Ben Hur/Libro Secondo/Capitolo V

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Capitolo V

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CAPITOLO V.


Il giovane Israelita raccontò il suo colloquio con Messala, fermandosi specialmente sulle espressioni di scherno usate da costui contro gli Ebrei, i loro costumi e la loro vita.

Temendo di parlare, la madre ascoltò in silenzio. Giuda si era recato in Piazza del Mercato attratto dall’affetto per un suo compagno d’infanzia che egli credeva di trovare quale era cinque anni prima, quando egli era partito: aveva aveva all’opposto incontrato un uomo, che invece di ricordargli le risa ed i trastulli passati, gli aveva parlato del [p. 102 modifica]futuro, gli aveva fatto balenare alla mente la gloria dei conquistatori, le loro ricchezze, la loro potenza, e il visitatore era tornato a casa ferito nell’orgoglio, ma animato da una naturale ambizione; la madre, gelosa, lo intuì, e non sapendo quale piega potessero prendere le aspirazioni del figlio, s’intimorì subito. Se ella lo avesse distolto dalla fede dei suoi padri? Agli occhi di lei questa conseguenza apparve più terribile di tutte le altre. Non scorgeva che un solo mezzo per evitarla, e si accinse a questo compito con tutte le forze della sua intelligenza, acuite a tal punto dall’affetto, che, il suo dire, diventò quasi maschile nella foga, e, a momenti, assunse quasi l’ispirazione di un poeta.

— «Non v’è mai stato un popolo» — cominciò — «che non si sia creduto almeno pari a qualunque altro; mai una grande nazione che non si sia creduta massima fra tutte. Quando il Romano, guarda dall’alto in basso Israele non fa che ripetere la follìa dell’Egizio, dell’Assiro, del Macedone; e siccome Dio è dalla nostra parte, il risultato è sempre il medesimo.» —

La sua voce divenne più sicura.

— «Non vi è una legge che determini la superiorità dei popoli; quindi vana è la pretesa e inutili sono le dispute. Un popolo sorge; percorre il suo cammino, e muore o di morte naturale o per insidia di un altro che gli succede nella sua potenza, occupa il suo posto, e sopra i suoi monumenti scrive nomi nuovi; tale è la storia. Se dovessi esprimere simbolicamente Dio e l’uomo nella forma più semplice, io traccerei una linea retta ed un cerchio; e della linea direi: — «Questo è Dio, perchè egli solo procede diritto in eterno; e del cerchio: Questo è l’uomo: tale è il suo cammino.» — Io non intendo dire che non vi sia differenza fra la vita delle singole nazioni; non ve ne sono due che abbian vite compagne. Tuttavia la differenza non consiste, come alcuni sostengono, nell’ampiezza del cerchio che descrivono o nello spazio di terra che coprono, ma dall’altezza della sfera ove si compie il loro ambito, le più alte sfere essendo le più vicine a Dio.

Se ci fermassimo qui, o mio figlio, abbandoneremmo il tema della nostra conversazione senza averlo trattato. Continuiamo. Vi sono dei segni coi quali si misura l’altezza del cerchio che compie ogni nazione del quale dirò solo che è base a questi, paragoniamo l’Ebreo col Romano. La vita quotidiana del popolo è il più semplice di tali segni del [p. 103 modifica]quale dirò solo che Israele ha dunque talora dimenticato Dio, mentre il Romano non lo ha mai conosciuto; il paragone dunque non regge.

Il tuo amico, — il tuo amico d’una volta, — ci rimproverò — se bene intesi, — la mancanza di poeti, artisti e guerrieri; col che volle significare che noi non abbiamo avuto grandi uomini, un altro dei segni di cui parlo. Per comprendere bene questa accusa è necessario premettere una definizione. Un grande uomo, o mio figlio, è uno che nella sua vita dimostra di esser stato protetto, se non chiamato da Dio. Il Signore adoperò un Persiano per punire i nostri padri apostati, riducendoli in cattività; un altro Persiano fu eletto per ricondurre i loro figli in Terra Santa; più grande di entrambi, però, fu il Macedone per opera del quale fu vendicata la devastazione della Giudea e la rovina del Tempio. Lo speciale merito di questi uomini fu che ciascuno di loro fu scelto dal Signore per eseguire un disegno divino; nè scema la loro gloria pel fatto che furono pagani. Tieni presente questa definizione mentre procedo.

Vi è un’opinione, secondo la quale la guerra costituisce la più nobile occupazione dell’uomo, e che antepone la gloria dei campi di battaglia a tutte le altre. Non ti inganni questa comune opinione del mondo. E’ una legge che finchè vi sia qualche cosa che non intendiamo, noi dobbiamo adorarla. La preghiera del barbaro è un urlo di paura di fronte alla forza, la sola qualità divina che egli arriva chiaramente a concepire; d’onde la sua fede negli eroi. Che cosa è Giove se non un eroe Romano? La grande gloria dei Greci è d’aver posto pei primi l’Intelligenza sopra la Forza. In Atene l’oratore e il filosofo furono più venerati del guerriero. L’auriga e il corridore veloce sono ancora gli idoli dell’arena, ma le corone di semprevivi sono riserbate al più dolce cantore. Sette città si contesero l’onore di aver dato i natali ad un poeta. Ma l’Elleno non fu il primo a negare la vecchia fede barbarica. No, mio figlio; quella gloria è nostra: Dio si rivelò ai nostri padri; nella nostra religione l’urlo della paura ha ceduto il posto all’Osanna e al Salmo. Così l’Ebreo ed il Greco, alla testa dell’umanità, l’avrebbero condotta sempre più in alto ed avanti. Ma, ahimè! L’ordinamento del mondo poggia sulla guerra come sopra una condizione eterna. Perciò, sopra l’Intelligenza, e sopra Dio, il Romano ha innalzato il suo Cesare, la concentrazione di tutta la potenza conseguibile, la negazione di ogni altra grandezza.

[p. 104 modifica]L’impero dei Greci fu la primavera dell’ingegno. Quale schiera di pensatori l’Intelletto produceva in cambio della libertà che godeva! Ogni cosa ottima aveva la sua gloria, e in ogni cosa regnava una perfezione così assoluta che in tutto, tranne in guerra, il Romano, ha piegato la testa, e si è abbassato all’imitazione. Un Greco è ora il modello degli oratori nel Foro; ascolta, e in ogni canzone Romana intenderai il ritmo del Greco; se un Romano parla saggiamente di morale, di astrazioni, o di misteri della natura, o è un plagiario, o un discepolo di qualche scuola che ebbe un Greco a suo fondatore. In null’altro che nella guerra, lo ripeto, Roma può accampare pretese di originalità. I suoi giuochi e i suoi spettacoli sono invenzioni greche rese più feroci col sangue per appagare la ferocia della plebaglia; la sua religione, se così si può chiamare, è un centone a cui hanno contribuito le fedi di tutti i popoli; i suoi Dei più venerati sono quelli dell’Olimpo, — lo stesso Marte, lo stesso Giove che vantano tanto. Così avviene, o mio figlio, che solo in tutto il mondo il nostro Israele può lottare con la superiorità del Greco, e contendergli la palma dell’originalità dell’Intelletto.

L’egoismo del Romano è cieco, impenetrabile come la sua corazza, davanti alle buone qualità degli altri popoli. Oh, predoni spietati! Sotto l’urto dei loro talloni la terra trema come il grano battuto dalla grandine!

Noi siamo caduti insieme agli altri, — ahi, ch’io debba dirtelo, figliuol mio! — Essi si sono impadroniti delle nostre cariche più eccelse, occupano i luoghi più sacri, e chi ne prevede la fine? Ma, questo io so, — potranno ridurre la Giudea come una mandorla frantumata dai martelli, e divorare Gerusalemme, che ne è l’olio e la dolcezza; ma la gloria degli uomini di Israele rimarrà come un faro nei cieli, inarrivabile alle loro mani; perchè la nostra storia è la storia di Dio, che scrisse con le nostre mani, parlò con le nostre lingue, fonte suprema egli medesimo di tutto il bene che fu nostro; che visse con noi, legislatore sul Sinai, guida nel deserto, in guerra duce, Re nel governo; che nei momenti di dubbio sollevò le tende del padiglione lucente in cui dimora, e, come uomo che parli ad uomini, ci indicò il giusto e retto cammino della vita, e con solenni promesse ci avvinse a Lui con patti eterni. O mio figlio, può darsi che coloro con cui Jeova dimorò, terribile famigliare, non abbiano nulla appreso da Lui? Che nella loro vita e nelle loro azioni le comuni qualità [p. 105 modifica]degli uomini non siano state conservate in qualche modo e colorite dall’influenza divina? che il loro genio, anche dopo tanto lasso di secoli, non ritenga in sè qualche scintilla celeste?» —

Per qualche tempo il silenzio della stanza non fu rotto che dal fruscìo del ventaglio.

— «Nell’arte scultoria e della pittura, proseguì.» — — «Israele non ha avuto cultori.» —

La confessione era fatta con rammarico, perchè dobbiamo ricordare che essa apparteneva alla setta dei Sadduei, la fede dei quali, a differenza di quella dei Farisei, permetteva l’amore per il bello in tutte le sue forme e manifestazioni, indipendentemente dalle sue origini.

— «Pure, chi non vuol condannarci ingiustamente.» continuò, «non deve dimenticare che l’abilità delle nostre dita fu contenuta dal divieto: «Tu non farai per te alcuna figura scolpita, o la immagine di chicchessia,» il che i Sopherim malvagiamente estesero oltre lo spirito della disposizione. E neppure dobbiamo dimenticare che molto tempo prima che Dedalo apparisse nell’Attica e con le sue immagini di legno trasformasse la scoltura in modo da rendere possibili le scuole di Corinto e di Egina e i trionfi del Pecile e del Campidoglio, molto tempo prima di Dedalo, dico, due Israeliti, Bezaleel ed Aholiab, i mastriartefici del primo tabernacolo, rinomati per la loro perizia in tutti i rami dell’arte, foggiarono i cherubini che troneggiavano sopra l’arca. D’oro battuto, non cesellato, erano fatte quelle statue, divine insieme ed umane nell’aspetto. «Ed esse stenderanno le loro ali dall’alto.... e i loro volti si guarderanno....» Chi nega che fossero bellissime? o che non fossero le prime statue?» —

— «Ora comprendo perchè i Greci ci hanno sorpassato,» — disse Giuda, con profondo interesse.» — E l’Arca? Maledetti siano i Babilonesi che l’hanno distrutta!» —

— «Non dir così, Giuda; sii credente. Non fu distrutta, solo andò perduta, nascosta troppo bene in qualche caverna nei monti. Un giorno, — Hillele e Sciammai lo assicurano entrambi, — un giorno, quando il Signore vorrà, sarà trovata, ed Israele danzerà davanti ad essa, cantando come nei tempi andati. E quelli che allora guarderanno in volto i cherubini d’oro, quantunque si siano già beati dell’aspetto della marmorea Minerva, saranno pronti a baciare la mano dell’Ebreo, per amore del suo genio sopito pel corso di tante migliaia d’anni.» —

[p. 106 modifica]La madre, trasportata da varie passioni, aveva parlato con la foga e la veemenza di un oratore; ed ora, per riposarsi, e ricuperare il filo dei suoi pensieri, fece una breve pausa.

— «Tu sei tanto buona, o mia madre,» — egli disse con riconoscenza, — «che, non mi stancherò mai di ripetertelo. Nè Sciammai, nè Hillele avrebbero potuto parlar meglio. Io sono ritornato un vero figlio di Israele.» —

— «Adulatore!» — esclamò. Tu non sai che io non ho fatto che ripetere gli argomenti che intesi esporre da Hillele in una conversazione che egli ebbe in mia presenza con un sofista di Roma.» —

— «Ma almeno la foga della parola era tua.» —

Essa riprese:

— «Dove eravamo? Ah sì! Rivendicavo ai nostri padri Ebrei la gloria di aver costruito le prime statue. Ma l’abilità dello scultore, o mio Giuda, non esaurisce l’arte, come l’arte non è che una parziale estrinsecazione della grandezza.

Io m’immagino la processione dei grandi uomini discendere la scalea dei secoli, divisi in gruppi a seconda delle nazionalità. Qui gli Indiani, là gli Egizii, più in là gli Assiri. Li accompagna il suono di fanfare; stendardi sventolano sopra i loro capi. A destra e sinistra, spettatrici riverenti, stanno le innumere generazioni. Mentre avanzano, mi par d’intendere il Greco esclamare: — «Largo! Alla testa di tutti vengono gli Elleni!» — E il Romano protesta: — «Silenzio! il posto che fu tuo ora è mio; vi abbiamo lasciato indietro come la polvere che calcammo sotto i piedi!» —

E durante tutto questo tempo, dalla coda della processione al principio di essa, perdentesi nel lontano futuro, splende una luce sconosciuta al cuore dei contendenti, ma che li guida e li spinge eternamente: la luce della Rivelazione. E chi sono i lampadofori? Ah, il vecchio sangue Giudeo! Come esso brulica e fermenta al solo pensarvi! Per questa luce vi riconosciamo, o tre volte benedetti, padri della nostra stirpe, servi del Signore, custodi dei patti! Voi siete i duci dell’umanità, morta e vivente. Vostra è l’avanguardia: e quand’anche ogni Romano fosse per Cesare, non la perderete!» —

Giuda era profondamente commosso.

— «Non arrestarti, ti prego. Io odo la musica dei tamburelli. Attendo Miriam e le donne che seguirono il suo canto e la sua danza!» —

[p. 107 modifica]Essa rientrò in perfetta padronanza di sè e con prontezza di spirito seppe approfittare della commozione del giovine.

— «Sta bene, mio figlio. Se tu senti il tamburello della profetessa, puoi fare ciò che ti domando. Immagina di trovarti con me al ciglio della strada per cui passano gli eletti di Israele alla testa della processione. Ecco che avanzano, — prima i patriarchi, poi i padri della tribù. Mi par quasi d’intendere il tinnire dei sonagli dei loro cammelli e il muggito degli armenti. Chi è quegli che cammina da solo fra le schiere? Un vegliardo, ma dallo sguardo limpido, dall’andatura franca. Egli vide il Signore faccia a faccia! Guerriero, poeta, oratore, legislatore, profeta, la sua grandezza è come quella del sole in sul mattino, che col suo splendore offusca tutte le altre faci, anche quella del primo e più illustre dei Cesari. Dopo di lui i giudici. Quindi i Re, — il figlio di Jesse, l’eroe nei combattimenti, il cantore di carmi imperituri come la canzone del mare; e suo figlio, che, avanzando tutti gli altri principi in ricchezza e sapienza, e mutando il deserto in fertili campi e floride città, non si dimenticavano di questa Gerusalemme che il Signore elesse per sua sede terrena. Piega il capo, mio figlio! Questi che vengono sono i primi e gli ultimi della loro razza.

I loro visi sono rivolti in alto, quasi intendessero una voce dal Cielo e stessero in ascolto. La loro vita fu piena di afflizioni. Le loro vesti esalano il tanfo della tomba e della caverna.

Una donna parla fra di essi. — «Esaltate la gloria del Signore, perchè suo è il trionfo!» — China la fronte nella polvere davanti a loro!

I principi impallidirono al loro appressarsi, le nazioni tremarono al suono della loro voce e gli elementi divennero loro docili servitori e flessibili stromenti. Nelle loro mani recavano ogni bene ed ogni male. Vedi il Tisbita e il suo servitore Elia! Vedi il mesto figliuolo di Hilkiah, e lui, il Reggente di Chebar! E dei tre figli di Giuda che ripudiarono l’immagine del Babilonese, vedi Colui, che, alla cena dei mille capitani, confuse gli astrologhi! E più in là, — o mio figlio, bacia nuovamente la polvere! — Ecco il cortese figlio di Amoz, dalle cui labbra uscì la promessa del Messia venturo!» —

Mentre parlava, il ventaglio si agitava violentemente; adesso si arrestò, ed ella, abbassando la voce:

[p. 108 modifica]— «Tu sei stanco,» — disse.

— «No» — egli rispose. — «Stavo ascoltando una nuova canzone di Israele.» —

La madre, desiderosa di raggiungere il suo intento, lasciò cadere, come se le tornasse inosservato, il complimento.

— «Come meglio ho potuto, o Giuda, ho fatto passare innanzi ai tuoi occhi i grandi uomini della nostra nazione, — patriarchi, legislatori, guerrieri, poeti, reggenti. Ora veniamo a Roma. A Mosè contrapponi Cesare; a Davide, Tarquinio; Siila ai Maccabei; ai migliori fra i consoli i giudici; ad Augusto, Salomone, e avrai finito; il paragone cessa a questo punto. Ma pensa ai profeti — grandi fra i grandi!» —

Rise sdegnosamente.

— «Scusami. Mi venne in mente quell’indovino, che ammonì Caio Giulio contro gli Idi di Marzo, ed ebbe il presagio cercando nelle viscere dei polli gli auspici che il suo padrone sprezzava. Pensa invece ad Elia seduto sulla vetta della collina che fronteggia la strada di Samaria, in mezzo ai corpi fumanti di capitani e soldati, nell’atto d’ammonire il figlio di Ahab, predicendogli l’ira di Dio. Finalmente, o mio Giuda, se un tale paragone è lecito — come giudicheremo Jeova e Giove se non dagli atti dei loro fedeli? Quanto al tuo avvenire, mio figlio...» —

La sua voce ebbe un tremito e le parole uscivano, a stento, dalle sue labbra:

— Quanto al tuo avvenire, mio figlio, servi Iddio, il Signore Iddio d’Israele, non Roma. Per un figlio di Abramo non vi ha gloria se non sul cammino di Dio....» —

— «Potrò dunque andare soldato?» — chiese Giuda.

— «Perchè no? Mosè non chiamò il Signore: «Dio delle armi?» —

Seguì un lungo silenzio.

— «Hai il mio permesso, — «essa disse finalmente» — purchè tu serva il Signore, e non Cesare.» —

Egli fu soddisfatto della condizione impostagli, e, dopo un poco, si addormentò. Allora essa si alzò, gli mise un cuscino sotto la testa, e, copertolo con uno scialle, lo baciò teneramente, ed uscì.