Dal Trentino al Carso/Episodi della guerra nell’aria/Una meteora tricolore su Trieste

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Una meteora tricolore su Trieste

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UNA METEORA TRICOLORE SU TRIESTE.

Dalla fronte, 8 novembre.

Dopo il tramonto, quando l’estremo riflesso del crepuscolo svaniva sopraffatto dal chiarore tenue della luna appena sorta e la notte si allargava profonda, calma, piena di un diafano pallore di lievi brume soffuse, si videro scintillare nel cielo vividi bagliori. Su tutto il litorale, da Monfalcone a San Giorgio di Nogaro, balenavano strani bolidi; era uno sprizzare incessante di faville intorno a raggi candidi di proiettori, eretti come colonne di luce subitamente comparse, sottili e sterminate. Sulla terra palpitavano vampe rossastre che accendevano a tratti ampie nubi di fumo pesanti e basse. Arrivavano da laggiù incessanti boati. Pareva che i fuochi della battaglia, i quali infiammavano ancora le flagellate pendici della Quota 208, avessero dilagato lontano sulla pianura e nell’aria. Un rombo possente, eguale, sonoro, scendeva dallo spazio. Le scintille erano scoppi di shrapnells, le vampe erano colpi di cannoni ed esplosioni di bombe austriache, il rombo emanava da un vasto [p. 334 modifica] turbinìo di eliche: una squadra di idrovolanti nemici, nascosta come sempre nelle tenebre, veniva a vendicarsi della sconfitta sui paesi inermi e sugli ospedali, sulle donne, sui bambini, sui feriti. Era la prima incursione di questi giorni, nella prima sera della battaglia, martedì.

Da un remoto campo di aviazione, appartenente ad una di quelle nostre infaticabili e valorose squadriglie che compiono l’immenso e oscuro lavoro di esplorazione, che sono sempre in volo sul nemico, osservando, bombardando, combattendo, e che raramente ritornano senza le ali bucate dalle schegge, da un remoto campo, dicevamo, due aviatori, un sottotenente osservatore e un sergente pilota, due ragazzi dal petto fregiato di medaglie al valore, guardavano all’orizzonte lo sfavillare degli shrapnells. E un progetto temerario, già ventilato al campo, maturò nella loro mente: quello di prendere il volo nel buio, mescolarsi alla squadra nemica, seguire la sua rotta di ritorno, arrivare alla sua base e bombardarla.

Pochi minuti dopo un aeroplano italiano si avventava nella notte.

Erano le sei e mezzo di sera. L’apparecchio filava verso il mare guidato dallo scintillare dei colpi. Sulla distesa oscura della piana riconosceva i paesi da leggeri punteggiamenti di lumi. Per non suscitare l’allarme delle popolazioni che udivano il rombo passare su di [p. 335 modifica] loro, l’aeroplano si faceva riconoscere con segnali di luce.

Andava come una lucciola immane irradiando dal ventre chiarori intermittenti. E saliva nello spazio, sulla zona battuta dell’incursione nemica, cercato di quando in quando da proiettori irrequieti. «Siamo dei vostri!» — diceva per qualche istante la luce di segnale, e i proiettori rassicurati deviavano il loro raggio. Ma qualcuno non capiva. Si ostinava a volerlo vedere questo aeroplano notturno che navigava al margine di un bombardamento aereo. Presi nel suo chiarore, gli aviatori non vedevano più niente, niente altro che una grande stella abbacinante sotto a loro, e dovevano manovrare per allontanarsi.

Il fuoco dei cannoni antiaerei continuava qua e là, ma i nemici erano invisibili e inaudibili agli aviatori. L’aeroplano aleggiava ora sulle foci dell’Isonzo. Ha visto nella distanza tenebrosa dei fasci luminosi che solcavano il cielo. Ha capito che erano segnali nemici di richiamo.

Indicavano agli idroplani austriaci la rotta del ritorno. Dalla vetta dell’Hermada saliva un raggio possente, inclinato e fermo. La lanterna del faro di San Rocco, oltre Trieste, era accesa, e metteva sul mare uno splendore intermittente, quella familiare chiamata dei porti che guidava ogni notte, in altri tempi, le navigazioni pacifiche. [p. 336 modifica]Qualche minuto dopo il velivolo italiano ha visto sparire sotto di sè la lunga e strana penisola della Punta Sdobba e si è trovato sul Golfo di Panzano.

La luna ancora bassa stendeva all’orizzonte una immensa striscia fremente di riflessi, un infinito e tremulo pagliettìo di argento, che faceva apparire più oscura l’ampia distesa delle acque vicine. I nostri aviatori volavano sopra un mare calmo e nero, sopra un mare di velluto, sul quale la terra si disegnava chiara e precisa. Il grigiore cupo, confuso, macchiato, velato delle alture carsiche finiva sulla spiaggia in una striscia sottile e biancastra che limitava il profondo e fluido tenebrore delle onde.

L’aeroplano si abbassava.

Il pilota per discendere doveva diminuire il regime del motore, ed è una pericolosa manovra sul mare quando non si vola in aliscafo. Perchè il motore può non riprendere docilmente il suo impeto a tempo e condurre l’apparecchio al naufragio. Si abbassavano gli aviatori per esplorare l’acqua.

La battaglia del Carso continuava. Era vicina. I due giovani vedevano gli scoppi delle granate sulla «208» e sulla «144» alla destra della nostra fronte, e vedevano le vampe dei cannoni dell’Hermada. Il balenìo dei colpi illuminava le ali dell’aeroplano. Il rombo dell’elica non permetteva di udire le esplosioni, ma la [p. 337 modifica] tempesta di fuoco era seguita anche senza guardarla per quell’ accendersi delle grandi ali bianche nel buio.

Il mare era deserto. Il volo si è diretto verso il faro.

All’altezza di Nabresina dei lampi vicini hanno disegnato più vividamente di luce le membrature della macchina. — «Che c’è?» — «Niente, ci hanno sentito e tirano!» — Delle batterie austriache sparavano dalla costa, un po’ a caso, verso il rumore.

Trieste si avvicinava. Al di là della città è apparso a poco a poco un gran chiarore soffuso, sul quale si profilava nera la punta di Santa Caterina. Era come se un’altra luna sorgesse. Un crepuscolo strano empiva la baia di Muggia. Laggiù una concentrazione di proiettori illuminava l’acqua, sfiorava il mare, convergeva verso un punto ancora indefinibile i suoi raggi.

L’aeroplano avanzava, guardava, cercava di capire.

A poco a poco Trieste si rivelava, esciva dalla notte, si delineava, illuminata come in tempo di pace. Sembrava una nebulosa posata sullo sfondo indefinito di lontane montagne vaporose e oscure. Soltanto verso il mare, una grande zona d’ombra. Nel porto, sulle banchine, lungo la ferrovia marittima, intorno ai docks sui moli, non una luce, non un segno di vita. [p. 338 modifica]Ma l’abitato vegliava con tutte le sue lampade. Volando al largo i nostri aviatori, sempre più vicini, vedevano spostarsi con solenne dolcezza allineamenti di fanali, riconoscevano certe vie maggiori dallo schierarsi successivo di lumi lungo i marciapiedi. La pianta di Trieste si disegnava nel buio come fatta di stelle. Per pochi istanti una grande arteria si è presentata in prospettiva, via Carducci. Poi nella lenta evoluzione delle strade essa ha girato, e la via Stadion e la via Acquedotto si sono aperte in successione come i raggi di una ruota.

L’aeroplano era quasi a mille metri di altezza. A volo librato, per far meno rumore, è sceso puntando sul faro di San Rocco che seguitava a chiamare verso il largo.

Improvvisamente il faro si è spento. Quasi nello stesso momento si sono estinti uno dopo l’altro i proiettori che rasentavano l’acqua. Il volo italiano era stato udito.

Quel gran crepuscolo bianco è svanito di colpo. Tutte le rive sono piombate nell’ombra. L’allarme era dato.

Gli aviatori nostri intuivano di essere sulla base degli idrovolanti nemici, ma nell’oscurità improvvisa non si intravvedeva che un quieto e sinuoso sviluppo di coste intorno ad una baia: la Baia di Muggia.

Ad un tratto qualche cosa è apparso. — «Là, là!... Vira! Vira!» — ha urlato [p. 339 modifica] concitatamente l’ osservatore nell’orecchio del pilota.

Sull’altra sponda, di fronte al faro, lungo una banchina di ormeggio, nelle tenebre si stendeva una lunga collana di piccole luci. L’occhio di un aviatore non poteva sbagliarsi: erano lampade di atterramento, la catena di punti lucenti che orienta i volatori notturni al momento di scendere. Sull’acqua avanti ai segnali si muovevano velocissimi dei lumi. «Sono loro!» — si gridavano l’un l’altro i due italiani presi dalla febbre dell’azione. — «Sono loro che rincasano!»

All’angolo estremo della banchina scintillava una luce più viva. Là dietro dovevano esservi enormi edifici portuali, magazzini, uffici. Erano lì gli scali del Lloyd. Ma don si vedeva niente. Il brillare dei lumicini rendeva più fitte le tenebre intorno.

L’aeroplano ha fatto un giro e si è slanciato verso la fila delle lampade di atterramento.

Per essere più sicuro della manovra ha rimesso il motore in pieno funzionamento. L’apparecchio si era abbassato a poche centinaia di metri: ora risaliva lievemente portato dall’impeto. Le luci non si potevano più vedere dal di sopra del bordo della fusoliera. Il pilota le guardava attraverso la grande lastra di cristallo che forma il fondo trasparente della fusoliera, presso ai pedali di manovra. [p. 340 modifica] L’osservatore, aggrappato ai montanti, si sporgeva a guardar giù, tutto fuori della carlinga.

Appena il rombo del motore è arrivato alla terra, la fila dei lumi si è spenta. Anche i lumi vaganti sono scomparsi. Per qualche secondo ancora ha brillato solataria la luce all’estremo della banchina. Poi più niente.

Ma i nostri avevano impressa nella mente la disposizione dei segnali. Li avevano fissati con occhi avidi. La memoria in certi momenti afferra e scolpisce. Gli aviatori vedevano il disegno dei lumi pel buio. Erano del resto già arrivati a pordata di lancio sulla stazione dei pirati.

«Attento! Attento!» — urlava l’osservatore. — «A sinistra! Ancora un poco...!» — e convulsamente batteva con la mano sulla spalla sinistra del pilota curvo sulle leve. — «Ancora un poco...!»

«A destra adesso! Via...!»

Dando un improvviso colpo di virata a destra, per mantenersi sul bersaglio invisibile, nell’attimo decisivo, il pilota ha manovrato gli scatti che fanno cadere gli esplosivi.

Cinque proiettili sono piombati, uno dopo l’altro: due grandi e tre piccoli. Il pilota ha visto staccarsi le bombe dalla fusoliera. La luna le ha illuminate per un istante nella loro caduta. Erano delle ombre bianche e veementi, svanite istantaneamente nell’abisso di tenebre. [p. 341 modifica]Un secondo dopo le vampe delle esplosioni hanno lanciato bagliori sulla riva. L’oscurità si è squarciata, e allora, nel balenìo sono apparsi confusamente i grandi edifici del porto: una visione di tetti, di corti, striscie bianche, un chiarore di muri e di pietre.

Poi l’ombra si è richiusa. Ma subito dopo è apparso un chiarore di fiamme. Un incendio cominciava a divampare, sempre più intenso, sempre più vasto. Sorgeva un turbinìo di fumo pieno di riflessi sanguigni.

L’aeroplano filava ora sulla città.

Non era a più di trecento metri dalle case. Subitamente, anche i lumi di Trieste si sono spenti. L’allarme si propagava. Non si distinguevano più le vie e le piazze. Quattro raggi di proiettori sono sprizzati come geysers di luce dalla parte alta della città, frugando il cielo con oscillazioni frenetiche. Cercavano lontano l’audace intruso, lo credevano a duemila metri. Ed era lì.

Un senso di esultanza inebbriava i nostri dopo il successo. Una orgogliosa volontà di sfida li esaltava. «Domani è San Giusto!» — ha urlato il pilota. — «E allora illuminiamo!» — «Vogliono vedere dove siamo? Eccoci!» — Sono scattati dei commutatori. L’aeroplano per alcuni secondi ha mandato dei riflessi.

Ha acceso tutte le sue lampade, anche quelle rosse e quelle verdi. Deve essere apparso sulla [p. 342 modifica] Città Irredenta come una prodigiosa meteora tricolore, un segno divino di vittoria.

Una esplosione ha lampeggiato: l’artiglieria antiaerea apriva il fuoco. L’aeroplano, sorpassato il centro della città, ha virato verso il largo. Un giro a sinistra lo ha riportato a rivedere l’incendio. Le fiamme crescevano e il fumo scendeva sull’acqua.

Continuava il cannoneggiamento. I proiettori riuscivano di tanto in tanto a ritrovare l’aeroplano che si allontanava. Per quattro volte i nostri si sono trovati immersi nei fasci candidi che si incrociavano sul volo, così violenti che l’apparecchio illuminato aveva splendori di incandescenza. Per quattro volte sono sfuggiti, deviando con impetuose manovre. Gli scoppi delle granate intorno si allontanavano e si facevano meno frequenti. Poco dopo l’aeroplano rientrava nella notte calma.

La luna era salita. Al ritorno il mare non sembrava più lo stesso. Era di un grigiore di perla. Ed era la riva questa volta che appariva nera. Essa avanzava fosche e taglienti solidità sul diafano pallore delle acque. L’aeroplano volava gioiosamente con tutti i suoi lumi accesi. Era in festa. «Domani è San Giusto!»

Alle otto scendeva al suo campo.

Osservatore e pilota hanno avuto la medaglia d’argento al valore. Sono il sottotenente Giacomo Macchi e il sergente Giuseppe Buffa.