Cristoforo Colombo (Correnti)/I

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Lettere autografe edite ed inedite di Cristoforo Colombo/Avvertenza degli editori

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Avvertenza degli editori II

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I.


Cristoforo Colombo, fin oltre il cinquantesimo anno di sua vita, fu oscuramente grande. In qual terra d’Italia nascesse, e di che famiglia, e in qual anno, ancor oggi n’è disputa, come già vivente il suo figlio e biografo Fernando. Marinaio, mercatante, soldato, corsaro fors’anco; appena può congetturarsi quel ch’egli abbia fallo prima che l’Europa attonita imparasse a salutarlo trovatore d’un mondo; e all’Italia divenne tanto straniero, che mutò nome; e i contemporanei gli furono tanto lungamente restii e schernevoli, che la sua scoperta parve rivelazione celeste, la sua fermezza miracolo: anzi egli stesso venne a credersi divinamente ispirato. E nondimeno la sua grande idea altro non era che una semplice ed innegabile conseguenza delle cognizioni scientifiche d’allora; e nondimeno dalle lunghe tradizioni mercantili, politiche e letterarie d’Italia prese movenza e colore il suo [p. 7 modifica] genio; e nondimeno il carattere e le passioni e gli errori stessi di lui fanno un mirabile riscontro a’ suoi tempi. Le quali tre rispondenze della scienza, delle tradizioni nazionali e degli avvenimenti nell’animo di Colombo, io qui verrò divisando, come lo stanco ingegno e la fretta degli studi e la vostra pazienza me lo concederanno.

Tanta poesia ha in sè il nome solo di Cristoforo Colombo; di tante rivoluzioni e nelle idee e nei fatti è grave questa parola: nuovo mondo; che non è meraviglia se ogni minima circostanza di sì gran fatto venisse cercata con amorosa trepidazione. Il momento in cui per la prima volta balenò allo spirito umano la stupenda speranza; il dì in cui le navi salparono al mirabile viaggio; le parole, i sussurri, i terrori della ciurma attenta ai segni ed agli augurii che inasprivano calmavano le ansietà di sì lunga incertezza; il nome del marinaio, che primo vide e salutò la nuova spiaggia; tutto infine questo dramma straordinario, che segna uno de’ più solenni momenti nella vita dell’uman genere, attrae il pensiero con invincibile incantesimo. E però la tradizione (come suole de’ più grandi avvenimenti, che divengono quasi parte della storia di tutte le anime) seguì passo passo Colombo, e si piacque delle scene ove più vivo risalta il contrasto fra la ragione passionata, serena, incrollabile di cotesto


Nudo nocchier promettitor di regni;


e la frivola incredulità della plebe, la schernevole burbanza de’ cortigiani e dei dottori, la tranquilla ingratitudine dei regnanti.

Se la poesia e la tradizione, fedeli alla grandezza ed alla sventura, predilessero Colombo, e pigliarono [p. 8 modifica]vendetta dei suoi contemporanei, non così l’erudizione, cavillosa e fredda notomizzatrice di frasi. L’orgoglio nazionale e il puntiglio di scoprir cose da altri non avvisate (e in ciò gli eruditi spesso sono più inventivi de’ romanzieri) fecero strazio della gloria di Colombo. Ogni nazione volle avere il suo scopritore dell’America, ogni frugatore di vecchi in-foglio volle scrivere il suo capitoletto de orbe novo non novo. Apppena aveva chiusi gli occhi il grande Ammiraglio, che il fisco reale d’Aragona mosse lunga contesa a suo figlio don Diego, impugnandogli il premio della paterna scoperta. Poco dopo i Veneziani trassero fuori i Zeni; poscia i Tedeschi l’astronomo di Norimberga Martino Behaim, i Polacchi Scolny, la Danimarca i suoi vecchi corsari, che sin dal mille avevano forse toccata qualche spiaggia dell’America settentrionale; e testè anche la Francia scovò un nuovo rivale a Colombo, il dieppese Cousin. Nè meno studiosamente si assottigliò la più grave e barbata erudizione per discoprire un’America nei libri. Citano gli adoratori dei classici l’Atlantide di Platone, il continente Saturnio di Plutarco, la Meropide di Teopompo, la grand’isola occidentale che Diodoro Siculo ed il pseudo Aristotile fanno trovata dai Fenicj o dai Cartaginesi. Gli studiosi delle cronache del medio evo parlano di terre transatlantiche, che le tradizioni vagamente ricordano, e che talora veggonsi figurate sulle vecchie carte geografiche; le isole di Satanasso, di S. Brandano, delle Sette città, la Stokafixia, e perfino l’Antilia, perfino il Brasile. Né mancarono altre difficoltà nel giudicare il merito di Colombo, ostinandosi alcuni a credere che il fiorentino Americo Vespucci prima di lui toccasse la terra ferma, e però meritamente le desse il nome; altri recando la lode del primo viaggio all’ardimento de’ piloti baschi, che accompagnarono Colombo: tutti infine, quasi compiacendosi [p. 9 modifica]di ripetere come un bel concetto; essersi l’America trovata a caso, anzi doversi la più grande delle scoperte ad un felice errore.

Così una fortuna stranamente varia, l’invidia dei rivali, il sospetto de’ potenti e una scusabile gara di patria carità — se mai può usurpare questo sacro nome chi piglia l’amore a pretesto d’ingiustizia — circondarono di lustre fallaci e sparsero di ombre favorevoli alla poesia ed alle sofisticherie erudite, la storia di quest’uomo, che tutti vorrebbero conoscere come un amico, col quale, almeno per mezzo della fantasia, tutti vorrebbero convivere.

Ma qui non vogliamo fare la storia degli errori che corsero intorno a Colombo. Basterà dire che il Tiraboschi, uomo di quella incontentabile diligenza che ognun sa, nella sua Storia della Letteratura Italiana, parlando di Colombo, incappò anch’esso in errori non lievi; segno, che allora erano quasi inevitabili. Ma dopo che per opera dello Ximenes, del Zurla, del Baldelli, dello Spotorno e del Sauli si cominciò a meglio conoscere lo stato della geografia e della nautica italiana durante il XIV ed il successivo secolo; dopo che per cura dei Decurioni di Genova fu stampato il Codice Colombo-Americano (1823); dopo che Munoz e Navarette ebbero pubblicati i documenti che giacevano negli archivj spagnuoli, la critica ne divenne più sicura, e crebbero argomenti a giustificare la fortuna e la gloria di Colombo. Washington-Irving potè su questi nuovi studj compiere la sua bella istoria, l’unica non indegna dell’argomento; sebbene per ambizione di popolarità trascorra forse troppo leggermente sul processo mentale della scoperta. Questo processo ebbe la coraggiosa pazienza di seguirlo Alessandro Humboldt nella sua celebratissima opera Sulla Storia della Geografia del Nuovo Continente; la quale risplende [p. 10 modifica]non solo per eletta e inesauribile erudizione, ma ancora per quella poesia della realtà, ottimo antidoto alle esagerazioni rettoriche e ai giuochi di figure, che fanno paralitica la letteratura dei popoli e degli uomini oziosi. Anche Henry Martin diede un ottimo saggio di critica filosofica nei suoi commentarii sul Timeo di Platone, esaminandovi la più famosa tradizione geografica dell’Antichità, quella dell’Atlantide, e mostrando come da essa non abbia potuto Colombo trarre indizio e incoraggiamento alcuno alla sua impresa. Ma le ricerche del Martin troncano un solo nodo della molteplice controversia; e gli studii dell’Humboldt procedono impacciati quasi dalla loro ricchezza medesima, come quelli che seguono compiacentemente tutte le ambagi di una svariatissima erudizione: sicchè non è senza difficoltà, nè senza fatica, che si possa ritrovare il filo delle idee in siffatto labirinto.

Forse per questo ci avvenne di vedere, anche in opere pregevoli e recenti, ripetuti antichi e volgari errori; fra i quali piacemi ricordare ad esempio quella favola di una statua equestre che i primi navigatori portoghesi trovarono sul lido di Madera col braccio teso, quasi ad invito, verso le plaghe occidentali; monumento misterioso di cui parla ancora il Villemain nelle sue lezioni sulla Letteratura del medio evo, benchè si sappia che niun’altra origine ebbe quella marinaresca tradizione se non una certa rupe fantasticamente stagliata e sporgente sul mare. Ma di queste minute circostanze e, quasi direi, curiosità della vita di Colombo, non mette conto parlare. Il dramma, a cui vorrei farvi assistere, è quello delle idee, che, come germi nascosi, passano d’età in età, favorite talora dalle stesse alterazioni che vi porta l’ignoranza, finchè nuovi bisogni e nuovi tempi le svolgano e le [p. 11 modifica]fecondino. Epperò, lasciate da un canto le narrazioni ricche di tante poetiche circostanze che aiuterebbero la più povera eloquenza, io toccherò prima la genesi della divinazione colombiana.