Così parlò Zarathustra/Parte prima/Del morso della vipera

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Del morso della vipera

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Friedrich Nietzsche - Così parlò Zarathustra (1885)
Traduzione dal tedesco di Renato Giani (1915)
Del morso della vipera
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Del morso della vipera.

Un giorno Zarathustra s’era addormentato sotto un fico, oppresso dal caldo, con le braccia incrociate sul capo. Una vipera gli si appressò e lo morse nel collo, tanto che Zarathustra, riscosso, mandò un grido. Quando ebbe scostate le braccia dal volto, guardò la vipera: allora essa riconobbe gli occhi di Zarathustra e tentò goffamente di sfuggirgli. «Ma no», disse Zarathustra, «ancora non hai avuto il mio ringraziamento! Tu mi destasti proprio in tempo: il mio cammino è lungo». «Il tuo cammino è molto breve ancora» — disse la vipera afflitta — «il mio veleno uccide». Zarathustra sorrise. «Quando mai un drago morì del veleno d’un serpente?» — disse. «Ma riprenditi il tuo veleno! Tu non sei ricca abbastanza per regalarlo a me». Allora la vipera gli si gettò attorno al collo e gli lambì la ferita.

Quando Zarathustra raccontò questo ai suoi discepoli, essi gli dissero:

«E quale, o Zarathustra, è la morale di cotesto racconto?»

Zarathustra rispose così:

«Distruttore della morale mi chiamano i buoni ed i giusti: il mio racconto è immorale.

Ma se voi avete un amico non gli date il bene in cambio del male: giacchè ciò lo farebbe vergognare.

Bensì dimostrate ch’egli v’ha fatto del bene.

O piuttosto mostrate ira, ma non obbligate l’uomo a vergognarsi.

E quando s’impreca a voi, non è bene che voi vogliate in cambio benedire. Piuttosto imprecate voi ancora!

E se v’è stato fatto un grave torto, ricambiatelo subito con cinque torti leggeri!

Triste sopra tutte è la condizione di colui che ha commesso un male e non n’ebbe ricambio di male.

V’era questo già noto? Il torto diviso equivale a mezzo diritto. E il torto deve addossarselo colui che sa portarlo!

Una piccola vendetta è cosa più umana che nessuna vendetta. [p. 64 modifica]

E se la punizione non dev’essere anche un diritto e un onore per colui che trasgredisce, io non so che farmi delle vostre punizioni.

V’ha maggior dignità nel dare torto a sè stesso che non nel volere aver ragione, specialmente quando si ha ragione. Soltanto bisogna esser molto ricchi per far ciò.

Io non voglio la vostra fredda giustizia: negli occhi dei vostri giudici io vedo sempre il carnefice e il suo freddo ferro.

Ditemi, dove si trova la giustizia che vede con gli occhi dell’amore?

Trovatemi dunque l’amore che accetta non solo le punizioni ma anche le colpe.

Trovatemi dunque la giustizia, che assolva tutti, all’infuori dei giudici!

Volete sentire ancor questo? In colui che vuole esser sinceramente giusto anche la menzogna diventa umanità.

Ma come potrei io esser giusto sinceramente? Come potrei dare ad ognuno il suo? Mi basta questo: io do a ciascuno il mio.

Infine, fratelli miei, guardatevi bene dal recar torto ai solitari! Come un solitario potrebbe dimenticare? Come potrebbe contraccambiarvi?

Simile a un pozzo profondo è il solitario.

È facile gettarvi dentro un sasso: ma una volta che ha toccato il fondo chi potrebbe più trarnelo fuori?

Guardatevi dal recar offesa a un solitario! Ma se l’avete fatto, ebbene compite l’opera vostra: uccidetelo».

Così parlò Zarathustra.