; nessuna ne riflette il luminoso centro. Però la prima, quella di Spencer, oppone volontariamente al centro luminoso del Vero un opaco scudo per cui almeno ne appare disegnata sopra di lei la grande misteriosa ombra, simile all’ombra dell’impenetrabile Tato antico. Esposta la sua teoria del Progresso, Spencer confessa che non serve punto a conoscerne la intima causa, che la intima causa del Progresso sarà sempre inaccessibile alla ragione umana. Ecco l’opaco scudo ch’egli oppone volontariamente alla luce ed eccone disegnata l’ombra nell’affermazione della esistenza di una Causa prima movente le cose umane secondo tali ordini e leggi che le volgono al meglio per una benefica necessità. Io credo che se mi potessi fermare a lungo in quest’ombra con voi, gli occhi nostri, poco a poco, vi si abituerebbero e s’incomincierebbe a distinguervi contorni, albori fiochi che adesso non appariscono. Penso già vedere dove un poco di luce filtra.

Sta bene che l’organismo sociale va sempre diventando più complicato, ma se questo bastasse ad assicurare il Progresso, perchè sarebbero perite le civiltà dell’Oriente? Perchè la causa misteriosa del Progresso, inaccessibile a noi, le avrebbe lasciate cadere? Caddero, risponde Henry George, [p. 216 modifica]come cadrà la nostra, per i conflitti generati dalla divisione delle funzioni sociali e del lavoro. Ma la divisione delle funzioni sociali e del lavoro è un atto di fraternità, è uno strumento potente di cooperazione. Essa non fu spinta mai tant’oltre quanto nella civiltà presente e non è vero che la civiltà presente sia minacciata dal fato stesso che rovesciò e spense le antiche. Il grande, terribile conflitto che si disegna nella società presente non si combatte per disgregarla e distruggerla ma per istringerla in una ferrea unità. I grandi profeti ebrei, se rinascessero, non vaticinerebbero sibili di serpenti fra le rovine di Roma, ma sibili delle sirene a vapore regolatrici del lavoro e del riposo, dei pasti e dei sonni di un immenso alveare collettivista. La civiltà moderna non si perderà come le antiche perchè le genti moderne, a differenza delle antiche, hanno coscienza dei mali che le travagliano, dei pericoli che le minacciano. Le genti antiche affogarono nel godimento del fugace presente, immemori d’ogni altra cura; se i piaceri più effimeri son troppo cercati e senza freno anche adesso, il pensiero umano è però intento, come non lo fu mai, all’avvenire. Voi vi domandate se sarà felice o doloroso, il poeta lo saluta santo, milioni e milioni di uomini lavorano perchè, non importa in quale futuro secolo, trionfi una loro [p. 217 modifica]idea di felicità, a questi s’oppongono altri milioni di uomini perchè abbia il disopra una loro idea di giustizia, per salvare il diritto dei loro figli, dei loro nipoti, dei loro posteri più lontani alla proprietà. Uomini devoti alla scienza, spesso credenti in lei sola, convinti spesso che nella morte avranno interamente fine, lavorano, con fede di preparare alle generazioni venture gioia e gloria, un eroico lavoro. Ad ogni nuovo progresso scientifico la immaginazione nostra corre al futuro, a possibili applicazioni della scienza, a meraviglie nascoste nei secoli avvenire non mai sognate dai padri, nè, fino a quel momento, da noi. Questa subordinazione del presente all’avvenire, questo spirito di sacrificio, questa solidarietà con le generazioni venture ccstituiscono un intimo, potente fattore dell’avvenire stesso, di un avvenire nel quale tutto il nostro miglior presente s’infutura. È un fattore morale che si venne poco a poco elaborando nella società umana per l’azione di un principio morale nuovo, sconosciuto alle morte civilta dell’Oriente, fondato essenzialmente sulla unità e fraternità di tutte le generazioni umane e sulla subordinazione del presente all’avvenire. Esso imprime alla evoluzione umana un carattere di progresso morale visibile anche durante le grandi corruzioni dell’epoca nostra. Sì, ogni corruzione [p. 218 modifica]ha il carattere di un sacrificio dell’avvenire al presente e se mai come ora si fece l’opposto, dite pure, malgrado le corruzioni che fanno dolore e sdegno, malgrado l’affievolimento apparente delle credenze onde il progresso morale ebbe origine, dite, dite pure ch’esso esiste, che la società umana procede verso il Bene.

All’azione del fattore morale è inestricabilmente commista l’azione del fattore scientifico. L’esercizio della ricerca scientifica accumula forza morale e senza forza morale non si fa progredire la scienza. La scoperta dei raggi di Röntgen di cui s’intravvedono tante future applicazioni alla vita e la scoperta di un astro negli abissi del ciclo, di cui non se ne vede alcuna, reagiscono del pari sulla coscienza morale umana, producono l’identico effetto morale di esaltare nell’uomo l’ardore dell’indagine scientifica, perchè non vi è stimolo potente quanto il successo. Il valore dell’intelligenza cresce, cresce il valore del freno morale che Ia conserva e la esalta, si rinforza l’elemento superiore dell’essere umano, gli si sacrificano più largamente i godimenti dell’elemento inferiore, si lavora per l’avvenire con più ardente devozione, l’Umanità procede verso il Bene, e se talvolta sembra retrocedere, il suo cammino ha sempre almeno la figura di una spirale ascendente. [p. 219 modifica]

E la Causa di questo progresso che a Spencer pare inconoscibile, si rivela ogni giorno più. Come in un remotissimo avvenire comincieranno a specchiarsi torbidamente nell’oceano agitato e v’ingrandiranno ogni giorno gli astri della costellazione di Ercole, che attrae il nostro sistema, così ora ingrandisce ogni giorno nei flutti delle generazioni umane la immagine torbida di una Potenza che a sè le chiama e le avvicina. La forma di quest immagine ricorda il duplice comando dato agli uomini per loro legge suprema nel nome di un Essere infinito indicato ad essi come loro causa e lor fine. E in verità due fatti oggi appariscono sempre più evidenti nel moto umano. Il primo è il visibile ingrandimento dell’idea di Dio per opera indiretta della Scienza, la quale va togliendo ogni sostegno al vecchio concetto antropomorfico della Divinità. Il secondo è il visibile moltiplicarsi e stringersi dei vincoli che legano fra loro gli uomini. Manifestamente noi andiamo verso l’infinito Bene che vuole Sè riconosciuto nella Sua grandezza e noi stretti insieme; quantunque le ingiustizie consolidate nelle leggi e nelle consuetudini, gl’innumerevoli guai che affliggono ancora le nazioni più progredite, i lamenti di coloro che dovunque vedono rinascere, senza sosta, più intenso, il desiderio dalla soddisfazione sua, ci [p. 220 modifica]possano far dubitare del corso che prendono le cose umane.

Quest’ultimo argomento è la moneta più corrente con il conio del pessimismo. Il suo valore nominale è però superiore al reale. Il pessimismo afferma che il progresso invece di render paghi gli uomini li affligge di cupidità nuove e d’impazienze crucciose. Ebbene, la cupidità e le impazienze che procedono dal Progresso gli rendono alla lor volta l’impulso, come dentro certi motori a fuoco il colpo d’uno stantuffo genera scoppii che gli rendono movimento; onde la vicenda eterna dei desiderii che si accendono, si appagano e si riaccendono per appagarsi ancora incalza sempre più celere. Conosce poco gli uomini chi non intende come appunto questa vicenda, questo salire e scendere del desiderio, quando non avranno posa, saranno per la natura umana palpiti di vita e di gioia.

Qui lo scetticismo pessimista m’interrompe, mi dice che quand’anche il piacere delle soddisfazioni materiali vincesse la pena dei desiderii, resterebbero pur sempre i maggiori guai, la inquietudine morale vasta e profonda, le corruttrici bramosie di godimento che accompagnano il Progresso; e mi addita moltitudini correnti alla conquista della felicità dietro insegne dove ondeggia la formola [p. 221 modifica]incerta di una nuova distribuzione della ricchezza, mi chiede amaramente se quello sia l’avvenire a cui il Progresso ci porta. No, il socialismo è solamente una forza formidabile che si urta con altre nel vortice umano. No, nè l’acqua iraconda che scende a ruina la valle, nè la frana di macigni e di selve capovolte che trabocca dall’alto a romperle il corso, sanno che nel luogo del loro incontro una lama di acqua pura si alzerà con sorriso obbediente a rispecchiare il cielo pago e sereno. Nessuno può dire quale forma prenderà la società umana per il misto impulso degl’interessi materiali, dei sentimenti morali, delle credenze religiose, del progresso scientifico. La evoluzione sociale procede secondo leggi superiori alle passioni degl’individui, alla volontà dei Parlamenti e al potere dei Principi, verso uno stato che non sarà quello fantasticato dai socialisti perchè le loro dottrine, riponendo nella vita economica il principio della vita intellettuale e morale, capovolgono la verità, fanno all’elemento umano superiore la inutile offesa di una violenza impotente.

Quanto alle bramosie corruttrici di godimento, esse sono le febbri che regolarmente accompagnano lo sviluppo della società umana eliminando dal corpo sociale la infezione dell’egoismo che sacrifica l’avvenire al presente. Il carattere morale del [p. 222 modifica]Progresso ci splende nell’esame di queste febbri che hanno ucciso le antiche civiltà perchè non vi era in esse un principio religioso, vivente e vitale, di subordinazione del presente all’avvenire, e che non possono uccidere la civiltà moderna compenetrata di cristianesimo, ma la favoriscono indirettamente, distruggendo, eliminando i peggiori elementi sociali. Il processo loro, si fa sempre più rapido ed efficace. Mai non è stato rapido come adesso. Mai come ora la rovina economica dei gaudenti oziosi non è stata pronta; mai come ora non si è accumulato intorno ad essi, coperto o manifesto, il disprezzo. Ed è a credere che le scandalose, frequenti corruzioni della vita pubblica, con la loro radice di cupidigie private, affrettino l’opera delle forze progressive, cospirino con esse al rinnovamento morale di cui vanno diffondendo intorno a sè, con fiamme di sdegni e di fastidii, la sete impaziente.

Dunque il Progresso realmente accresce al genere umano il benessere e la coscienza del benessere nè lo avvia per questo a decadenza morale. Che le soddisfazioni materiali recate dal Progresso nulla conferiscano alla felicità dell’elemento umano superiore, lasciamolo dire a certi stoicismi falsi e a certi ascetismi non abbastanza ponderati. L’uomo più nobile, l’asceta più santo possono disprezzar [p. 223 modifica]per sè stessi il progresso del benessere materiale ma sarà per essi una gioia. che ne godano i loro fratelli. A ciascuno di voi è fiorita, per qualche conquista della scienza o per qualche fatica dell’industria, nelle persone che ama, questa pura gioia del benessere altrui. Fiorisce più larga e più intensa quanto è più largamente e più intensamente sentita la solidarietà umana, e il Progresso che la generò lavora senza posa a rinvigorire, a diffondere il sentimento della solidarietà umana, moltiplica nell’organismo sociale i nervi e le vene, le correnti d’interessi e d’idee che ne collegano insieme ogni parte, trasforma via via la necessità della lotta nella necessità della cooperazione e premendo le generazioni presenti con la cura dell’ avvenire, le congiunge idealmente alle ancora non nate.

La subordinazione del presente all’avvenire non è soltanto l’attuale fenomeno culminante del Progresso e una espressione vigorosa della solidarietà umana, è altresì nel fondo delle anime una perenne sorgente di felicità. Come rapida si dilegua la impronta di un raggio e di una immagine dalla lastra sensibile a cui non si fissò nell’ombra prima di ritornare alla luce, così sfuma veloce il godimento che si appaga del solo luminoso presente, e durevole è quello invece che nell’ore oscure [p. 224 modifica]attende un chiaro avvenire. Vedete gli apostoli della riforma sociale quanto lietamente sacrificano la loro quiete e talvolta pure la libertà loro per un sogno che affidano al futuro; vedete con quale entusiasmo faticano gli apostoli dell’idea scientifica per la speranza di un’éra luminosa in cui dalla terra e dal cielo sarà scomparso il mistero. Misurate nell’interno delle anime questi sentimenti, aggiungeteli, con un calcolo ideale, alla gioia del benessere altrui, al piacere che un rapido accrescersi degli agi continuamente ravviva, e negate, se vi è possibile, una scala ascendente delle soddisfazioni umane parallela all’ascensione del Progresso. Certo di fronte alle cifre ascendenti della gioia persistono paurose le cifre del dolore e l’istinto che move il ferito a guardarsi la piaga affligge gli occhi nostri a queste. Ma sono i deboli che troppo si guardano le ferite. Un infelice torpore li prende e prenderà noi se ci lasciamo affascinare dalla contemplazione del dolore e del male per modo da credere a un loro fatale progresso, quando invece è il progredire dell’ordine che rende sempre più tormentoso il disordine. Ci avveleneremo l’anima per lo sguardo, cadremo poco a poco nel dolore e nel male noi stessi; anche nel male, sì, perchè un’accidia triste ci avvolgerà nella sua ombra. [p. 225 modifica]

Invece chi mi ascolta più incredulo conceda che se si conformasse alla legge onde mi parve intravvedere il disegno nel tessuto dei fatti umani, se consacrasse affetti e opere al bene delle generazioni avvenire, qualunque fosse la sua fede, purchè intera, qualunque fosse il suo ideale, purchè di creduta e amata bellezza, ne avrebbe in premio una profonda e tenace felicità.

Ma qui una stridente risata di scherno mi suona in faccia, lo spettro velato di nero è ancora davanti a me. «Hai finito» mi dice «di promettere felicità? Ebbene, guardami, io sono la Morte, la tua, quella de’ tuoi, dei parenti, degli amici, di tutti. Io sono il Dolore che non si placa, io sono il Terrore che non si fuga. Ciò che hai promesso appartiene a me, poichè su tutto che tu chiami felicità e gioia io stendo la mia nera invincibile ombra. Devozione all’avvenire? E sia! L’avvenire sono io».

Permettetemi che gli risponda.

No, tu non sei l’avvenire. Tu non potresti gittare ombra sopra di noi se al di là della tua squallida figura non vi fosse una Luce. Dell’avvenire tu non altro sei che la scura porta, Le migliori gioie che io promisi non appartengono a te, sono inaccessibili all’ombra tua. Nell’uomo devoto alle generazioni venture l’ombra tua si [p. 226 modifica]trasforma in gloria; egli ti sfida e t’insulta. Il terrore che dici tu non lo sei. La scienza ti smentisce. La scienza proclama che senza di te la vita non avrebbe potuto ascendere dalle sue prime origini all’Uomo. La scienza ti pone a confronto del principio di continuità e di conservazione della energia, che protesta di non temerti. La scienza ci consiglia di ravvisare nell’intelletto umano il compimento di un lavoro immenso, durato centinaia di secoli; e noi ne argomentiamo un sublime destino dell’Uomo oltre la tomba. Se io penso a questo e alla forma di meravigliosa bellezza in cui una cara dolcissima fede vagheggia la Morte, mi balena, per le tue orride parole, che la Morte tu non sia veramente, ma un vano fantasma di paura umana; e davvero, mentre di questo ti accuso, tu sfumi sugli occhi miei.


  1. Il discorso fu tenuto alla Società per l’istituzione della donna, in Roma.