Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio/Libro primo/Capitolo X

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Libro primo
Capitolo decimo

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Quanto sono laudabili i fondatori d’una republica o d’uno regno, tanto quelli d’una tirannide sono vituperabili


El titolo di questo Discorso è verissimo, perché somma laude meritano e’ fondatori de’ regni e delle republiche, sommo biasimo e’ fondatori della tirannide. Ma perché e’ casi sono vari, e lo autore confonde gli esempli, bisogna considerare che rare volte occorre che chi occupa la tirannide nella patria libera abbia tale necessitá di farlo, o, se ha necessitá, che sia causata sanza colpa sua, talmente che gli resti colore alcuno di giustificazione. E questa sorte di uomini, tra’ quali fu Cesare, pieno di molte altre virtú, ma oppresso dalla ambizione del dominare, sono certo immanissimi e detestabili. È vero che qualche volta le forme delle libertá sono sí disordinate, e le cittá ripiene tanto di discordie civili, che la necessitá conduce qualche cittadino, non potendo salvarsi altrimenti, a cercare la tirannide o a aderire a chi la cerca. Nel quale caso sarebbe molto laudabile chi preponessi l’amore della patria alla salute sua particulare; ma perché questo amore o questa fortezza si desidera negli uomini piú presto che la si truovi, merita essere assai scusato chi è mosso da tale cagione, e tanto piú se el governo contro al quale va è disordinato, perché molte sono chiamate spesso libertá che non sono. Lo esemplo si può porre nella nostra cittá dove, doppo la mutazione dello stato del ’26, sono stati perseguitati e conculcati alcuni cittadini buoni e bene qualificati, ed in ultimo nella venuta del principe di Oranges, necessitati o disubidire a’ comandamenti fatti dalli otto di fermarsi in Firenze sotto pena [di] rebellione, o restare con pericolo di essere amazzati, ed almanco con certezza di essere sostenuti come sospetti. E’ quali la necessitá ha condotti o a desiderare la mutazione di uno stato che sotto nome di libertá è tirannico e distruttore della patria, o tacitamente lasciarsi con somma ingiustizia tôrre la patria e le facultá. Chi adunche è autore nella patria libera, di una tirannide, e lo fa per appetito di dominare, merita somma reprensione; e di questi fu Cesare, Falari, Pisistrato e simili, de’ quali è piú infame l’uno che l’altro, secondo che piú o manco crudelmente la usorono, e secondo che furono piú o meno ornati di altre virtú. L’altro caso è di quegli a chi la tirannide è lasciata ereditaria, che meritano manco biasimo continuando in esso, che non fanno quegli che da principio l’hanno fondata; e lasciandola meriterebbono tanto piú laude, quanto manco sono debitori di cancellare el peccato d’averla usurpata. Di questi si truova pochissimi, o forse nessuno, che sanza necessitá l’abbino lasciata; né è maraviglia, perché chi è nutrito in una tirannide non ha occhi da cognoscere quella gloria che si acquista di mettere la patria in libertá, né considera questo caso con quello gusto che fanno gli uomini privati, perché, assuefatto a quello modo di vivere, giudica che el sommo bene sia nella potenzia, e non cognoscendo el frutto di quella gloria, nessuna altra ragione gli può persuadere a lasciare la tirannide. Sanza che, el pericolo lo può ritenere, quando bene n’avessi voluntá, perché difficile è che una tirannide si sia potuta acquistare e conservare sanza molte inimicizie e sanza offesa di molti; però ridursi privato o lasciare doppo sé e’ figliuoli privati, pare cosa pericolosa, massime che e’ popoli sono ingrati, e le libertá nuove sono communemente piene di disordini. E se lo fece Silla è esemplo rarissimo, e lo potette fare piú sicuramente, perché el governo restò in mano degli uomini della sua fazione, in modo che non solo fu sicuro mentre visse, ma ancora, morto lui, furono conservati gli atti suoi ed avuto reverenzia alla sua memoria. È altro el caso di quelli che sono re e príncipi, o creati legittimamente, come erano e’ re di Lacedèmone, come furono e’ primi re romani, o che per la lunghezza del tempo sono tenuti legittimi. Di questi tali, se hanno la autoritá sciolta, si truova pure qualcuno che governa giustamente, in modo che merita el nome di essere buono principe; ma io non so quali che riduchino el regno a quella perfezione di ordini che meritamente doverrebbe essere, cioè a ordinarlo in modo che non e’ figliuoli o e’ piú prossimi abbino el regno per ereditá, ma che si succeda per elezione. E se in alcuno regno è stata questa instituzione, credo che ve l’abbia conservata piú qualche necessitá che la voluntá di chi ha regnato, perché troppo grande è lo amore che e’ padri portano a’ figliuoli, né piccolo è quello che si porta a lasciare illustre la memoria della sua casa. Però questi pensieri che e’ tiranni deponghino le tirannide, e che e’ re ordinino bene e’ regni, privando la sua posteritá della successione, si dipingono piú facilmente in su’ libri e nelle immaginazione degli uomini, che non se ne eseguiscono in fatto; anzi, quanto e’ ragionamenti de’ privati ne sono spessi, tanto ne sono rari gli esempli; e però meritano minore reprensione coloro che non fanno le cose, simili alle quali si truovano pochissimi e forse nessuno che abbia fatto.