Cristoforo Colombo (de Lorgues)/Libro I/Capitolo XII

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Capitolo XII

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Libro I - Capitolo XI

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CAPITOLO DUODECIMO.

Preparativi per la seconda spedizione. — Organizzazione del primo ufficio delle Colonie. — Nomina di un Vicario Apostolico accompagnato da dodici missionari. — ll padre Juan Perez de Marchena, nominato spontaneamente dalla Regina astronomo della spedizione, s’imbarca col suo amico sulla nave ammiraglia.

§ I.


Qual uomo, dopo di avere per sì lungo tempo subita ogni maniera di umiliazioni, trovandosi tutto ad un tratto ricercato e bramato da ciascuno, non avrebbe goduto del suo trionfo e assaporato quel mutamento di fortuna? nondimeno la storia non è riuscita a sorprendere in Colombo il menomo sentore di vanagloria. Gli scrittori sono unanimi in lodare la sua modestia, la sua costante semplicità. Egli desiderava di poter isfuggire a quelle romorose lodi, a quelle accoglienze pompose, per andarsene a Roma, a deporre a’ piedi della Santa Sede la relazione de’ suoi viaggi, e implorare favori spirituali. Ma il servizio della corona di Castiglia non permetteva una tale assenza. Il re Giovanni II di Portogallo, giovandosi de’ suggerimenti de’ suoi consiglieri di precedere la Spagna nelle nuove spedizioni, vi si apparecchiava in segreto.

Avute appena sicure notizie dei disegni della corte di Lisbona, i Monarchi provvidero di sventarli colla maggior solerzia. Un ecclesiastico mondano, don Giovanni di Fonseca, arcidiacono di Siviglia, burocratico per istinto, fratello d’uomini ragguardevoli in gran credito presso al re Ferdinando, fu incaricato di provvedere all’armamento della flotta. Allato a questo ordinatore generale della marineria, fu creata una carica di controllore generale, alla quale venne promosso Giovanni di Soria, la cui famiglia teneva ordinariamente i conti dell’ammiragliato di Castiglia; indi un impiego di pagatore, che pareva destinato di diritto a Francesco Pinelo, membro del municipio di Siviglia, riputato per la sua [p. 310 modifica]probità, e che aveva fatto prestare alla Regina cinque milioni di maravedis per quell’armamento. Questa modesta organizzazione di uffici fu il primo germe della potente amministrazione coloniale, che doveva diventare il Consiglio Reale delle Indie.

In alcune settimane fu compiuto un gran lavoro. Nella sola giornata del 23 maggio, i Monarchi apposero la loro firma a diciassette ordinanze, cedole ed ordini relativi alla spedizione. Fu aperto un credito a servizio de’corrieri speciali di Siviglia alla corte, cotanto il corteggio si accrebbe. Fu fatto l’appalto per fornire i viveri da bordo e le munizioni da trasportare. Si compose il servigio sanitario eleggendo medico in capo della flotta, il dotto Chanca, ch’era medico dell’Infante. Si fe’ divieto ad ogni nave e ad ogni persona di andar senza autorizzazione, con mercanzie alle Indie.

Si comando al governatore di Granata di trarre dall’arsenale dell’Alhambra cinquanta paia di corazze, altrettante balestre e spingarde; all’alcalde di Malaga di fornire un simil numero d’armi; ed al maggior generale dell’artiglieria, Rodrigo Narvaez, di somministrar artiglierie di campagna colle necessarie cariche di polveri e palle. Fernando di Zafra ebbe incarico di arruolare venti lavoratori o zappatori che sapessero far trincere e scavar canali; e venti cavalieri armati di lance. A Juanoto Berardi, ricco armatore fiorentino, in relazione con tutti i porti per le provvigioni di mare, fu spedito ordine di noleggiare una nave di dugento tonnellate. Egli era chiamato familiarmente alla corte col suo prenome di Giannetto; aveva seco un eccellente aritmetico, suo compatriota, amante di cosmografia e di belle lettere, il quale, se non raccolse ricchezze dirigendo onestamente gli affari del suo patrono, preparava inconscio, mercè le sue relazioni coll’ammiraglio, le basi di una rinomanza che ha oltrepassato il suo sapere, il suo merito, i suoi viaggi, e fors’anco le sue pretensioni: costui si chiamava Amerigo Vespucci.

La Regina fece poscia aggiudicare la rendita di diecimila maravedis all’ammiraglio, siccome quello che vide prima d’ogni altro l’isola di San Salvatore.

La dimane 24 maggio, la Regina fece in dare per mezzo di [p. 311 modifica]Francesco Pinelo, mille doppie d’oro per le sue spese di equipaggiamento. Il 26 fu dato ordine di fornirgli, ovunque arrivasse, albergo gratuito, del paro che a cinque servi del suo seguito, e di lasciar passare, franchi da ogni gravezza e spesa di dogane, i bagagli della sua casa.

Due giorni dopo, l’ammiraglio Colombo fu nominato capitano generale della flotta delle Indie. Egli era autorizzato a designare direttamente tutti gli impiegati di questo nuovo governo. Gli fu dato il sigillo reale con facoltà di usarne secondo che giudicasse utile. Indi i Sovrani con atto solenne confermarono tutti i titoli e privilegi che gli erano stati assicurati dal trattato di Santa Fè.

Ricolmo di onorificenze, e di testimonianze di ammirazione e di gratitudine, Colombo prese alla perfine congedo dai Re. All’uscir da quella udienza, si vide di bel nuovo ricondotto al palazzo di sua dimora da tutta la corte, la quale venne da capo, al momento della sua partenza per Siviglia, a complimentarlo in gran cerimonia.

§ II.


In mezzo a questo unanime trionfo, una voce però si levava dalla moltitudine per esecrarlo e maledirlo: era quella di un marinaio di Siviglia, chiamato Giovanni Rodriguez Bermeio, che, primo a bordo della Pinta, aveva gridato terra nella notte del venerdì 12 ottobre 1492, e riclamava la rendita dei diecimila maravedis: concepì tale dispetto in vederla data ad altri, che dicesi andasse in Africa, e vi si facesse maomettano, pensandosi trovar maggiore giustizia là che fra’ cristiani.

Uno storico protestante ha giudicato che la fu cosa da meno di Colombo l’aver contrastato una tale ricompensa ad un povero marinaio. Per buona ventura il disinteresse di Colombo lo difende da ogni sospetto di avidità. Egli per primo aveva veduto la terra, poichè avverti il lume, e annunziò cio che l’oscurità non permise al marinaro di vedere che alle due ore del mattino. Il fatto giustificò pienamente la sua pretesa al premio reale. D’altronde, diventando questo titolo di [p. 312 modifica]rendita una prova ufficiale della priorità della scoperta, l’ammiraglio non doveva cedere il suo diritto ad alcuno.

La dimane della sua partenza i Re diressero all’ammiraglio istruzioni generali pel governo della colonia che doveva fondare. Son cose da notare: queste istruzioni non erano altro che il coordinamento delle idee stesse di Colombo, tutte quante state suggerite da lui solo. Le prime linee di questo documento, che ci è pervenuto, pongono sempre più in luce i sentimenti religiosi della Regina, e il conto che faceva del carattere sovrumano della scoperta. Piena di riguardi verso Colombo, pareva ch’ella avesse riposta nelle sue mani la propria autorità sovrana su quei nuovi paesi: non decideva nulla senza consultarlo.

Avendo i Re ricevuto da Roma il breve di nomina di un Vicario apostolico nelle Indie, ne diressero l’ampliazione al padre Boil, benedettino, stimatissimo da Ferdinando pel suo sapere diplomatico, incaricandolo di provvedere a tutto ciò ch’era necessario al servizio divino. Isabella fece dono alla futura chiesa delle Indie di tutto l’occorrente in fatto di vasi ed arredi cavati dalla cappella reale. Dodici religiosi, scelti da diversi Ordini dovevano accompagnare il Vicario Apostolico.

Dalla corte partivano replicati messi per l’ammiraglio, e per l’arcidiacono ordinatore della marineria affine di affrettare la partenza. Stava per cadere il luglio: l’ammiraglio ricevette l’omaggio solenne del comandante e de’ capitani della flotta, di che fu tessuto processo verbale: passò in revista il piccolo corpo di cavalleria giunto da Granata, che si doveva imbarcare a Cadice. I cavalli erano degni de’ loro cavalieri. L’ordinatore e il controllore della marineria, avendo interesse che l’occhio penetrativo dell’ammiraglio non vedesse i segreti accordi fatti cogli appaltatori delle diverse parti dell’armamento, si posero in aperta ostilità verso di lui. Giovanni di Soria, per far bella mostra di virtù a’ danni di Colombo, e per apparire integro e incorruttibile, rifiutava d’iscrivere sui controlli degli equipaggi un solo servo appartenente all’ammiraglio, atteso che nella sua qualità di capo egli poteva, diceva costui, dar ordini a tutti. Il suo ufficio di controllore, il suo zelo per la corona, già quasi fallita per le tante altre spese, gli vietavano condiscendere a questo [p. 313 modifica]desiderio dell’ammiraglio, da lui qualificato esigenza rovinosa: sentendosi favoreggiato dall’ordinatore Fonseca, favorito del re Ferdinando, trascorse perfino a mancar di rispetto all’ammiraglio, la cui pietà soffriva in silenzio siffatta indegnità.

La condotta di Giovanni di Soria diventò materia delle conversazioni della corte: il Vicario Apostolico, ne scrisse alla Regina: egli era allora uno de’ sinceri ammiratori dell’eletto della Provvidenza.

Isabella indirizzò subitamente a Colombo una lettera capace di riparare quella offesa: il dì medesimo, 4 agosto, scrisse all’arcidiacono di Siviglia, per raccomandargli di usare ogni cortesia all’ammiraglio, di appianargli ogni difficoltà, e impedire che alcuno gli desse noia in nessun modo: ingiungevagli di considerarlo e soddisfarlo in ogni cosa, non solamente nella sostanza, ma anche nella forma: lo incaricava di notificare da parte sua a Giovanni di Soria, che dovesse conformarsi ai desiderii dell’ammiraglio; che si guardasse bene dal opporglisi in qualsivoglia cosa. La dimane, non potendo contenere la sua indegnazione, fece scrivere una lettera severissima al controllore della marineria; significandogli che voleva che l’ammiraglio fosse considerato, onorato, trattato secondo il suo alto grado, e lo minacciava di un castigo severo caso ripetesse i suoi oltraggi contro di lui. Il 18 il suo risentimento non era peranche calmato: mandando a Fonseca ordini intorno alla partenza della flotta, gli ricordava di nuovo i risguardi che doveva avere per l’ammiraglio; e dirigendo altri ordini sul medesimo oggetto a Giovanni di Soria, essa non potè trattenersi dal rimproverargli nuovamente la colpa passata.

Affine di troncar la controversia intorno alle persone che Colombo potrebbe condurre a spese della Castiglia, la Regina fissò lo stato della casa del grande ammiraglio a trenta individui, cioè, dieci scudieri, e venti servi. Isabella raccomandava inoltre, di compiacere in ogni cosa l’ammiraglio; perchè così voleva, perché tal era il suo piacere.

Era difficile andar più in là in fatto di benevolenza. Non si può dubitare della sincerità del cuore di Isabella. Alla sua ammirazione dell’uom sublime che le aveva mandato il Cielo come [p. 314 modifica]una manifesta ricompensa della sua fede, si aggiungevano simpatie delicate, molta conformità di pensieri, e vi si mescolava altresì una tenerezza quasi filiale. Dal canto suo, meglio di qualunque altro uomo, Colombo apprezzava l’adorabile Sovrana, conoscendo qual tesoro di virtù racchiudeva quell’anima virile e verginale, la quale velava con una cura pudica la sua squisita sensibilità, sotto le apparenze della fredda ragione e della gravità del comando.

È gran jattura che il lungo carteggio fra la Regina e l’ammiraglio si riduca ad alcuni frammenti di lettere ufficiali, la maggior parte brevi e di mediocre interesse. L’ultima lettera che Isabella scrisse all’ammiraglio, mentre partiva pel suo secondo viaggio, mostra con quale lucidità di spirito, e quale curiosità scientifica ella s’interessava alla scoperta.

Venti giorni prima di quello in cui Colombo andava di bel nuovo a interrogar gli spazi dell’Oceano, la Regina, nel mandargli il libro della sua navigazione, rimastole in mano, e ch’ell’aveva fatto copiare, lo assicurava, che, eccettuato lei ed il Re, nessuno al mondo ne aveva letto parola: gli diceva, che quanto più lo rileggeva, tanto meglio convincevasi come la sua scienza superasse la posseduta da ogni altro mortale: insisteva per aver notizie idrografiche e geografiche, che le facessero seguir meglio sulla carta la via da lui presa per andare alle isole e alle terre scoperte: dimandava che notasse i gradi, misurasse le distanze sopra una carta, promettendo di tenerla nascosa, se così bramava: per alleviargli la fatica delle sue osservazioni, lo consigliava di condur seco un buon astronomo; e prevenendo i suoi voti, con accorgimento cordiale proponevagli il suo fedele amico, il Guardiano della Rabida, il padre Juan Perez de Marchena, «perchè egli è buon astronomo, diceva, e mi è sembrato sempre in intera conformità di sentimenti con voi;» e al tempo stesso, per abbreviare i ritardi, inseriva nel suo dispaccio un ordine firmato in bianco, affinch’egli scrivesse il nome dell’astronomo che voleva scegliere.

Qui cade in acconcio di aggiungere una parola su questo dotto Francescano, a cui l’erudizion protestante ha voluto contrastare la individualità, non potendo negargli la scienza. Fu [p. 315 modifica]detto che non era cosa ben certa che il guardiano della Rabida abbia accompagnato Colombo in questo secondo viaggio. Si volle supporre che questo Antonio di Marchena non era il medesimo che Giovanni Perez di Marchena, come se l’errore del nome non fosse corretto dalle circostanze medesime della lettera. L’istoriografo reale Munoz riconosce l’identità del personaggio di cui parla la lettera reale col padre Juan Perez de Marchena.

Quanto al suo viaggio, è vero che nessun documento ufficiale posteriore alla lettera reale del 5 settembre 1493 lo ricorda: la relazione della seconda spedizione fatta da Colombo andò perduta; perciò non abbiamo dall’ammiraglio alcuna particolarità sul Francescano cosmografo, ch’era il suo più intimo amico. Nonostante questa lacuna, siamo assicurati che il padre Juan Perez di Marchena valicò l’Atlantico. La sua inclinazione naturale, il suo dovere di obbedire alla scelta della Regina, la speranza di salvare qualche anima, fosse anche solo col battesimo de’ bambini, il suo desiderio di far cosa grata a Colombo, la sua curiosità delle opere di Dio, sconosciute nelle nostre latitudini, sopra tutto lo spirito dell’Ordine Serafico perpetuante il pensiero del suo beato Fondatore, lo portavano a quella navigazione.

Queste gravi probabilità sono afforzate da una tradizion costante.

Gli annali Francescani hanno conservato la memoria di questo viaggio del padre Juan Perez di Marchena. Egli partì accompagnato da altri Religiosi del suo Ordine, della qual circostanza fa fede la relazione ufficiale del frate geronomita Romano Pane, che si chiamava umilmente «il povero eremita.» Uno storico, domenicano, fra Juan Melendez nella sua cronaca provinciale del Perù, ricorda anch’esso il viaggio e il glorioso primato ch’ebbe il padre Juan Perez di Marchena nell’apparizione del sacerdozio alle Indie.

L’autore dell’agiografia portoghese, Giorgio Cardoso, assicura che il padre Juan Perez di Marchena fu il primo prete che pose il piede nel Nuovo Mondo, e per conseguenza che vi celebrò i Santi Misteri. Fortunato Uberto, nella sua Cronologia Francescana riferisce che il padre J uan Perez di Marchena seguì [p. 316 modifica]Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio, e benedì la prima Croce colle preghiere della Chiesa. ll provinciale de’ Francescani nella Nuova Granata, il padre Pedro Simon, non è meno esplicito: egli dice che, nel suo secondo viaggio Cristoforo Colombo aveva seco il suo intimo amico, padre Juan Perez, accompagnato da alcuni Religiosi del suo Ordine. Quantunque, secondo le preminenze, e il grado gerarchico, il padre Boil, benedettino, nella sua qualità di Vicario Apostolico, avesse dovuto ufficiare il primo su quelle nuove terre, pure un tale onore fu dato all’Ordine Serafico, per la circostanza che il padre Juan Perez di Marchena si trovava a bordo della nave ammiraglia. Noi abbiam di ciò la prova scritta e stampata nell’Opera di un benedettino, scritta a lode del padre Boil. ll libro di don Onorio Filopono nella tavola IV rappresenta la nave del Vicario Apostolico a qualche distanza da quella dell’ammiraglio.

Era giusto che questo Francescano, il qual prima d’ogni altro aveva indovinato Colombo, confortata la sua sciagura, approvata e con lui divisa la sua teorica, presentito il Nuovo Mondo, pregato Dio e supplicata la Regina per la sua scoperta, fosse il primo a celebrare i Santi Misteri nell’immensità dell’Oceano, e il primo a benedire quelle rive sconosciute in nome di Gesù Cristo, nostro Redentore. E perciò ecco emergere in suo favore un concorso singolare di cose: senza istanza da parte sua, è chiamato dalla Regina a quel viaggio: è membro della spedizione nella sua qualità di dotto: per questo titolo, fa parte dello stato maggiore, è a bordo della nave ammiraglia, sbarca necessariamente coll’ammiraglio ogniqualvolta prende possesso, e si trova così il primo sacerdote che calchi la nuova terra insignito dell’onore di piantarvi la Croce.