Ben Hur/Libro Secondo/Capitolo VI

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Capitolo VI

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CAPITOLO VI.


L’uomo probo, come il malvagio, deve morire; ma sicuri nei dettami della nostra fede, noi diciamo di lui: — «Non importa, aprirà gli occhi in Cielo.» — Affine a questo risveglio è in questa vita il destarsi da un sonno salutare alla piena coscienza!

Quando Giuda si svegliò, il sole era già alto sulle montagne; i piccioni volavano a stormi per l’aria, con le ali bianche, aperte e tese; e, verso oriente, egli vide il Tempio, monumento d’oro in risalto coll’azzurro del cielo. Ma questi essendo oggetti famigliari ai suoi occhi, non ricevettero da lui che un rapido sguardo.

Sulla sponda del divano una fanciulla appena quindicenne sedeva, accompagnando il canto al suono di un nebel, appoggiato sopra le ginocchia, e che essa toccava con grazia. A lei si volse, ascoltando, e questo è quanto udì:



Non ti svegliare, ascoltami,
E sopra i flutti azzurri
Manda il tuo spirto a me;
Con placidi sussurri
Viene il corteo dei sogni
A ragionar con te.

Tu scegli il più bel sogno
Di quanti il paradiso
Dischiude oggi per te;
Scegli, e mi dica, cara.
Mi dica il tuo sorriso
Che in sogno pensi a me.




Essa depose l’istrumento, e, piegando le sue mani sopra le ginocchia, aspettò ch’egli parlasse. Noi approfitteremo di questo momento per aggiungere alcuni particolari intorno alla famiglia, nella vita domestica della quale siamo penetrati.

I favori di Erode avevano accumulato, nelle mani di alcuni, vastissimi beni. Quando a queste sostanze si aggiungeva una nobiltà di lignaggio, la discendenza per esempio da qualche famoso capo tribù, il felice individuo, nelle cui mani le ricchezze si concentravano, era reputato Principe di Gerusalemme, distinzione che gli meritava l’omaggio dei [p. 110 modifica]suoi compaesani più poveri, e il rispetto, se non altro, di quei Gentili, coi quali gli affari o le funzioni sociali lo mettevano in contatto. In questa classe nessuno s’era, nella vita pubblica e privata, guadagnata più alta stima del padre del giovanetto di cui abbiam seguito i passi. Pur serbando vivo il ricordo della sua nazionalità, egli aveva fedelmente servito il suo Re in patria e all’estero. I suoi doveri lo condussero qualche volta a Roma, dove la sua condotta gli attirò l’attenzione di Augusto, che gli concesse intera la sua amicizia. La casa era piena di testimonianze di questi favori regali; toghe di porpora, scranni d’avorio, paterae d’oro, pregevoli sopra tutto perchè provenienti dall’imperatore. Un uomo siffatto non poteva che essere ricco; ma la sua ricchezza non derivava interamente dalla generosità dei suoi reali protettori. Egli aveva obbedito la legge che gli prescriveva di abbracciare una professione, ma invece di una, ne seguì parecchie. Centinaia di pastori che curavano gli armenti sulle pianure e sui colli, fino alle lontane falde del Libano, lo chiamavano padrone. Nelle città e nei porti di mare aveva fondato case commerciali; le sue navi gli recavano l’argento della Spagna, che allora possedeva le più ricche miniere conosciute; mentre, le sue carovane, arrivavano due volte all’anno dall’oriente, cariche di sete e di droghe. Egli era un Ebreo in tutto il significato della parola, ossequioso della legge e dei riti; fedele al suo posto nella Sinagoga e nel Tempio, profondamente versato nelle sacre Scritture. Si compiaceva della compagnia dei dotti, e la sua ammirazione per Hillele confinava con l’adorazione. Non di meno non era affatto separatista; la sua ospitalità accoglieva stranieri di ogni terra, e i bigotti Farisei lo accusavano di avere più volte invitato a cena dei Samaritani. Se fosse stato un pagano, e fosse vissuto più a lungo, il mondo avrebbe forse udito parlare di lui come del rivale di Erode Attico; invece egli morì in mare, dieci anni prima del secondo periodo del nostro racconto, nel fiore dell’età, con dolore di tutta la Giudea. Conosciamo già due membri della sua famiglia, la vedova e il figlio: non rimane che a conoscer la figlia, la giovinetta che abbiamo udito cantare al letto del fratello.

Essa aveva nome Tirzah, e, nel vedere quei due l’uno accanto all’altro, si comprendeva come fossero fratelli. Le sembianze della giovinetta avevano la regolarità di quelli di Giuda e denotavano il tipo ebraico, possedendo inoltre il medesimo fascino dell’ingenuità dell’espressione, propria [p. 111 modifica]ai giovani. La vita casalinga e la semplicità dei costumi ebraici, permettevano un’abbigliamento confidenziale come quello in cui ora appariva. Una camicetta, che era abbottonata sullla spalla destra e passava sotto il braccio sinistro, celava a mezzo il busto, mentre lasciava nude le braccia. Una cintura raccoglieva le pieghe della veste, indicando il principio della sottana. L’acconciatura del capo era semplice e graziosa: un berretto di seta di Tiro, e, sopra ad esso un velo, della medesima stoffa, multicolore, stupendamente ricamato e disposto in tenui pieghe così da porre in rilievo la forma del capo, senza renderla goffa; il tutto terminato da un fiocco pendente dalla cima del berretto. Portava anelli alle dita e alle orecchie, braccialetti d’oro ai polsi e alle caviglie; e, intorno al suo collo, pendeva una collana d’oro con una rete curiosa di catenelle da cui pendevano ciondoli di perle. Gli orli delle ciglia erano dipinte come pure le estremità delle dita. I capelli cadevano in lunghe treccie sopra le spalle, mentre due riccioli scendevano su ciascuna gota a coprire le orecchie. In complesso, una creatura di sorprendente grazia, eleganza e bellezza.

— «Gentilissima, mia Tirzah» — disse Giuda guardandola.

— «Chi è gentile? La canzone?» — chiese quella.

— «Sì, e anche la cantatrice. Il concetto è greco. Dove l’hai imparata?

— «Ti ricordi quel Greco che cantò in teatro il mese scorso? Dicevano che era stato cantante alla corte di Erode e di sua sorella Salomè. Sai, venne proprio dopo i lottatori, e il teatro risuonava di clamori. Alla prima nota si fece un così profondo silenzio, che potei udire ogni parola. Ecco come ho potuto imparare la canzone.» —

— «Ma egli cantava in greco.» —

— «Ed io la canto in ebraico.» —

— «Oh! oh! Io sono orgoglioso della mia sorellina. Ne sai delle altre?» —

— «Molte, ma adesso non ce ne occupiamo. Amrah mi manda a te per dirti che ti porterà la colazione e che non è necessario che tu discenda. Deve essere qui a momenti. Essa ti crede ammalato, dice che una terribile disgrazia ti è capitata ieri. Che cos’è stato? Dimmelo, ed io aiuterò Amrah a curarti. Essa conosce tutti i farmaci degli Egizi, che furono sempre degli stupidi; ma io ho molte ricette degli Arabi, i quali....» —

[p. 112 modifica]— «Sono ancora più stupidi degli Egizi» — osservò egli, crollando il capo.

— «Credi? Sta bene, allora,» — replicò essa, avvicinando la mano all’orecchia sinistra. — «non ce ne occuperemo. Io ho qui qualche cosa di meglio e di più sicuro, l’amuleto, che, molti anni fa, quanti non ricordo, un mago persiano diede alla nostra gente. Guarda, l’iscrizione è quasi cancellata.» —

Gli porse l’orecchino, che egli prese, e le restituì ridendo.

— «Fossi anche moribondo, o mia Tirzah, non potrei adoperare l’amuleto. E’ una reliquia pagana, vietata ad ogni figlia o figlio d’Abramo. Prendilo, ma non portarlo più.» —

— «Vietato? Baie! Ho veduto la madre di nostro padre portarlo tutte le domeniche di sua vita. Ha guarite non so quante persone, ma certo più di tre. E’ stato approvato, vedine il segno, dai Rabbini.» —

— «Io non ho fede negli amuleti.» —

Essa alzò gli occhi meravigliati sul viso del fratello.

— «Che cosa direbbe Amrah?» —

— «Il padre e la madre di Amrah credevano nei rimedi e nei sortilegi.» —

— «E Gamaliele?» —

— «Egli le chiama maledette invenzioni di miscredenti.» —

Tirzah guardò l’anello dubbiosamente.

— «Che cosa devo farne?» —

— «Portalo, sorellina. Accresce la tua bellezza, quantunque credo che tu non ne abbia bisogno.» —

Soddisfatta, ritornò l’amuleto all’orecchio proprio nel momento in cui Amrah entrò nella stanza recando il vassoio col catino, coll’acqua e coll’asciugamano.

Non essendo Giuda un Fariseo, le abluzioni furono semplici e brevi. La schiava uscì e Tirzah si accinse ad acconciargli i capelli, tirando fuori di tanto in tanto un piccolo specchio metallico che portava alla cintura, alla foggia delle donne ebraiche, e porgendoglielo affinchè egli si accertasse della maestria con cui procedeva nell’artistico lavoro. Frattanto la conversazione non languiva.

— «Che cosa ne dici, Tirzah? Io parto.» —

Essa lasciò cadere le mani per lo stupore.

— «Parti? Quando? Dove? Perchè?» —

Egli rise,

— «Quante domande in una volta sola! come sei curiosa!» — Poi facendosi più serio: — «Tu conosci la [p. 113 modifica]legge; essa prescrive a ciascuno una professione. Nostro padre ce ne fornì l’esempio. Tu stessa mi disprezzeresti se io consumassi nell’ozio quanto la sua industria e la sua sapienza accumularono. Vado a Roma..» —

— «Oh, voglio venir con te!» —

— «Tu devi tener compagnia alla mamma. Se la lasciassimo entrambi, ne morrebbe.» —

Il volto di Tirzah impallidì.

— «Ah sì, ma tu? è proprio necessario che tu vada? Anche qui in Gerusalemme puoi trovare tutto quanto è necessario per diventar commerciante, se è questo il tuo ideale.» —

— «Io non penso a questo. La legge non richiede che il figlio segua la professione del padre.» —

— «Che altro vuoi diventare?» —

— «Soldato!» — rispose egli con una certa fierezza.

— «Ma ti uccideranno!» —

— «Sia, se tale è la volontà di Dio. Ma, Tirzah, tutti i soldati non muoiono uccisi!» —

Essa gli gettò le braccia al collo come per trattenerlo:

— «Siamo tanto felici! Resta a casa, fratello!» —

— «La casa non rimarrà sempre così. Tu stessa la abbandonerai fra breve.» —

— «Mai!» —

Egli sorrise della violenza colla quale eran state pronunciate le sue parole.

— «Uno di questi giorni verrà un principe di Giuda o di qualche altra tribù a chiedere la mia Tirzah, e la porterà con sè, a illuminare col suo sorriso un’altra casa. Che sarà allora di me?» —

Essa rispose con un sorriso.

— «La guerra è un mestiere» — egli continuò. — «Per impararlo bene bisogna andare a scuola, e la migliore delle scuole è un accampamento romano.» —

— «Vuoi combattere per Roma?» — chiese Tirzah spaventata.

— «Anche tu, così giovane, lo temi? Tutto il mondo dunque la odia! Sì, mia Tirzah, voglio combattere per essa, purchè in compenso mi insegni un giorno come combattere contro di lei.» —

— «Quando partirai?» —

In quella si udirono i passi di Amrah che ritornava.

— «Sst!» — fece egli — «Non farle saper nulla.» —

[p. 114 modifica]La schiava fedele recava la colazione che depose sopra uno sgabello. Poi attese coll’asciugamano sulle braccia.

Essi immersero le dita in una ciotola e le stavano sciacquando, quando un rumore li colpi. Stettero in ascolto ed intesero i suoni d’una musica militare proveniente dalla strada che fronteggiava il lato settentrionale della casa.

— «Sono soldati del Pretorio! Voglio vederli!» — egli gridò, balzando dal divano e correndo verso l’uscio. In un attimo si trovò chino sopra il parapetto di tegole che fronteggiava il tetto, così intento nello spettacolo da non accorgersi della presenza di Tirzah, che lo aveva seguito, ed ora stava al suo fianco.

Dal punto dove si trovavano si godeva un’ampia vista di tetti e di comignoli, spingentisi fin sotto alla mole irregolare della Torre di Antonia, la quale, come abbiamo già osservato, serviva di cittadella alla guarnigione ed era sede del governatore. La strada, larga non più di dieci piedi, era attraversata da ponti, quali coperti, quali no, è questi cominciavano ad affollarsi di uomini, donne e fanciulli, allettati dalla musica. Adoperiamo questa parola, quantunque non sia la più propria. Era piuttosto un clamore confuso di fanfare, misto alle note più acute dei litui, tanto cari ai soldati.

La processione si avvicinava alla casa degli Hur. Dapprima un’avanguardia di fanteria leggiera, in maggioranza arcieri e frombolieri, marcianti a larghi intervalli fra le file; quindi un corpo di legionari pesantemente armati, con larghi scudi, ed hastae longae, o giavellotti identici a quelli usati nella lotta davanti a Troia. Poi i suonatori; poi un ufficiale a cavallo, alla testa di un gruppo di cavalieri; dopo di lui ancora fanteria pesante, marciante in fila serrate e prolungantesi a perdita d’occhio.

Le membra abbronzate degli uomini; il movimento cadenzato degli scudi, ondeggianti da destra a sinistra; lo scintillìo delle squame, delle fibbie, delle corazze, degli elmi, perfettamente politi; le piume sventolanti sopra i cimieri; la selva di insegne e di picche serrate; il portamento, grave insieme e vigile; l’unità quasi meccanica dell’intera massa, fecero una profonda impressione sopra Giuda. Due oggetti attirarono specialmente la sua attenzione.

Anzitutto l’aquila della prima legione, un’immagine dorata sopra un’asta, con le ali ripiegate sopra il capo. Egli sapeva che, tratta dall’arsenale nella torre, era stata ricevuta con onori divini.

[p. 115 modifica]Poi l’ufficiale che cavalcava da solo in testa alla colonna. Aveva un’armatura che lo rivestiva tutto ed aveva solo il capo scoperto. Al fianco destro gli pendeva una corta spada, mentre, in mano, teneva un bastone di comando, che sembrava un rotolo di carta bianca. Invece di seder sulla sella sedeva su un pezzo di stoffa purpurea, la quale, insieme ai finimenti terminanti con un morso dorato e le redini di seta gialla con fiocchi, completava la bardatura del cavallo.

Già, da lontano. Giuda potè osservare che la presenza di quest’uomo metteva un grande fermento negli spettatori. Si chinavano sopra i parapetti o si rizzavano in piedi audacemente, tendendo i pugni contro di lui; lo eseguivano con urla e strida; gli sputavano sopra dai ponti e dalle finestre; le donne gli lanciavano addosso fino i loro sandali, talora colpendolo. Quando si avvicinò le grida si fecero distinte: — «Ladro, tiranno, cane di un Romano! Abbasso Ismaele! Rendici il nostro Hannas!» —

Giuda osservò che, come era naturale, l’uomo così apostrofato, non condivideva l’indifferenza superbamente affettata dai soldati; il suo volto era oscuro e imbronciato, e gli sguardi che lanciava tratto tratto ai suoi persecutori erano pieni di minaccia. I più timidi si ritraevano spaventati.

Il giovane conosceva la costumanza iniziata dal primo Cesare, secondo la quale i generali supremi, per indicare il loro rango, ornavano il capo di un solo ramo d’alloro. Da ciò riconobbe l’ufficiale: Valerio Grato, il Nuovo Procuratore della Giudea!

A dire il vero, il Romano, procedente sotto questo infuriare collerico non provocato, godeva la simpatia del giovane Ebreo; così, quando egli voltò l’angolo della casa, Giuda protese il suo corpo ancora di più sopra il parapetto per vederlo passare, e, in quell’atto, appoggiò una mano sopra una tegola da lungo tempo spaccata. Sotto il peso del suo corpo, il pezzo esterno si distaccò e cadde. Un brivido di terrore pervase il giovane. Cercò di afferrare la tegola. In apparenza l’atto aveva l’aria di chi gettasse qualche cosa. Lo sforzo fallì, anzi servì ad accrescere veemenza al coccio. Giuda ruppe in un grido altissimo. I soldati della guardia alzarono il capo. Lo stesso fece l’ufficiale, e, in quella, il coccio lo colpì, ed egli cadde, come morto, di sella.

La coorte si fermò; le guardie balzarono da cavallo, e si affrettarono a coprire il loro duce con gli scudi. D’altra [p. 116 modifica]parte il popolo, testimone dell’atto, non dubitando un istante che il colpo fosse meditato, applaudiva calorosamente il giovane, che, chino ancora sul parapetto, bersaglio a migliaia di occhi, rimaneva immobile, come inebetito, mentre le conseguenze della sua azione involontaria gli balenavano davanti al cervello con terribile evidenza.

Uno spirito di rivolta corse con incredibile rapidità di tetto in tetto per tutta la lunghezza della strada, e invase indistintamente tutto il popolo.

Furono smantellati i parapetti, strappate le tegole e le piastrelle di terra cotta che coprivano i tetti, e una grandine di proiettili discese sopra i legionari sottostanti. Ne seguì una battaglia, nella quale, naturalmente, prevalsero la disciplina e le armi della truppa. Sorvoliamo la lotta, la strage, l’abilità dall’una parte, la disperazione e il coraggio dall’altra, inutili al nostro racconto. Osserviamo piuttosto l’infelice autore di tutto questo male.

Egli si ritrasse dal parapetto, pallido come un morto.

— «O Tirzah, Tirzah, che avverrà di noi?» —

Ella non aveva veduto l’incidente, ma con le orecchie intente alle grida e al clamore seguiva con l’occhio la pazza attività della gente sui tetti.

Sapeva che qualche cosa di terribile avveniva, ma ingnorava chi ne era stata la causa o in che modo la disgrazia potesse toccare i suoi cari.

— «Che cosa è stato? Che cosa significa?» — chiese, presa da subito terrore.

— «Ho ucciso il governatore Romano. La tegola gli è caduta addosso.» —

Il volto di lei sì fece color cenere. Gli gettò le braccia al collo e lo fissò, senza dir parola, negli occhi. I timori di lui erano passati, in lei, ma il veder Tirzah atterrita infuse coraggio in Giuda.

— «Non l’ho fatto a bella posta, Tirzah — è stato un un accidente.» — egli disse con più calma.

— «Che cosa faranno?» — chiese la giovinetta.

Egli si chinò nuovamente e guardò il tumulto crescente nella via pensando alla faccia imbronciata di Grato. Se non fosse morto, quale vendetta sarebbe stata la sua? E, se fosse morto, a quali estremità la furia e la violenza del popolo non spingerebbe i legionari? Guardò giù nella strada e vide le guardie che aiutavano a rimettere il Romano a cavallo.

[p. 117 modifica]— «Egli vìve, egli vive, Tirzah! Benedetto sia il Signore Iddio dei nostri padri!» —

Con questo grido, e rasserenato in volto, si ritrasse e rispose alle domande di lei.

— «Non temere, Tirzah. Gli spiegherò come avvenne; si ricorderà di nostro padre e dei suoi servigi, e non ci farà del male.» —

Stava conducendola verso il padiglione, quando il tetto tremò sotto i loro piedi, e udirono un fracasso come di legna spaccata, seguito da grida di sorpresa e di agonia, provenienti dal cortile sottostante. Si arrestarono e stettero in ascolto. Le grida furono ripetute; poi intesero lo stropiccìo di molti piedi, e il suono di voce iraconde mescolate ad altre come di preghiera; poi urli di donne prese da pazzo terrore. I soldati avevano sfondata la porta settentrionale e si erano impradroniti della casa.

L’affanno che coglie una belva inseguita lo prese. Il primo impulso fu di fuggire; ma dove? Solò le ali lo avrebbero salvato. Tirzah, cogli occhi dilatati dalla paura, lo afferrò per il braccio e gli chiese:

— «O Giuda, che avviene?» —

I servitori venivano ammazzati — e sua madre? Non era quella la sua voce? con tutta la forza di volontà che gli rimaneva, Giuda esclamò: — «Fermati qui, Tirzah. Io vado a vedere che cosa succede laggiù, e poi tornerò da te.» —

La sua voce tremava. Essa gli sì avvicinò di più.

Alto, stridiilo, non più opera della sua fantasia, sorse il grido di sua madre. Egli non esitò più a lungo:

— «Vieni, andiamo insieme!» —

Il terrazzo ai piedi della scala era gremito di soldati. Altri soldati, con le spade sguainate frugavano nelle stanze. Un gruppo di donne inginocchiate piangeva in un angolo. In disparte, una donna, con le vesti stracciate, i capelli in disordine, si dibatteva fra le braccia di un soldato che stentava a trattenerla. Le sue grida erano più acute di tutte, ed erano pervenute fin sopra il tetto. Giuda sì slanciò verso di essa. — «Madre, Madre!» — gridò. Essa gli stese le braccia, ma quando stava quasi per toccarla, egli fu allacciato da due braccia robuste e respinto da lei. Una voce disse:

— «E’ lui!» —

Giuda guardò, e vide.... Messala!

[p. 118 modifica]— «Che! l’assassino quello?» — esclamò un uomo di alta statura, a giudicarsi dall’armatura un legionario.

— «Ma se è un ragazzo!» —

— «O Dei!» — replicò Messala col solito tono affettato — «Che cosa direbbe Seneca a questa nuova teoria che un uomo debba esser vecchio prima di odiare ed uccidere? Voi lo tenete; questa è sua madre, e quella sua sorella. Avete tutta la famiglia.» —

Per amore d’essi Giuda dimenticò la sua disputa.

— «Aiutali, o mio Messala! Rammenta la nostra infanzia, e aiutali. Io, Giuda, ti prego.» —

Messala gli voltò le spalle.

— «Io non posso servirvi più oltre» — disse all’ufficiale. C’è da divertirsi di più là abbasso. Eros è morto, evviva Marte!» —

Con queste parole sparì. Giuda lo comprese, e nell’amarezza dell’anima sua pregò il Cielo:

— «Nell’ora della tua vendetta, o Signore, sia mia la mano che lo colpisca.» —

Con grande sforzo si avvicinò all’ufficiale.

— «O signore quella donna è mia madre. Risparmiatela, risparmiate mia sorella. Dio è giusto e compenserà la vostra pietà.» —

L’ufficiale sembrò commuoversi.

— «Conducete le donne alla Torre» — esclamò — «ma non fate loro del male. Voi ne rispondete». Poi voltosi a quelli che tenevano Giuda: — «Legategli i polsi colle corde. Il castigarlo è serbato ad altri.» —

La madre fu condotta via. La piccola Tirzah, nelle sue vesti di casa, stupita pel terrore, accompagnò passivamente i suoi custodi. Giuda gettò ad esse un ultimo sguardo, e coprì gli occhi con le mani, come per imprimersi indelebilmente quella scena nel cervello. Forse pianse, ma nessuno vide le lacrime.

Una metamorfosi avveniva in lui. Il lettore che avrà studiato con attenzione queste pagine avrà conosciuto abbastanza il carattere del giovane Ebreo, per discernere la mitezza e la bontà quasi femminili, qualità che l’amore produce ed alimenta. Le circostanze non avevano mai svegliato gli elementi più aspri della sua indole, se pur ne aveva. Qualche volta aveva provato il pungolo dell’ambizione, e aveva sognato grandi cose, come sognano i fanciulli che passeggiano lungo la riva del mare e vedono arrivare e partire navi maestose. Ma ora, era un caso diverso. [p. 119 modifica]Se possiamo immaginare un idolo, consapevole dell’adorazione quotidiana di cui è fatto segno, strappato improvvisamente dal suo altare e giacere in mezzo alle rovine del suo piccolo mondo di affetti, potremo farci un’idea di quanto era accaduto a Ben Hur, e l’impressione che ne riportava. Nessun segno esteriore tradiva questo mutamento, tranne che, quando alzava il capo nell’atto di stendere le mani alle corde che lo legavano, le labbra avevan perduto la loro somiglianza con l’arco di Cupido. In quell’istante aveva abbandonato la sua fanciullezza, e s’era fatto un uomo.

Una tromba squillò nel cortile. Quando tacque, la stanza si vuotò dei soldati, molti dei quali, non osando comparire nella fila col bottino, lo gettarono per terra, coprendo il suolo di oggetti preziosi. Quando Giuda discese, il quadrato era già formato, e l’ufficiale attendeva all’esecuzione dei propri ordini. La madre, la figlia, e tutta la servitù furono fatti uscire dalla porta settentrionale, le cui rovine ingombravano ancora il passaggio. Le grida di alcuni domestici, nati e cresciuti nella casa, erano strazianti. Quando anche i cavalli e gli altri animali furono cacciati via. Giuda cominciò a comprendere la portata della vendetta del Procuratore. L’edificio stesso sarebbe sacro a quella. Nessun essere vivente doveva rimanere fra le sue mura. Se nella Giudea si fosse trovato un altro temerario che vagheggiasse l’assassinio di un governatore Romano, la sorte della principesca Casa di Hur, doveva servirgli di ammonimento, e la rovina della dimora avrebbe perpetuato la memoria della vendetta.

L’ufficiale aspettava di fuori, mentre un distaccamento dei suoi soldati accomodava temporaneamente la porta. Nella strada il combattimento era quasi cessato. Sopra le case nuvole di polvere indicavano i luoghi dove continuava la lotta sui tetti. La coorte, immobile e risplendente nelle sue armi, stava in posizione di riposo. Giuda non aveva occhi che pei prigionieri, ma invano cercò di sua madre e di Tirzah.

Improvvisamente, dal suolo dove giaceva, una donna si alzò e ritornò rapidamente verso la porta. Alcune guardie cercarono di afferrarla, e un grande clamore salutò il mancato tentativo. Essa corse verso Giuda, e cadendogli ai piedi, gli abbracciò le ginocchia, mentre i suoi ruvidi capelli neri bruttati di polvere le velavano gli occhi.

[p. 120 modifica]— «O Amrah, buona, Amrah» — egli le disse. — «Dio ti aiuti; io non lo posso.» —

Essa non potè articolar parola.

Egli si chinò su di lei, e sussurrò: — «Vivi, Amrah, per Tirzah e per mia madre. Esse torneranno, e....» —

Un soldato la afferrò. Essa si divincolò e corse attraverso la porta, nella casa vuota.

— «Lasciatela andare!» — gridò l’ufficiale. — «Suggelleremo la casa, e morrà di fame.» —

Gli uomini ripresero il loro lavoro, e, quando fu terminato, passarono dalla parte occidentale. Anche questa porta fu inchiodata, e il palazzo dei Hur chiuso per sempre.

La coorte ritornò alla Torre, dove giaceva il Procuratore per guarire delle sue ferite e disporre dei prigionieri. Il decimo giorno dopo questi avvenimenti rientrò in città.