Compendio del trattato teorico e pratico sopra la coltivazione della vite/Parte I/V

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Parte I - Capitolo V

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CAPITOLO V.


Degli accidenti, e delle malattie che sopravvengono alla vite; e de’ varj modi di rinnovarla.


Gli accidenti, che possono attaccare la vite non sono gli stessi per tutto, e non sono egualmente numerosi in ogni paese: la temperarura generale e poco elevata, che regna nelle regioni del Nord, impedendole di acquistare quel vigore, che à ordinariamente al mezzogiorno, la priva dei modi necessarj per resistere ai geli frequenti, e mortali, che affliggono sovente quelle vigne. Tra gli urti, che la vite può ricevere dall’influenza delle stagoni, si possono mettere nel primo rango i geli della primavera, e l’intristire. Quanto alle stracciature delle radici, e alle feriie degli steli, che causano la perdita del succo, e la malattia dello stelo, sono il frutto del disordine, e della poca attenzione del coltivatore. Contuttociò alcune volte sono occasionate dagli insetti: ma con costanza e zelo arriverà facilmente a riparare i suoi falli, e a disimbarazzarsi da quei numerosi nemici, la cui voracità è perniciosissima.

Se esistesse in Francia un maggior numero di coltivatori istrutti, se questa moltitudine d’insocievoli proprietarj, in cambio di confidare ciecamente la cura delle sue piante a mani inabili, volesse incaricarsi di dirigerle, saprebbe allora apprezzare, nelle contrade che abita, i diversi accidenti, che [p. 54 modifica]può temere la vite, troverebbe i modi di garantirsi, ed opporsi alla loro marcia verso la distruzione. E puossi assicurare, che da una quantità di saggi ben diretti risulterebbe una gran massa di fatti preziosi, i quali fonderebbero sopra basi solide la scienza dell’oenologia.

Olivier de Serres ci à insegnato, che si può con letame spessissimo di paglia, e di sterco mezzo putrido impedire, che i raggi al levar del sole arrivino sino al germoglio, che senza questo sarebbe abbrustolito, e distrutto.

Il sig. Tumilhac abilissimo coltivatore del dipartimento della Seine, e Oise, si è servito di questo processo in una delle sue vigne, situata tra Orleans, e Paris. Ecco la maniera con cui à praticata questa operazione. «Il proprietario fa riunire delle erbe, e delle canne: si meschiano con cattivo ieno e paglia bagnata. Si formano verso l’est delle rotonde di cinquanta in cinquanta passi. Se ne mettono del pari negli stradini interni della vigna e lungo le sue estremità. Il proprietario fa vegliare allorché presuma che sia da temere il freddo della mattina. Se la rugiada non è sensibile verso mezzanotte è un pronostico certo del gelo; allora un’ora prima del levar del sole fa mettere il fuoco ai mucchj di erbe; si procura che facciano poca fiamma, ma molto fumo. Se soffia il vento viene ordinariamente dal Nord, o Est, e Nord-Est. Si fa allora attenzione da quella parte, onde il fumo si disperda su tutti i punti della vigna; se non fa vento, si occupa a far molto fumo dalla parte dell’Est per combattere i raggi del sole. Per comprovare in maniera [p. 55 modifica]certa l’effetto di questa sperienza il sig. Tumilhac aveva privato del fumo una pianta intera della sua vigna appoggiata a un muro, che la garantiva dal Nord. Nessun germoglio fuggì da questa parte al disordine del gelo, e glì altri furono tutti conservati. Cionullostante la vigna gelò tutta intera li 31 maggio della stessa annata, perchè la persona destinata a vegliare credette vedere della rugiada a un’ora di mattino. Riposò su questa apparenza, sì addormentò, e risvegliossi troppo tardi per combattere quel flagello. »

Si deve al sig. Lambry qualche saggio abbastanza felice per impedire l’intristire della vite; ma la maniera proposta è troppo lunga per non poterne consigliare l’uso. Speriamo che nuovi sforzi dalla parte di quegli uomini, che consacrano le loro veglie ad utili miglioramenti, ci somministreranno presto un metodo quanto certo, altrettanto facile ad eseguirsi. La fruttificazione esige, per farsi, un concorso di circostanze, le quali non esistendo a quell’epoca, la rende più o meno imperfetta, e che spesso l’arresta anche completamente. Le cause naturali, che possono disturbarla, o distruggerla, sono le lunghe e fredde piogge, che si oppongono allo sviluppo delle parti della generazione, i tempi caldi e secchi, che le inaridiscono, e i venti forti ed impetuosi, che le staccano con violenza, le portano lungi: ecco alcune cause dell’intristire cui è ben difficile rimediare. Ma sovente la detta malattia della vite à luogo dopo la fecondazione, allora che il frutto a legato, e ciò per effetto di un succo troppo abbondante, che si [p. 56 modifica]è fatto rifluire verso il grappolo, spampanando mal a proposito, o in tempo che fioriva.

Ecco il modo proposto onde prevenire questa reazione del succo. Riesce costantemente, e sarebbe presto adoperato dappertutto, se si potesse praticarlo nelle grandi piantagioni.

«Subito che i fruiti di uno stipite sono legati, levale destramente con una piccola lama ben tagliente, sul vecchio legno, che porta immediatamente un nuovo germoglio, una porzione della sostanza corticale sino alla parte legnosa, e solamente dell’altezza di una o due linee: procurate che la parte legnosa sia scoperta circolarmente; ma senza essere danneggiata, senza avere ricevuto il più piccolo colpo. Ricopritela in luogo delle parti levate con filo di cotone, o di lana, e sarete presto a portata di verificare l’effetto di questo processo. »

Questo metodo assicura, come pare indicarlo la terra, di arrestare la troppo grande quantità di succo, che senza questo si sarebbe portato al grappolo, che si vede ingrossare sensibilmente.

S’immaginò dopo un piccolo istrumento a due lame, e a roncina, che rende questa operazione più semplice: ma gl’inventori ànno riconosciuto la necessità di farvi ancora qualche cangiamento, prima di pubblicarne tutti i vantaggi.

La vite, sebbene non sia stata attaccata dal gelo, o dall’intristire, può cionnullostante coll’aspetto delle sue foglie, o il cattivo stato del suo frutto annunciare, che soffre in qualcuna delle sue parti; il che potrebbe provenire dai travagli intrapresi fuori di tempo, dai tagli mal fatti, che non sono stati [p. 57 modifica]abbassati sul vecchio legno, o dai sarmenti percossi dalla gragnuola, che non dando altro che deboli getti devono essere tagliati al disotto della ferita. Si può infine attribuire questa malattia ad ulceri, o crepolature occasionate da brine, da nebbie, e dalla negligenza avuta nell’inverno di non staccare i sarmenti dai pali, e dal non avere levate al tempo del taglio le parti sofferenti.

L’abbondanza degli ingrassi è sempre nociva alla vite, somministrandole più succhi nutritivi, che non può elaborare, e se non si affrettasse a spargere sostanze, che dimagrano il suolo, come sabbia, ghiaja, rottami di fabbriche, non tarderebbe a soccombere a una terribile indigestione. La cattiva maniera, che s’impiega per propaginare è anche una causa di malattia, ed è tanto più pericolosa, che si dura fatica ad accorgersene dal focolajo. Quella gran quantità di vecchi sarmenti, che si coprono di terra, alterano decomponendosi il succo, che somministrano al giovine stipite, il quale per riprendere vigore à bisogno di essere separato totalmente dalla parte ammalata, e che senza temere se ne tagli anche fino alle radici che potrebbero essere attaccate. Se per incuria il vignajuolo à danneggiato col suo ferro lo stelo, bisogna rimediarvi coll’unguento di St. Fiacre, l’argilla, o anche il carbone mescolato col sapone bagnato. Questi mezzi, e l’applicazione della cera molle, del catrame, di un ferro caldo, non possono sempre impedire lo scolo del succo, sopra tutto se la piaga è recente: allora non resta più altro mezzo per sottrarla all’aria ed operare la sua guarigione, che levare completamente l’umido con una spugna; ed applicarvi [p. 58 modifica]subito della pelliccia, o della vessica intonacata di pece, che si adatta con un filo bene incerato. Era già abbastanza per la vite aver da temere le intemperie delle stagioni, l’ignoranza o il difetto di cure del coltivatore, senz’aver da temere anche de’ nuovi e numerosi nemici nel verme della vite, nelle due specie di gorgoglione (charanson), gli scarafaggi (gribouri) (hannetons), e le lumache ( limaçons).

Il verme deposto dalla farfalla nel centro del grano sviluppa, e subito si nutre della carne che trova d’intorno a lui: ma i grani vicini sembrano presentargli una nutrizione più aggradevole, egli vi penetra, e vi stabilisce tra tutti quelli, che si toccano una facile comunicazione. Questo insetto non puossi risguardare, se non come causa secondaria del marcire della vite, il quale si deve attribuire a quelle lunghe piogge, che procurando un succo troppo abbondante rilasciano la pellicola, che non può più allora opporgli alcuna resistenza. Il verme della vite non sorte dal grano, che per uu tempo freddo, o per la rugiada; ma al più lieve strepito rientra con prontezza.

I due gorgoglioni (charancons), conosciuti sotto il nome di urbec, urbéte, taglia-germogli, diableau, béche, lisette, veleurs vert, destraux non sono meno pericolosi. Compariscono ordinariamente, allorché il germoglio à un piede di lunghezza. Lo tagliano per metà, e a due terzi, purchè la flessibilità della foglia gli permetta avvilupparsi più facilmente. Depone le sue ova nell’interno, e tra le differenti circonvoluzioni. La terza specie è lo scarafaggio (gribouri) che attacca l’uva, e fora le sue foglie con tanti buchi, che pare un crivello. Lo [p. 59 modifica]scarafaggio (hanneton) allo stato di larva è conosciuto sotto il nome di verme bianco, di turc, di manu. Egli porta più strage alla vite di quando è giunto allo stato d’insetto perfetto. Le piccole ova deposte dalla femmina, alla profondità di più di tre piedi, nascono verso la fine dell’estate. Allora vivono a spese delle radici, e della barba. Il colore rosso delle foglie, e la precocità del frutto attestano troppo la loro disastrosa presenza. Ordinariamente nel mese di giugno, al quarto anno di sua esistenza, si trasforma di verme in scarabeo. Se allora si cerca nella terra attentamente, vi si trova un miscuglio di vermi della sua specie, di differenti grandezze, e degli scarafaggi (hannetons) formati.

La lumaca, o chiocciola teme tanto i rigori dell’inverno, che al suo avvicinarsi si affonda nella terra, si ritira nel fondo della sua conchiglia, ottura ermeticamente l’apertura colla sua bava, la quale addensandosi forma un coperchio di materia biancastra durissima. La primavera rianimando il suo vigore, le procura de’ bisogni, che soddisfa rosicando i germogli, e le foglie; percorrendo i ceppi, gli lascia quell’umore mucoso, che serve ad insolidirle la marcia, e che turando in quel luogo i pori della pianta, serve di ostacolo alla sua traspirazione, e le impedisce assorbire dall’aria i principj che abbisogna. In qualche vigna, dove la lumaca è un cibo ricercatissimo i fanciulli le fanno la caccia con tanto maggior piacere, quanto più facilmente le sorprendono, e che il prodotto che ne ricavano gl’indennizzano ampiamente delle loro pene.

La piccolezza del verme, e l’agilità de’ suoi movimenti tolgono persino il desiderio di cercare modi per prenderlo. [p. 60 modifica]Non è lo stesso dei gorgoglioni (charançons) dei quali puossi disfarsene facilmente, levando dal ceppo le foglie attorcigliate, in cui si trovano. Bisogna avere la precauzione di tagliarle con forbici, e metterle in un grembiale, che serva a portarle fuori della vigna, dove si devono abbruciare completamente. L’urbec, il becmore, il gribouri, l’hanneton, non potendo nello stato di verme sostenere le intemperie delle stagioni, n’evitano le variazioni restando nell’interno della terra, dove vivono a spese delle radici. Ma se nell’inverno lavorate una volta la vigna, questo semplicissimo mezzo ne distrugge una prodigiosa quantità.

Se si depone fra le pergole, o i viali, nei monti di letame poco consumato, nei quali possa stabilirsi la fermentazione, attratti dallo sviluppo dell’odore, e del calore, vi accorrono, e alla fine d’inverno dandovi fuoco se ne fa perire un gran numero. La preferenza che danno alle radici de’ legumi, come la lattuga, la fava di mare, somministra un altro mezzo per distruggerli.

Si pianta nell’intermedio de’ differenti ceppi della fava di mare, ed allorchè il suo esterno annuncia che le radici sono attaccate, si cava la pianta colla vanga, lasciandovi la terra che la contorna. Si espone al sole, il quale col suo calore fa perire tutti questi insetti.

Ve n’è uno però, che dovete risparmiare, ed è il così detto (carabe), o la giard niera, la cui grossezza sorpassa quella del nominato (hanneton). Lo riconoscerete dal suo bel vestito verde con righe longitudinali, e seminato di piccoli punti d’oro. Non dovete temere niente da lui per gli steli o le [p. 61 modifica]radici del vostro ceppo. Egli è il più crudele nemico di tutti i vermi, che divora senza pietà, e senza risparmiare neppure quelli della sua specie. Cionullostante non li prendete senza precauzione, perchè lasciano sovente un liquore acre, e caustico, che incontrando parti sprovviste di epidermide causa vivissimo dolore.

Il coltivatore si vede spesso obbligato rimpiazzare ceppi, che sono periti per diverse circostanze, o cambiare la natura della sua pianta, rimpiazzandola con un’altra, la quale convenendo meglio alla natura del suo terreno, e della sua plaga deve dargli dei frutti di miglior qualità. Il rinovellamento dei ceppi periti si opera facilissimamente in una vite giovine colle margotte: ma nelle vecchie la forza delle radici, e la grandezza degli steli, sono ostacol potenti, che si oppongono a questo metodo. Si usa allora la propaginazione, i cui difetti faremo conoscere dietro il celebre Rozier. L’innesto è il mezzo più vantaggioso, che si possa impiegare nel secondo caso. «L’arte d’innestare è antichissima; consiste nel tagliare affatto il ceppo a due o tre pollici da terra, quando il succo comincia a muoversi, e a fenderlo per mezzo nello spazio senza nodo: s’inseriscono in questa fessura due marze tagliate ad angolo dalla parte più grossa, e da una banda più densa che dall’altra; la più densa guernita della sua parte esterna deve adattarsi in maniera, che il suo libro (liber) coincida con quella del soggetto. Dopo aver legato l’innesto con un vinchio, si copre di terra per garantirlo dall’azione del sole. Quando questa operazione è ben fatta (che il soggetto è buono) ne [p. 62 modifica]risultano dei getti vigorosi, ed al secondo anno si può tagliare assai a lungo.

Ecco dietro il sig. Bestroy alcune osservazioni, e principj preziosi su questo procedere, ch’è il più sicuro tra quelli che si conoscono. «L’innesto riesce male nei terreni assai congelati, ed aridi, perchè il sole lo secca prima che abbia preso: per la stessa ragione prende difficilissimamente in un suolo che non à fondo: toltine questi due casi, egli riesce egualmente in ogni sorte di terra, purchè si faccia bene, in conveniente stagione, col buon tempo, sopra soggetti vigorosi, con marze accuratamente conservate, e purchè si scelgano delle specie analoghe. Perchè l’innesto sia ben fatto, bisogna che il soggetto sia sano, che non abbia nodi nel luogo che si fende, che la fessura sia eguale affatto, che il taglio del tronco sia vasto, che la marza sia tagliata a tre occhi. Il primo occhio deve toccare il soggetto: il secondo trovarsi a fior di terra. Bisogna che la marza sia tagliata in forma angolare, cominciando al disotto dell’occhio il più basso, sino a tre quattro centimetri circa (2) discendendo, e diminuendo la grossezza; che la corteccia della marza tocchi quella del soggetto in quanti più punti è possibile, e alla fine, che il tronco sia legato con un vinchio debole, e pieghevole per fissare la marza.»

Subito che il succo à cominciato a mettersi in moto, il che arriva secondo i climi, in germinale, o pratile (marzo e aprile) scegliete allora, per innestare la vite, un tempo nuvoloso, e un vento di Sud-est o Sud-ovest: ma evitate i venti del Nord, [p. 63 modifica]e il sole ardente con eguale premura che i giorni piovosi. Le marze devonsi prendere sulla parte inferiore del sarmento. Si tagliano alla fine di autunno, col tempo secco, freddo, ad allorchè ogni movimento del succo è interrotto. Si conservano, come abbiamo detto, per i piccoli rami tagliati sul ceppo. Il giorno dell’innesto si tagliano con attenzione, e si portano alla vigna in acqua ben chiara, il che impedisce che i corpi estranei si attacchino alla parte tagliata, la quale maggiormente ammollita è meglio disposta a vegetare. Alcuni autori ànno avanzato gratuitamente, che l’innesto può alterare la qualità del vino; perchè se avessero esaminato la di lui azione su tutti i vegetabili, sarebbero stati costretti convenire, che alcun frutto innestato sopra un soggetto selvatico non perde della sua qualità per prendere quella del frutto selvatico; e che un frutto acerbo all’incontro, innestato sopra lui stesso, migliora, e perde la sua asprezza.

Col metodo ordinario di propaginare per riempire un luogo si ricopre un sarmento, lasciandolo aderente al ceppo, senza cui non potrebbe fare a meno prima dello sviluppo delle sue radici, che si fa da fiorile a pratile, e messidoro (aprile, maggio, giugno). Si pretenderebbe a torto, che questa propagine non à bisogno dei succhi nutritivi della madre, e che può sussistere senza essa; perchè se la separate in primavera, in meno di otto dieci giorni la vedete perire. L’azione che avrà esercitata sugli altri rami, privandoli di porzione di nutrimento, farassi rimarcare alla raccolta seguente col suo poco vigore, e la caduta delle sue foglie, prima che gli altri ceppi abbiano cominciato a spogliarsi. Non si [p. 64 modifica]può stabilire alcun rapporto tra la propagine, e il piccolo ramo tagliato sul ceppo, il quale preparato da lungo tempo accuratamente à tutto ciò che gli occorre per ajutare la formazione delle sue radici, e che si trova allora in necessità di provvedere alla sua esistenza. Se anche ricoprendo il ceppo, come si fa in molti cantoni, si avesse la precauzione di seppellirlo profondamente, s’impedirebbe che gettasse alla superficie radici, che provano tutte le intemperie della stagione, che ricevono dai diversi lavori degli urti, che gli sono sempre funesti.

Avete bisogno di rimettere qualche luogo voto? Allora aprite una fossa di profondità proporzionata all’altezza de’ vostri ceppi. Può dessa variare dai sedici pollici ai venticinque. La di lei larghezza è limitata dal numero de’ ceppi che dovete mettervi. Dopo aver levata la terra, che si trova appiedi del ceppo, dopo aver separate e staccate accuratamente le radici, bisogna stenderle orizzontalmente nella fossa preparata, disponendole secondo i vostri bisogni, e in maniera che negli angoli vi siano i sarmenti destinati a rimpiazzare i periti. Drizzate le vostre nuove propagini dietro le pareti della fossa, che taglierete a scarpa di muro, perchè col ghiaccio, se i lati fossero perpendicolari, potrebbero ricadere, e coprirebbero troppo il ceppo, sul quale non dovete lasciare, che un leggero strato di terra, leggermente ricoperto da un poco di grascia. Sforzerete con ciò le radici ad affondarsi, a nascondersi profondamente per essere al coperto da tutti gli accidenti, e vegeteranno assai meglio, sopratutto nei suoli di sabbia, e ghiaja. Disposta così la propagine, tagliatela a due, tre occhi, e datele subito [p. 65 modifica]un appoggio di legno vecchio. I pali di legno giovine nuocono alla pianta, e spesso la fanno morire per le sostanze, che contengono, le quali sciogliendosi facilmente colle piogge, impregnano le radici di un succo acre, ed amaro. Evitate i pali di salice, che vegetano sì facilmente, e il cui inviluppo serve di rifugio ad una quantità d’insetti, i quali occasionano la putrefazione, chiamando l'umido.

Malgrado i certi vantaggi, che questo processo presenta sopra tutti i metodi impiegati per propaginare la vite, non si può sperare di vederlo generalmente adottato, che quando proprietarj istruiti vorranno darsi la pena di farlo eseguire sotto i suoi occhi: perchè altrimenti l’uso, e la poltroneria del vignajuolo saranno più che sufficienti per arrestarne la propagazione. Ne abbiamo un esempio assai toccante in un aneddoto, che Rozier ci à fatto conoscere.

Un Lionese, proprietario di una vigna, in un eccellente cantone, era sul punto di farla cavare per la sua vecchiezza, allorchè Rozier gli propose mandargli due de’ suoi più abili vignajuoli. Il padrone fece tagliare assai corto, per avere dei sarmenti più vigorosi. Alla fine dell’autunno cominciò l’operazione: ma i vignajuoli del proprietario cercavano tutte le occasioni per ingiuriare gli ultimi venuti, che niente meno perciò continuavamo il loro travaglio con zelo ed attività. Malcontenti di questo primo tentativo, ne impiegarono un altro, dal quale furono essi stessi ingannati: andavano la notte a rialzare i ceppi dalle fosse, e pretendevano che si raddrizzassero da loro stessi. Il padrone li vegliò egli [p. 66 modifica]medesimo, ed avendoli sorpresi sul fatto, li corresse in modo da impedirgli per sempre il desiderio di opporsi a un metodo tanto vantaggioso, che si affrettarono ad adottare in tutto il cantone.

Quanto all’epoca più propria per formare delle propagini, Olivier de Serres le indica in due parole: «Il tempo di propaginare è quello stesso di piantare, avuto riguardo alle circostanze presentate dai luoghi caldi e freddi, secchi e umidi.»

Come una vigna divenuta vecchia non indennizza più il suo proprietario delle spese ch’è obbligato fare per essa, così non gli resterebbe altro, che farla cavare subito, se non esistesse un modo semplicissimo per aumentare la quantità del prodotto, senza nuocere alla di lui qualità. Basta per questo minorare i ceppi di una metà, sopprimendo l’uno, e lasciando l’altro, senza temere allora gli effetti della distanza.