Canti (1831)/Alla primavera

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VII. Alla Primavera, o della favole antiche

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VII. Alla Primavera, o della favole antiche
Bruto minore Inno ai Patriarchi

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Per che i celesti danni
Ristori il sole, e per che l’aure inferme
Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
De le nubi la grave ombra s’avvalla;
5Credano il petto inerme
Gli augelli al vento, e la diurna luce
Novo d’amor desio nova speranza
Ne’ penetrati boschi e fra le sciolte
Pruine induca a le commosse belve;
10Forse a le stanche e nel dolor sepolte
Umane menti riede
La bella età, cui la sciagura e l’atra
Face del ver consunse
Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti

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15Di Febo i raggi al misero non sono
In sempiterno? ed anco,
Primavera odorata, ispiri e tenti
Questo gelido cor, questo ch’amara
Nel fior de gli anni suoi vecchiezza impara?

     20Vivi tu, vivi o santa
Natura? vivi, e ’l dissueto orecchio
De la materna voce il suono accoglie?
Già di candide ninfe i rivi albergo,
Placido albergo e specchio
25Furo i liquidi fonti. Arcane danze
D’immortal piede i ruinosi gioghi
Scossero e l’ardue selve (oggi romita
Stanza de’ venti): e il pastorel ch’a l’ombre
Meridiane incerte1 e a la fiorita
30Margo adducea de’ fiumi
Le sitibonde agnelle, arguto carme
Sonar d’agresti Pani
Udì lungo le ripe; e tremar l’onda
Vide, e stupì, che non palese al guardo
35La faretrata Diva
Scendea ne’ caldi flutti, e da l’immonda
Polve tergea de la sanguigna caccia
Il niveo lato e le verginee braccia.

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     Vissero i fiori e l’erbe,
40Vissero i boschi un dì. Conscie le molli
Aure, le nubi e la titania lampa
Fur de l’umana gente, allor che ignuda
Te per le piagge e i colli,
Ciprigna luce, a la deserta notte
45Con gli occhi intenti il viator seguendo,
Te compagna a la via, te de’ mortali
Pensosa immaginò. Che se gl’impuri
Cittadini consorzi e le fatali
Ire fuggendo e l’onte,
50Gl’ispidi tronchi al petto altri ne l’ime
Selve remoto accolse,
Viva fiamma agitar l’esangui vene,
Spirar le foglie, e palpitar segreta
Nel doloroso amplesso
55Dafne o la mesta Filli o di Climene
Pianger credè la sconsolata prole
Quel che sommerse in Eridano il sole.

     Nè de l’umano affanno,
Rigide balze, i luttuosi accenti
60Voi negletti ferìr mentre le vostre
Paurose latebre Eco solinga,
Non vano error de’ venti,

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Ma di ninfa abitò misero spirto,
Cui grave amor, cui duro fato escluse
65De le tenere membra. Ella per grotte,
Per nudi scogli e desolati alberghi
Le non ignote ambasce e l’alte e rotte
Nostre querele al curvo
Etra insegnava. E te d’umani eventi
70Disse la fama esperto,
Musico augel che tra chiomato bosco
Or vieni il rinascente anno cantando,
E lamentar ne l’alto
Ozio de’ campi, e l’aer muto e fosco,
75Antichi danni e scelerato scorno,
E d’ira e di pietà pallido il giorno.

     Ma non cognato al nostro
Il gener tuo; quelle tue varie note
Dolor non forma, e te di colpa ignudo,
80Men caro assai la bruna valle asconde.
Ahi ahi, poscia che vote
Son le stanze d’Olimpo, e cieco il tuono
Per l’atre nubi e le montagne errando,
Gl’iniqui petti e gl’innocenti a paro
85In freddo orror dissolve; e poi ch’estrano
Il suol nativo, e di sua prole ignaro

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Le meste anime educa;
Tu le cure infelici e i fati indegni
Tu de’ mortali ascolta,
90Vaga natura, e la favilla antica
Rendi a lo spirto mio; se tu pur vivi,
E se de’ nostri affanni
Cosa veruna in ciel, se ne l’aprica
Terra s’alberga o ne l’equoreo seno,
95Pietosa no, ma spettatrice almeno.

Note

  1. [p. 77 modifica]Anticamente correvano parecchie false immaginazioni appartenenti all’ora del mezzogiorno, e fra l’altre, che gli Dei, le ninfe, i silvani, i fauni e simili, aggiunto le anime de’ morti, si lasciassero vedere o sentire particolarmente su quell’ora; secondo che si raccoglie da Teocrito1, Lucano2, Filostrato3, Porfirio4, Servio5 ed altri, e dalla Vita di san Paolo primo eremita6 che va con quelle de’ Padri e fra le cose di san Girolamo. Anche puoi vedere il [p. 78 modifica]Meursio7 colle note del Lami8, il Barth9, e le cose disputate dai comentatori, e specialmente dal Calmet, in proposito del demonio meridiano detto nella Scrittura10. Circa all’opinione che le ninfe e le dee sull’ora del mezzogiorno si scendessero a lavare ne’ fiumi o ne’ fonti, vedi l’Elegia di Callimaco sopra i Lavacri di Pallade11, e in particolare quanto a Diana, il terzo delle Metamorfosi12.„ Dall’edizione di Bologna.
    1. Idyll. 1, v. 15 et sequent.
    2. l. 3, v. 422 et sequent.
    3. Heroic. e. I, art. 4; op. Philostr. ed Olear. p. 671.
    4. De antro nymph. c. 26 et 27.
    5. ad Georg. l. 4, v 401.
    6. c. 6; in Vit. Patr. Rosveydi, Antuerp. 1615, l. I, p. 18.
    7. Auctar. Philologic. c. 6.
    8. op. Meurs. Florent. 1741-1763, vol. 5, col. 733.
    9. Animadversion. ad Stat. par. 2, p. 1081.
    10. Psal. 90, v. 6.
    11. v. 71 et sequent.
    12. v. 144 et sequent.