Dal mio verziere/Maternità

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Maternità

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Edoardo Bellamy Narcisi e Poeti
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Maternità.1

Vediamo di deviare un poco dall’eterna e oziosa questione. Minaccia di diventare una cosa insopportabile. Quasi non bastassero i poeti a farci responsabili dei loro peccati.... in rima — i romanzieri a fotografarci negli atteggiamenti più inverosimili — i giornalisti che tentano tutti i giorni di farci mandare a carte quarantanove riempiendo le colonne dei giornali estivi di fisciù alla Maria-Antonietta, di trine, di occhi di tutti i colori, ecco gli antropologi ad annunziarci che ci fanno l’onore di tagliarci a striscie per scoprire il meccanismo che ci fa ridere e piangere....

Povere donne! prima la lana da filare e Vesta da servire; poi i chiostri e i mariti di ferro, più tardi gli specchietti del Rinascimento che ci attiravano e ci uccidevano come le allodole; indi i cavalieri serventi; ed ora gli scienziati che ci prendono curiosamente con due dita e ci mettono sotto il microscopio come se si trattasse d’un microbo di nuova specie....

Signore intelligenti e di buona volontà, che leggete la Idea liberale, volete che insorgiamo? volete che si bandisca una crociata contro quest’ultima cattiva piega del secolo che dopo aver tutto [p. 114 modifica]decomposto o spostato, minaccia di continuare la sua bell’opera con noi assegnandoci per nostra definitiva dimora la casella degli uomini degenerati?...

Un momento, signore; non scappate: c’è qui chi ci salva. Fra tutti gli articoli scritti in questi giorni per la nostra causa ve n’ha uno, nella severa e simpatica Gazzetta letteraria, che dà la nota giusta in questo frastuono d’accordature. Ha l’aria d’una trovata, eppure è una cosa semplicissima: la storia dell’uovo di Colombo. Mi dispiace di non conoscere l’autore, signor Augusto Lenzoni, per non potergli esprimere direttamente la mia viva approvazione. Era una cosa così elementare! come mai non vi hanno pensato prima? Giusto; era questo il difficile: pensarci.

«La psiche umana — dice il Lenzoni nel suo geniale scritto — è così varia, così complessa, così proteiforme, che nessuno può misurarla, nè pesarla, nè circoscriverla in una formola assoluta. Hanno voluto fare della donna un essere psicologicamente diverso dall’uomo, e forse le differenze non esistono sono insignificanti».

Arrivati, dunque, dopo il lungo studio a questa trionfale conclusione, mi pare che non ci sia altro da dire. Un altro campo però si schiude, vasto, fiorito, troppo poco troppo male esplorato fin qui: voglio, dire il regno della donna madre.

E qui, siano pur numerose e vivaci e impertinenti anche e minuziose le discussioni, noi non ce ne lagneremo. Nessuna osservazione che riguardi questa alta missione femminile può essere oziosa o pettegola o indiscreta. Esigendo il meglio e cercando la perfezione per i figli vostri, signori, per i continuatori del vostro nome e delle vostre tradizioni, siete nel vostro pieno diritto, non solo, ma le donne intellettuali, a cui [p. 115 modifica]facevo appello poc’anzi, solleciteranno il vostro aiuto, il vostro consiglio, la vostra approvazione.... adagio, non di tutti — di quelli che se ne mostreranno degni.

Ma, ahimè! dimenticavo che proprio questi non hanno tempo da perdere per noi, per i loro figliuoli. Preferiscono stillarsi il cervello a rifare gli uomini già fatti, piuttosto che a crescer bene quelli che sono da fare... Tutt’al più, passando, tra un programma elettorale e un articolo di sociologia, ci dicono bruscamente: «Così non va, non siete atte ad educare le generazioni dei tempi nuovi, voi non avete il capo che ai gioielli e ai merletti, vergogna!» E non pensano neanche per ombra che se la coscienza e la dignità della donna sono così abbassate, la colpa in massima parte incombe su di loro.

Madre è una parola grave, una parola austera, una parola che invecchia, che implica una rete di doveri grandi e piccini che gli uomini, egoisti per eccellenza, sono annoiati di rispettare. Essi considerano riempite di trascuranza, di sprezzo, di puerilità tutte le ore che la donna non dedica a loro, anche se le impiega intorno alla culla del loro figliuolo. Quando una donna è madre, la si abbandona alla sua creatura o la si fa disertare.

Rarissimamente l’uomo le sacrificherà una delle sue ore di libertà randagia — le dirà la bellezza e la bontà e la poesia della sua missione — l’animerà nelle difficoltà e nei travagli della sua vita. L’uomo apprezza la sportwoman, l’artista, l’ispiratrice, l’appassionata, tutto ciò che ha foggiato lui; ma le tenere e timide virtù, che germinano spontanee in ogni cuore di giovinetta, egli trascura sbadatamente volontariamente finchè illanguidiscono e si spengono. Qual innamorato, qual pretendente alla mano [p. 116 modifica]d’una signorina, mostra d’interessarsi meno all’abbigliamento di lei che alle sue ipotetiche cognizioni d’educatrice futura? Qual fidanzato, qual giovine marito parla alla sua compagna d’un indirizzo morale e intellettuale da dare al figliuolo che verrà? Dov’è quel giovinotto che nell’accingersi a farsi una famiglia sua s’assicura e procura che colei ch’egli preferisce per tutta la vita, non sia ignara della grave responsabilità che le spetta, delle lotte a cui muove incontro? Ma nessuno! Ma nulla! Si sposano come colombi dal desìo chiamati, con le mani piene di fiori e la testa di romanticherie, e fuggono di qua e di là sognando un’eterna luna di miele: e quando il figliuolo s’annunzia — spesse volte non desiderato — è finita: il signore sospira pensando alla interminabile sequela di brighe e di spese, la signora diventa nervosa vedendo il suo vitino di vespa allargarsi e le sue eleganti toilettes invecchiare nell’armadio....

Ma poi quando il bambino c’è, vero e vivo, si trova che è una cosa più semplice di quel che pareva; c’è la balia, poi verrà la bambinaia, poi la istitutrice, il collegio: si può dunque continuare a fare la vita solita senza scomodarsi troppo. Poi un bambino distrae più del cane e del pappagallo nelle giornate piovose, finalmente lo si vestirà tanto bene che diventerà il più bell’ornamento artistico della casa. E la mammina comincia subito a sgridarlo se si fa una macchia, ride se si pavoneggia, è fiera di vederlo atteggiarsi a tiranno — continuando presso a poco così, finchè il bambino o la bambina riescono una seconda edizione, più meno corretta, dei loro progenitori.

Ma perchè, mentre l’igiene dell’infanzia ha fatto progressi indiscutibili, mentre si vigila rigorosamente [p. 117 modifica]a che i bambini non manchino ai loro obblighi di civiltà, mentre pare si abbia fretta d’abbreviare e d’immalinconire l’infanzia ordinandola in una piccola società costituita che dell’altra avrà riflesse le malignità, le galanterie, le ingiustizie; perchè, mentre si mandano i bambini nei piccoli balli alle gare d’eleganza, e si allevano nelle mollezze dei tessuti e delle atmosfere, si pensa così poco alla loro piccola anima che si schiude ricevendo indelebilmente l’impressione di tutto ciò che la circonda e che la farà eletta o volgare? Povere piccole anime di bimbi fin de siècle, vestiti da bambola, chi si ricorda di voi? chi vi studia? chi vi analizza? chi lascia cadere in voi il grano delle alte virtù? La governante inglese o tedesca forse? ah, no....

Purtroppo, la frivolezza e l’insufficienza della donna madre, generalmente parlando, sono grandi; ma bisogna aggiungere però che non è meno grande la sciocchezza dell’uomo che di queste vacuità gode tessere una corona giovanile per ornamento del suo ideale muliebre; non è meno grande la responsabilità sua d’una trascuranza d’indirizzo intellettuale e morale verso quella che deve esser la madre dei suoi figliuoli, verso i figli che in lui, più che in ogni altro, vedono l’esempio e l’autorità — verso la società stessa finchè s’arrogherà tutti i privilegi e tutti i diritti, considerando la donna, non come un complemento, come un accessorio della sua vita.

«Le premier devoir d’une femme c’est d’être belle» ha detto non so più che grand’uomo, e questo motto di spirito profondamente immorale, confermato e illustrato a sazietà nella vita e nell’arte dalla maggioranza del sesso forte, ha finito per diventare la divisa delle donne che non vogliono rinunciare ad essere [p. 118 modifica]amate e ammirate — alla loro parte di sole. Farsi belle — ecco il compendio d’intere esistenze, ma lo vogliono i nostri compagni, in questo inflessibili; e allora quando una donna sia bella, proprio bella, l’uomo non ha diritto di chiederle di più.

Non c’è che un piccolo inconveniente. La donna ridotta così allo stato di giuocattolo dovrà necessariamente correre la sorte dei giuocattoli; ieri sul cuore, oggi in briciole sotto i piedi. Non c’è rispetto di donna che la salvi, nè dignità di madre che la protegga. Rispetto? venerazione? Vecchiumi! Madre? — oh, una dolce parola; ma non ricorda più che una cosa antica passata di moda, sbiadita, intorno a cui con un po’ di studio e di fantasia si può ancora ricostruire scene di una bonaria epoca passata, come alla vista d’un ritratto di famiglia o d’un oggetto di museo.... Ma poi a poco a poco anche la evocazione non sarà più possibile — la verità sfumerà nella leggenda, gli uomini si vergogneranno di dover la vita a una creatura che non sapranno più considerare che come una curiosità della creazione; la negheranno. Opera d’una donna Dante? Colombo? Galileo? Napoleone? Chè! si sono fatti da loro!

  1. Dall’Idea liberale, Milano, 1894.